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Galileo Galilei
Il Saggiatore
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Il saggiatore
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Il
saggiatore
Io non ho mai potuto
intendere
,
Illustrissimo
Signore
, onde sia
nato
che tutto quello che de' miei
studi
, per
aggradire
o
servire
altrui, m'è
convenuto
metter
in
publico
, abbia
incontrato
in molti una certa
animosità
in
detrarre
,
defraudare
e
vilipendere
quel poco di
pregio
che, se non per l'
opera
, almeno per l'
intenzion
mia m'
era
creduto
di
meritare
. Non prima fu
veduto
alle
stampe
il mio
Nunzio
Sidereo
,dove si
dimostrarono
tanti
nuovi
e
meravigliosi
discoprimenti
nel
cielo
, che pur
doveano
esser
grati
agli
amatori
della
vera
filosofia
, che
tosto
si
sollevaron
per mille
bande
insidiatori
di quelle
lodi
dovute
a così
fatti
ritrovamenti
: né
mancaron
di quelli che, solo per
contradir
a' miei
detti
, non si
curarono
di
recar
in
dubbio
quanto fu
veduto
a lor
piacimento
e
riveduto
più
volte
da gli
occhi
loro.
Imposemi
il
Serenissimo
Gran
Duca
Cosimo
II, di
gloriosa
memoria
mio
signore
, ch'io
scrivessi
il mio
parere
delle
cagioni
del
galleggiare
o
affondarsi
le
cose
nell'
acqua
; e, per
sodisfar
a così
fatto
comandamento
, avendo
disteso
in
carta
quanto m'
era
sovvenuto
oltre alla
dottrina
d'
Archimede
, che per
avventura
è quanto di
vero
in
effetto
circa sì fatta
materia
poteva
dirsi
, eccoti subito
piene
tutte le
stamperie
d'
invettive
contro del mio
Discorso
;né avendo
punto
riguardo
che quanto da me fu
prodotto
fusse
confermato
e
concluso
con
geometriche
dimostrazioni
,
contradissero
al mio
parere
, né s'
avvidero
(tanto ebbe
forza
la
passione
) che '
l
contradire
alla
geometria
è un
negare
scopertamente
la
verità
. Le
Lettere
delle
Macchie
Solari
e da quanti e per quante
guise
fur
combattute
? e quella
materia
che
doverebbe
dar
tanto
campo
d'
aprir
gl'
intelletti
ad
ammirabili
speculazioni
, da molti, o non
creduta
o poco
stimata
, del tutto è stata
vilipesa
e
derisa
; da altri, per non
volere
acconsentire
a' miei
concetti
, sono state
prodotte
contro di me
ridicole
ed
impossibili
opinioni
; ed alcuni,
costretti
e
convinti
dalle mie
ragioni
,
ànno
cercato
spogliarmi
di quella
gloria
ch'
era
pur mia, e,
dissimulando
d'aver
veduto
gli
scritti
miei,
tentarono
dopo di me farsi
primieri
inventori
di
meraviglie
così
stupende
.
Tacerò
d'alcuni miei
privati
discorsi
,
dimostrazioni
e
sentenze
, molte di esse da me non
publicate
alle
stampe
, tutte state
malamente
impugnate
o
disprezzate
come da nulla; non
mancando
anco queste d'essersi
talora
abbattute
in alcuni che con
bella
destrezza
si sieno
ingegnati
di farsi con esse
onore
, come
inventate
da i loro
ingegni
.
Io potrei di tali
usurpatori
nominar
non pochi; ma voglio
ora
passarli
sotto
silenzio
,
avvenga
che de'
primi
furti
men
grave
castigo
prender
si
soglia
che de i
susseguenti
. Ma non voglio già più
lungamente
tacere
il
furto
secondo
, che con troppa
audacia
mi ha voluto fare quell'istesso che già molti
anni
sono mi fece l'altro, d'
appropriarsi
l'
invenzione
del mio
compasso
geometrico
, ancor ch'io molti
anni
innanzi l'avessi a gran
numero
di
signori
mostrato
e
conferito
, e finalmente
fatto
publico
colle
stampe
: e
siami
per questa
volta
perdonato
se, contro alla mia
natura
, contro al
costume
ed
intenzion
mia, forse troppo
acerbamente
mi
risento
ed
esclamo
colà
dove per molti
anni
ho
taciuto
. Io
parlo
di
Simon
Mario
Guntzehusano
, che fu quello che già in
Padova
, dove allora io mi
trovava
,
traportò
in
lingua
latina
l'
uso
del
detto
mio
compasso
, ed
attribuendoselo
lo fece ad un suo
discepolo
sotto suo
nome
stampare
, e subito, forse per
fuggir
il
castigo
, se n'
andò
alla
patria
sua,
lasciando
il suo
scolare
, come si dice, nelle
peste
; contro il quale mi fu
forza
, in
assenza
di
Simon
Mario
,
proceder
nella
maniera
ch'è
manifesto
nella
Difesa
ch'allora
feci
e
publicai
. Questo istesso, quattro
anni
dopo la
publicazione
del mio
Nunzio
Sidereo
,
avvezzo
a volersi
ornar
dell'altrui
fatiche
, non si è
arrossito
nel farsi
autore
delle
cose
da me
ritrovate
ed in quell'
opera
publicate
; e
stampando
sotto
titolo
di
Mundus
Iovialis
etc., ha
temerariamente
affermato
, sé aver avanti di me
osservati
i
pianeti
Medicei
, che si
girano
intorno a
Giove
. Ma perché di
rado
accade
che la
verità
si
lasci
sopprimer
dalla
bugia
, ecco ch'egli medesimo nell'
istessa
sua
opera
, per sua
inavvertenza
e poca
intelligenza
, mi
dà
campo
di
poterlo
convincere
con
testimoni
irrefragabili
e
manifestamente
far
palese
il suo
fallo
,
mostrando
ch'egli non solamente non
osservò
le
dette
stelle
avanti di me, ma non le
vide
né anco
sicuramente
due
anni
dopo: e
dico
di più, che molto
probabilmente
si può
affermare
ch'ei non l'ha
osservate
già mai. E ben ch'io da molti
luoghi
del suo
libro
cavar
potessi
evidentissime
prove
di quanto
dico
,
riserbando
l'altre ad altra
occasione
, voglio, per non
diffondermi
soverchiamente
e
distrarmi
dalla mia
principale
intenzione
,
produrre
un
luogo
solo.
Scrive
Simon
Mario
nella
seconda
parte
del suo
Mondo
Gioviale
,alla
considerazione
del
sesto
fenomeno
, d'aver con
diligenza
osservato
, come i quattro
pianeti
gioviali
non mai si
trovano
nella
linea
retta
parallela
all'
eclittica
se non quando sono nelle
massime
digressioni
da
Giove
; ma che quando son fuori di queste, sempre
declinano
con
notabil
differenza
da
detta
linea
;
declinano
,
dico
, da quella sempre verso
settentrione
quando sono nelle
parti
inferiori
de' lor
cerchi
, ed all'
opposito
piegano
sempre verso
austro
quando sono nelle
parti
superiori
: e per
salvar
cotal
apparenza
,
statuisce
i lor
cerchi
inclinati
dal
piano
dell'
eclittica
verso
austro
nelle
parti
superiori
, e verso
borea
nell'
inferiori
. Or questa sua
dottrina
è
piena
di
fallacie
, le quali
apertamente
mostrano
e
testificano
la sua
fraude
.
E prima, non è
vero
che i quattro
cerchi
delle
Medicee
inclinino
dal
piano
dell'
eclittica
; anzi sono eglino ad esso sempre
equidistanti
.
Secondo
, non è
vero
che le medesime
stelle
non sieno mai tra di loro
puntualmente
per
linea
retta
se non quando si
ritrovano
costituite
nelle
massime
digressioni
da
Giove
; anzi
talora
accade
ch'esse in qualunque
distanza
, e
massima
e
mediocre
e
minima
, si
veggono
per
linea
esquisitamente
retta
, ed
incontrandosi
insieme
, ancor che sieno di
movimenti
contrarii
e
vicinissime
a
Giove
, si
congiungono
puntualmente
, sì che due
appariscono
una
sola
. E finalmente, è
falso
che quando
declinano
dal
piano
dell'
eclittica
,
pieghino
sempre verso
austro
quando sono nelle
metà
superiori
de i lor
cerchi
, e verso
borea
quando sono nell'
inferiori
; anzi in alcuni
tempi
solamente fanno lor
declinazioni
in
cotal
guisa
, ed in altri
tempi
declinano
al
contrario
, cioè verso
borea
quando sono ne
mezi
cerchi
superiori
, e verso
austro
nell'
inferiori
. Ma
Simon
Mario
, per non aver né
inteso
né
osservato
questo
negozio
, ha
inavvertentemente
scoperto
il suo
fallo
.
Ora
il
fatto
sta così.
Sono i quattro
cerchi
de i
pianeti
Medicei
sempre
paralleli
piano
dell'
eclittica
; e perché noi siamo nell'istesso
piano
collocati
,
accade
che qualunque
volta
Giove
non
averà
latitudine
, ma si
troverà
esso ancora sotto l'
eclittica
, i
movimenti
d'esse
stelle
ci si
mostreranno
fatti
per una stessa
linea
retta
, e le lor
congiunzioni
fatte in
qualsivoglia
luogo
saranno sempre
corporali
, cioè senza veruna
declinazione
. Ma quando il medesimo
Giove
si
troverà
fuori del
pian
dell'
eclittica
,
accaderà
che se la sua
latitudine
sarà da esso
piano
verso
settentrione
,
restando
pure
i quattro
cerchi
delle
Medicee
paralleli
all'
eclittica
, le
parti
loro
superiori
a noi, che sempre siamo nel
piano
dell'
eclittica
, si
rappresenteranno
piegar
verso
austro
rispetto
all'
inferiori
, che ci si
mostreranno
più
boreali
; ed all'
incontro
, quando la
latitudine
di
Giove
sarà
australe
, le
parti
superiori
de i medesimi
cerchietti
ci si
mostreranno
più
settentrionali
dell'
inferiori
: sì che le
declinazioni
delle
stelle
si
vedranno
fare il
contrario
quando
Giove
ha
latitudine
boreale
, di quello che faranno quando
Giove
sarà
australe
; cioè nel
primo
caso
si
vedranno
declinar
verso
austro
quando saranno nelle
metà
superiori
de' lor
cerchi
, e verso
borea
nelle
inferiori
; ma nell'altro
caso
declineranno
per l'
opposito
, cioè verso
borea
nelle
metà
superiori
, e verso
austro
nelle
inferiori
; e tali
declinazioni
saranno maggiori e
minori
,
secondo
che la
latitudine
di
Giove
sarà maggiore o
minore
.
Ora
,
scrivendo
Simon
Mario
d'aver
osservato
come le
dette
quattro
stelle
sempre
declinano
verso
austro
quando sono nelle
metà
superiori
de' lor
cerchi
; adunque tali sue
osservazioni
furon fatte in
tempo
che
Giove
aveva
latitudine
boreale
: ma quando io
feci
le mie
prime
osservazioni
Giove
era
australe
, e tale stette per lungo
tempo
, né si fece
boreale
, sì che le
latitudini
delle quattro
stelle
potessero
mostrarsi
come
scrive
Simone
, se non più di due
anni
dopo: adunque, se pur egli già mai le
vide
ed
osservò
, ciò non fu se non due
anni
dopo di me.
Eccolo dunque già dalle sue stesse
deposizioni
convinto
di
bugia
d'avere avanti di me fatte
cotali
osservazioni
. Ma io di più
aggiungo
e
dico
, che molto più
probabilmente
si può
credere
ch'egli già mai non le facesse: già ch'egli
afferma
non l'avere
osservate
né
vedute
disposte
tra di loro in
linea
retta
isquisitamente
se non mentre si
ritrovano
nelle
massime
distanze
da
Giove
; e
pure
la
verità
è che quattro
mesi
interi
, cioè da
mezo
febraio
a
mezo
giugno
del
1611
, nel qual
tempo
la
latitudine
di
Giove
fu pochissima o nulla, la
disposizione
di esse quattro
stelle
fu sempre per
linea
retta
in tutte le loro
posizioni
. E
notisi
, appresso, la
sagacità
colla quale egli vuole
mostrarsi
anteriore
a me. Io
scrissi
nel mio
Nunzio
Sidereo
d'aver fatta la mia prima
osservazione
alli 7 di
gennaio
dell'
anno
1610
,
seguitando
poi l'altre nelle
seguenti
notti
:
vien
Simon
Mario
, ed
appropriandosi
l'
istesse
mie
osservazioni
,
stampa
nel
titolo
del suo
libro
, ed anco per entro l'
opera
, aver
fatto
le sue
osservazioni
fino
dell'
anno
1609
, onde altri possa far
concetto
della sua
anteriorità
: tuttavia la più
antica
osservazione
ch'ei
produca
poi per fatta da sé, è la
seconda
fatta da me; ma la
pronunzia
per fatta nell'
anno
1609
, e
tace
di far
cauto
il
lettore
come, essendo egli
separato
dalla
Chiesa
nostra, né avendo
accettata
l'
emendazion
Gregoriana
, il
giorno
7 di
gennaio
del
1610
di noi
cattolici
è l'istesso che il
dì
28 di
decembre
del
1609
di loro
eretici
. E questa è tutta la
precedenza
delle sue
finte
osservazioni
. Si
attribuisce
anco
falsamente
l'
invenzione
de' loro
movimenti
periodici
, da me con
lunghe
vigilie
e
gravissime
fatiche
ritrovati
, e
manifestati
nelle mie
Lettere
Solari
,ed anco nel
trattato
che
publicai
delle
cose
che stanno sopra l'
acqua
,
veduto
dal
detto
Simone
, come si
raccoglie
chiaramente
dal suo
libro
, di dove
indubitabilmente
egli ha
cavato
tali
movimenti
.
Ma in troppo
lunga
digressione
, fuori di quello che forse
richiedeva
la
presente
opportunità
, mi
trovo
d'
essermi
lasciato
trascorrere
. Però,
ritornando
su '
l
nostro
cominciato
discorso
,
seguirò
di
dire
che, per tante
chiarissime
prove
non mi
restando
più
luogo
alcuno da
dubitare
d'un
mal
affetto
ed
ostinato
volere
contro dell'
opere
mie, aveva meco stesso
deliberato
di
starmene
cheto
affatto, per
ovviare
in me medesimo alla
cagion
di quei
dispiaceri
sentiti
nell'esser
bersaglio
a sì
frequenti
mordacità
, e
togliere
altrui
materia
d'
essercitare
sì
biasmevol
talento
. È ben
vero
che non mi sarebbe
mancata
occasione
di
metter
fuori altre mie
opere
, forse non meno
inopinate
nelle
filosofiche
scuole
e di non
minor
conseguenza
nella
natural
filosofia
delle
publicate
fin
ora
: ma le
dette
cagioni
ànno
potuto tanto, che solo mi son
contentato
del
parere
e del
giudicio
d'alcuni
gentil
'
uomini
, miei
reali
e
sincerissimi
amici
,
co
' quali
communicando
e
discorrendo
de i miei
pensieri
, ho
goduto
di quel
diletto
che ne
reca
il poter
conferire
quel che di
mano
in
mano
ne
somministra
l'
ingegno
,
scansando
nel medesimo
tempo
la
rinovazion
di quelle
punture
per avanti da me
sentite
con tanta
noia
.
Ànno
ben questi
signori
,
amici
miei,
mostrando
in non
piccola
parte
d'
applaudere
a i miei
concetti
,
procurato
con
varie
ragioni
di
ritirarmi
da così
fatto
proponimento
. E
primieramente
ànno
cercato
persuadermi
ch'io
dovessi
poco
apprezzare
queste tanto
pertinaci
contradizzioni
, quasi che in
effetto
, tutte in
fine
ritornando
contro de i loro
autori
,
rendesser
più
viva
e più
bella
la mia
ragione
, e
desser
chiaro
argomento
che non
vulgari
fussero
i miei
componimenti
,
allegandomi
una
commune
sentenza
, che la
vulgarità
e la
mediocrità
, come poco o non
punto
considerate
, son
lasciate
da
banda
, e solamente
colà
si
rivolgono
gli
umani
intelletti
ove si
scopre
la
meraviglia
e l'
eccesso
, il quale poi nelle
menti
mal
temperate
fa
nascer
tosto
l'
invidia
, e appresso, con essa, la
maldicenza
. E ben che tali e
somiglianti
ragioni
,
addottemi
dall'
autorità
di questi
signori
,
fusser
vicine
al
distogliermi
dal mio
risoluto
pensiero
del non più
scrivere
, nulladimeno
prevalse
il mio
desiderio
di
viver
quieto
senza tante
contese
; e così
stabilito
nel mio
proposito
, mi
credetti
in questa
maniera
d'aver
ammutite
tutte le
lingue
, che
ànno
finora
mostrato
tanta
vaghezza
di
contrastarmi
. Ma
vano
m'è
riuscito
questo
disegno
, né
co
'
l
tacer
ho potuto
ovviare
a questa mia così
ostinata
influenza
, dell'aver a esserci sempre chi
voglia
scrivermi
contro e
prender
rissa
con esso meco.
Non m'è
giovato
lo
starmi
senza
parlare
, ché questi, tanto
vogliolosi
di
travagliarmi
, son
ricorsi
a far mie l'altrui
scritture
; e su quelle avendomi
mosso
fiera
lite
, si sono
indotti
a far cosa che, a mio
credere
, non
suol
mai
seguire
senza
dar
chiaro
indizio
d'
animo
appassionato
fuor
di
ragione
. E perché non
dee
aver potuto il
signor
Mario
Guiducci
, per
convenienza
e
carico
di suo
officio
,
discorrer
nella sua
Academia
e poi
publicare
il suo
Discorso
delle
Comete
,senza che
Lottario
Sarsi
,
persona
del tutto
incognita
, abbia per questo a
voltarsi
contro di me, e, senza
rispetto
alcuno di tal
gentil
uomo
, farmi
autore
di quel
Discorso
, nel quale non ho altra
parte
che la
stima
e l'
onore
da esso
fattomi
nel
concorrere
col mio
parere
, da lui
sentito
ne'
sopradetti
ragionamenti
avuti con que'
signori
,
amici
miei,
co
' quali il
signor
Guiducci
si
compiacque
spesso
di
ritrovarsi
? E quando
pure
tutto quel
Discorso
delle
Comete
fusse
stato
opera
di mia
mano
(ché,
dovunque
sarà
conosciuto
il
signor
Mario
, ciò non potrà mai
cadere
in
pensiero
), che
termine
sarebbe
stato
questo del
Sarsi
, mentre io
mostrassi
così voler
essere
sconosciuto
,
scoprirmi
la
faccia
e
smascherarmi
con tanto
ardire
? Per la qual cosa,
trovandomi
astretto
da questo
inaspettato
e tanto
insolito
modo di
trattare
, vengo a
romper
la mia già
stabilita
risoluzione
di non mi far più
vedere
in
publico
coi miei
scritti
; e
procurando
giusta
mia possa che almeno
sconosciuta
non
resti
la
disconvenienza
di questo
fatto
,
spero
d'aver a fare
uscir
voglia
ad alcuno di
molestare
(come si dice) il
mastino
che
dorme
, e voler
briga
con chi si
tace
.
E ben ch'io m'
avvisi
che questo
nome
, non mai più
sentito
nel
mondo
, di
Lotario
Sarsi
serva
per
maschera
di chi che sia che
voglia
starsene
sconosciuto
, non mi starò, come ha
fatto
esso
Sarsi
, a
imbrigar
in altro per voler
levar
questa
maschera
, non mi
parendo
né
azzione
punto
imitabile
, né che possa in alcuna cosa
porgere
aiuto
o
favore
alla mia
scrittura
. Anzi mi
do
ad
intendere
che '
l
trattar
seco come con
persona
incognita
sia per
dar
campo
a far più
chiara
la mia
ragione
, e
porgermi
agevolezza
ond'io
spieghi
più
libero
il mio
concetto
. Perché io ho
considerato
che molte
volte
coloro che
vanno
in
maschera
, o son
persone
vili
che sotto quell'
abito
voglion
farsi
stimar
signori
e
gentiluomini
, e in tal
maniera
per qualche lor
fine
valersi
di quella
onorevolezza
che
porta
seco la
nobiltà
; o
talora
son
gentiluomini
che
deponendo
, così
sconosciuti
, il
rispettoso
decoro
richiesto
a lor
grado
, si fanno
lecito
, come si
costuma
in molte
città
d'
Italia
, di poter d'ogni cosa
parlare
liberamente
con ognuno,
prendendosi
insieme
altrettanto
diletto
che ognuno, sia chi si
voglia
, possa con essi
motteggiare
e
contender
senza
rispetto
. E di questi
secondi
credendo
io che
debba
esser quegli che si
cuopre
con questa
maschera
di
Lottario
Sarsi
(ché quando
fusse
de'
primi
, in poco
gusto
gli
tornerebbe
d'aver voluto così
spacciarla
per la maggiore), mi
credo
ancora che, sì come così
sconosciuto
egli si è
indotto
a
dir
cosa contro di me che a
viso
aperto
se ne sarebbe forse
astenuto
, così non gli
debba
dovere
esser
grave
che,
valendomi
del
privilegio
conceduto
contro le
maschere
, possa
trattar
seco
liberamente
, né mi sia né da lui né da altri per esser
pesata
ogni
parola
ch'io per
avventura
dicessi
più
libera
ch'ei non vorrebbe.
Ed ho voluto,
Illustrissimo
Signore
, ch'ella sia prima d'ogn'altro lo
spettator
di questa mia
replica
;
imperciocché
, come
intendentissima
e, per le sue
qualità
nobilissime
,
spogliata
d'
animo
parziale
,
giustamente
sarà per
apprender
la
causa
mia, né
lascerà
di
reprimer
l'
audacia
di quelli che,
mancando
d'
ignoranza
ma non d'
affetto
appassionato
(ché de gli altri poco
debbo
curare
), volessero
appo
del
vulgo
, che non
intende
,
malamente
stravolger
la mia
ragione
. E ben che
fusse
mia
intenzione
, quando prima
lessi
la
scrittura
del
Sarsi
, di
comprendere
in una
semplice
lettera
inviata
a
V.
