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S. Ambrogio
La Penitenza

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Capitolo 17

Attendiamo forse che essi da morti ottengano il perdono, se già da vivi hanno rinunziato alla vita? L'Apostolo dice: "Per quel tale è già sufficiente il castigo che gli è venuto dai più, cosicché voi dovreste piuttosto usargli benevolenza e confortarlo perché egli non soccomba a eccessiva tristezza".

Come "il castigo che gli è venuto dai più" è sufficiente alla punizione, così la preghiera innalzata dai più lo è al perdono. Il Maestro di spiritualità, consapevole della nostra debolezza e interprete della bontà divina, esige che si rimetta il peccato. Vuole che si presti opera di conforto, affinché il penitente non soccomba a tristezza per la stanchezza cagionatagli da un lungo rinvio.

L'Apostolo ha , perciò, concesso il perdono. Né soltanto lo ha elargito, ma ha voluto che l'amore di carità verso il peccatore fosse più intenso ancora. Chi è caro a Dio non è spietato, ma mite. Né si è limitato a perdonare, bensì ha voluto che tutti lo imitassero. Ha detto che è stato misericordioso per amore del prossimo, perché molti non si rattristassero per una sola persona: "A chi voi avete perdonato, perdono anche io, e lo faccio per voi davanti a Cristo, perché non cadiamo in balia di Satana, di cui non ignoriamo le macchinazioni".

Con accortezza gira alla larga dal serpente chi è consapevole dei suoi tranelli infiniti ed esiziali. Il demonio non trama che il male. Ci è sempre intorno per cagionare morte. Dobbiamo, perciò, stare all'erta, perché quello che dovrebbe essere per noi il farmaco non diventi per lui materia di trionfo.

Faremmo il suo gioco, se chi potesse salvarsi mediante il perdono, dovesse dannarsi a causa dell'afflizione eccessiva.

Perché fosse poi chiaro che allude al peccatore che ha ricevuto il battesimo, ha aggiunto: "Vi ho scritto nella lettera di non mescolarvi con gli impudichi di questo mondo". E più avanti: "Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si dice fratello ed è impudico o avaro o idolatra". I rei che aveva stretti al medesimo giogo in vista del castigo, ha voluto che lo fossero anche al fine di ottenere il perdono. Aggiunge: "Con questi tali non dovete neanche mangiare insieme". Quanta severità nei riguardi degli ostinati, eppure quanta benevolenza verso coloro che pregano! Contro gli uni si leva in armi giacché Cristo è stato offeso, a favore degli altri invoca il soccorso del Signore.

Ma sta scritto: "Ho dato questo individuo in balia di Satana per la morte della sua carne". Qualcuno, pertanto, potrebbe turbarsi e domandare: "Come può avere ottenuto il perdono, se la carne è morta del tutto? Non è forse chiaro che l'uomo redento sia nel corpo che nell'anima è anche salvato sia nell'uno che nell'altra? Possono, di conseguenza, l'anima senza il corpo, o il corpo senza l'anima, indissolubilmente legati come sono nell'azione, nell'opera, essere partecipi del castigo o del premio?". Si risponda che nel passo in esame "morte" non significa totale annientamento, bensì castigo della carne.

Chi è morto al peccato vive in Dio. Le lusinghe, perciò, della carne cessano.

Essa muore ai desideri per rinascere alla castità e alle opere sante.

Quale esempio migliore di quello che ci offre la madre di tutti? La terra, dal cui grembo siamo tratti, se interrompiamo l'assiduo lavoro dei campi, appare squallida, muore quasi ai vigneti, agli oliveti in essa piantati. Non perde, tuttavia, la linfa vitale, quella che potremmo dire la sua anima. In seguito, infatti, se riprendiamo a coltivarla e gettiamo i semi che maggiormente si adattano alla natura del terreno, risorge, dando frutti più rigogliosi. Non deve, dunque, sembrare strano se è detto che la nostra carne muore. Dobbiamo, cioè, intendere che non ha per sempre cessato di vivere, ma è stata repressa la sua inclinazione al peccato.




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