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Dom Jean-Baptiste Gustave Chautard
Anima di ogni Apostolato

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  • V. Eccellenza di questa unione
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V. Eccellenza di questa unione

L’unione delle due vite, la contemplativa e l’attiva, costituisce il vero apostolato che è, secondo San Tommaso, la principale opera del Cristianesimo: «Principalissimum officium»20.

L’apostolato suppone anime capaci di accendersi d’entusiasmo per una idea e di consacrarsi per il trionfo di un principio. Ma se la realizzazione di questo ideale sarà soprannaturalizzata dallo spirito interiore, ed il nostro zelo – nel suo fine, nella sua sorgente e nei suoi mezzi – sarà animato dallo spirito di Gesù, noi avremo la vita in sé più perfetta, la vita per eccellenza, quella che gli stessi teologi antepongono alla semplice contemplazione: «praefertur simplici contemplationi» (San Tommaso).

L’apostolato dell’uomo di orazione è la parola conquistatrice in virtù del mandato di Dio, dello zelo delle anime, del frutto delle conversioni: «Missio a Deo, zelus animarum, fructificatio auditorum» (San Bonaventura).

E’ il vapore della fede dalle salutari emanazioni: «Fides, id est vapor fidei» (Sant’Ambrogio).

L’apostolato del santo è la semina del mondo. L’apostolo getta alle anime il frumento di Dio21. E’ l’amore divampante che divora la terra, l’incendio della Pentecoste irresistibilmente propagato in mezzo alle gente: «Sono venuto a propagare il fuoco sulla terra» (Lc. 12, 49).

L’eccellenza di questo ministero sta nel fatto di provvedere alla salute altrui senza pregiudizio per l’apostolo: «sublimatur ad hoc ut aliis provideat». Comunicare le verità divine alle intelligenze umane! Non è forse, questo, un ministero degno degli angeli?

Contemplare la verità è bene, ma comunicarla agli altri è meglio. Riflettere la luce è qualcosa più che riceverla, e rischiarare vale ben più che rilucere sotto il moggio. L’anima con la contemplazione si nutre, ma con l’apostolato si dona: «sicut maius est contemplata aliis tradere quam solum contemplare»22.

«Tramandare agli altri quello che si è contemplato»: in questo ideale di apostolato, la vita interiore resta la sorgente, come insegna chiaramente san Tommaso.

Come l’altro testo dello stesso santo Dottore, che avevo riportato alla fine del capitolo precedente, anche questo condanna esplicitamente l’americanismo, i cui partigiani sognano una vita mista in cui l’azione finirebbe col soffocare la contemplazione.

San Tommaso in realtà suppone due cose:

1) che l’anima viva già abitualmente di orazione, anzi ne viva talmente da dover dare soltanto il sovrappiù;

2) che l’azione non sopprima la vita di orazione e che l’anima, pur prodigandosi per gli altri, pratichi così bene la custodia del cuore da non correre alcun serio pericolo di sottrarre all’influenza di Gesù Cristo l’esercizio della sua attività.

Queste affascinanti parole del padre Matteo Crawley, l’apostolo della consacrazione delle famiglie al Sacro Cuore, traducono esattamente il pensiero di San Tommaso: «L’apostolo è un calice ricolmo della vita di Gesù Cristo, la cui sovrabbondanza trabocca riversandosi sulle anime».

E’ questa unione tra l’azione, con il suo prodigarsi di zelo, e la contemplazione, con le sue sublimi elevazioni, che ha prodotto i più grandi santi: san Dionigi, san Martino, san Bernardo, san Domenico, san Francesco d’Assisi, san Francesco Saverio, san Filippo Neri, sant’Alfonso, furono tutti sia ardenti contemplativi che grandi apostoli.

Vita interiore e vita attiva! Santità nell’azione! Con questa unione potente e feconda, quanti prodigi di conversioni opererete! O Signore, date alla vostra Chiesa numerosi apostoli, ma ravvivate, nei loro cuori divorati dallo zelo, una sete ardente della vita d’orazione. Donate ai vostri operai quest’azione contemplativa e questa contemplazione attiva; la vostra opera giungerà allora a compimento e i vostri operai evangelici riporteranno quelle vittorie che annunciaste prima della vostra gloriosa Ascensione.

Parte III




20 S. Tommaso d’Aquino, Summa theologica, III, q. 67, a. 2.



21 P. Léon, O.F.M.Capp., Lumière et flamme, passim.



22 S. Tommaso, Summa theologica, II-IIae, q. 188, a. 6.






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