S.
Illustrissima
le
risposte
, tuttavia, nel venire al
fatto
, mi sono in
maniera
moltiplicate
tra le
mani
le
cose
degne
d'esser
notate
che in essa
scrittura
si
contengono
, che di lungo
intervallo
m'è
stato
forza
passar
i
termini
d'una
lettera
. Ho nondimeno
mantenuta
l'
istessa
risoluzione
di
parlar
con
V.
S.
Illustrissima
ed a lei
scrivere
, qualunque si sia poi
riuscita
la
forma
di questa mia
risposta
; la quale ho
voluta
intitolare
col
nome
di
Saggiatore
,
trattenendomi
dentro la medesima
metafora
presa
dal
Sarsi
. Ma perché m'è
paruto
che, nel
ponderare
egli le
proposizioni
del
signor
Guiducci
, si sia
servito
d'una
stadera
un poco troppo
grossa
, io ho voluto
servirmi
d'una
bilancia
da
saggiatori
, che sono così
esatte
che
tirano
a meno d'un
sessantesimo
di
grano
: e con questa
usando
ogni
diligenza
possibile
, non
tralasciando
proposizione
alcuna
prodotta
da quello, farò di tutte i lor
saggi
; i quali
anderò
per
numero
distinguendo
e
notando
,
acciò
, se mai
fussero
dal
Sarsi
veduti
e gli venisse
volontà
di
rispondere
, ei possa tanto più
agevolmente
farlo, senza
lasciare
indietro
cosa veruna.
Ma venendo
ormai
alle
particolari
considerazioni
, non sarà per
avventura
se non
bene
(
acciò
che niente
rimanga
senza esser
ponderato
)
dir
qualche cosa intorno all'
inscrizzion
dell'
opera
, la quale il
signor
Lottario
Sarsi
intitola
Libra
Astronomica
e
Filosofica
;
rende
poi nell'
epigramma
, ch'ei
soggiunge
, la
ragion
che lo
mosse
a così
nominarla
, la qual è che l'
istessa
cometa
, col
nascere
e
comparir
nel
segno
della
Libra
, volle
misteriosamente
accennargli
ch'ei
dovesse
librar
con
giusta
lance
e
ponderar
le
cose
contenute
nel
trattato
delle
comete
publicato
dal
signor
Mario
Guiducci
. Dove io
noto
come il
Sarsi
comincia
, tanto presto che più non
era
possibile
, a
tramutar
con gran
confidenza
le
cose
(
stile
mantenuto
poi in tutta la sua
scrittura
) per
accommodarle
alla sua
intenzione
. Gli
era
caduto
in
pensiero
questo
scherzo
sopra la
corrispondenza
della sua
Libra
colla
Libra
celeste
, e perché gli
pareva
che
argutamente
venisse la sua
metafora
favoreggiata
dall'
apparizion
della
cometa
, quando ella
fusse
comparita
in
Libra
,
liberamente
dice quella in tal
luogo
esser
nata
; non
curando
di
contradire
alla
verità
, ed anco in certo modo a sé medesimo,
contradicendo
al suo proprio
Maestro
, il quale nella sua
Disputazione
, alla
fac
. 7,
conclude
così: "
Verum
,
quæcunque
tandem
ex his prima
cometæ
lux
fuerit
, illi semper
Scorpius
patria
est"; e
dodici
versi
più a
basso
: "
Fuerit
hoc sane, cum in
Scorpio
, hoc est in
Martis
præcipua
domo
,
natus
sit"; e poco di sotto: "Ego, quo ad me
attinet
,
patriam
eius
inquiro
, quam
Scorpium
fuisse
affirmo
,
cunctis
etiam
assentientibus
." Adunque molto più
proporzionatamente
, ed anco più
veridicamente
, se
riguarderemo
la sua
scrittura
stessa, l'avrebbe egli potuta
intitolare
L'
astronomico
e
filosofico
scorpione
,
costellazione
dal nostro
sovran
poeta
Dante
chiamata
figura
del
freddo
animale
che colla
coda
percuote
la
gente
e
veramente
non vi
mancano
punture
contro di me, e tanto più
gravi
di quelle degli
scorpioni
, quanto questi, come
amici
dell'
uomo
, non
feriscono
se prima non vengono
offesi
e
provocati
, e quello
morde
me che mai né pur col
pensiero
non lo
molestai
. Ma mia
ventura
, che
so
l'
antidoto
e
rimedio
presentaneo
a
cotali
punture
!
Infragnerò
dunque e
stropiccerò
l'istesso
scorpione
sopra le
ferite
, onde il
veleno
risorbito
dal proprio
cadavero
lasci
me
libero
e
sano
.
1. Or
vegniamo
al
trattato
, e sia il
primo
saggio
intorno ad alcune
parole
del
proemio
, cioè da "Unus, quod
sciam
",
fino
a "
Doluimus
". Il qual
proemio
sarà però da noi qui
registrato
intero
, per
total
compitezza
del
testo
latino
, al quale non vogliamo che
manchi
pur un
iota
.
Tribus
in
cælo
facibus
insolenti
lumine
,
anno
superiore
,
fulgentibus
, nemo
hebeti
adeo
ingenio
ac
plumbeis
oculis
fuit, qui
utramque
in
illas
aciem
non
intenderit
aliquando,
miratusque
non sit
insueti
fulgoris
eo
tempore
feracitatem
. Sed quoniam est
vulgus
, ut
sciendi
avidissimum
, ita ad
rerum
causas
investigandas
minus
aptum
, ab
iis
propterea sibi
tantarum
rerum
scientiam
,
iure
veluti
suo,
exposcebat
, ad quos
cæli
mundique
totius
contemplatio
maxime
pertineret
.
Philosophorum
igitur
astronomorumque
Academias
consulendas
illico
censuit
. Quid
igitur
nostra hæc
Gregoriana
, quæ, et
disciplinarum
et
Academicorum
multitudine
nobilis
, se inter
cæteras
designari
omnium
oculis
, se
maxime
consuli
, ab se
responsa
expectari
,
facile
intelligebat
?
Committere
enimvero
non
potuit
, ne in
re
, quamquam
dubia
, suo
saltem
muneri
et
postulantium
votis
utcumque
satisfaceret
.
Præstitere
hoc ii, quibus ex
munere
id
oneris
incumbebat
; nec
male
, si
summorum
etiam
capitum
suffragium
spectes
. Unus, quod
sciam
,
Disputationem
nostram, et quidem
paulo
acrius
,
improbavit
Galilæus
."
Nelle quali
ultime
parole
, cioè "Unus, quod
sciam
", egli
afferma
che noi
agramente
abbiamo
tassata
la
Disputazion
del suo
Maestro
. Al che io non
veggo
per
ora
che
occorra
risponder
cosa alcuna,
avvenga
che il suo
detto
è
assolutamente
falso
; poi che, per
diligenza
usata
in
cercar
nella
scrittura
del
signor
Mario
il
luogo
(già ch'egli nol
cita
), non l'ho
saputo
ritrovare
. Ma intorno a questo avremo più a
basso
altre
occasioni
di
parlare
.
2.
Seguita
appresso (e sia il
secondo
saggio
): "
Doluimus
primum
, quod
magni
nominis
viro
hæc
displicerent
; deinde
consolationis
loco
fuit, ab eodem
Aristotelem
ipsum,
Tychonem
,
aliosque
, non
multo
mitius
hac in
disputatione
habitos
: ut sane non aliæ
iis
texendæ
forent
apologiæ
, quibus
communis
cum
summis
ingeniis
causa
satis
, vel ipsis
silentibus
, apud
æquos
æstimatores
pro se ipsa
peroraret
."
Qui dice, aver da
principio
sentito
dolore
che quel
Discorso
mi sia
dispiaciuto
, ma
soggiunge
essergli
stato
poi in
luogo
di
consolazione
il
veder
l'istesso
Aristotile
,
Ticone
ed altri esser con
simile
asprezza
tassati
; onde non erano di
mestieri
altre
difese
a quelli che nell'
accuse
fussero
a
parte
con
ingegni
eminentissimi
, la
causa
stessa de' quali, anco nel lor
silenzio
, appresso
giusti
giudici
assai da per se stessa
parlava
e si
difendeva
. Dalle quali
parole
mi
par
di
raccorre
che, per
giudicio
del
Sarsi
, di quelli che
intraprendono
a
impugnar
autori
d'
ingegno
eminentissimo
si
debba
far così poca
stima
, che né anco
metta
conto
che alcuno si
ponga
alla
difesa
de gli
oppugnati
, la
sola
autorità
de' quali
basta
a
mantener
loro il
credito
appresso gl'
intendenti
. E qui voglio che
V.
S.
Illustrissima
noti
come il
Sarsi
, qual se ne sia la
causa
, o
elezzione
o
inavvertenza
,
aggrava
non poco la
reputazion
del
P.
Grassi
suo
precettore
,
principale
scopo
del quale nel suo
Problema
fu d'
impugnar
l'
opinion
d'
Aristotile
intorno alle
comete
, come nella sua
scrittura
apertamente
si
vede
e l'istesso
Sarsi
replica
e
conferma
in questa, alla
fac
. 7; di modo che se i
contradittori
a gli
uomini
grandissimi
devono
esser
trapassati
, il
P.
Grassi
doveva
esser un di questi. Tuttavia noi non solamente non l'abbiamo
trapassato
, ma ne abbiamo
fatto
la medesima
stima
che de gl'
ingegni
eminentissimi
,
accoppiandolo
con quelli; sì che in
cotal
particolare
altrettanto viene egli da noi
essaltato
, quanto dal suo
discepolo
abbassato
. Io non
veggo
che il
Sarsi
possa per sua
scusa
addurre
altro, se non che il suo
senso
sia
stato
che degli
oppositori
a gl'
ingegni
eminentissimi
si
devono
ben
lasciar
da
banda
i
volgari
, ma all'
incontro
pregiar
quegli ch'essi ancora sono
eminentissimi
, tra i quali egli abbia
inteso
di
riporre
il suo
Maestro
, e noi altri tra i
popolari
, onde per
cotal
rispetto
quello che al
Maestro
suo si
conveniva
fare, a noi sia
stato
di
biasimo
.
3.
Segue
appresso (e sia il
terzo
saggio
): "Sed quando
sapientissimis
etiam
viris
operæ
pretium
visum
est ut esset
saltem
aliquis, qui
Galilæi
disputationem
,
tum
in
iis
quibus
aliena
oppugnat
,
tum
etiam in
iis
quibus sua
promit
,
paulo
diligentius
expenderet
; utrumque mihi
paucis
agendum
statui
."
Il
senso
di queste
parole
,
continuato
con quello delle
precedenti
, mi
par
ch'
importi
questo: che de'
contradittori
a gl'
ingegni
eminentissimi
non si
debba
, come già si è
detto
, far
conto
, ma
trapassargli
sotto
silenzio
, e se pur si
dovesse
lor
rispondere
, si
dia
il
carico
a
persone
più
tosto
basse
, ch'altrimenti; e che però nel nostro
caso
sia
paruto
a
uomini
sapientissimi
che sia ben
fatto
che non l'istesso
P.
Grassi
o altro d'
egual
reputazione
, ma che "
saltem
aliquis"
rispondesse
al
Galilei
. E sin qui io non
dico
né
replico
altro, ma,
conoscendo
e
confessando
la mia
bassezza
,
inclino
il
capo
alla
sentenza
d'
uomini
tali. Ben mi
maraviglio
non poco che il
Sarsi
di proprio
moto
si abbia
eletto
d'esser quel "
saltem
aliquis" ch'
abbracci
e si
sbracci
a tale
impresa
che, per
giudicio
d'
uomini
sapientissimi
e suo, non
doveva
esser
deferita
in altri che in qualche
soggetto
assai
basso
, né
so
ben
intendere
come, essendo
naturale
instinto
d'ognuno l'
attribuire
a se stesso più
tosto
più che
manco
del
merito
,
ora
il
Sarsi
avvilisca
tanto la sua
condizione
, che s'
induca
a
spacciarsi
per un "
saltem
aliquis". Questo
inverisimile
mi ha
tenuto
un
pezzo
sospeso
, e finalmente m'ha
fatto
verisimilmente
credere
ch'in queste sue
parole
possa esser un poco d'
error
di
stampa
, e che dov'è
stampato
"ut esset
saltem
aliquis qui
Galilæi
disputationem
diligentius
expenderet
", si
debba
leggere
"ut esset qui
saltem
aliqua in
Galilæi
disputatione
paulo
diligentius
expenderet
": la qual
lettura
io tanto
reputo
esser la
vera
e
legittima
, quanto ella
puntualmente
si
assesta
a tutto '
l
resto
del
trattato
, e l'altra
mal
s'
aggiusta
alla
stima
ch'io pur voglio
credere
che il
Sarsi
faccia
di se stesso.
Vedrà
dunque
V.
S.
Illustrissima
, nell'
andar
meco
essaminando
la sua
scrittura
, quanto sia
vero
questo ch'io
dico
, cioè ch'egli delle
cose
scritte
dal
signor
Mario
ha solamente
essaminato
"aliqua", anzi
pure
"
saltem
aliqua", cioè alcune
minuzie
di poco
rilievo
alla
principale
intenzione
,
trapassando
sotto
silenzio
le
conclusioni
e le
ragioni
principali
: il che ha egli
fatto
perché
conosceva
in
coscienza
di non poter non le
lodare
e
confessar
vere
, che sarebbe poi
stato
contro alla sua
intenzione
, che fu solamente di
dannare
ed
impugnare
, com'egli stesso
scrive
alla
fac
. 42 con queste
parole
: "Atque hæc de
Galilæi
sententia
, in
iis
quæ
cometam
immediate
spectant
,
dicta
sint.
Plura
enim
dici
vetat
ipsemet
, qui, in
bene
longa
disputatione
, quid
sentiret
paucis
admodum
atque
involutis
verbis
exposuit
,
nobisque
plura
in illum
afferendi
locum
præclusit
. Qui enim
refelleremus
quæ ipse nec
protulit
, neque nos
divinare
potuimus
?" Nelle quali
parole
, oltre al
vedersi
la già
detta
intenzion
di
confutar
solamente, io
noto
due altre
cose
: l'una è, ch'ei
simula
di non aver
intese
molte
cose
per
essere
(
dic
'egli) state
scritte
oscuramente
, che vengon a esser quelle nelle quali non ha
trovato
attacco
per la
contradizzione
; l'altra, ch'egli dice non aver potuto
confutar
le
cose
ch'io non ho
profferite
né egli ha potute
indovinare
: tuttavia
V.
S.
Illustrissima
vedrà
come la
verità
è che la maggior
parte
delle
cose
ch'ei
prende
a
confutare
sono delle non
profferite
da noi, ma
indovinate
o
vogliam
dire
immaginate
da esso.
4. "
Rem
quamplurimis
pergratam
me
facturum
sperans
, quibus
Galilæi
factum
nullo
nomine
probari
potuit
: quod tamen in hac
disputatione
ita
præstabo
, ut
abstinendum
mihi ab
iis
verbis
perpetuo
duxerim
, quæ
exasperati
magis
atque
iracundi
animi
, quam
scientiæ
,
indicia
sunt. Hunc ego
respondendi
modum aliis, si qui
volent
,
facile
concedam
.
Agite
igitur
, quando ille etiam per
internuncios
atque
interpretes
rem
agi
iubet
, ut propterea non ipse per se, sed per
Consulem
Academiæ
Marium
sui
secreta
animi
omnibus
exposuerit
,
liceat
etiam nunc mihi, non quidem
Consuli
, sed tamen
mathematicarum
disciplinarum
studioso
, ea quæ ex
Horatio
Grassio
Magistro
meo de
nuperrimis
eiusdem
Galilæi
inventis
audierim
, non uni tantum
Academiæ
, sed
reliquis
etiam omnibus qui
latine
norunt
,
exponere
. Neque hic
miretur
Marius
,
Consule
se
prætermisso
, cum
Galilæo
rem
transigi
.
Primum
, enim,
Galilæus
ipse, in
litteris
ad
amicos
Romam
datis
,
satis
aperte
disputationem
illam
ingenii
sui
fœtum
fuisse
profitetur
; deinde, cum idem
Marius
peringenue
fateatur
, non sua se
inventa
, sed quæ
Galilæo
veluti
dictante
excepisset
,
summa
fide
protulisse
,
patietur
,
arbitror
, non
inique
, cum
Dictatore
potius me de
iisdem
, quam cum
Consule
,
interim
disputare
."
In tutto questo
restante
del
proemio
io
noto
primamente
, come il
Sarsi
pretende
d'aver
fatto
cosa
grata
a molti colla sua
impugnazione
: e questo forse può essergli
accaduto
con alcuni che non abbiano per
avventura
letta
la
scrittura
del
signor
Mario
, ma se ne sieno
stati
all'
informazion
sua; la quale venendo fatta
privatamente
e (come si dice) a
quattr'
occhi
, quanto e quanto sarà ella stata
lontana
dalle
cose
scritte
, poi che in questa
publica
e
stampata
ei non s'
astiene
d'
apportar
in
campo
moltissime
cose
come
scritte
dal
signor
Mario
, le quali non furon mai né nella sua
scrittura
né pur nella nostra
imaginazione
?
Soggiunge
poi, volersi
astenere
da quelle
parole
che
danno
indizio
più
tosto
d'
animo
innasprito
ed
adirato
, che di
scienza
: il che quanto egli abbia
osservato
,
vedremo
nel
progresso
. Ma per
ora
noto
la sua
confessione
, d'
essere
internamente
innasprito
ed in
collera
, perché quando ei non
fusse
tale, il
trattar
di questo volersi
astenere
sarebbe
stato
non
dirò
a
sproposito
, ma
superfluo
, perché dove non è
abito
o
disposizione
, l'
astinenza
non ha
luogo
.
A quello ch'egli
scrive
appresso, di voler come
terza
persona
riferir
quelle
cose
ch'egli ha
intese
dal
P.
Orazio
Grassi
, suo
precettore
, intorno agli
ultimi
miei
trovati
, io
assolutamente
non
credo
tal cosa, e
tengo
per
fermo
che il
detto
Padre
non abbia mai né
dette
né
pensate
né
vedute
scritte
dal
Sarsi
tali
fantasie
, troppo
lontane
per ogni
rispetto
dalle
dottrine
che si
apprendono
nel
Collegio
dove il
P.
Grassi
è
professore
, come
spero
di far
chiaramente
conoscere
. E già, senza
punto
allontanarmi
di qui, chi sarebbe quello che, avendo pur qualche
notizia
della
prudenza
di quei
Padri
, si potesse
indurre
a
credere
che alcuno di essi avesse
scritto
e
publicato
, ch'io in
lettere
private
,
scritte
a
Roma
ad
amici
,
apertamente
mi
fussi
fatto
autore
della
scrittura
del
signor
Mario
? cosa che non è
vera
; e quando
vera
fusse
stata, il
publicarla
non poteva non
dar
qualche
indizio
d'aver
piacere
di
sparger
qualche
seme
onde tra
stretti
amici
potesse
nascer
alcun'
ombra
di
diffidenza
. E quali
termini
sono il
prendersi
libertà
di
stampar
gli altrui
detti
privati
? Ma è
bene
che
V.
S.
Illustrissima
sia
informata
della
verità
di questo
fatto
.
Per tutto il
tempo
che si
vide
la
cometa
, io mi
ritrovai
in
letto
indisposto
, dove,
sendo
frequentemente
visitato
da
amici
,
cadde
più
volte
ragionamento
delle
comete
, onde m'
occorse
dire
alcuno de' miei
pensieri
, che
rendevano
piena
di
dubbi
la
dottrina
datane
sin qui. Tra gli altri
amici
vi fu più
volte
il
signor
Mario
, e
significommi
un
giorno
aver
pensiero
di
parlar
nell'
Academia
delle
comete
, nel qual
luogo
, quando così mi
fusse
piaciuto
, egli avrebbe
portate
, tra le
cose
ch'egli aveva
raccolte
da altri
autori
e quelle che da per sé aveva
immaginate
, anco quelle che aveva
intese
da me, già ch'io non ero in
istato
di
potere
scrivere
: la qual
cortese
offerta
io
reputai
a mia
ventura
, e non pur l'
accettai
, ma ne lo
ringraziai
e me gli
confessai
obligato
. In tanto e di
Roma
e d'altri
luoghi
, da altri
amici
e
padroni
che forse non
sapevano
della mia
indisposizione
, mi veniva con
instanza
pur
domandato
se in tal
materia
avevo alcuna cosa da
dire
: a' quali io
rispondevo
, non aver altro che qualche
dubitazione
, la quale anco non potevo,
rispetto
all'
infermità
,
mettere
in
carta
; ma che
bene
speravo
che potesse
essere
che in breve
vedessero
tali miei
pensieri
e
dubbi
inseriti
in un
discorso
d'un
gentiluomo
amico
mio, il quale per
onorarmi
aveva
preso
fatica
di
raccorgli
ed
inserirgli
in una sua
scrittura
. Questo è quanto è
uscito
da me, il che è anco in più
luoghi
stato
scritto
dal medesimo
signor
Mario
; sì che non
occorreva
che il
Sarsi
, con
aggiungere
a
vero
,
introducesse
mie
lettere
, né
mettesse
il
signor
Mario
a sì
piccola
parte
della sua
scrittura
(nella quale egli ve l'ha molto maggior di me), che lo
spacciasse
per
copista
. Or, poi che così gli è
piaciuto
, e così
segua
; ed intanto il
signor
Mario
, in
ricompensa
dell'
onor
fattomi
,
accetti
la
difesa
della sua
scrittura
.
5. E
ritornando
al
trattato
,
rilegga
V.
S.
Illustrissima
l'
infrascritte
parole
: "
Dolet
igitur
,
primo
, se in
Disputatione
nostra
male
habitum
, cum de
tubo
optico
ageremus
nullum
cometæ
incrementum
afferente
, ex quo
deduceremus
eundem
a nobis quam
longissime
distare
.
