Capitolo VIII
Avea così
detto messer Federigo, e tacendo mostrava d'avere la sua risposta fornita;
laonde il Magnifico, incontanente seguendo, così disse: - Se a messer Carlo e a
messer Ercole non è grave, a me sarebbe, messer Federigo, carissimo, che voi ci
diceste quali sono quelle cose che i toscani rimatori hanno da' Provenzali
pigliate -. Allora mio fratello: - A me - disse - essere grave non può,
Giuliano, udir cosa che a voi sia in grado che si ragioni; oltra che il sentire
messer Federigo ragionarci della provenzale favella mi sarà sopra modo caro;
per me adunque segua. - E per me altresì, - disse messer Ercole - che non so
come non così ora soverchi mi paiono, come già far soleano, questi
ragionamenti. Ma io mi maraviglio forte come la provenzale favella, della
quale, che io sappia, poco si sente oggi ragionare per conto di poesia, possa
essere tale stata, che dallei molte cose siano state tolte da' poeti della
Toscana, che pure hanno alcun grido. - Io dirò, - rispose a costor tutti messer
Federigo - poscia che voi così volete, pure che vi sia chiaro, che dapoi che io
a queste contrade passai, ho del tutto tramessa la lezione delle oltramontane
cose, onde pochissima parte di molte, che già essere mi soleano
famigliarissime, m'è alla memoria rimasa, da poter recare così ora
sprovedutamente in pruova di ciò che io dissi. E affine che a messer Ercole non
paia nuovo quello, di che egli forte si maraviglia, da questa parte brievemente
incominciando, passerò alle mie promesse.
Era per tutto il Ponente la
favella provenzale ne' tempi, ne' quali ella fiorì, in prezzo e in istima
molta, e tra tutti gli altri idiomi di quelle parti di gran lunga primiera; con
ciò sia cosa che ciascuno, o Francese o Fiamingo o Guascone o Borgognone o
altramente di quelle nazioni che egli si fosse, il quale bene scrivere e
specialmente verseggiar volesse, quantunque egli Provenzale non fosse, lo
faceva provenzalmente. Anzi ella tanto oltre passò in riputazione e fama, che
non solamente Catalani, che vicinissimi sono alla Francia, o pure Spagniuoli
più adentro, tra' quali fu uno il Re Alfonso d'Aragona, figliuolo di Ramondo
Beringhieri, ma oltre acciò eziandio alquanti Italiani si truova che scrissero
e poetarono provenzalmente; e tra questi, tre ne furono della patria mia, di
ciascuno de' quali ho io già letto canzoni: Lanfranco Cicala e messer Bonifazio
Calvo e, quello che dolcissimo poeta fu e forse non meno che alcuno degli altri
di quella lingua piacevolissimo, Folchetto, quantunque egli di Marsiglia
chiamato fosse, il che avenne non perché egli avesse origine da quella città,
che fu di padre genovese figliuolo, ma perché vi dimorò gran tempo. Né
solamente la mia patria diè a questa lingua poeti, come io dico, ma la vostra
eziandio, messer Carlo, le ne diè uno, che messer Bartolomeo Giorgio ebbe nome,
gentile uomo della vostra città; e Mantova un altro, che fu Sordello; e la
Toscana un altro, e questi fu di Lunigiana, uno de' marchesi Malespini, nomato
Alberto. Fu adunque la provenzale favella estimata e operata grandemente, sì
come tuttavia veder si può, ché più di cento suoi poeti ancora si leggono, e
hogli già letti io, che non ne ho altrettanti letti de' nostri. Né è da maravigliarsene,
perciò che non patendo quelle genti molti discorrimenti d'altre nazioni, e per
lo più lunga e tranquilla pace godendo e allegra vita menando, come fanno tutte
naturalmente, avendovi oltre acciò molti signori più che non v'ha ora e molte
corti, agevole cosa fu che tra esse in ispazio di lungo tempo lo scrivere
venisse in prezzo, e che vi si trovasse primieramente il rimare, sì come io
stimo; quando si vede che più antiche rime delle provenzali altra lingua non
ha, da quelle poche in fuori che si leggono nella latina, già caduta del suo
stato e perduta. Il che se mi si conciede, non sarà da dubitare che la
fiorentina lingua da' provenzali poeti, più che da altri, le rime pigliate
s'abbia, et essi avuti per maestri; quando medesimamente si vede che al
presente più antiche rime delle toscane altra lingua gran fatto non ha,
levatone la provenzale.
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