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9. LA NOTTE
Nella notte scrosciò,
venne dirotta
la pioggia, a striscie stridule infinite;
e il tuono rotolò da grotta a grotta.
Egli, il capoccio, avvolto nel suo mite
tacito sonno, non udiva. Udiva
nascere l'erba. Vide le pipite
verdi. Il grano sfronzò, quindi
accestiva.
Nevicava, in suo sogno, a fiocco a fiocco:
candido il monte, candida la riva.
No: quel bianco era fiori d'albicocco
e di susino, e l'ape uscìa dal bugno
ronzando, e il grano già facea lo stocco:
Anzi graniva; ch'era già di giugno.
La cicala friniva su gli ornelli.
Egli l'udiva, con la falce in pugno.
L'acqua veniva stridula a ruscelli.
L'acqua veniva, stridula, a ruscelli.
Rosa dormiva e non udiva: udiva
cantare al bosco zigoli e fringuelli.
Era nel bosco, nella reggia estiva
del redimacchia. Intorno udìa beccare.
gemme di pioppo e mignoli d'uliva.
E la macchia pareva un alveare,
piena di frulli e di ronzìi. Ma ella
sentiva anche un frugare, uno sfrascare,
un camminare. Chi sarà? Ma in quella
che riguardava tra un cespuglio raro,
improvvisa cantò la cinciarella.
E sonò d'ogni parte il bau bau
chiaro,
come un tintinno, delle cincie; ed ecco
pronto all'orecchio risonar lo sparo.
Ma era un tuono, che rimbombò secco.
E tra il tumulto carezzò Viola
che s'era desta e che piangea. Pian piano
l'addormentava. E Rosa rifù sola.
Pensava... i licci della tela, il grano
della sementa, il cacciatore... e Rosa
lo ricercava. Dove mai? Lontano.
In una reggia. E risognò... Che cosa?
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