Ait
enim,
multo
ante
palam
affirmasse
se, hoc
argumentum
nullius
momenti
esse. Sed
affirmarit
licet: nunquid eius
illico
ad
Magistrum
meum
pronunciata
referrent
venti
? Licet enim
summorum
virorum
dicta
plerunque
fama
divulget
, huius tamen
dicti
(quid
faciat
?) ne
syllaba
quidem ad nos
pervenit
. Et
quanquam
dissimulavit
,
novit
id tamen
multorum
etiam
testimonio
,
novit
benevolentissimum
in se
Magistri
mei
animum
, et qua
privatis
in
sermonibus
, qua
publicis
in
disputationibus
,
effusum
plane
in
laudes
ipsius. Illud certe
negare
non potest,
neminem
ab illo unquam proprio
nomine
compellatum
, neque se
verbis
ullis
speciatim
designatum
. Si qua tamen ipsius
animum
pulsaret
dubitatio
,
meminisse
etiam
poterat
,
perhonorifice
olim se hoc in
Romano
Collegio
ab eiusdem
Mathematicis
acceptum
, et cum de
Mediceis
sideribus
tuboque
optico
, illo
audiente
et (qua fuit
modestia
) ad
laudes
suas
erubescente
,
publice
est
disputatum
, et cum postea ab alio, eodem
loco
atque
frequentia
, de
iis
quæ
aquis
insident
disserente
,
perpetuo
Galilæus
acroamate
celebratus
est. Quid ergo
causæ
fuerit
nescimus
,
cur
ei, contra,
adeo
viluerit
huius
Romani
Collegii
dignitas
, ut eiusdem
Magistros
et
logicæ
imperitos
diceret
, et
nostras
de
cometis
positiones
futilibus
ac
falsis
innixas
rationibus
, non
timide
pronunciaret
."
Sopra i quali
particolari
scritti
io
primieramente
dico
di non m'esser mai
lamentato
d'
essere
stato
maltrattato
nel
Discorso
del
P.
Grassi
, nel quale son
sicuro
che Sua
Reverenza
non
applicò
mai il
pensiero
alla
persona
mia per
offendermi
; e quando
pure
,
dato
e non
concesso
, io avessi avuta
opinione
che il
P.
Grassi
nel
tassar
quelli che
facevan
poca
stima
dell'
argomento
preso
dal poco
ricrescer
la
cometa
, avesse voluto
comprender
me ancora, non però
creda
il
Sarsi
che questo mi
fusse
stato
causa
di
disgusto
e di
querimonia
. Sarebbe forse ciò
accaduto
quando la mia
opinion
fusse
stata
falsa
, e per tale
scoperta
e
publicata
; ma
sendo
il
detto
mio
verissimo
, e
falso
l'altro, la
moltitudine
de'
contradittori
, e
massime
di tanto
valore
quanto è il
P.
Grassi
, poteva più
tosto
accrescermi
il
gusto
che il
dolore
,
atteso
che più
diletta
il
restar
vittorioso
di
prode
e
numeroso
essercito
, che di pochi e
debili
inimici
. E perché degli
avvisi
che da molte
parti
d'
Europa
andavano
(come
scrive
il
Sarsi
) al suo
Maestro
, alcuni nel
passar
di qua
lasciavano
ancora a noi
sentire
come
generalmente
tutti i più
celebri
astronomi
facevano gran
fondamento
sopra
cotale
argomento
, né
mancavano
anco ne' nostri
contorni
e nella
città
stessa
uomini
della medesima
opinione
, io al
primo
motto
, che di ciò
intesi
, molto
chiaramente
mi
lasciai
intendere
che
stimavo
questo
argomento
vanissimo
, di che molti si
burlavano
, e tanto più, quando in
favor
loro
apparve
l'
autorevole
attestazione
e
confermazione
del
matematico
del
Collegio
Romano
: il che non
negherò
che mi
fusse
cagione
d'un poco di
travaglio
,
atteso
che
trovandomi
posto
in
necessità
di
difendere
il mio
detto
da tanti altri
contradittori
, i quali, per esser
stati
fatti
forti
da un tanto
aiuto
, più
imperiosamente
mi si
levavano
contro, non
vedevo
modo di poter
contradire
a quelli senza
comprendervi
anco il
P.
Grassi
. Fu adunque non mia
elezzione
, ma
accidente
necessario
, ben che
fortuito
, che
indirizzò
la mia
impugnazione
anco in quella
parte
dov'io meno avrei voluto. Ma che io
pretendessi
mai (come
soggiunge
il
Sarsi
) che tal mio
parere
dovesse
esser
repentinamente
portato
da'
venti
sino a
Roma
, come
suole
accadere
delle
sentenze
degli
uomini
celebri
e
grandi
,
eccede
veramente
d'assai i
termini
della mia
ambizione
.
Bene
è
vero
che la
lettura
della
Libra
m'ha
fatto
pur anco alquanto
maravigliare
, che tal mio
detto
non
penetrasse
a gli
orecchi
del
Sarsi
. E non è egli
degno
di
meraviglia
, che
cose
le quali io già mai non
dissi
, né pur
pensai
, delle quali gran
numero
è
registrato
nel suo
Discorso
,gli sieno state
riportate
, e che d'altre
dette
da me mille
volte
non gliene sia pur
giunta
una
sillaba
? Ma forse i
venti
, che
conducono
le
nuvole
, le
chimere
e i
mostri
che in essi
tumultuariamente
si
vanno
figurando
, non
ànno
poi
forza
di
portar
le
cose
sode
e
pesanti
.
Dalle
parole
che
seguono
mi
par
comprendere
che il
Sarsi
m'
attribuisca
a gran
mancamento
il non aver con altrettanta
cortesia
contracambiata
l'
onorevolezza
fattami
da'
Padri
del
Collegio
in
lezzioni
publiche
fatte sopra i miei
scoprimenti
celesti
e sopra i miei
pensieri
delle
cose
che stanno su l'
acqua
. E qual cosa
doveva
io fare? Mi
risponde
il
Sarsi
:
Laudare
e
approvar
il
Discorso
del
P.
Grassi
. Ma,
signor
Sarsi
, già che le
cose
tra voi e me s'
ànno
a
bilanciare
e, come si dice,
trattar
mercantilmente
, io vi
dimando
, se quei
Reverendi
Padri
stimarono
per
vere
le
cose
mie, o pur l'
ebber
per
false
. Se le
conobbero
vere
e come tali le
lodarono
, con troppo
grand'
usura
ridomandereste
ora
il
prestato
, quando voleste che io avessi con
pari
lode
a
essaltar
le
cose
conosciute
da me per
false
. Ma se le
reputaron
vane
e pur l'
essaltarono
, posso ben
ringraziarli
del
buono
affetto
; ma assai più
grato
mi sarebbe
stato
che m'avessero
levato
d'
errore
e
mostratami
la
verità
,
stimando
io assai più l'
utile
delle
vere
correzzioni
, che la
pompa
delle
vane
ostentazioni
: e perché l'istesso
credo
di tutti i
buoni
filosofi
, però né per l'uno né per l'altro
capo
mi
sentivo
in
obligo
. Mi
direte
forse ch'io
dovevo
tacere
. A questo
rispondo
,
primamente
, che troppo
strettamente
ci eravamo
posti
in
obligo
, il
signor
Mario
ed io, avanti la
publicazion
della
scrittura
del
P.
Grassi
, di
lasciar
vedere
i nostri
pensieri
; sì che il
tacere
poi sarebbe
stato
un
tirarsi
addosso
un
disprezzo
e quasi
derision
generale
. Ma più
soggiungo
, che mi sarei anco
sforzato
, e forse l'avrei
impetrato
, che il
signor
Guiducci
non
publicasse
il suo
Discorso
,quando in esso
fusse
stato
cosa
pregiudiciale
alla
degnità
di quel
famosissimo
Collegio
o d'alcun suo
professore
; ma quando l'
opinioni
impugnate
da noi sono state tutte d'altri prima che del
matematico
professore
del
Collegio
, non
veggo
perché il solo avergli Sua
Reverenza
prestato
l'
assenso
avesse a
metter
noi in
obligo
di
dissimulare
ed
ascondere
il
vero
per
favoreggiare
e
mantenere
vivo
uno
errore
. La
nota
, dunque, di poco
intendente
di
logica
cade
sopra
Ticone
ed altri che
ànno
commesso
l'
equivoco
in quell'
argomento
; il quale
equivoco
si è da noi
scoperto
non per
notare
o
biasimare
alcuno, ma solo per
cavare
altrui d'
errore
e per
manifestare
il
vero
: e tale
azzione
non
so
che mai possa esser
ragionevolmente
biasimata
. Non ha, dunque, il
Sarsi
causa
di
dire
che sia appresso di me
avvilita
la
degnità
del
Collegio
Romano
. Ma
bene
, all'
incontro
, quando la
voce
del
Sarsi
uscisse
di quel
Collegio
, avrei io
occasion
di
dubitare
che la
dottrina
e la
reputazion
mia, non solo di
presente
ma forse in ogni
tempo
, sia stata in assai
vile
stima
, poi che in questa
Libra
niuno de' miei
pensieri
viene
approvato
, né ci si
legge
altro che
contradizzioni
accuse
e
biasimi
, ed oltre a quel ch'è
scritto
(se si
deve
prestar
credenza
al
grido
) uno
aperto
vanto
di poter
annichilar
tutte le
cose
mie. Ma sì come io non
credo
questo, né che alcuno di questi
pensieri
abbia
stanza
in quel
Collegio
, così mi
vo
immaginando
che il
Sarsi
abbia dalla sua
filosofia
il poter
egualmente
lodare
e
biasimare
,
confermare
e
ributtar
, le medesime
dottrine
,
secondo
che la
benevolenza
o la
stizza
lo
traporta
: e fammi in questo
luogo
sovvenir
d'un
lettor
di
filosofia
a mio
tempo
nello
Studio
di
Padova
, il quale essendo, come talvolta
accade
, in
collera
con un suo
concorrente
,
disse
che quando quello non avesse
mutato
modi
,
avria
sotto
mano
mandato
a
spiar
l'
opinioni
tenute
da lui nelle sue
lezzioni
, e che in sua
vendetta
avrebbe sempre
sostenute
le
contrarie
.
6. Or
legga
V.
S.
Illustrissima
: "Sed ne
tempus
querelis
frustra
teramus
,
principio
, illud non
video
, quam
iure
Magistro
meo
obiiciat
ac
veluti
vitio
vertat
, quod
nimirum
in
Tychonis
verba
iurasse
eiusdemque
vana
machinamenta
omni ex
parte
secutus
videatur
.
Quanquam
enim hoc
plane
falsum
est, cum,
præter
argumentandi
modos
ac
rationes
quibus
cometæ
locus
inquireretur
, nihil aliud in
Disputatione
nostra
reperiat
in quo
Tychonem
, ut
expressa
verba
testantur
,
sectatus
sit;
interna
vero
ipsius
animi
sensa
,
astrologus
licet
Lynceus
, ne
optico
quidem suo
telescopio
introspexerit
;
age
tamen,
detur
,
Tychoni
illum
adhæsisse
. Quantum
tandem
istud est
crimen
? Quem potius
sequeretur
?
Ptolemæum
? cuius
sectatorum
iugulis
Mars
,
propior
iam
factus
,
gladio
exerto
imminet
?
Copernicum
? at qui
pius
est
revocabit
omnes ab illo potius, et
damnatam
nuper
hypothesim
damnabit
pariter
ac
reiiciet
. Unus
igitur
ex omnibus
Tycho
supererat
, quem nobis
ignotas
inter
astrorum
vias
ducem
adscisceremus
.
Cur
igitur
Magistro
meo ipse
succenseat
, qui illum non
aspernatur
?
Frustra
hic
Senecam
invocat
Galilæus
,
frustra
hic
luget
nostri
temporis
calamitatem
, quod
vera
ac certa
mundanarum
partium
dispositio
non
teneatur
,
frustra
sæculi
huius
deplorat
infortunium
, si
nil
habeat
quo hanc ipsam
ætatem
, hoc
saltem
nomine
eius
suffragio
miseram
,
fortunet
magis
".
Da quanto il
Sarsi
scrive
in questo
luogo
, mi
par
di
comprendere
ch'ei non abbia con
debita
attenzione
letto
non solo il
Discorso
del
signor
Mario
, ma né anco quello del
P.
Grassi
, poi che e dell'uno e dell'altro
adduce
proposizioni
che in quelli non si
ritrovano
. Ben è
vero
che per
aprirsi
la
strada
a poter
riuscire
a
toccarmi
non
so
che di
Copernico
, egli avrebbe avuto
bisogno
che le vi
fussero
state
scritte
; onde, in
difetto
, l'ha
volute
supplir
del suo.
E prima, non si
trova
nella
scrittura
del
signor
Mario
buttato
, come si dice, in
occhio
, né
attribuito
a
mancamento
al
P.
Grassi
l'aver
giurato
fedeltà
a
Ticone
e
seguitate
in tutto e per tutto le sue
vane
machinazioni
. Ecco i
luoghi
citati
dal
Sarsi
. Alla
fac
. 18: "Appresso verrò al
professor
di
matematica
del
Collegio
Romano
, il quale in una sua
scrittura
ultimamente
publicata
pare
che
sottoscriva
ad ogni
detto
d'esso
Ticone
,
aggiungendovi
anco qualche
nuova
ragione
a
confermazion
dell'istesso
parere
". L'altro
luogo
a
fac
. 38: "Il
matematico
del
Collegio
Romano
ha
parimente
per quest'
ultima
cometa
ricevuto
la medesima
ipotesi
; e a così
affermare
, oltre a quel poco che n'è
scritto
dall'
Autore
, che
consuona
colla
posizion
di
Ticone
, m'
induce
ancora il
vedere
in tutto il
rimanente
dell'
opera
quanto ei
concordi
coll'altre
ticoniche
immaginazioni
". Or
vegga
V.
S.
Illustrissima
se qui s'
attribuisce
cosa veruna a
vizio
e
mancamento
. Di più, è ben
chiarissimo
che non si
trattando
in tutta l'
opera
d'altro che de gli
accidenti
attenenti
alle
comete
, de' quali
Ticone
ha
scritto
sì gran
volume
, il
dire
che il
matematico
del
Collegio
concorda
coll'altre
immaginazioni
di
Ticone
, non s'
estende
ad altre
posizioni
ch'a quelle ch'
appartengono
alle
comete
; sì che il
chiamar
ora
in
paragon
di
Ticone
,
Tolomeo
e
Copernico
, i quali non
trattaron
mai d'
ipotesi
attenenti
a
comete
, non
veggo
che ci abbia
luogo
opportuno
.
Quello poi che dice il
Sarsi
, che nella
scrittura
del suo
Maestro
non vi si
trova
altro, in che egli abbia
seguito
Ticone
,
fuor
che le
dimostrazioni
per
ritrovare
il
luogo
della
cometa
, sia
detto
con sua
pace
, non è
vero
; anzi nessuna cosa vi è meno, che
simile
dimostrazione
.
Tolga
Iddio
che il
P.
Grassi
avesse in ciò
imitato
Ticone
, né si
fusse
accorto
, quanto nel modo d'
investigar
la
distanza
della
cometa
per l'
osservazioni
fatte in due
luoghi
differenti
in
Terra
, si
mostri
bisognoso
della
notizia
de'
primi
elementi
delle
matematiche
. Ed acciocché
V.
S.
Illustrissima
vegga
ch'io non
parlo
così senza
fondamento
,
ripigli
la
dimostrazion
ch'egli
comincia
alla
fac
. 123 del
trattato
della
cometa
del
1577
, ch'è nell'
ultima
parte
de' suoi
Proginnasmi
: nella quale volendo egli
provare
com'ella non
fusse
inferiore
alla
Luna
per la
conferenza
dell'
osservazioni
fatte da sé in
Uraniburg
e da
Tadeo
Agecio
in
Praga
, prima,
tirata
la
subtesa
AB all'
arco
dell'
orbe
terrestre
che
media
tra i
detti
due
luoghi
, e
traguardando
dal
punto
A la
stella
fissa
posta
in D,
suppone
l'
angolo
DAB
esser
retto
; il che è molto
lontano
dal
possibile
, perché,
sendo
la
linea
AB
corda
d'un
arco
minor
di
gradi
6 (come
Ticon
medesimo
afferma
) bisogna,
acciò
che il
detto
angolo
sia
retto
, che la
fissa
D sia
lontana
dal
zenit
di A meno di
gradi
3; cosa ch'è tanto
falsa
, quanto che la sua
minima
distanza
è più di
gradi
48, essendo, per
detto
dell'istesso
Ticone
, la
declinazion
della
fissa
D, ch'è l'
Aquila
o vogliamo
dire
l'
Avvoltoio
, di
gradi
7.52 verso
borea
, e la
latitudine
di
Uraniburg
gradi
55.54. In oltre egli
scrive
, la medesima
stella
fissa
da i due
luoghi
A e
B
vedersi
nel medesimo
luogo
dell'
ottava
sfera
, perché la
Terra
tutta, non che la
piccola
parte
AB, non ha
sensibil
proporzione
coll'
immensità
d'essa
ottava
sfera
. Ma
perdonimi
Ticone
: la
grandezza
e
piccolezza
della
Terra
non ha che fare in questo
caso
, perché il
vedersi
da ogni sua
parte
la medesima
stella
nell'istesso
luogo
deriva
dall'
essere
ella
realmente
nell'
ottava
sfera
, e non da altro; in quel modo a
punto
che i
caratteri
che sono sopra questo
foglio
, già mai
rispetto
al medesimo
foglio
non
muteranno
apparenza
di
sito
, per qualunque
grandissima
mutazion
di
luogo
che
faccia
l'
occhio
di
V.
S.
Illustrissima
che gli
riguarda
: ma ben uno
oggetto
posto
tra l'
occhio
e la
carta
, al
movimento
della
testa
varierà
l'
apparente
sito
rispetto
a'
caratteri
, sì che il medesimo
carattere
ora
se gli
vedrà
dalla
destra
,
ora
dalla
sinistra
,
ora
più
alto
, ed
ora
più
basso
; ed in
cotal
guisa
mutano
apparente
luogo
i
pianeti
nell'
orbe
stellato
,
veduti
da
differenti
parti
della
Terra
, perché da quello sono
lontanissimi
; e quello che in questo
caso
opera
la
piccolezza
della
Terra
, è che, facendo i più
lontani
da noi
minor
varietà
d'
aspetto
, ed i più
vicini
maggiore, finalmente per uno
lontanissimo
la
grandezza
della
Terra
non
basti
a far tal
varietà
sensibile
. Quello poi che
soggiunge
accadere
conforme
alle
leggi
de gli
archi
e delle
corde
,
vegga
V.
S.
Illustrissima
quant'ei sia da tali
leggi
lontano
, anzi
pure
da'
primi
elementi
di
geometria
. Egli dice, le due
rette
AD,
BD
esser
perpendicolari
alla AB: il che è
impossibile
, perché la
sola
retta
che viene dal
vertice
è
perpendicolare
sopra la
tangente
e le sue
parallele
, e queste non vengono
altramente
dal
vertice
, né l'AB è
tangente
o ad essa
parallela
. In oltre, ei le
domanda
parallele
, e appresso dice che le si
vanno
a
congiungere
nel
centro
: dove, oltre alla
contradizzione
dell'esser
parallele
e
concorrenti
, vi è che,
prolungate
,
passano
lontanissime
dal
centro
. E finalmente
conclude
, che venendo dal
centro
alla
circonferenza
sopra i
termini
dell'AB,
elle
sono
perpendicolari
: il che è tanto
impossibile
, quanto che delle
linee
tirate
dal
centro
a tutti i
punti
della
corda
AB,
sola
quella che
cade
nel
punto
di
mezo
gli è
perpendicolare
, e quelle che
cascano
ne gli
estremi
termini
sono più di tutte l'altre
inclinate
ed
oblique
.
Vegga
dunque
V.
S.
Illustrissima
a quali e quante
essorbitanze
avrebbe il
Sarsi
fatto
prestar
l'
assenso
dal suo
Maestro
, quando
vero
fusse
ciò ch'in questo
proposito
ha
scritto
, cioè che quello abbia
seguitate
le
ragioni
e
modi
di
dimostrar
di
Ticone
nel
ricercar
il
luogo
della
cometa
.
Vegga
di più il medesimo
Sarsi
quant'io
meglio
di lui, senza
adoperar
astrologia
né
telescopio
, abbia
penetrato
, non
dirò
i
sensi
interni
dell'
animo
suo, perché per
ispiar
questi io non ho né
occhi
né anco
orecchi
, ma i
sensi
della sua
scrittura
, i quali son pur tanto
chiari
e
manifesti
, che
bisogno
non ci è de gli
occhi
lincei
,
gentilmente
introdotti
dal
Sarsi
,
credo
per
ischerzare
un poco sopra la nostra
Academia
. E perché e
V.
S.
Illustrissima
ed altri
principi
e
signori
grandi
son meco a
parte
nello
scherzo
, io, per la
dottrina
di sopra
insegnatami
dal
Sarsi
, non
curando
molto i suoi
motti
, me la
passerò
sotto l'
ombra
loro, o, per
meglio
dire
,
illustrerò
l'
ombra
mia col loro
splendore
.
Ma
tornando
al
proposito
,
vegga
com'egli di
nuovo
vuol
pure
ch'io abbia
reputato
gran
mancamento
nel
P.
Grassi
l'aver egli
aderito
alla
dottrina
di
Ticone
, e
risentitamente
domanda
: Chi ei
doveva
seguitare
? forse
Tolomeo
, la cui
dottrina
dalle
nuove
osservazioni
in
Marte
è
scoperta
per
falsa
? forse il
Copernico
, dal quale più presto si
deve
rivocar
ognuno, mercé dell'
ipotesi
ultimamente
dannata
? Dove io
noto
più
cose
e prima,
replico
ch'è
falsissimo
ch'io abbia mai
biasimato
il
seguitar
Ticone
, ancor che con
ragione
avessi potuto farlo, come pur finalmente
dovrà
restar
manifesto
a i suoi
aderenti
per l'
Antiticone
del
signor
cavalier
Chiaramonte
; sì che quanto qui
scrive
il
Sarsi
, è molto
lontano
dal
proposito
; e molto più
fuor
del
caso
s'
introducono
Tolomeo
e
Copernico
, de' quali non si
trova
che
scrivessero
mai
parola
attenente
a
distanze
,
grandezze
,
movimenti
e
teoriche
di
comete
, delle quali
sole
, e non d'altro, si è
trattato
, e con altrettanta
occasione
vi si potevano
accoppiare
Sofocle
, e
Bartolo
, o
Livio
.
