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6. IL CACCIATORE
Po le seguiva, il fido
cane. Or essi
siedono su la porca assai contenti.
La Pieve sorridea sotto i cipressi.
Po ringhiò, fece biancheggiare i denti:
passava un uomo, un cacciator; ristette.
«Giovine, giunto qui tra le mie genti!
ciò che avanza per sei, basta per sette»
disse il capoccio; e poi con lieta cera:
«Male per voi, che bene per noi mette!
Noi ci vedemmo, o giovine, alla fiera
di Castiglione, all'osteria di Betto.
Tuo padre, Andrea buon'anima, non c'era
l'uomo più bravo e tuttavia più schietto;
e dava tempo al tempo: ecco e tu ari
un campetto con siepe e con fossetto...
Bevi il mio vino e siedi tra' miei cari!»
Ed ei s'assise, il giovane, tra loro,
e bevve il rosso vino. Era di faccia
alla fanciulla da' capelli d'oro.
Ma la fanciulla dalle bianche braccia
non lo guardava. Ed il capoccio allora
gli domandò della sudata caccia.
E lui: «La prima non ho fatto ancora;
e sì, che non so dir con quanta pena
io tutta notte l'aspettai, l'aurora!
Che ieri io rincasava a notte piena,
pensando ad altro, a non so che: zirlare
io sentiva nell'alta ombra serena.
Erano i tordi, che già vanno al mare,
in alto, in alto, in alto. Io sentìa quelle
voci dell'ombra, nel silenzio, chiare;
e mi pareva un canticchiar di stelle.
Ma i tordi ancor non calano, e non sento
se non il fischio delle ballerine
seguire il solco dell'aratro lento;
e lo scoppiettìo trito senza fine
del pettirosso mattinier... Comincia
il passo. Sono piene le saggine
e le olivete. Sì; ma c'è la cincia!»
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