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Dom Jean-Baptiste Gustave Chautard
Anima di ogni Apostolato

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  • La vita interiore è condizione della fecondità delle opere
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La vita interiore è condizione della fecondità delle opere

Facendo astrazione da quella ragione di fecondità che i teologi chiamano ex opere operato, consideriamo qui soltanto quella che risulta ex opere operantis. Ricordiamo che, se l’apostolo realizza il detto evangelico: «Se uno rimane in me e io in lui...», la fecondità della sua azione voluta da Dio è assicurata: «...costui porta molti frutti» (Gv. 15, 5). Questo testo è di una tale evidenza logica che è superfluo, dopo questa Autorità, provare la tesi; ci limitiamo pertanto a confermarla con alcuni fatti.

Per più di trent’anni ho potuto seguire da lontano le vicende di due orfanotrofi femminili tenuti da Congregazioni diverse. Entrambi subirono un periodo di manifesto decadimento. Perché nasconderlo? Su sedici orfanelle ricoverate nelle medesime condizioni e che avevano lasciato l’istituto appena giunte alla maggiore età, tre che erano uscite dalla prima casa e due dall’altra, in un tempo da otto a quindici mesi erano passate dalla Comunione frequente allo stato più degradante della scala sociale; delle altre undici solo una rimase profondamente cristiana. Eppure, alla loro uscita, avevano tutte trovato una conveniente collocazione.

In uno di questi orfanotrofi, undici anni fa, la superiora venne cambiata. Dopo appena sei mesi, si poteva già constatare una profonda trasformazione nello spirito dell’istituto.

La stessa trasformazione fu osservata tre anni dopo nell’altro orfanotrofio quando, sebbene superiora e religiose rimanessero le stesse, venne cambiato il cappellano. Da allora in poi, delle povere giovani uscite maggiorenni, neppure una fu gettata nel fango da Satana, ma tutte senza eccezione son rimaste brave cristiane.

La ragione di questi risultati è semplice. Alla guida dell’istituto o nel confessionale non c’era una direzione fortemente soprannaturale; ciò bastava per paralizzare o per lo meno attenuare l’azione della grazia. La precedente superiora nel primo caso e il precedente cappellano nel secondo, persone sinceramente pie ma prive di seria vita interiore, non avevano una influenza profonda e duratura. La loro era una pietà dovuta al sentimento, all’ambiente, all’inerzia, fatta soltanto di pratiche e di abitudini, che non poteva generare convinzioni profonde ma solo un amore senza calore e una virtù senza radici. Una pietà fiacca, tutta apparenze, sdolcinature o atteggiamenti; una bigotteria che forma brave ragazze incapaci di darvi fastidio, smorfiose che sanno fare la riverenza, ma che non hanno forza di carattere e che si lasciano trascinare dalla loro sensibilità e immaginazione. Una pietà incapace di delineare un vasto orizzonte di vita cristiana e di formare donne forti, preparate alla lotta, ma capace al massimo di trattenere in gabbia povere fanciulle languenti, che sospirano il giorno in cui potranno uscirne. Ecco tutta la vita cristiana che erano riusciti a far germogliare operai evangelici ai quali la vita interiore era quasi sconosciuta!

Ma poi, in quelle due comunità, una superiora o un cappellano vengono sostituiti: tutto cambia aspetto. Com’è più compresa la preghiera e come i Sacramenti sono più fecondi! Quale diverso comportamento in cappella e persino al lavoro e a ricreazione! Cambiamenti radicali che sono dimostrati dall’osservazione e testimoniati dalla gioia serena, dallo slancio nell’acquisto delle virtù e, in alcune anime, dal desiderio ardente di vocazione religiosa. A cosa attribuire una simile trasformazione? La nuova superiora ed il nuovo cappellano erano anime di vita interiore.

Non c’è dubbio che in molti collegi, convitti, ospedali, patronati e persino in parrocchie, comunità e seminari, l’attento osservatore avrà dovuto attribuire simili effetti ad identiche cause.

Ascoltiamo San Giovanni della Croce: «Gli uomini divorati dall’attività, che si illudono di poter cambiare il mondo con le loro predicazioni e le altre opere esteriori, riflettano un momento. Comprenderanno facilmente che sarebbero ben più utili alla Chiesa e più graditi al Signore – senza parlare del buon esempio che darebbero – se consacrassero più tempo all’orazione e agli esercizi della vita interiore.

«In tali condizioni, con un’opera sola, essi compirebbero un bene maggiore e con minor fatica di quanto ne farebbero in mille altre alle quali dedicano la vita. L’orazione farebbe meritare questa grazia e darebbe a loro loro le forze spirituali necessarie per produrre simili frutti. Senza di essa, tutto si riduce ad un gran chiasso, come il martello che battendo sull’incudine fa risuonare l’eco tutt’intorno. Si fa poco più che nulla, spesso assolutamente nulla o addirittura del male. Dio ci liberi da una tale anima, se càpita che si gonfi di superbia! Invano le apparenze testimonierebbero in suo favore; la verità è che essa non riuscirà a far nulla, poiché è assolutamente certo che nessuna opera buona può essere compiuta senza la virtù divina. Ah, quanto si potrebbe scrivere al riguardo, rivolgendosi a coloro che abbandonano l’esercizio della vita interiore e aspirano alle opere clamorose, capaci di metterli in vista e di farli ammirare da tutti! Costoro non conoscono affatto la sorgente d’acqua viva e la fontana misteriosa che fa tutto fruttificare»1.

Alcune espressioni di questo santo sono forti quanto quell’altra di san Bernardo, già ricordata: «occupazioni maledette». Non è possibile accusarle di esagerazione, se ci si ricorda che le qualità più ammirate da Bossuet in San Giovanni della Croce sono appunto il perfetto buon senso, lo zelo nel mettere in guardia dal desiderio di percorrere vie straordinarie per giungere alla santità, l’esatta precisione nell’esprimere pensieri di notevole profondità.

Vediamo ora di studiare alcune cause della fecondità della vita interiore.




1 Cantico spirituale, str. XXIX.






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