Parmi
, oltre a ciò, di
scorgere
nel
Sarsi
ferma
credenza
, che nel
filosofare
sia
necessario
appoggiarsi
all'
opinioni
di qualche
celebre
autore
, sì che la
mente
nostra, quando non si
maritasse
col
discorso
d'un altro, ne
dovesse
in tutto
rimanere
sterile
ed
infeconda
; e forse
stima
che la
filosofia
sia un
libro
e una
fantasia
d'un
uomo
, come l'
Iliade
e l'
Orlando
furioso
,
libri
ne' quali la meno
importante
cosa è che quello che vi è
scritto
sia
vero
.
Signor
Sarsi
, la cosa non
istà
così. La
filosofia
è
scritta
in questo
grandissimo
libro
che
continuamente
ci sta
aperto
innanzi a gli
occhi
(io
dico
l'
universo
), ma non si può
intendere
se prima non s'
impara
a
intender
la
lingua
, e
conoscer
i
caratteri
, ne' quali è
scritto
. Egli è
scritto
in
lingua
matematica
, e i
caratteri
son
triangoli
,
cerchi
, ed altre
figure
geometriche
, senza i quali
mezi
è
impossibile
a
intenderne
umanamente
parola
; senza questi è un
aggirarsi
vanamente
per un
oscuro
laberinto
. Ma
posto
pur anco, come al
Sarsi
pare
, che l'
intelletto
nostro
debba
farsi
mancipio
dell'
intelletto
d'un altr'
uomo
(
lascio
stare ch'egli, facendo così tutti, e se stesso ancora,
copiatori
,
loderà
in sé quello che ha
biasimato
nel
signor
Mario
), e che nelle
contemplazioni
de'
moti
celesti
si
debba
aderire
ad alcuno, io non
veggo
per qual
ragione
ei s'
elegga
Ticone
,
anteponendolo
a
Tolomeo
e a
Nicolò
Copernico
, de' quali due abbiamo i
sistemi
del
mondo
interi
e con
sommo
artificio
costrutti
e
condotti
al
fine
; cosa ch'io non
veggo
che
Ticone
abbia fatta, se già al
Sarsi
non
basta
l'aver
negati
gli altri due e
promessone
un altro, se ben poi non
esseguito
. Né meno dell'aver
convinto
gli altri due di
falsità
, vorrei che alcuno lo
riconoscesse
da
Ticone
: perché, quanto a quello di
Tolomeo
, né
Ticone
né altri
astronomi
né il
Copernico
stesso potevano
apertamente
convincerlo
,
avvenga
che la
principal
ragione
,
presa
da i
movimenti
di
Marte
e di
Venere
, aveva sempre il
senso
in
contrario
; al quale
dimostrandosi
il
disco
di
Venere
nelle due
congiunzioni
e
separazioni
dal
Sole
pochissimo
differente
in
grandezza
da se stesso, e quel di
Marte
perigeo
a
pena
3 o 4
volte
maggiore che quando è
apogeo
, già mai non si sarebbe
persuaso
dimostrarsi
veramente
quello 40 e questo 60
volte
maggiore nell'uno che nell'altro
stato
, come
bisognava
che
fusse
quando le
conversioni
loro
fussero
state intorno al
Sole
,
secondo
il
sistema
Copernicano
; tuttavia ciò esser
vero
e
manifesto
al
senso
, ho
dimostrato
io, e
fattolo
con
perfetto
telescopio
toccar
con
mano
a chiunque l'ha voluto
vedere
. Quanto poi all'
ipotesi
Copernicana
, quando per
beneficio
di noi
cattolici
da più
sovrana
sapienza
non
fussimo
stati
tolti
d'
errore
ed
illuminata
la nostra
cecità
, non
credo
che tal
grazia
e
beneficio
si
fusse
potuto
ottenere
dalle
ragioni
ed
esperienze
poste
da
Ticone
. Essendo, dunque,
sicuramente
falsi
li due
sistemi
, e nullo quello di
Ticone
, non
dovrebbe
il
Sarsi
riprendermi
se con
Seneca
desidero
la
vera
costituzion
dell'
universo
. E ben che la
domanda
sia
grande
e da me molto
bramata
, non però tra
ramarichi
e
lagrime
deploro
, come
scrive
il
Sarsi
, la
miseria
e
calamità
di questo
secolo
, né pur si
trova
minimo
vestigio
di tali
lamenti
in tutta la
scrittura
del
signor
Mario
; ma il
Sarsi
,
bisognoso
d'
adombrare
e
dar
appoggio
a qualche suo
pensiero
ch'ei
desiderava
di
spiegare
, lo
va
da se stesso
preparando
, e
somministrandosi
quegli
attacchi
che da altri non gli sono
stati
porti
. E quando pur io
deplorassi
questo nostro
infortunio
, io non
veggo
quanto
acconciamente
possa
dire
il
Sarsi
,
indarno
essere
sparse
le mie
querele
, non avendo io poi modo né
facoltà
di
tor
via
tal
miseria
, perché a me
pare
che
appunto
per questo avrei
causa
di
querelarmi
, ed all'
incontro
le
querimonie
allora non ci
avrebbon
luogo
, quando io potessi
tor
via
l'
infortunio
.
7. Ma
legga
ormai
V.
S.
Illustrissima
. "Et quoniam hoc
loco
atque hoc ad
disputationem
ingressu
confutanda
ea mihi sunt quæ
minoris
ponderis
videntur
, illud ab
homine
perhumano
,
qualem
illum omnes
norunt
,
expectassem
profecto
nunquam
, ut, vel ipso
Catone
severior
,
lepores
quosdam
ac
sales
,
apposite
a nobis inter
dicendum
usurpatos
,
fastidiose
adeo
aversaretur
, ut
irrideret
potius, ac
diceret
naturam
poëticis
non
delectari
. At ego,
proh
, quantum ab hac
opinione
distabam
!
naturam
poëtriam
ad hanc usque
diem
existimavi
. Illa certe
vix
unquam
poma
fructusque
ullos
parit
, quorum
flores
,
veluti
ludibunda
, non
præmittat
.
Galilæum
vero
quis unquam
adeo
durum
existimasset
, ut a
severioribus
negotiis
festiva
aliqua eorum
condimenta
longe
ableganda
censeret
? Hoc enim
Stoici
potius est, quam
Academici
.
Attamen
iure
is
quidem nos
arguat
, si
gravissimas
quæstiones
iocis
ac
salibus
eludere
, potius quam
explicare
,
tentaremus
; at
vero
,
rationum
inter
gravissimarum
pondera
,
lepide
aliquando ac
salse
iocari
quis
vetat
?
Vetat
enimvero
Academicus
. Non
paremus
. Et si illi nostra hæc
urbanitas
non
sapit
?
Plures
habemus
, non minus
eruditos
, quos
delectat
. Neque enim hic fuit
sensus
virorum
, et
genere
et
doctrina
clarissimorum
, qui nostræ
disputationi
interfuere
, quibus
sapienter
omnino
factum
visum
est, ut
cometes
,
triste
infaustumque
vulgo
portentum
,
placido
aliquo
verborum
lenimento
tractaretur
, ac
prope
mitigaretur
. Sed hæc
levia
sunt,
inquis
. Ita est; ac proinde
leviter
diluenda
."
Da quanto qui è
scritto
in poche
parole
sbrigandomi
,
dico
che né il
signor
Mario
né io siamo così
austeri
, che gli
scherzi
e le
soavità
poetiche
ci abbiano a far
nausea
: di che ci sieno
testimoni
l'altre
vaghezze
interserite
molto
leggiadramente
dal
P.
Grassi
nella sua
scrittura
, delle quali il
signor
Mario
non ha pur
mosso
parola
per
tassarle
; anzi con gran
gusto
si son
letti
i
natali
, la
cuna
, le
abitazioni
, i
funerali
della
cometa
, e l'essersi
accesa
per far
lume
all'
abboccamento
e
cena
del
Sole
e di
Mercurio
; né pur ci ha
dato
fastidio
che i
lumi
fussero
accesi
20
giorni
dopo
cena
, né meno il
sapere
che dov'è il
Sole
, le
candele
son
superflue
ed
inutili
, e ch'egli non
cena
, ma
desina
solamente, cioè
mangia
di
giorno
, e non di
notte
, la quale
stagione
gli è del tutto
ignota
: tutte queste
cose
senza veruno
scrupolo
si sono
trapassate
, perché,
dette
in
cotal
guisa
, non ci
ànno
lasciato
nulla da
desiderare
nella
verità
del
concetto
sotto
cotali
scherzi
contenuto
, il quale, per esser per sé
noto
e
manifesto
, non avea
bisogno
d'altra più
profonda
dimostrazione
. Ma che in una
questione
massima
e
difficilissima
, qual è il volermi
persuadere
trovarsi
realmente
, e
fuor
di
burle
, in
natura
un
particolare
orbe
celeste
per le
comete
, mentre che
Ticone
non si può
sviluppar
nell'
esplicazion
della
difformità
del
moto
apparente
di essa
cometa
, la
mente
mia
debba
quietarsi
e
restar
appagata
d'un
fioretto
poetico
, al quale non
succede
poi
frutto
veruno, questo è quello che il
signor
Mario
rifiuta
, e con
ragione
e con
verità
dice che la
natura
non si
diletta
di
poesie
:
proposizion
verissima
, ben che il
Sarsi
mostri
di non la
credere
, e
finga
di non
conoscer
o la
natura
o la
poesia
, e di non
sapere
che alla
poesia
sono in
maniera
necessarie
le
favole
e
finzioni
, che senza quelle non può
essere
; le quali
bugie
son poi tanto
abborrite
dalla
natura
, che non meno
impossibil
cosa è il
ritrovarvene
pur una, che il
trovar
tenebre
nella
luce
. Ma
tempo
è
ormai
che
vegniamo
a
cose
di
momento
maggiore; però
legga
V.
S.
Illustrissima
quel che
segue
.
8. "
Venio
nunc ad
graviora
.
Tribus
potissimum
argumentis
cometæ
locum
indagandum
censuit
Magister
meus:
primum
quidem, per
parallaxis
observationes
; deinde, ex
incessu
eiusdem ac
motu
; denique, ex
iis
quæ
tubo
optico
in illo
observarentur
.
Conatur
Galilæus
singulis
abrogare
fidem
,
eaque
suis
momentis
privare
. Cum enim
ostendissemus
,
cometam
, ex
variis
diversorum
locorum
observationibus
,
parvam
admodum
passum
esse
aspectus
diversitatem
, ac propterea supra
Lunam
statuendum
,
ait
ille,
argumentum
ex
parallaxi
desumptum
nihil
habere
ponderis
, nisi prius
statuatur
, sint ne illa quæ
observantur
vera
unoque
loco
consistentia
, an
vero
in
speciem
apparentia
ac
vaga
. Recte
is
quidem; sed non erat his
opus
. Quid enim, si
statutum
iam id
haberetur
? Certe, cum
certamen
nobis
præsertim
esset cum
Peripateticis
, quorum
sententia
quamplurimos
etiam nunc
sectatores
recenset
,
frustra
ex
apparentium
numero
cometas
exclusissemus
, cum
nullius
nostrum
animum
pulsaret
hæc
dubitatio
. Sane
Galilæus
ipse, dum adversus
Aristotelem
disputat
, non
acriori
ac
validiori
utitur
argumento
, quam ex
parallaxi
desumpto
.
Cur
igitur
,
simili
atque eadem prorsus in
caussa
, nobis eodem
uti
libere
non
liceret
?"
Per
conoscer
quanto sia il
momento
delle
cose
qui
scritte
,
basterà
restringere
in
brevità
quello che dice il
signor
Mario
e questo che gli viene
opposto
.
Scrisse
il
signor
Mario
in
generale
: "Quelli che per
via
della
paralasse
voglion
determinar
circa '
l
luogo
della
cometa
,
ànno
bisogno
di
stabilir
prima, lei esser cosa
fissa
e
reale
, e non un'
apparenza
vaga
,
atteso
che la
ragion
della
paralasse
conclude
ben negli
oggetti
reali
, ma non negli
apparenti
", com'egli
essemplifica
in molti
particolari
;
aggiunge
poi, la
mancanza
di
paralasse
rendere
incompatibili
le due
proposizioni
d'
Aristotile
, che sono, che la
cometa
sia un
incendio
, ch'è cosa tanto
reale
, e sia in
aria
molto
vicina
alla
Terra
. Qui si
leva
su il
Sarsi
, e dice: "Tutto sta
bene
, ma è
fuor
del
caso
nostro, perché noi
disputiamo
contro
Aristotile
, e
vana
sarebbe stata la
fatica
in
provar
che la
cometa
non
fusse
una
apparenza
, poi che noi
convegniamo
con lui in
tenerla
cosa
reale
, e come di cosa
reale
il nostro
argomento
,
preso
dalla
paralasse
,
conclude
; anzi (
soggiunge
egli) l'
avversario
stesso non si
serve
d'
argomento
più
valido
contro
Aristotile
; e se ei se ne
serve
, perché nell'
istessa
causa
non ce ne possiamo
liberamente
servir
noi ancora?" Or qui io non
so
quel che il
Sarsi
pretenda
, né in qual cosa ei
pensa
d'
impugnare
il
signor
Mario
, poi che ambedue
dicono
le medesime
cose
, cioè che la
ragione
della
paralasse
non
vale
nelle
pure
apparenze
, ma
val
ben ne gli
oggetti
reali
, ed in
conseguenza
val
contro
Aristotile
, mentr'ei vuole che la
cometa
sia cosa
reale
. Qui, se si
debbe
dire
il
vero
con
pace
del
Sarsi
, non si può
dir
altro se non ch'egli,
co
'
l
palliare
il
detto
del
signor
Mario
, ha voluto
abbarbagliar
la
vista
al
lettore
, sì che gli
resti
concetto
che il
signor
Mario
abbia
parlato
a
sproposito
; perché a voler che l'
obbiezzioni
del
Sarsi
avessero
vigore
,
bisognerebbe
che, dove il
signor
Mario
,
parlando
in
generale
a tutto il
mondo
, dice: "A chi vuol che l'
argomento
della
paralasse
militi
nella
cometa
,
convien
che
provi
prima, quella esser cosa
reale
",
bisognerebbe
,
dico
, che avesse
detto
: "Se il
P.
Grassi
vuole che l'
argomento
della
paralasse
militi
contro
Aristotile
, che
tiene
la
cometa
esser cosa
reale
, e non
apparente
, bisogna che prima
provi
che la
cometa
sia cosa
reale
, e non
apparente
"; e così il
detto
del
signor
Mario
sarebbe
veramente
, quale il
Sarsi
lo vorrebbe far
apparire
, un
grandissimo
sproposito
. Ma il
signor
Mario
non ha mai né
scritte
né
pensate
queste
sciocchezze
.
9. "Sed
confutandæ
etiam
fuerint
Anaxagoræ
,
Pythagoræorum
atque
Hippocratis
opiniones
. Nemo tamen ex
iis
,
cometam
vanum
omni ex
parte
oculorum
ludibrium
affirmarat
.
Anaxagoras
enim
stellarum
verissimarum
congeriem
esse
dixit
; cum
Aeschylo
Hippocrates
nihil a
Pythagoræis
dissentit
:
Aristoteles
profecto
, cum
eorundem
Pythagoræorum
sententiam
exposuisset
, qua
dicerent
cometam
unum esse
errantium
siderum
,
tardissim
ead
nos
accedens
ac
citissime
fugiens
,
subdit
: "
Similiter
autem his et qui sub
Hippocrate
Chio
et
discipulo
eius
Aeschylo
enunciaverunt
; sed
comam
non ex se ipso
aiunt
habere
, sed
errantem
, propter
locum
, aliquando
accipere
,
refracto
nostro
visu
ab
humore
attracto
ab ipso ad
Solem
."
Galilæus
vero
, in ipso suæ
disputationis
exordio
, dum
eorumdem
placita
recenset
,
asserit
dixisse
illos,
cometam
stellam
quandam
fuisse
, quæ,
Terris
aliquando
propior
facta
,
quosdam
ab eadem ad se
vapores
extraheret
, e quibus sibi, non
caput
, sed
comam
decenter
aptaret
. Minus
igitur
, ut hoc
obiter
dicam
, ad
rem
facit
, dum postea ex his
iisdem
locis
probat
,
Pythagoræos
etiam
existimasse
cometam
ex
refractione
luminis
extitisse
; illi enim nihil in
cometis
vanum
,
præter
barbam
,
existimarunt
.
Intelligit
ergo, nulli horum
visum
unquam
fuisse
,
cometam
, si de eiusdem
capite
loquamur
,
inane
quiddam ac
mere
apparens
dicendum
. Quare, cum hac in
re
, ad hoc usque
tempus
,
convenirent
omnes, quid erat
causæ
,
cur
facem
hanc
lucidissimam
larvis
illis ac
fictis
colorum
ludibriis
spoliaremus
, ab
eaque
crimen
illud
averteremus
, quod ei nullus
hominum
, quorum
habenda
foret
ratio
,
obiecisset
?
Cardanus
enim ac
Telesius
, ex quibus aliquid ad hanc
rem
desumpsisse
videtur
Galilæus
,
sterilem
atque
infelicem
philosophiam
nacti
, nulla ab ea
prole
beati
,
libros
posteris
, non
liberos
,
reliquerunt
. Nobis
igitur
ac
Tychoni
satis
sit, apud eos non
perperam
disputasse
, apud quos
nunquam
vani
ac
fallacis
spectri
cometes
incurrit
suspicionem
; hoc est, ipso
Galilæo
teste
, apud omnium,
quotquot
adhuc fuerunt,
philosophorum
Academias
. Quod si quis modo
inventus
est, qui hæc
phænomena
inter
mere
apparentia
reponenda
diserte
docuerit
,
ostendam
huic ego suo
loco
,
ni
fallor
, quam
longe
cometæ
ab
iride
,
areis
et
coronis
,
moribus
ac
motibus
distent
,
quibusque
argumentis
conficiatur
,
cometem
, si
comam
excluseris
, non ad
Solis
imperium
nutumque
, quod
apparentibus
omnibus
commune
est,
agi
, sed
liberum
moveri
protinus
ac
circumferri
quo sua illum
natura
impulerit
traxeritque
."
Qui volendo anco in
universale
mostrar
, la
dubitazion
promossa
dal
signor
Mario
esser
vana
e
superflua
, dice, niuno
autore
antico
o
moderno
,
degno
d'esser avuto in
considerazione
, aver mai
stimato
la
cometa
potere
esser una
semplice
apparenza
, e che per ciò al suo
Maestro
, il quale solo con questi
disputava
e di questi
soli
aspirava
alla
vittoria
, niun
mestier
faceva di
rimuoverla
dal
numero
de'
puri
simulacri
. Al che io
rispondendo
,
dico
primieramente
che il
Sarsi
ancora con
simil
ragione
poteva
lasciare
stare il
signor
Mario
e me, poi che
siam
fuori del
numero
di quegli
antichi
e
moderni
contro i quali il suo
Maestro
disputava
, ed abbiamo avuta
intenzione
di
parlar
solamente con quelli (sieno
antichi
o
moderni
) che
cercano
con ogni
studio
d'
investigar
qualche
verità
in
natura
,
lasciando
in tutto e per tutto ne' lor
panni
quegli che solo per
ostentazione
in
strepitose
contese
aspirano
ad esser con
pomposo
applauso
popolare
giudicati
non
ritrovatori
di
cose
vere
, ma solamente
superiori
a gli altri; né
doveva
mettersi
con tanta
ansietà
per
atterrar
cosa che né a sé né al suo
Maestro
era
di
pregiudicio
.
Doveva
secondariamente
considerare
, che molto più è
scusabile
uno a chi in alcuna
professione
non
cade
in
mente
qualche
particolare
attenente
a quella, e
massime
quando né anco a mille altri, che abbiano
professato
il medesimo, è
sovvenuto
, che quegli a cui venga in
mente
, e
presti
l'
assenso
a cosa che sia
vana
ed
inutile
in quell'
affare
; ond'ei poteva e
doveva
più
tosto
confessare
che al suo
Maestro
, com'anco a nessun de' suoi
antecessori
, non
era
passato
per la
mente
il
concetto
che la
cometa
potesse
essere
una
apparenza
, che
sforzarsi
per
dichiarar
vana
la
considerazion
sovvenuta
a noi: perché quello, oltre che
passava
senza niuna
offesa
del suo
Maestro
,
dava
indizio
d'una
ingenua
libertà
, e questo, non potendo
seguire
senza
offesa
della mia
reputazione
(quando gli
fusse
sortito
l'
intento
),
dà
più
tosto
segno
d'
animo
alterato
da qualche
passione
. Il
signor
Mario
, con
isperanza
di far cosa
grata
e
profittevole
agli
studiosi
del
vero
,
propose
con ogni
modestia
, che per l'
avvenire
fusse
bene
considerare
l'
essenza
della
cometa
, e s'ella potesse esser cosa non
reale
, ma solo
apparente
, e non
biasimò
il
P.
Grassi
né altri, che per l'
addietro
non l'
avesser
fatto
. Il
Sarsi
si
leva
su, e con
mente
alterata
cerca
di
provare
, la
dubitazione
essere
stata
fuor
di
proposito
, ed esser di più
manifestamente
falsa
; tuttavia per
trovarsi
, come si dice, in utrumque
paratus
,in ogni
evento
ch'ella
apparisse
pur
degna
di qualche
considerazione
, per
ispogliarmi
di quella
lode
che
arrecar
mi potesse, la
predica
per cosa
vecchia
del
Cardano
e del
Telesio
, ma
disprezzata
dal suo
Maestro
come
fantasia
di
filosofi
deboli
e di niun
seguito
; ed in tanto
dissimula
, e non
sente
con quanta poca
pietà
egli
spoglia
e
denuda
coloro di tutta la
reputazione
, per
ricoprire
un
piccolissimo
neo
di quella del suo
Maestro
. Se voi,
Sarsi
, vi
fate
scolare
di quei
venerandi
Padri
nella
natural
filosofia
, non vi
fate
già nella
morale
, perché non vi sarà
creduto
. Quello che abbiano
scritto
il
Cardano
e '
l
Telesio
, io non l'ho
veduto
, ma per altri
riscontri
, che
vedremo
appresso, posso
facilmente
conghietturare
che il
Sarsi
non abbia ben
penetrato
il
senso
loro. In tanto non posso
mancare
, per
avvertimento
suo e per
difesa
di quelli, di
mostrar
quanto
improbabilmente
ei
conclude
la lor poca
scienza
della
filosofia
dal
piccol
numero
de' suoi
seguaci
. Forse
crede
il
Sarsi
, che de'
buoni
filosofi
se ne
trovino
le
squadre
intere
dentro ogni
ricinto
di
mura
? Io,
signor
Sarsi
,
credo
che
volino
come l'
aquile
, e non come gli
storni
. È ben
vero
che quelle, perché son
rare
, poco si
veggono
e meno si
sentono
, e questi, che
volano
a
stormi
,
dovunque
si
posano
,
empiendo
il
ciel
di
strida
e di
rumori
,
metton
sozzopra
il
mondo
. Ma pur
fussero
i
veri
filosofi
come l'
aquile
, e non più
tosto
come la
fenice
.
Signor
Sarsi
,
infinita
è la
turba
de gli
sciocchi
, cioè di quelli che non
sanno
nulla; assai son quelli che
sanno
pochissimo di
filosofia
; pochi son quelli che ne
sanno
qualche
piccola
cosetta
; pochissimi quelli che ne
sanno
qualche
particella
; un solo
Dio
è quello che la
sa
tutta. Sì che, per
dir
quel ch'io voglio
inferire
,
trattando
della
scienza
che per
via
di
dimostrazione
e di
discorso
umano
si può da gli
uomini
conseguire
, io
tengo
per
fermo
che quanto più essa
participerà
di
perfezzione
, tanto
minor
numero
di
conclusioni
prometterà
d'
insegnare
, tanto
minor
numero
ne
dimostrerà
, ed in
conseguenza
tanto meno
alletterà
, e tanto
minore
sarà il
numero
de' suoi
seguaci
: ma, per l'
opposito
, la
magnificenza
de'
titoli
, la
grandezza
e
numerosità
delle
promesse
,
attraendo
la
natural
curiosità
de gli
uomini
e
tenendogli
perpetuamente
ravvolti
in
fallacie
e
chimere
, senza mai far loro
gustar
l'
acutezza
d'una
sola
dimostrazione
, onde il
gusto
risvegliato
abbia a
conoscer
l'
insipidezza
de' suoi
cibi
consueti
, ne
terrà
numero
infinito
occupato
; e gran
ventura
sarà d'alcuno che,
scorto
da
straordinario
lume
naturale
, si
saprà
torre
da i
tenebrosi
e
confusi
laberinti
ne i quali si sarebbe coll'
universale
andato
sempre
aggirando
e tuttavia più
avviluppando
. Il
giudicar
dunque dell'
opinioni
d'alcuno in
materia
di
filosofia
dal
numero
de i
seguaci
, lo
tengo
poco
sicuro
. Ma ben ch'io
stimi
,
piccolissimo
poter esser il
numero
de i
seguaci
della
miglior
filosofia
, non però
concludo
, pel
converso
, quelle
opinioni
e
dottrine
esser
necessariamente
perfette
, le quali
ànno
pochi
seguaci
; imperocché io
intendo
molto
bene
, potersi da alcuno
tenere
opinioni
tanto
erronee
, che da tutti gli altri
restino
abbandonate
.
Ora
, da qual de' due
fonti
derivi
la
scarsità
de'
seguaci
de' due
autori
nominati
dal
Sarsi
per
infecondi
e
derelitti
, io non lo
so
, né ho
fatto
studio
tale nell'
opere
loro, che mi potesse
bastar
per
giudicarle
.
Ma
tornando
alla
materia
,
dico
che troppo
tardi
mi
par
che il
Sarsi
voglia
persuaderci
che il suo
Maestro
, non perché non gli
cadesse
in
mente
, ma perché
disprezzò
come cosa
vanissima
il
concetto
che la
cometa
potess
'
essere
un
puro
simulacro
, e che in questi non
milita
l'
argomento
della
paralasse
, non ne fece
menzione
:
tarda
,
dico
, è
cotale
scusa
, perché quand'egli
scrisse
nel suo
Problema
:"
Statuo
,
rem
quamcunque
inter
firmamentum
et
Terram
constitutam
, si
diversis
e
locis
spectetur
,
diversis
etiam
firmamenti
partibus
responsuram
",
chiaramente
si
dimostrò
, non gli esser venuto in
mente
l'
iride
e l'
alone
, i
parelii
ed altre
reflessioni
, che a tal
legge
non
soggiacciono
, le quali ei
doveva
nominare
ed
eccettuare
, e
massime
ch'egli stesso,
lasciando
Aristotile
,
inclina
all'
opinione
del
Kepplero
, che la
cometa
possa
essere
una
reflessione
. Ma
seguendo
più avanti, mi
par
di
vedere
che il
Sarsi
faccia
gran
differenza
dal
capo
della
cometa
alla sua
barba
o
chioma
, e che quanto alla
chioma
possa esser
veramente
ch'ella sia un'
illusione
della nostra
vista
e una
apparenza
, e che tale l'abbiano
stimata
ancora quei
Pittagorici
nominati
da
Aristotile
; ma quanto al
capo
stima
che sia
necessariamente
cosa
reale
, e che niuno l'abbia mai
creduto
altrimenti. Or qui vorrei io una
bene
specificata
distinzione
tra quello che il
Sarsi
intende
per
reale
e quello ch'egli
stima
apparente
, e qual cosa sia quella che fa esser
reale
quello ch'è
reale
, e
apparente
quello ch'è
apparente
: perché, s'egli
chiama
il
capo
reale
per esser in una
sostanza
e
materia
reale
, io
dico
che anco la
chioma
è tale; sì che chi
levasse
via
quei
vapori
ne' quali si fa la
reflession
della
vista
nostra al
Sole
, sarebbe
tolta
parimente
la
chioma
, come al
tor
via
delle
nuvole
si
toglie
l'
iride
e l'
alone
: e s'ei
domanda
la
chioma
finta
perché senza la
reflession
della
vista
al
Sole
ella non sarebbe, io
dico
che anco del
capo
seguirebbe
l'istesso; sì che tanto la
chioma
quanto il
capo
non son altro che
reflession
di
raggi
in una
materia
,
qualunqu
'ella si sia; e che in quanto
reflessioni
sono
pure
apparenze
, in quanto alla
materia
son cosa
reale
. E se il
Sarsi
ammette
che alla
mutazion
di
luogo
del
riguardante
faccia
o possa far
mutazion
di
luogo
la
generazion
della
chioma
nella
materia
, io
dico
che del
capo
ancora può nel medesimo modo
seguir
l'istesso; e non
credo
che quei
filosofi
antichi
stimassero
altrimenti, perché, se,
verbigrazia
,
avesser
creduto
il
capo
esser
realmente
una
stella
per se stessa,
lucida
e
consistente
, e solo la
chioma
apparente
,
avrebber
detto
che quando per l'
obliquità
della
sfera
non si fa la
refrazzion
della nostra
vista
al
Sole
, non si
vede
più la
chioma
, ma sì ben la
stella
, ch'è
capo
della
cometa
; il che non
dissero
, ma
dissero
che in tutto non si
vedeva
cometa
:
segno
evidente
, la
generazion
d'ambedue esser l'
istessa
. Ma
detto
o non
detto
che ciò sia da gli
antichi
,
vien
messo
in
considerazione
adesso
dal
signor
Mario
con assai
sensate
ragioni
di
dubitare
, le quali
devono
esser
ponderate
, come
pure
fa ancora l'istesso
Sarsi
; e noi a suo
luogo
anderemo
considerando
quanto egli ne
scrive
.
10. Intanto
segua
V.
S.
Illustrissima
di
leggere
: "Eadem prorsus
ratione
respondendum
mihi est ad ea quæ
argumento
ex
motu
desumpto
obiiciuntur
. Nos enim ex eo, quod
loca
cometæ
singulis
diebus
respondentia
in
plano
, ad modum
horologii
,
descripta
in una
recta
linea
reperirentur
,
motum
illum in
circulo
maximo
fuisse
necessario
inferebamus
:
obiicit
autem
Galilæus
, "non
deduci
id
necessario
; quia, si
incessus
cometæ
revera
in
linea
recta
fuisset
, sic etiam
loca
ipsius, ad modum
horologii
descripta
,
lineam
rectam
constituissent
; non tamen
fuisset
motus
hic in
circulo
maximo
". Sed quamvis
verissimum
sit,
motum
etiam per
lineam
rectam
repræsentari
debuisse
rectum
; cum tamen adversus eos
lis
esset, qui vel de
cometæ
motu
circulari
nihil
ambigerent
, vel quibus
rectus
hic
motus
nunquam
venisset
in
mentem
, hoc est contra
Anaxagoram
,
Pythagoræos
,
Hippocratem
et
Aristotelem
, atque illud tantum
quæreretur
, an
cometes
, qui in
orbem
agi
credebatur
,
maiores
an potius
minores
lustraret
orbes
; non
inepte
, sed prorsus
necessario
, ex
motu
in
linea
recta
apparente
inferebatur
circulus
ex
motu
descriptus
maximus
fuisse
: nemo enim adhuc
motum
hunc
rectum
et
perpendicularem
invexerat
. Quamvis enim
Keplerus
ante
Galilæum
, in
appendicula
de
motu
cometarum
, per
lineas
rectas
eundem
motum
explicare
contendat
, ille tamen
nihilominus
vidit
, in
quales
sese
difficultates
indueret
: quare neque ad
Terram
perpendicularem
esse
voluit
motum
hunc, sed
transversum
; neque
æqualem
, sed in
principio
ac
fine
remissiorem
,
celerrimum
in
medio
;
eumque
præterea
fulciendum
Terræ
ipsius
motu
circulari
existimavit
, ut omnia
cometarum
phænomena
explicaret
; quæ nobis
catholicis
nulla
ratione
permittuntur
. Ego
igitur
opinionem
illam, quam
pie
ac
sancte
tueri
non
liceret
, pro nulla
habendam
duxeram
. Quod si postea,
paucis
mutatis
,
motum
hunc
rectum
cometis
tribuendum
putavit
Galilæus
, id quam non recte
præstiterit
inferius
singillatim
mihi
ostendendum
erit.
Intelligat
interim
, nihil nos contra
logicæ
præcepta
peccasse
, dum ex
motu
in
linea
recta
apparente
orbis
maximi
partem
eodem
descriptam
fuisse
deduximus
. Quid enim
opus
fuerat
motum
illum
rectum
et
perpendicularem
excludere
, quem in
cometis
nusquam
reperiri
constabat
?"
Aveva il
signor
Guiducci
, con quell'
onestissimo
fine
d'
agevolar
la
strada
agli
studiosi
del
vero
,
messo
in
considerazione
l'
equivoco
che
prendevano
quegli che, dall'
apparir
la
cometa
mossa
per
linea
retta
,
argumentavano
il
movimento
suo esser per
cerchio
massimo
,
avvertendogli
che, se
bene
era
vero
che il
moto
per
cerchio
massimo
sempre
appariva
retto
, non
era
però
necessariamente
vero
il
converso
, cioè che il
moto
che
apparisse
retto
fusse
per
cerchio
massimo
, come venivano ad aver
supposto
quegli che dall'
apparente
moto
retto
inferivano
, la
cometa
muoversi
per
cerchio
massimo
: tra i quali
era
stato
il
P.
Grassi
, il quale, forse
quietandosi
nell'
autorità
di
Ticone
, che prima aveva
equivocato
,
trapassò
quello che forse non avrebbe
passato
quando non avesse avuto tal
precursore
; il che
rende
assai
scusabile
appresso di me il
piccolo
errore
del
Padre
, il quale
credo
anco che dell'
avvertimento
del
signor
Mario
abbia
fatto
capitale
e
tenutogliene
buon
grado
.
Vien
ora
il
Sarsi
, e
continuando
nel suo già
impresso
affetto
, s'
ingegna
di far
apparir
l'
avvertimento
innavvertenza
e poca
considerazione
,
credendo
in
cotal
guisa
salvar
il suo
Maestro
: ma a me
pare
che ne
segua
contrario
effetto
(quando però il
Padre
prestasse
il suo
assenso
alle
scuse
e
difese
del
Sarsi
), e che per
ischivare
un
error
solo,
incorrerebbe
in molti.
E prima,
seguitando
il
Sarsi
di
reputar
vano
e
superfluo
l'
avvertir
quelle
cose
che né esso né altri ha
avvertite
, dice che,
disputando
il suo
Maestro
con
Aristotile
e con
Pittagorici
, che mai non avevano
introdotto
per le
comete
movimento
retto
,
fuor
del
caso
sarebbe
stato
ch'avesse
tentato
di
rimuoverlo
. Ma se noi ben
considereremo
, questa
scusa
non
solleva
punto
il
Padre
: perché non avendo mai li medesimi
avversari
introdotto
per le
comete
il
moto
per
cerchi
minori
, altrettanto
resta
superfluo
il
dimostrar
ch'
elle
si
muovono
per
cerchi
massimi
. Bisogna dunque al
Sarsi
, o
trovar
che quegli
antichi
abbiano
scritto
, le
comete
muoversi
per
cerchi
minori
, o
confessare
che il suo
Maestro
sia del
pari
stato
superfluo
nel
considerare
il
moto
per
cerchio
massimo
, come sarebbe
stato
nel
considerare
il
retto
.
Anzi (e sia per la
seconda
instanza
), stando pur nella
regola
del
Sarsi
, assai maggior
mancamento
è
stato
il
lasciar
senza
considerazione
il
moto
retto
, poi che pur v'
era
il
Kepplero
che
attribuito
l'aveva alle
comete
, ed il medesimo
Sarsi
lo
nomina
. Né mi
pare
che la
scusa
ch'egli
adduce
sia del tutto
sofficiente
, cioè che per
tirarsi
tale
opinion
del
Kepplero
in
conseguenza
la
mobilità
della
Terra
,
proposizione
la quale
piamente
e
santamente
non si può
tenere
, egli per ciò la
reputava
per niente; perché questo
doveva
più
tosto
essergli
stimolo
a
distruggerla
e
manifestarla
per
impossibile
: e forse non è
mal
fatto
il
dimostrar
anco con
ragioni
naturali
, quando ciò si possa, la
falsità
di quelle
proposizioni
che son
dichiarate
repugnanti
alle
Scritture
Sacre
.
Terzo
,
resta
ancor
manchevole
la
scusa
del
Sarsi
, perché non solamente il
moto
veramente
retto
apparisce
per
linea
retta
, ma qualunque altro,
tuttavolta
che sia
fatto
nel medesimo
piano
nel quale è l'
occhio
del
riguardante
; il che fu
pure
accennato
dal
signor
Mario
: sì che
bisognerà
al
Sarsi
trovar
modo di
persuaderci
che né anco alcuno altro
movimento
,
fuor
del
circolare
, sia mai
caduto
in
mente
ad alcuno potersi
assegnare
alle
comete
; il che non
so
quanto
acconciamente
gli potesse
succedere
; perché, quando niuno altro l'avesse
detto
, l'ha
pure
egli stesso
scritto
pochi
versi
di sotto, quando, per
difesa
della
digression
dal
Sole
di più di 90
gradi
, ei
dà
luogo
al
moto
non
circolare
, ed
ammette
quello per
linea
ovata
, anzi pur,
bisognando
, per
qualsivoglia
linea
irregolare
ancora. È dunque
necessario
, o che l'istesso
movimento
sia or
circolare
or
ovale
or del tutto
irregolare
,
secondo
il
bisogno
del
Sarsi
, o ch'ei
confessi
la
difesa
pel suo
Maestro
esser
difettosa
.
Quarto
, ma che sarà quando io
ammetta
, il
moto
della
cometa
esser, non solo per
commune
opinione
, ma
veramente
e
necessariamente
,
circolare
?
Stimerà
forse il
Sarsi
, esser perciò dal suo
Maestro
o da altri, dall'
apparir
quello per
retta
linea
,
concludentemente
dimostrato
esser per
cerchio
massimo
?
So
che il
Sarsi
ha sin
ora
creduto
di sì, e si è
ingannato
, ed io lo
trarrei
d'
errore
, quando
credessi
di non gli
dispiacere
; e per ciò fare l'
interrogherei
, quali nella
sfera
ei
domanda
cerchi
massimi
.
So
che mi
risponderebbe
, quelli che
passando
per lo
centro
di quella (ch'è anco il
centro
della
Terra
), la
dividono
in due
parti
uguali
. Io gli
soggiungerei
: "Adunque i
cerchi
descritti
da
Venere
, da
Mercurio
e da'
pianeti
Medicei
non sono altrimenti
cerchi
massimi
, anzi
piccolissimi
, avendo questi per lor
centro
Giove
, e quelli il
Sole
; tuttavia se s'
osserverà
quali si
mostrino
i
movimenti
loro, gli
troveremo
apparir
per
linee
rette
; il che
avviene
per esser l'
occhio
nostro nel
medesino
piano
nel quale son anco i
cerchi
descritti
dalle
nominate
stelle
."
Concludiamo
per tanto che dall'
apparirci
un
moto
retto
altro non si può
concludere
salvo che l'esser
fatto
, non per la
circonferenza
d'un
cerchio
massimo
più che per quella d'un
minore
, ma solamente esser
fatto
nel
piano
che
passa
per l'
occhio
, cioè nel
piano
d'un
cerchio
massimo
; e che in se stesso quel
moto
può esser
fatto
per
linea
circolare
, ed anco per qual si
voglia
altra quanto si
voglia
irregolare
, ché sempre
apparirà
retto
; e che però, non essendo le due
proposizioni
già da noi
essaminate
convertibili
, il
prender
l'una per l'altra è un
equivocare
, ch'è poi
peccare
in
logica
.
Se io
credessi
che il
Sarsi
non
fusse
per
volermene
male
, vorrei che noi gli
conferissimo
un'altra
simil
fallacia
, la quale
veggo
ch'è da
grandissimi
uomini
trapassata
, e forse l'istesso
Sarsi
non vi ha
fatto
reflessione
; ma non vorrei fargli
dispiacere
col
mostrargli
di non l'aver io ancora, con tanti altri più
perspicaci
di me,
trascorsa
. Ma sia come si
voglia
, la voglio
conferire
a
V.
S.
Illustrissima
. È
stato
con
arguta
osservazion
notato
, che l'
estremità
della
coda
, il
capo
delle
comete
ed il
centro
del
disco
del
Sole
si
scorgono
sempre
secondo
la medesima
linea
retta
; dal che si è
preso
gagliarda
conghiettura
,
detta
coda
essere
un
distesa
refrazzione
del
lume
solare
,
diametralmente
opposta
al
Sole
;
ned
è, per quanto io
sappia
, sin qui
caduto
in
considerazione
ad alcuno, come il
mostrarcisi
il
Sole
e tutto il
tratto
della
cometa
in
linea
retta
non
concluda
che
necessariamente
la
linea
retta
tirata
per l'
estremità
della
coda
e pel
capo
della
cometa
vada
,
prolungata
, a
terminar
nel
Sole
. Per
apparir
tre o più
termini
in
linea
retta
,
basta
che sieno
collocati
nel medesimo
piano
che l'
occhio
: e così, per
essempio
,
Marte
o la
Luna
talora
si
vederanno
in
mezo
direttamente
tra due
stelle
fisse
, ma non perciò la
linea
retta
che
congiungesse
le due
stelle
passerebbe
per
Marte
o per la
Luna
. Dall'
apparir
, dunque, la
coda
della
cometa
direttamente
opposta
al
Sole
, altro non si può
necessariamente
concludere
, che l'esser nel medesimo
piano
coll'
occhio
.
Or sia, nel
quinto
luogo
,
notata
certa,
dirò
così,
incostanza
nelle
parole
verso il
fine
delle
lette
da
V.
S.
Illustrissima
e da me
essaminate
; dove il
Sarsi
si
prende
assunto
di voler più a
basso
mostrare
quanto
malamente
io, cioè il
signor
Mario
, abbia
attribuito
alla
cometa
il
moto
retto
, e poi, tre
versi
più a
basso
, dice non esser
bisogno
alcuno d'
escluder
questo
moto
retto
, il qual
era
certo e
manifesto
già mai non
ritrovarsi
nelle
comete
. Ma se l'
impossibilità
di questo
moto
è certa e
manifesta
, a che
proposito
mettersi
a volerla
escludere
? ed in qual modo è ella certa e
manifesta
, se, per
detto
del
Sarsi
, nessuno l'ha pur mai non solamente
confutata
, ma né anco
considerata
? Al
Kepplero
solo,
dic
'egli, è tal
moto
venuto in
considerazione
. Ma il
Kepplero
non lo
confuta
, anzi l'
introduce
per
possibile
e
vero
.
Parmi
che '
l
Sarsi
,
sentendosi
di non poter far altro,
cerchi
d'
avviluppare
il
lettore
: ma io
cercherò
di
disfare
i
viluppi
.
11
. "Sed dum illud præterea hoc
loco
nobis
obiicit
: "Si
cometes
circa
Solem
ageretur
, cum
integro
quadrante
ab eodem
Sole
recesserit
,
futurum
aliquando ut ad
Terram
usque
descenderet
", non
venit
illi in
mentem
fortasse
, non uno modo circa
Solem
cometam
agi
potuisse
. Quid enim, si
circulus
, quo
vehebatur
,
eccentricus
Soli
fuisset
, et
maiori
sui
parte
aut supra
Solem
existente
, aut ad
septentrionem
vergente
? Quid, si
motus
circularis
non
fuisset
, sed
ellipticus
, et quidem
summa
imaque
parte
compressus
,
longe
vero
exporrectus
in
latera
? Quid, si ne
ellipticus
quidem, sed omnino
irregularis
, cum
præsertim
, ex ipsius
Galilæi
systemate
, nullo
plane
impedimento
cometis
,
quocunque
liberet
,
moveri
licuerit
? Ut sane propterea
timendum
non esset, ne
cometarum
lucem
Tellus
aut
Tartarus
e
propinquo
visurus
umquam
foret
."
Qui,
primieramente
, se io
ammetto
l'
accusa
che mi
dà
il
Sarsi
di poco
considerato
, mentre non mi siano venuti in
mente
i
diversi
moti
ch'
attribuir
si possono alla
cometa
, non
so
com'egli potrà
scolpare
dalla medesima
nota
il suo
Maestro
, il quale non
considerò
il potersi ella
muover
di
moto
retto
; e s'egli
scusa
il suo
Maestro
col
dire
che tal
considerazione
sarebbe stata
superflua
, non
sendo
stato
da niun altro
autore
introdotto
tal
movimento
, non
veggo
di
meritar
d'
essere
accusato
io, ma sì ben nell'istesso modo
debbo
essere
scusato
, non si
trovando
autor
nessuno ch'abbia
introdotti
questi
moti
stranieri
ch'
ora
nomina
il
Sarsi
. In oltre,
signor
Sarsi
,
toccava
al vostro
Maestro
, e non a me, a
pensare
a questi
movimenti
per li quali si potesse
render
convenevol
ragione
delle
digressioni
così
grandi
della
cometa
; e se alcuno ve n'è
accommodato
a tal
bisogno
,
doveva
nominarlo
e quel solo
accettare
, e non
lasciarlo
sotto
silenzio
e
introdurre
con
Ticone
il
semplice
circolare
intorno al
Sole
,
inettissimo
a
salvar
cotale
apparenza
, e voler poi che non esso ma noi avessimo
commesso
fallo
, in non
indovinare
ch'ei potesse
internamente
aver
dato
ricetto
a
pensieri
diversissimi
da quello ch'aveva
scritto
. Di più, il
signor
Mario
non ha mai
detto
che non sia in
natura
modo alcuno di
salvar
la
digressione
d'una
quarta
(anzi se tal
digressione
è stata, ben
chiara
cosa è che ci è anco il modo com'ella è stata); ma ha
detto
: "Nell'
ipotesi
ricevuta
dal
Padre
non si può far tal
digressione
senza che la
cometa
tocchi
la
Terra
, e anco la
penetri
."
Vana
, dunque, è sin qui la
scusa
del
Sarsi
. Ma
fors
'ei
pretende
ch'ogni
leggiera
scusa
si
debba
ammettere
per lo suo
Maestro
, ma che per me ogni più
gagliarda
resti
invalida
; e se questo è, io
volentieri
mi
quieto
, e
liberamente
gliel
concedo
.
E vengo, nel
secondo
luogo
, a
produrre
altra
scusa
per me (
vestito
della
persona
del
signor
Mario
); e con
ingenuità
confessando
, non m'esser venuti in
mente
i
movimenti
per
eccentrici
o per
linee
ovali
o per altre
irregolari
,
dico
ciò
essere
accaduto
perch'io non
soglio
dar
orecchio
a'
concetti
che non
ànno
che fare in quel
proposito
di che si
tratta
. E che vuol fare il
Sarsi
del
moto
intorno al
Sole
in una
figura
ovale
, per far
digredir
la
cometa
una
quarta
?
cred
'egli forse che, coll'
allungar
per un verso e
stringer
per l'altro tal
figura
, gli possa
succedere
l'
intento
? certo no, quando anco ei l'
allungasse
in
infinito
. E la medesima
impossibilità
cade
nell'
eccentrico
che sia per la
minor
parte
sotto il
Sole
. E per
intelligenza
del
Sarsi
,
V.
S.
Illustrissima
potrà una
volta
,
incontrandolo
,
proporgli
due tali
linee
rette
AB,
CD
, delle quali la
CD
sia
perpendicolare
all'AB, e
dirgli
che
supponendo
la
retta
DC
esser quella che
va
dall'
occhio
al
Sole
, quella per la quale si ha da
vedere
la
cometa
digredita
90
gradi
, bisogna che di
necessità
sia la DA o
vero
DB
, essendo
communemente
conceduto
, il
moto
apparente
della
cometa
esser nel
piano
d'un
cerchio
massimo
: lo
preghi
poi, che per nostro
ammaestramento
egli
descriva
l'
eccentrico
o l'
ovato
nominati
da lui, per li quali
movendosi
la
cometa
possa
abbassarsi
tanto ch'ella venga
veduta
per la
linea
ADB
, perché io
confesso
di non lo
saper
fare. E sin qui vengono
esclusi
due de'
proposti
modi
: ci
resta
l'altro
eccentrico
col
centro
declinante
a
destra
o a
sinistra
della
linea
DC
, e la
linea
irregolare
. Quanto all'
eccentrico
, è
vero
che non è del tutto
impossibile
a
disegnarsi
in
carta
in
maniera
che
causi
la
cercata
digressione
; ma
dico
bene
al
Sarsi
che s'ei si
metterà
a
delinear
il
Sole
cogli
orbi
di
Mercurio
e di
Venere
attorno
, e di più la
Terra
circondata
dall'
orbe
della
Luna
, come di
necessità
convien
fare l'uno e l'altro, e poi si
porrà
a volervi
ingarbare
un tale
eccentrico
per la
cometa
,
credo
certo che se gli
rappresenteranno
tali
essorbitanze
e
mostruosità
, che quando
bene
con tale
scusa
ei potesse
sollevare
il suo
Maestro
, si
spaventerebbe
a farlo. Quanto poi alle
linee
irregolari
, non è
dubbio
nessuno che non solamente questa, ma
qualsivoglia
altra
apparenza
si può
salvare
: ma voglio
avvertire
il
Sarsi
che l'
introdur
tal
linea
non pur non
gioverebbe
alla
causa
del suo
Maestro
, ma più
gravemente
gli
pregiudicherebbe
, e questo non solamente perch'ei non l'ha
nominata
mai, anzi
accettò
la
linea
circolare
regolarissima
, per così
dire
, sopra ogn'altra, ma perché maggior
leggerezza
sarebbe stata il
proporla
; il che potrebbe
intendere
il
Sarsi
medesimo,
tuttavolta
ch'ei
considerasse
che cosa
importi
linea
irregolare
.
Chiamansi
linee
regolari
quelle che, avendo la loro
descrizzione
una,
ferma
e
determinata
, si possono
definire
, e di loro
dimostrare
gli
accidenti
e
proprietà
: e così la
spirale
è
regolare
, e si
definisce
nascer
da due
moti
uniformi
, l'un
retto
e l'altro
circolare
; così l'
ellittica
,
nascendo
dalla
sezzion
del
cono
e del
cilindro
, etc. Ma le
linee
irregolari
son quelle che, non avendo
determinazion
veruna, sono
infinite
e
casuali
, e perciò
indefinibili
, né di esse si può, in
conseguenza
,
dimostrar
proprietà
alcuna, né in
somma
saperne
nulla. Sì che il voler
dire
"Il tale
accidente
accade
mercé di una
linea
irregolare
" è il medesimo che
dire
"Io non
so
perché ei s'
accaggia
"; e l'
introduzzione
di tal
linea
non è
punto
migliore
delle
simpatie
,
antipatie
,
proprietà
occulte
,
influenze
ed altri
termini
usati
da alcuni
filosofi
per
maschera
della
vera
risposta
, che sarebbe "Io non lo
so
",
risposta
tanto più
tollerabile
dell'altre, quant'una
candida
sincerità
è più
bella
d'un'
ingannevol
doppiezza
. Fu dunque molto più
avveduto
il
P.
Grassi
a non
propor
cotali
linee
irregolari
come
bastanti
a
soddisfare
al
quesito
, che il suo
scolare
a
nominarle
.
È ben
vero
, s'io
devo
liberamente
dire
il mio
parere
, che io
credo
che il
Sarsi
medesimo abbia
benissimo
ed
internamente
compresa
l'
inefficacia
delle sue
risposte
, e che poco
fondamento
ci abbia
fatto
sopra; il che
conghietturo
io dall'
essersene
con gran
brevità
spedito
, ancor che il
punto
fusse
principalissimo
nella
materia
che si
tratta
, e le
difficoltà
promosse
dal
signor
Mario
gravissime
: ed egli di se medesimo mi è buon
testimonio
mentre, alla
fac
. 16,
parlando
di certo
argomento
usato
dal suo
Maestro
,
scrive
: "
Cæterum
, quanti hoc
argumentum
apud nos esset,
satis
arbitror
ex eo
poterat
intelligi
, quod
paucis
adeo
ac
plane
ieiune
propositum
fuerit
, cum prius
reliqua
duo
longe
accuratius
ac
fusius
fuissent
explicata
." E con qual
brevità
e quanto
sobriamente
egli abbia
tocco
questo,
veggasi
, oltre all'altre
cose
, dal non aver pur fatte le
figure
degli
eccentrici
e dell'
ellissi
introdotte
per
salvare
il tutto; dove che più a
basso
incontreremo
un
mar
di
disegni
inseriti
in un lungo
discorso
, per
riprovar
poi una
esperienza
che in
ultimo
non
reca
pure
un
minimo
ristoro
alla
principale
intenzione
che si ha in quel
luogo
. Ma, senz'
andar
più
lontano
,
entri
pur
V.
S.
Illustrissima
in un
oceano
di
distinzioni
,
sillogismi
ed altri
termini
logicali
, e
troverà
esser fatta dal
Sarsi
stima
grandissima
di cosa che,
liberamente
parlando
, io
stimo
assai meno della
lana
caprina
.
12. "Sed quando
Magistro
meo
logicæ
imperitiam
Galilæus
obiecit
,
patiatur
experiri
nos, quam
exacte
eiusdem ipse
facultatis
leges
servaverit
: neque hoc
multis
; uno enim aut
altero
exemplo
contenti
erimus.
Dixeramus
,
stellas
tubo
inspectas
minimum
, ad
sensum
,
incrementum
suscepisse
. "Sed cum
stellæ
,
inquit
ille,
quamplurimæ
, quæ
perspicacissimos
quosque
oculos
fugiunt
, per
tubum
conspiciantur
, non
insensibile
, sed
infinitum
potius,
incrementum
ab illo
accepisse
dicendæ
erunt
; nihil enim atque aliquid
infinito
plane
distant
intervallo
." Ex eo
igitur
, quod aliquid
videatur
cum prius non
videretur
,
infert
Galilæus
obiecti
incrementum
infinitum
,
incrementum
,
inquam
,
apparens
saltem
,
quantitatis
. At ego, neque
infinitum
, neque
incrementum
quidem
ullum
,
inferri
posse
existimo
. Et
primo
quidem, quamquam
verum
sit,
iter
hoc quod est
videri
, et hoc quod est non
videri
,
distantiam
esse
infinitam
, una
saltem
ex
parte
, atque hæc
duo
proportionem
illam
habere
quam nihil atque aliquid, hoc est
proportionem
prorsus
nullam
; cum tamen id quod non erat, esse
incipit
,
crescere
aut
augeri
non
dicitur
, quod
augmentum
omne aliquid semper ante
supponat
, neque
mundum
, cum
primum
a
Deo
creatus
est,
infinite
auctum
dicimus
, cum nihil
antea
præfuisset
: est enim
augeri
,
fierialiquid
maius
, cum prius esset minus. Quare ex eo, quod aliquid prius non
videretur
,
videatur
autem postea,
inferri
non potest, ne in
ratione
quidem
visibilis
,
augmentum
infinitum
. Sed hoc
interim
nihil
moror
;
vocetur
augmentum
transitus
de non esse ad esse:
ulterius
pergo
. Ipse tamen, cum ex eo quod
stellæ
,
antea
non
visæ
, per
tubum
inspectæ
fuerint
,
intulit
a
tubo
illas
infinitum
incrementum
accepisse
,
meminisse
debuerat
,
affirmasse
se
alibi
tubum
eundem
in eadem
proportione
augere
omnia. Si ergo
stellas
, quas
nudis
oculis
videmus
,
auget
in certa ac
determinata
proportione
,
puta
in
centupla
,
illas
etiam
minimas
, quæ
oculos
fugiunt
, cum in
aspectum
profert
, in eadem
proportione
augebit
: non
igitur
infinitum
erit
illarum
incrementum
, hoc enim
nullam
admittit
proportionem
.
Secundo
, ad hoc, ut inter
visibile
et non
visibile
intercedat
augmentum
infinitum
in
apparenti
quantitate
, id enim
significat
vox
incrementi
ab illo
usurpata
,
necesse
est
ostendere
inter
quantitatem
visam
et non
visam
distantiam
esse
infinitam
in
ratione
quanti; alioquin
nunquam
inferetur
hoc
augmentum
infinitum
. Si quis enim ita
argumentetur
: "Cum quid
transit
de non
visibili
ad
visibile
,
augetur
infinite
; sed
stellæ
transeunt
de non
visibili
ad
visibile
; ergo
augentur
infinite
",
distinguenda
erit
maior
:
augentur
infinite
in
ratione
visibilis
, esto;
augentur
in
ratione
quanti,
negatur
. Sic enim etiam
consequens
eadem
distinctione
solvetur
:
augentur
in
ratione
visibilis
, non autem in
ratione
quanti. Ex quibus
apparet
,
terminum
incrementi
non eodem modo
sumi
in
maiori
propositione
atque in
consequentia
; in illa siquidem pro
incremento
visibilitatis
accipitur
, in hac
vero
pro
augmento
quantitatis
: hoc autem quam
logicæ
legibus
consentaneum
sit,
videat
Galilæus
.
Tertio
,
aio
ne
ullum
quidem,
augmentum
inde
inferri
posse.
Logicorum
enim
lex
est,
quotiescumque
effectus
aliquis a
pluribus
causis
haberi
potest,
male
ex
effectu
ipso unam tantum
illarum
inferri
:
verbi
gratia
, cum
calor
haberi
possit
ab
igne
, a
motu
, a
Sole
, aliisque
causis
,
male
quis
inferet
, Hic
calor
est, ergo ab
igne
. Cum ergo hoc, quod est
videri
aliquid cum prius non
videretur
, a
multis
etiam
causis
pendere
possit
, non
poterit
ex illa
visibilitate
una tantum
illarum
causarum
deduci
. Posse autem hunc
effectum
a
pluribus
causis
haberi
,
apertissimum
esse
arbitror
:
manente
enim,
primum
,
obiecto
ipso
immutato
, si vel
potentia
visiva
augeatur
in se ipsa, vel
impedimentum
aliquod
auferatur
, si
adsit
, vel
instrumento
aliquo,
qualia
sunt
specilla
, eadem
potentia
fortior
evadat
, vel certe,
immutata
potentia
,
obiectum
ipsum aut
illuminetur
clarius
aut
propius
accedat
ad
visum
aut eius denique
moles
excrescat
; unum ex his
satis
erit ad
eumdem
effectum
producendum
. Cum ergo
infertur
, ex eo quod
stellæ
videantur
, cum prius
laterent
,
infinitum
illas
augmentum
accepisse
, ad
logicorum
normam
id minus recte
colligitur
, quod aliæ
causæ
omissæ
sint ex quibus idem
effectus
haberi
poterat
. Sane nihil est quod
tubo
hoc
incrementum
tribuat
Galilæus
; si enim vel
clausos
tantum
oculos
semel
aperiat
,
augeri
omnia
infinite
æque
vere
pronunciabit
, cum prius non
viderentur
, modo
videantur
. Quod si
dicat
, sibi de
iis
tantum
loquendum
fuisse
, quæ a
tubo
haberi
possent
, cum
solum
hic de
tubo
ageretur
,
potuisse
proinde se alias
causas
omittere
;
respondeo
, ne id quidem ad
rectam
argumentationem
satis
esse:
tubus
enim ipse non uno tantum modo ea, quæ sine illo non
videntur
, in
conspectum
profert
;
primo
quidem,
obiecta
sub
maiori
angulo
ad
oculum
ferendo
, ex quo
fit
ut
maiora
videantur
;
secundo
,
radios
ac
species
in unum
cogendo
, ex quo
fit
ut
efficacius
agant
: horum autem
alterum
satis
est ad hoc, ut
videantur
ea quæ prius
aspectum
fugiebant
. Non
licuit
ergo ex hoc
effectu
alteram
tantum
illarum
causarum
inferre
.
Quarto
, ne id quidem
logicorum
legibus
congruit
,
stellas
, si per
tubum
non
augentur
, ab eodem,
singulari
sane eiusdem
prærogativa
instrumenti
,
illuminari
. Ex quibus
videtur
Galilæus
duobus
his
membris
adæquate
specillorum
effecta
partiri
, quasi
diceret
:
Specillum
vel
stellas
auget
, vel
easdem
illuminat
; non
auget
, ergo
illuminat
.
Lex
tamen alia
logicorum
est, in
divisione
membra
omnia
dividentia
includi
debere
: sed in hac
Galilæi
divisione
neque omnia
specilli
effecta
includuntur
, neque ea quæ
numerantur
eius propria sunt;
illuminatio
enim, ut ipse quidem
existimat
,
tubi
effectus
esse non potest; et
specierum
aut
radiorum
coactio
, quæ proprie a
specillis
habetur
, ab eodem
omittitur
:
vitiosa
igitur
fuit eiusdem
divisio
. Nec
plura
hic
addo
:
pauca
autem hæc, quæ uno
ferme
loco
forte
inter
legendum
offendi
,
adnotare
volui
, aliis
interim
omissis
, ut
intelligat
,
disputationem
suam
ea
culpa
non
vacare
, quam ipse in aliis
repræhendit
.
Sed quid (
libet
enim hoc
loco
rem
Galilæo
adhuc
inauditam
non
omittere
), quid,
inquam
, si quam ipse
prærogativam
tubo
suo
tribuere
non
audet
, illam ego
eidem
tribuendam
esse
ostendero
?
Tubus
,
inquit
, vel
obiecta
auget
, vel certe,
occulta
quadam
atque
inaudita
vi, eadem scilicet
illuminat
. Ita est:
tubus
luminosa
omnia
magis
illuminat
. Hoc si
ostendero
,
næ
ego
magnam
me apud
Galilæum
initurum
gratiam
spero
; dum
tubum
, cuius
amplificatione
merito
gloriatur
, hac etiam
inaudita
prærogativa
donavero
.
Age
igitur
,
tubo
eodem ideo
augeri
dicimus
obiecta
, quia hæc ab eo ad
oculum
feruntur
maiori
angulo
, quam cum sine
tubo
conspiciuntur
; quæcumque autem sub
maiori
angulo
conspiciuntur
, ea
maiora
videntur
, ex
opticis
: sed
tubus
idem
luminosorum
species
et
dispersos
radios
dum
cogit
et ad unum
fere
punctum
colligit
,
conum
visivum
, seu
piramidem
luminosam
qua
obiecta
lucida
spectantur
,
longe
lucidiorem
efficit
, et proinde
luminosa
obiecta
splendidiore
piramide
ad
oculum
vehit
: ergo
pari
ratione
dicetur
tubus
stellas
illuminare
,
sicuti
easdem
augere
dicitur
. Quemadmodum enim
angulus
maior
vel
minor
, sub quo
res
conspicitur
,
rem
maiorem
minoremve
ostendit
, ita
piramis
magis
minusve
luminosa
, per quam
corpus
luminosum
aspicitur
, idem
obiectum
lucidum
magis
aut minus
monstrabit
.
Fieri
autem
lucidiorem
piramidem
opticam
ex
radiorum
coactione
,
satis
manifeste
et
experientia
et
ratio
ipsa
ostendunt
. Hæc siquidem
docet
,
lumen
idem, quo
minori
compræhenditur
spatio
, eo
magis
illuminare
locum
in quo est; at
radii
in unum
coacti
lumen
idem
minori
spatio
claudunt
; ergo et hoc idem
magis
illuminant
.
Experientia
vero
idem
probabitur
, si
lentem
vitream
Soli
exponamus
;
videbimus
enim in
radiis
ad unum
punctum
coactis
, non
solum
ligna
comburi
et
plumbum
liquescere
, sed
oculos
eo
lumine
, utpote
clarissimo
,
pene
excæcari
. Quare
assero
, tam
vere
dici
stellas
tubo
illuminari
, quam
easdem
eodem
tubo
augeri
.
Bene
igitur
est ac
perbeate
tubo
huic nostro, quando
stellas
ipsas
ac
Solem
,
clarissima
lumina
,
illustrare
etiam
clarius
per me iam potest. "
Qui, come
vede
V.
S.
Illustrissima
, in
contracambio
dell'
equivoco
nel quale il
P.
Grassi
era
, come il
signor
Guiducci
avverte
,
incorso
,
seguendo
l'
orme
di
Ticone
e d'altri, vuole il
Sarsi
mostrare
, me aver altrettanto, o più,
errato
in
logica
; mentre che per
mostrare
, l'
augumento
del
telescopio
esser nelle
stelle
fisse
quale negli altri
oggetti
, e non
insensibile
o nullo, come aveva
scritto
il
Padre
, si
argumentò
in
cotal
forma
: "Molte
stelle
del tutto
invisibili
a
qualsivoglia
vista
libera
si
rendon
visibilissime
col
telescopio
; adunque tale
augumento
si
doverebbe
più
tosto
chiamare
infinito
che nullo." Qui
insorge
il
Sarsi
, e con
lunghissime
contese
fa
forza
di
dichiararmi
pessimo
logico
, per aver
chiamato
tale
ingrandimento
infinito
: alle quali tutte, perché
ormai
sento
grandissima
nausea
da quelle
altercazioni
nelle quali io altresì nella mia
fanciullezza
, mentr'ero ancor sotto il
pedante
, con
diletto
m'
ingolfavo
,
risponderò
breve e
semplicemente
,
parermi
che il
Sarsi
apertamente
si
mostri
quale egli
tenta
di
mostrar
me, cioè poco
intendente
di
logica
, mentr'ei
piglia
per
assoluto
quello ch'è
detto
in
relazione
. Mai non si è
detto
, l'
accrescimento
nelle
stelle
fisse
esser
infinito
; ma avendo
scritto
il
Padre
, quello esser nullo, ed il
signor
Mario
avvertitolo
, ciò non esser
vero
, poi che moltissime
stelle
di
totalmente
invisibili
si
rendono
visibilissime
,
soggiunse
, tale
accrescimento
doversi
più
tosto
chiamare
infinito
che nullo. E chi è così
semplice
che non
intenda
che
chiamandosi
il
guadagno
di mille, sopra cento di
capitale
,
grande
, e non nullo, il medesimo sopra
diece
,
grandissimo
, e non nullo, e' non
intenda
,
dico
, che l'
acquisto
di mille sopra il niente più
tosto
si
deva
chiamare
infinito
che nullo? Ma quando il
signor
Mario
ha
parlato
dell'
accrescimento
assoluto
,
sa
pur il
Sarsi
, ed in molti
luoghi
l'ha
scritto
, ch'egli ha
detto
, esser come di tutti gli altri
oggetti
veduti
coll'istesso
strumento
; sì che quando in questo
luogo
ei vuol
tassar
il
signor
Mario
di poca
memoria
,
dicendo
ch'ei si
doveva
pur
ricordare
d'avere altra
volta
detto
che il medesimo
strumento
accresceva
tutti gli
oggetti
nella medesima
proporzione
, l'
accusa
è
vana
. Anzi, quando anco senz'altra
relazione
il
signor
Mario
l'avesse
chiamato
infinito
, non avrei
creduto
che si
fusse
per
trovar
alcuno così
cavilloso
, che vi si
fusse
attaccato
, essendo un modo di
parlare
tutto il
giorno
usitato
il
porre
il
termine
d'
infinito
in
luogo
del
grandissimo
.
Largo
campo
avrà il
Sarsi
di
mostrarsi
maggior
logico
di tutti gli
scrittori
del
mondo
, ne i quali io l'
assicuro
ch'ei
troverà
la
parola
infinito
presa
delle
diece
volte
le nove in
vece
di
grande
o
grandissimo
.Ma più,
signor
Sarsi
, se il
Savio
si
leverà
contro di voi e
dirà
: "
Stultorum
infinitus
est
numerus
", qual
partito
sarà il vostro? vorrete voi forse
ingaggiarla
seco, e
sostener
la sua
proposizione
esser
falsa
,
provando
, anco coll'
autorità
dell'
istessa
Scrittura
, che il
mondo
non è
eterno
, e che, essendo
stato
creato
in
tempo
, non possono
essere
né
essere
stati
uomini
infiniti
, e che, non
regnando
la
stoltizia
se non tra gli
uomini
, non può
accadere
che quel
detto
sia mai
vero
, quando ben tutti gli
uomini
presenti
e
passati
ed anco,
dirò
, i
futuri
fussero
sciocchi
, essendo
impossibile
che gl'
individui
umani
, quando anco la
durazion
del
mondo
fusse
per
essere
eterna
, sieno già mai
infiniti
?
Ma
ritornando
alla
materia
, che
diremo
dell'altra
fallacia
con tanta
sottigliezza
scoperta
dal
Sarsi
, nel
chiamar
noi
accrescimento
quello d'un
oggetto
che d'
invisibile
si fa, col
telescopio
,
visibile
? il quale,
dic
'egli, non si può
chiamare
accrescimento
, perché l'
accrescimento
suppone
prima qualche
quantità
, e l'
accrescersi
non è altro che di
minore
farsi maggiore. A questo
veramente
io non
saprei
che altro
dirmi
, per
iscusa
del
signor
Mario
, se non ch'egli se n'
andò
alla
buona
, come si dice; e
credendo
che la
facoltà
del
telescopio
colla quale ei ci
rappresenta
quelli
oggetti
i quali senz'esso non
iscorgevamo
,
fusse
la medesima che quella colla quale anco i
veduti
avanti ci
rappresenta
maggiori assai, e
sentendo
che questa
communemente
si
chiamava
uno
accrescimento
della
specie
o dell'
oggetto
visibile
, si
lasciò
traportare
a
chiamare
quella ancora nell'istesso modo; la quale, come
ora
ci
insegna
il
Sarsi
, si
doveva
chiamar
non
accrescimento
, ma
transito
dal non
essere
all'
essere
. Sì che quando,
verbigrazia
, l'
occhiale
ci fa da una gran
lontananza
legger
quella
scrittura
della quale senz'esso noi non
veggiamo
se non i
caratteri
maiuscoli
, per
parlar
logicamente
si
deve
dire
che l'
occhiale
ingrandisce
le
maiuscole
, ma quanto alle
minuscole
fa lor far
transito
dal non
essere
all'
essere
. Ma se non si può senza
errore
usar
la
parola
accrescimento
dove non si
supponga
prima alcuna cosa in
atto
, che
debba
riceverlo
, forse che la
parola
transito
o
trapasso
non verrà troppo più
veridicamente
usurpata
dal
Sarsi
dove non sieno due
termini
, cioè quello
donde
si
parte
e l'altro dove si
trapassa
. Ma chi
sa
che il
signor
Mario
non avesse ed abbia
opinione
che degli
oggetti
, ancor che
lontanissimi
, le
specie
pure
arrivino
a noi, ma sotto
angoli
così
acuti
che
restino
al
senso
nostro
impercettibili
e come
nulle
, ancor ch'
elle
veramente
sieno qualche cosa (perché, s'io
devo
dire
il mio
parere
,
stimo
che quando
veramente
elle
fusser
niente, non
basterebbon
tutti gli
occhiali
del
mondo
a farle
diventar
qualche cosa); sì che le
specie
altresì delle
stelle
invisibili
sieno, non meno che quelle delle
visibili
,
diffuse
per l'
universo
, e che in
conseguenza
si possa anco di quelle, con
buona
grazia
del
Sarsi
e senza
error
di
logica
,
predicar
l'
accrescimento
? Ma perché
vo
io
mettendo
in
dubbio
cosa della quale io ho
necessaria
e
sensata
prova
? Quel
fulgore
ascitizio
delle
stelle
non è
realmente
intorno alle
stelle
, ma è nel nostro
occhio
; sì che dalla
stella
vien
la
sola
sua
specie
,
nuda
e
terminatissima
.
Sappiamo
di
sicuro
ch'una
nubilosa
non è altro che uno
aggregato
di molte
stelle
minute
,
invisibili
a noi; con tutto ciò non ci
resta
invisibile
quel
campo
che da loro è
occupato
; ma si
dimostra
in
aspetto
d'una
piazzetta
biancheggiante
, la qual
deriva
dal
congiungimento
de'
fulgori
di che ciascheduna
stellina
s'
inghirlanda
: ma perché questi
irraggiamenti
non sono se non nell'
occhio
nostro, è
necessario
che ciascheduna
specie
di esse
stelline
sia
realmente
e
distintamente
nell'
occhio
. Di qui si
cava
un'altra
dottrina
, cioè che le
nubilose
, ed anco tutta la
Via
Lattea
, in
cielo
non son niente, ma sono una
pura
affezzione
dell'
occhio
nostro; sì che per quelli che
fussero
di
vista
così
acuta
che
potesser
distinguer
quelle
minutissime
stelle
, le
nubilose
e la
Via
Lattea
non
sarebbono
in
cielo
. Queste, come
conclusioni
non
dette
da altri sin
ora
,
credo
che non
sarebbono
ammesse
dal
Sarsi
, e ch'egli pur vorrebbe che il
signor
Mario
avesse
peccato
nel
chiamare
accrescimento
quello che appresso di lui si
deve
dir
transito
dal non
essere
all'
essere
. Ma sia come si
voglia
; io ho
licenza
dal
signor
Mario
(per non
ingaggiar
nuove
liti
) di
conceder
tutta la
vittoria
al
Sarsi
di questo
duello
, e di quello ancora che
segue
appresso, dove il
Sarsi
si
contenta
che la
scoperta
delle
fisse
invisibili
si possa
chiamare
accrescimento
infinito
in
ragion
di
visibile
, ma non già in
ragion
di quanto: tutto questo se gli
conceda
, pur che ei
conceda
a noi che e le
invisibili
e le
visibili
,
crescano
pure
in
ragion
di quel che
piace
al
Sarsi
,
crescono
finalmente in modo che
rendon
totalmente
falso
il
detto
del suo
Maestro
, che
scrisse
ch'
elle
non
crescevano
punto
in veruna
maniera
; sopra il qual
detto
era
fondato
il
terzo
delle
ragioni
, colle quali egli aveva
intrapreso
a
provar
la
primaria
intenzione
del suo
trattato
, cioè il
luogo
della
cometa
.
Ma che
risponderem
noi ad un altro
errore
,
pure
in
logica
, che il
Sarsi
ci
attribuisce
?
Sentiamolo
, e poi
prenderemo
quel
partito
che ci
parrà
più
opportuno
. Non
contento
il
Sarsi
d'aver
mostrato
come il più
volte
già
nominato
scoprimento
delle
fisse
invisibili
non si
deve
chiamare
accrescimento
infinito
,
passa
a
provar
che il
dire
ch'ei
proceda
dal
telescopio
è
grave
errore
in
logica
, le cui
leggi
vogliono che quando un
effetto
può
derivare
da più
cause
,
malamente
da quello se n'
inferisca
una
sola
: e che il
vedersi
quello che prima non si
vedeva
sia un degli
effetti
che posson
depender
da più
cause
, oltre a quella del
telescopio
,
chiaramente
lo
mostra
il
Sarsi
nominandole
ad una ad una; le quali tutte
era
necessario
rimuovere
, e
mostrar
com'
elle
non erano a
parte
nell'
atto
del farci
vedere
col
telescopio
le
stelle
invisibili
. Sì che il
signor
Mario
, per
fuggir
l'
imputazione
del
Sarsi
,
doveva
mostrare
che l'
accostarsi
il
telescopio
all'
occhio
non
era
, prima, uno
accrescere
in se stessa e per se stessa la
virtù
visiva
(che pur è una
causa
per la quale, senz'altro
aiuto
, si può
veder
quel che prima non si poteva);
secondo
,
doveva
mostrar
che la medesima
applicazione
non
era
un
tor
via
le
nuvole
, gli
alberi
, i
tetti
o altri
impedimenti
di
mezo
;
terzo
, ch'ei non
era
un
servirsi
d'un
paio
d'
occhiali
da
naso
ordinarii
(e
vo
, come
V.
S.
Illustrissima
vede
,
numerando
le
cause
poste
dal medesimo
Sarsi
, senz'
alterar
nulla);
quarto
, che questo non è un
illuminar
l'
oggetto
più
chiaramente
;
quinto
, che questo non è un far venir le
stelle
in
Terra
o
salir
noi in
cielo
, onde l'
intervallo
traposto
si
diminuisca
;
sesto
, ch'ei non è un farle
rigonfiare
, onde,
ingrandite
,
divengano
più
visibili
;
settimo
, che questo non è finalmente un
aprir
gli
occhi
chiusi
:
azzioni
tutte, ciascheduna delle quali (ed in
particolar
l'
ultima
) è
bastante
a farci
vedere
quel che prima non
vedevamo
.
Signor
Sarsi
, io non
so
che
dirvi
, se non che voi
discorrete
benissimo
; solo
dispiacemi
che queste
imputazioni
cascano
tutte
addosso
al vostro
Maestro
, senza
toccar
punto
il
signor
Mario
o me. Io vi
domando
se alcune di queste
cause
, da voi
prodotte
come
potenti
a farci
veder
quello che senza lor non si
vederebbe
, come,
verbigrazia
, l'
avvicinarlo
, l'
interpor
vapori
o
cristalli
etc., vi
dimando
,
dico
, se alcuna di queste
cause
può
produr
l'
effetto
dell'
ingrandir
gli
oggetti
visibili
, sì come lo
produce
il
telescopio
ancora. Io
credo
pure
che voi
risponderete
di sì. Ed io vi
soggiungerò
che questo è un
aperto
accusare
di
cattivo
logico
il vostro
Maestro
, il quale,
parlando
in
generale
a tutto il
mondo
,
riconobbe
l'
ingrandimento
della
Luna
e di tutti gli altri
oggetti
dal solo
telescopio
, senza l'
esclusion
di niuna dell'altre
cause
, come per vostra
opinione
sarebbe
stato
in
obligo
di fare; il quale
obligo
non
cade
poi
punto
nel
signor
Mario
,
avvenga
che,
parlando
solo col vostro
Maestro
, e non più a tutto il
mondo
, e volendo
mostrar
falso
quello ch'egli aveva
pronunziato
dell'
effetto
di tale
strumento
, lo
considerò
(né
era
in
obligo
di
considerarlo
altrimenti) nel modo che l'aveva
considerato
il suo
avversario
. Anzi la vostra
nota
di
cattivo
logico
cade
tanto più
gravemente
sopra il vostro
Maestro
, quanto ch'egli in altra
occasione
importantissima
trasgredì
la
legge
:
dico
nell'
inferir
dall'
apparenza
del
moto
retto
la
circolazione
per
cerchio
massimo
, potendo esser del medesimo
effetto
causa
il
movimento
realmente
retto
e qualunque altro
moto
fatto
nell'istesso
piano
dove
fusse
l'
occhio
, delle quali tre
cagioni
potevano con gran
ragione
dubitare
anco gli
uomini
molto
sensati
; anzi l'istesso vostro
Maestro
, per vostro
detto
, non
ricusò
d'
accettare
il
moto
per
linea
ovale
o anco
irregolare
. Ma il
dubitare
se alcuna delle vostre sette
cause
poste
di sopra potesse aver
luogo
nell'
apparizion
delle
stelle
invisibili
, mentre che col
telescopio
si
rimirano
, se io
devo
parlar
liberamente
, non
credo
che potesse
cadere
in
mente
se non a
persone
costituite
nel
sommo
ed
altissimo
grado
di
semplicità
.
Nella quale
schiera
io non però
intendo
,
Illustrissimo
Signore
, di
porre
il
Sarsi
; perché, se ben egli è quello che si è
lasciato
traportare
a far questa
passata
, tuttavia si
vede
ch'ei non ha
parlato
, come si dice, ex
corde
;poi che in
ultimo
quasi quasi si
accommoda
a
concedere
che, non si
trattando
d'altro che del
telescopio
, si potessero
lasciar
da
banda
l'altre
cause
: tuttavia, perché il
conceder
poi questo
apertamente
, si
tirava
in
conseguenza
la
nullità
della sua già fatta
accusa
e del
concetto
, per quella
impresso
forse in alcuno de'
lettori
, d'esser io
cattivo
logico
, per
ovviare
a tutto questo
soggiunge
che né anco tal cosa
basta
ad una
retta
argumentazione
: e la
ragion
è, perché il
telescopio
non in un modo solo fa
veder
quel che non si
vedeva
, ma in due: il
primo
è col
portar
gli
oggetti
a gli
occhi
sotto
angolo
maggiore, per lo che maggiori
appariscono
; l'altro, con l'
unire
i
raggi
e le
specie
, onde più
efficacemente
operano
; e perché l'uno di questi
basta
per far
apparire
quel che non si
scorgeva
, non si
deve
da questo
effetto
inferire
una
sola
di quelle
cause
. Queste sono le sue
precise
parole
, delle quali io non
direi
di
saper
penetrar
l'
intimo
senso
,
avvenga
che egli stia troppo su '
l
generale
, dove mi
par
che
fusse
stato
di
mestieri
dichiararsi
più
specificatamente
, potendo la sua
proposizione
esser
intesa
in più
modi
; de i quali quello ch'è per
avventura
il
primo
a
rappresentarsi
alla
mente
,
contiene
in sé una
manifesta
contradizzione
. Imperocché il
portar
gli
oggetti
sotto maggior
angolo
, onde maggiori
appariscano
, si
rappresenta
effetto
contrario
al
ristringer
insieme
i
raggi
e le
specie
; perché, essendo i
raggi
quelli che
conducono
le
specie
,
par
che non ben si
capisca
come, nel
condurle
, si
ristringano
insieme
ed in un
tempo
formino
angolo
maggiore;
imperò
che,
concorrendo
insieme
linee
a
formare
un
angolo
,
par
che, nel
ristringersi
, l'
angolo
debba
più
tosto
inacutirsi
che farsi maggiore. E se
pure
il
Sarsi
aveva in
fantasia
qualch'altro modo per lo quale potessero i
raggi
, coll'
unirsi
,
formare
angolo
maggiore (il che io non
niego
poter per
avventura
ritrovarsi
),
doveva
dichiararlo
e
distinguerlo
dall'altro, per non
lasciare
il
lettore
tra i
dubbi
e gli
equivoci
. Ma
posto
per
ora
che sieno tali due
modi
d'
operare
nell'
uso
del
telescopio
, io vorrei
sapere
se ei
lavora
sempre con ambedue
insieme
, o pur talvolta coll'uno ed altra
volta
coll'altro
separatamente
, sì che quando ei si
serve
dell'
ingrandimento
dell'
angolo
,
lasci
stare il
ristringimento
de'
raggi
, e quando
ristringe
i
raggi
,
ritenga
l'
angolo
nella sua
primiera
quantità
. S'egli
opera
sempre con ambedue questi
mezi
, gran
semplicità
è quella del
Sarsi
mentre
accusa
il
signor
Mario
per non avere
accettato
e
nominato
l'uno ed
escluso
l'altro; ma s'egli
opera
con un solo,
pure
ha
errato
il
Sarsi
a non lo
nominare
,
escludendo
l'altro, e
mostrar
che quando noi
guardiamo
,
verbigrazia
, la
Luna
, che
ricresce
assaissimo
, ei
lavora
coll'
ingrandimento
dell'
angolo
, ma quando si
guardano
le
stelle
, non s'
ingrandisce
l'
angolo
, ma solamente s'
uniscono
i
raggi
. Io, per quanto posso con
verità
deporre
, nelle
infinite
o, per
meglio
dire
, moltissime
volte
che ho
guardato
con tale
strumento
, non ho mai
conosciuta
diversità
alcuna nel suo
operare
, e però
credo
ch'egli
operi
sempre nell'
istessa
maniera
, e
credo
che il
Sarsi
creda
l'istesso; e come questo sia, bisogna che le due
operazioni
, dell'
ingrandir
l'
angolo
e
ristringer
i
raggi
,
concorrano
sempre
insieme
: la qual cosa
rende
poi in tutto e per tutto fuori del
caso
l'
opposizione
del
Sarsi
; perch'è ben
vero
che quando da un
effetto
il quale può
depender
da più
cause
separatamente
, altri ne
inferisce
una
particolare
,
commette
errore
; ma quando le
cause
sieno tra di loro
inseparabili
, sì che
necessariamente
concorrano
sempre tutte, se ne può ad
arbitrio
inferir
qual più ne
piace
, perché qualunque
volta
sia
presente
l'
effetto
,
necessariamente
vi è anco quella
causa
. E così, per
darne
un
essempio
, chi
dicesse
"Il tale ha
acceso
il
fuoco
, adunque si è
servito
dello
specchio
ustorio
",
errerebbe
, potendo
derivar
l'
accendimento
dal
batter
un
ferro
, dall'
esca
e
fucile
, dalla
confricazion
di due
legni
, e da altre
cause
; ma chi
dicesse
"Io ho
sentito
batter
il
fuoco
al vicino", e
soggiungesse
"Adunque egli ha della
pietra
focaia
", senza
ragione
sarebbe
ripreso
da chi gli
opponesse
che,
concorrendo
a tale
operazione
, oltre alla
pietra
, il
fucile
, l'
esca
e '
l
solfanello
ancora, non si poteva con
buona
logica
inferir
la
pietra
risolutamente
. E così, se l'
ingrandimento
dell'
angolo
e l'
union
de'
raggi
concorron
sempre nell'
operazioni
del
telescopio
, delle quali una è il far
veder
l'
invisibile
, perché da questo
effetto
non si può
inferire
quale delle due
cause
più ne
piace
? Io
credo
di
penetrare
in
parte
la
mente
del
Sarsi
, il quale, s'io non m'
inganno
, vorrebbe che il
lettore
credesse
quello ch'egli stesso
assolutamente
non
crede
, cioè ch'il
veder
le
stelle
, che prima erano
invisibili
,
derivasse
non dall'
ingrandimento
dell'
angolo
, ma dall'
unione
de'
raggi
; sì che, non perché la
specie
di quelle
divenisse
maggiore, ma perché i
raggi
fussero
fortificati
, si
facesser
visibili
; ma non si è voluto
apertamente
scoprire
, perché troppo gli sono
addosso
l'altre
ragioni
del
signor
Mario
taciute
da esso, ed in
particolare
quella del
vedersi
gl'
intervalli
tra
stella
e
stella
ampliati
colla medesima
proporzione
che gli
oggetti
quaggiù
bassi
; i quali
intervalli
non
dovrian
ricrescer
punto
se niente
ricrescessono
le
stelle
, essendo loro così
distanti
da noi come quelle. Ma per
finirla
, io son certo che quando il
Sarsi
volesse venire a
dichiararsi
com'egli
intenda
queste due
operazioni
del
telescopio
,
dico
del
ristringere
i
raggi
e dell'
ingrandir
il loro
angolo
, e'
manifesterebbe
che non solamente si fanno sempre ambedue
insieme
, sì che già mai non
accaggia
unire
i
raggi
senza
ingrandir
l'
angolo
, ma ch'
elle
sono una cosa medesima; e quando egli avesse altra
opinione
, bisogna ch'ei
mostri
che '
l
telescopio
alcune
volte
unisca
i
raggi
senza
ingrandir
l'
angolo
, e che ciò
faccia
egli a
punto
quando si
guardano
le
stelle
fisse
; cosa ch'egli non
mostrerà
in
eterno
, perch'è una
vanissima
chimera
o, per
dirla
più
chiara
, una
falsità
.
Io non
credeva
,
Signor
mio
Illustrissimo
,
dover
consumar
tante
parole
in queste
leggerezze
; ma già che si è
fatto
il più,
facciasi
ancora il meno. E quanto all'altra
censura
di
trasgression
dalle
leggi
logicali
, mentre nella
division
degli
effetti
del
telescopio
il
signor
Mario
ne
pose
uno che non vi è, e ne
trapassò
uno che vi si
doveva
porre
, quando
disse
"Il
telescopio
rende
visibili
le
stelle
o coll'
ingrandir
la loro
specie
o coll'
illuminarle
", in
vece
di
dire
"coll'
ingrandirle
o coll'
unir
le
specie
e i
raggi
", come vorrebbe il
Sarsi
che si
dovesse
dire
; io
rispondo
che il
signor
Mario
non ebbe mai
intenzion
di far
divisione
di quello ch'è una cosa
sola
, quale egli, ed io ancora,
stimiamo
esser l'
operazione
del
telescopio
nel
rappresentarci
gli
oggetti
: e quando ei
disse
"Se il
telescopio
non ci
rende
visibili
le
stelle
coll'
ingrandirle
, bisogna che con qualche
inaudita
maniera
le
illumini
", non
introdusse
l'
illuminazione
come
effetto
creduto
, ma come
manifesto
impossibile
lo
contrappose
all'altro,
acciò
la di lui
verità
restasse
più certa; e questo è un modo di
parlare
usitatissimo
, come quando si
dicesse
"Se gli
inimici
non
ànno
scalata
la
rocca
, bisogna che vi
sian
piovuti
dal
cielo
". Se il
Sarsi
adesso
crede
di poter con
lode
impugnare
questi
modi
di
parlare
, se gli
apre
un'altra
porta
, oltre a quella di sopra dell'
infinito
, da
trionfare
in
duello
di
logica
sopra tutti gli
scrittori
del
mondo
; ma
avvertisca
, nel voler
mostrarsi
gran
logico
, di non
apparer
maggior
sofista
. Mi
par
di
veder
V.
S.
Illustrissima
sogghignare
; ma che vuol ella? Il
Sarsi
era
entrato
in
umore
di
scrivere
in
contradizzione
alla
scrittura
del
signor
Mario
: gli è
stato
forza
attaccarsi
, come noi
sogliamo
dire
, alle
funi
del
cielo
. Io per me non solamente lo
scuso
, ma lo
lodo
, e
parmi
ch'egli abbia
fatto
l'
impossibile
. Ma
tornando
alla
materia
, già è
manifesto
che il
signor
Mario
non ha
posto
l'
illuminare
com'
effetto
creduto
del
telescopio
. Ma che più? l'istesso
Sarsi
confessa
ch'ei l'ha
messo
come
impossibile
. Non è adunque
membro
della
divisione
, anzi, come ho
detto
, non ci è né meno
divisione
. Circa poi all'
unione
delle
specie
e de'
raggi
,
ricordata
dal
Sarsi
come
membro
trapassato
dal
signor
Mario
nella
divisione
, sarebbe
bene
che il
Sarsi
specificasse
come questa è una
seconda
operazion
diversa
dall'altra, perché noi sin qui l'abbiamo
intesa
per una stessa cosa; e quando saremo
assicurati
ch'
elle
sieno due
differenti
e
diverse
operazioni
, allora
intenderemo
d'avere
errato
; ma l'
error
non sarà di
logica
nel
mal
dividere
, ma di
prospettiva
nel non aver ben
penetrati
tutti gli
effetti
dello
strumento
.
Quanto alla
chiusa
, dove il
Sarsi
dice di non voler per
adesso
stare a
registrare
altri
errori
che questi pochi
incontrati
così
casualmente
in un
luogo
solo,
lasciando
da
banda
gli altri, io, prima,
ringrazio
il
Sarsi
del
pietoso
affetto
verso di noi; poi mi
rallegro
col
signor
Mario
, il quale può star
sicuro
di non aver
commesso
in tutto il
trattato
un
minimo
mancamento
in
logica
; perché, se
bene
par
che il
Sarsi
accenni
che ve ne sieno moltissimi altri, tuttavia
crederò
almeno che questi,
notati
e
manifestati
da lui, sieno
stati
eletti
per li maggiori; il
momento
de i quali
lascio
ora
che sia da lei
giudicato
, ed in
conseguenza
la
qualità
degli altri.
Vengo finalmente a
considerar
l'
ultima
parte
, nella quale il
Sarsi
, per farmi un
segnalato
favore
, vuol
nobilitare
il
telescopio
con una
ammirabil
condizione
e
facoltà
d'
illuminar
gli
oggetti
che per esso
rimiriamo
, non meno ch'ei ce gl'
ingrandisca
. Ma prima ch'io
passi
più avanti, voglio
rendergli
grazie
del suo
cortese
affetto
, perché
dubito
che l'
effetto
sia per
obligarmi
assai poco dopo che avremo
considerata
la
forza
della
dimostrazione
portata
per
prova
del suo
intento
: della quale, perché mi
par
che l'
autore
nello
spiegarla
si
vada
, non
so
perché,
ravvolgendo
e più
volte
replicando
le medesime
proposizioni
,
cercherò
di
trarne
la
sostanza
, la qual mi
par
che sia questa.
Il
telescopio
rappresenta
gli
oggetti
maggiori, perché gli
porta
sotto maggiore
angolo
che quando son
veduti
senza lo
strumento
. Il medesimo,
ristringendo
quasi a un
punto
le
specie
de'
corpi
luminosi
ed i
raggi
sparsi
,
rende
il
cono
visivo
, o vogliamo
dire
la
piramide
luminosa
, per la quale si
veggono
gli
oggetti
, di gran
lunga
più
lucida
; e però gli
oggetti
splendidi
di
pari
ci si
rappresentano
ingranditi
e di maggior
luce
illustrati
. Che poi la
piramide
ottica
si
renda
più
lucida
per lo
ristringimento
de i
raggi
, lo
prova
con
ragione
e con
esperienza
.
Imperò
che la
ragione
ci
insegna
che il
lume
raccolto
in
minore
spazio
lo
debba
illuminar
più; e l'
esperienza
ci
mostra
che
posta
una
lente
cristallina
al
Sole
, nel
punto
del
concorso
de'
raggi
non solo s'
abbrucia
il
legno
, ma si
liquefà
il
piombo
e si
accieca
la
vista
:
perloché
di
nuovo
conclude
, che con altrettanta
verità
si può
dire
che il
telescopio
illumina
le
stelle
, con quanta si dice ch'ei le
accresce
.
In
ricompensa
della
cortesia
e del
buono
animo
che '
l
Sarsi
ha avuto d'
essaltare
e
maggiormente
nobilitare
questo
ammirabile
strumento
, io non gli posso
dar
altro, per
ora
, che un
totale
assenso
a tutte le
proposizioni
ed
esperienze
sopradette
. Ma mi
duol
bene
oltre modo che l'
essere
esse
vere
gli è di maggior
pregiudicio
che se
fusser
false
; poi che la
principal
conclusione
che per esse
doveva
essere
dimostrata
è
falsissima
, né
credo
che ci sia verso di poter
sostenere
che
gravemente
non
pecchi
in
logica
quegli che da
proposizioni
vere
deduce
una
conclusion
falsa
. È
vero
che il
telescopio
ingrandisce
gli
oggetti
col
portargli
sotto maggior
angolo
;
verissima
è la
prova
che n'
arrecano
i
prospettivi
; non è
men
vero
che i
raggi
della
piramide
luminosa
maggiormente
uniti
la
rendono
più
lucida
, ed in
conseguenza
gli
oggetti
per essa
veduti
;
vera
è la
ragione
che n'
assegna
il
Sarsi
, cioè perché il medesimo
lume
,
ridotto
in
minore
spazio
, l'
illumina
più; e finalmente
verissima
è l'
esperienza
della
lente
, che coll'
unione
de'
raggi
solari
abbrucia
ed
accieca
: ma è poi
falsissimo
che gli
oggetti
luminosi
ci si
rappresentino
col
telescopio
più
lucidi
che senza, anzi è
vero
che li
veggiamo
assai più
oscuri
; e se il
Sarsi
nel
riguardar
,
verbigrazia
, la
Luna
col
telescopio
, avesse una
volta
aperto
l'altr'
occhio
, e con esso
libero
riguardato
pur l'
istessa
Luna
, avrebbe potuto fare il
paragone
senza niuna
fatica
tra lo
splendor
della gran
Luna
vista
con lo
strumento
, e quello della
piccola
,
vista
coll'
occhio
libero
; il che
osservato
, avrebbe
sicuramente
scritto
, la
luce
della
veduta
liberamente
mostrarsi
di gran
lunga
maggiore che quella dell'altra.
Chiarissima
è adunque la
falsità
della
conclusione
:
resta
ora
che
mostriamo
la
fallacia
nel
dedurla
da
premesse
vere
. E qui mi
pare
che al
Sarsi
sia
accaduto
quello che
accaderebbe
ad un
mercante
che, nel
riveder
sopra i suoi
libri
lo
stato
suo,
leggesse
solamente le
facce
dell'avere, e che così si
persuadesse
di star
bene
ed esser
ricco
; la qual
conclusione
sarebbe
vera
quando all'
incontro
non vi
fussero
le
facce
del
dare
. È
vero
,
signor
Sarsi
, che la
lente
, cioè il
vetro
convesso
,
unisce
i
raggi
, e perciò
moltiplica
il
lume
e
favorisce
la vostra
conclusione
; ma dove
lasciate
voi il
vetro
concavo
, che nel
telescopio
è la
contrafaccia
della
lente
, e la più
importante
, perch'è quello appresso del quale si
tiene
l'
occhio
, e per lo quale
passano
gli
ultimi
raggi
, ed è finalmente l'
ultimo
bilancio
e
saldo
delle
partite
? Se la
lente
convessa
unisce
i
raggi
, non
sapete
voi che il
vetro
concavo
gli
dilata
e
forma
il
cono
inverso
? Se voi aveste
provato
a
ricevere
i
raggi
passati
per ambedue i
vetri
del
telescopio
, come avete
osservato
quelli che si
rifrangono
in una
lente
sola
, avreste
veduto
che dove questi s'
uniscono
in un
punto
, quelli si
vanno
più e più
dilatando
in
infinito
, o, per
dir
meglio
, per
ispazio
grandissimo
: la quale
esperienza
molto
chiaramente
si
vede
nel
ricever
sopra una
carta
l'
immagine
del
Sole
, come quando si
disegnano
le sue
macchie
; "sopra la qual
carta
,
secondo
ch'ella più e più si
discosta
dall'
estremità
del
telescopio
, maggiore e maggior
cerchio
vi viene
stampato
dal
cono
de'
raggi
, e quanto si fa tal
cerchio
maggiore, tanto è
men
luminoso
in
comparazione
del
resto
del
foglio
tocco
da'
raggi
liberi
del
Sole
. E quando questa ed ogn'altra
esperienza
vi
fusse
stata
occulta
, mi
resta
pur tuttavia
duro
a
credere
che voi non abbiate alcuna
volta
sentito
dir
questo, ch'è
verissimo
, cioè che i
vetri
concavi
, quanto più
mostrano
l'
oggetto
grande
, tanto più lo
mostrano
oscuro
. Come dunque
mandate
voi di
pari
nel
telescopio
l'
illuminar
coll'
ingrandire
?
Signor
Sarsi
,
rimanetevi
dal voler
cercar
d'
essaltar
questo
strumento
con queste vostre
nuove
facoltà
sì
ammirande
, se non volete
porlo
in
ultimo
dispregio
appresso quelli che sin qui l'
ànno
avuto in poca
stima
. Ed
avvertite
che io in questo
conto
vi ho
passata
come cosa
vera
una
partita
ch'è
falsa
, cioè che la
luce
ingagliardita
mediante l'
union
de'
raggi
,
renda
l'
oggetto
veduto
più
luminoso
. Sarebbe
vero
questo, quando tal
luce
andasse
a
trovar
l'
oggetto
; ma ella
vien
verso l'
occhio
, il che
produce
poi
contrario
effetto
:
imperò
che, oltre all'
offender
la
vista
,
rende
il
mezo
più
luminoso
, ed il
mezo
più
luminoso
fa
apparir
(come
credo
che voi
sappiate
) gli
oggetti
più
oscuri
; ché per questa
sola
cagione
le
stelle
più
risplendenti
si
mostrano
quanto più l'
aria
della
notte
divien
tenebrosa
, e nello
schiarirsi
l'
aria
si
mostrano
più
fosche
. Queste
cose
, come
vede
V.
S.
Illustrissima
, son tanto
manifeste
, che non mi
lasciano
credere
che al
Sarsi
possano
essere
state
incognite
, ma ch'egli più
tosto
per
mostrar
la
vivezza
del suo
ingegno
si sia
messo
a
dimostrare
un
paradosso
, che perch'egli così
internamente
credesse
. Ed in questa
opinione
mi
conferma
l'
ultima
sua
conclusione
, dove, per
mostrar
(
cred
'io) ch'egli ha
parlato
per
ischerzo
,
serra
con quelle
parole
: "
Affermo
dunque, con tanta
verità
dirsi
che il
telescopio
illumina
le
stelle
, con quanta si dice che il medesimo le
ingrandisce
".
V.
S.
Illustrissima
sa
poi che ed egli ed il suo
Maestro
ànno
sempre
detto
, e
dicono
ancora, ch'ei non l'
ingrandisce
punto
; la qual
conclusione
si
sforza
il
Sarsi
di
sostenere
ancora, come
vedremo
, nelle
cose
che
seguono
qui appresso.
13.
Legga
dunque
V.
S.
Illustrissima
: "Ad
tertium
argumentum
propero
, quod
iisdem
mihi
verbis
hoc
loco
referendum
arbitror
; ut
nimirum
omnes
intelligant
, quid illud
tandem
fuerit
, quo se
vehementer
adeo
offensum
profitetur
Galilæus
. Sic enim se
habet
: "Illud,
tertio
loco
, hoc idem
persuadet
: quod
cometa
,
tubo
optico
inspectus
,
vix
ullum
passus
est
incrementum
;
longa
tamen
experientia
compertum
est atque
opticis
rationibus
comprobatum
,
quæcunque
hoc
instrumento
conspiciuntur
,
maiora
videri
quam
nudis
oculis
inspecta
compareant
, ea tamen
lege
, ut minus ac minus
sentiant
ex illo
incrementum
, quo
magis
ab
oculo
remota
fuerint
; ex quo
fit
ut
stellæ
fixæ
, a nobis omnium
remotissimæ
,
nullam
sensibilem
ab illo
recipiant
magnitudinem
. Cum ergo
parum
admodum
augeri
visus
sit
cometa
,
multo
a nobis
remotior
quam
Luna
dicendus
erit, cum hæc
tubo
inspecta
longe
maior
appareat
.
Scio
hoc
argumentum
parvi
apud aliquos
fuisse
momenti
: sed
hi
fortasse
parum
opticæ
principia
perpendunt
, ex quibus
necesse
est huic
eidem
maximam
inesse
vim
ad hoc quod
agimus
persuadendum
." Hic ego
præmittere
,
primum
,
habeo
,
quorsum
huiusmodi
argumentum
Disputationi
nostræ
intextum
fuerit
: non enim
velim
maiori
id apud alios in
pretio
haberi
, quam apud nos; neque ii sumus qui
emptoribus
fucum
faciamus
, sed tanti
merces
nostras
vendimus
quanti
valent
.
Cum
igitur
ad
Magistrum
meum ex
multis
Europæ
partibus
illustrium
astronomorum
observationes
perferrentur
, nemo illorum tunc fuit, qui illud etiam
postremo
loco
non
adderet
,
cometam
a se
longiori
specillo
observatum
vix
ullum
incrementum
suscepisse
, ex qua
observatione
deducerent
, illum
saltem
supra
Lunam
statuendum
; cumque hoc etiam, ut
cætera
,
variis
hominum
inter
frequentium
cœtus
sermonibus
agitaretur
, non
defuere
qui
palam
ac
libere
assererent
,
nullam
huic
argumento
fidem
habendam
,
tubum
hunc
larvas
oculis
ingerere
ac
variis
animum
deludere
imaginibus
, quare,
sicuti
ne ea quidem quæ
cominus
aspicimus
sincera
ac sine
ludificationibus
ostendit
, ita illum
multo
minus ea quæ
longe
a nobis
remota
sunt, non nisi
larvata
atque
deformia
monstraturum
. Ut ergo et
amicorum
observationibus
aliquid
dedisse
videremur
, ac simul eorum
inscitiam
, quibus
instrumentum
hoc nullo erat in
precio
,
publice
redargueremus
, hoc
argumentum
tertio
loco
apponendum
, ac
postrema
ea
verba
, quibus
offensum
se
dicit
Galilæus
,
addenda
,
existimavimus
, de
homine
bene
potius nos
hinc
meritos
, quam
male
,
sperantes
, dum
tubum
hunc, quamvis non
fœtum
,
alumnum
certe ipsius, ab
invidorum
calumniis
tueremur
.
Cæterum
, quanti hoc
argumentum
apud nos esset,
satis
arbitror
ex eo
poterat
intelligi
, quod
paucis
adeo
ac
plane
ieiune
propositum
fuerit
, cum prius
reliqua
duo
longe
accuratius
ac
fusius
fuissent
explicata
. Neque
Galilæum
hæc ipsa
latuerunt
, si quod
res
est
fateri
velit
. Cum enim
rescissemus
, eo illum
argumento
graviter
commotum
, quod
existimaret
se unum
iis
verbis
peti
,
curavit
Magister
meus illi per
amicos
significari
, nihil unquam minus se
cogitasse
, quam ut eum
verbo
vel
scripto
læderet
; cumque
iis
, a quibus hæc
acceperat
,
Galilæus
pacatum
iam atque eorum
dictis
acquiescentem
animum
ostendisset
,
maluit
tamen postea, quantum in se fuit,
amicum
quam
dictum
perdere
."
Intorno alle
cose
qui
scritte
mi si fa da
considerar
, nel
primo
luogo
, qual possa esser la
cagione
per la quale il
Sarsi
abbia
scritto
ch'io
grandemente
mi sia
lamentato
del
P.
Grassi
,
avvenga
che nel
trattato
del
signor
Mario
non vi è pur
ombra
di mie
querele
, né io già mai con alcuno, né anco con me stesso, mi son
doluto
, né meno ho
conosciuto
d'aver
cagion
di
dolermi
; e gran
semplicità
mi
parrebbe
di chi si
dolesse
che
uomini
di gran
nome
fusser
contrari
alle sue
opinioni
, quantunque
volta
egli avesse
modi
facili
ed
evidenti
da poterle
dimostrar
vere
, quali son
sicuro
d'aver io: tal che a me non si
rappresenta
altra
cagione
, se non che '
l
Sarsi
sotto questa
finzione
ha voluto
ascondere
, non
so
già perché, suoi
interni
motivi
che l'
ànno
spinto
a volerla
pigliar
meco; del che ho ben
sentito
qualche
fastidio
, perché più
volentieri
avrei
impiegato
questo
tempo
in qualch'altro
studio
più di mio
gusto
. Che il
P.
Grassi
non avesse
intenzione
d'
offender
me nel
tassar
di poco
intelligenti
quelli che
disprezzavano
l'
argomento
preso
dal poco
ingrandimento
della
cometa
per lo
telescopio
, lo voglio
creder
al
Sarsi
; ma se io per me stesso m'ero già
dichiarato
essere
in quel
numero
, ben mi
doveva
esser
tollerato
ch'io
producessi
mie
ragioni
e
difendessi
la
causa
mia, e tanto più quanto ella
era
giusta
e
vera
. Voglio ancora
ammettere
al
Sarsi
che '
l
suo
Maestro
con
buona
intenzione
si
mettesse
a
sostenere
quell'
opinione
,
credendo
di
conservare
ed
accrescere
la
reputazione
ed il
pregio
del
telescopio
contro alle
calunnie
di quelli che lo
predicavano
per
fraudolente
e per
ingannator
della
vista
, e così
cercavano
di
spogliarlo
de' suoi
ammirabili
pregi
: ma in questo
fatto
, quanto l'
intenzion
del
Padre
mi
par
lodevole
e
buona
, tanto l'
elezzione
e la
qualità
delle
difese
mi si
rappresenta
cattiva
e
dannosa
, mentr'ei vuole contro all'
imposture
de'
maligni
fare
scudo
agli
effetti
veri
del
telescopio
coll'
attribuirgliene
de'
manifestamente
falsi
. Questo non mi
par
buon
luogo
topico
per
persuader
la
nobiltà
di tale
strumento
. Per tanto
piaccia
al
Sarsi
di
scusarmi
se io non vengo, con quella
larghezza
che forse gli
par
che
convenisse
, a
chiamarmi
e
confessarmi
obligato
per li
nuovi
pregi
ed
onori
arrecati
a questo
strumento
. E con qual
ragione
pretend
'egli che in me si
debba
accrescer
l'
obligo
e l'
affezzione
verso di loro per li
vani
e
falsi
attributi
, mentr'eglino, perché io col
dir
cose
vere
gli
traggo
d'
errore
, mi
pronunzian
la
perdita
della loro
amicizia
?
Segue
appresso, e, non
so
quanto
opportunamente
, s'
induce
a
chiamare
il
telescopio
mio
allievo
, ma a
scoprire
insieme
come non è altrimenti mio
figliuolo
. Che
fate
,
signor
Sarsi
? Mentre voi
sete
su '
l
maneggio
d'
interessarmi
in
oblighi
grandi
per li
beneficii
fatti
a questo ch'io
reputavo
mio
figliuolo
, mi venite
dicendo
che non è altro ch'un
allievo
? Che
rettorica
è la vostra? Avrei più
tosto
creduto
che in tale
occasione
voi aveste avuto a
cercar
di
farmelo
creder
figliuolo
, quando ben voi foste
stato
sicuro
che non
fusse
. Qual
parte
io abbia nel
ritrovamento
di questo
strumento
, e s'io lo possa
ragionevolmente
nominar
mio
parto
, l'ho gran
tempo
fa
manifestato
nel mio
Avviso
Sidereo
,
scrivendo
come in
Vinezia
, dove allora mi
ritrovavo
,
giunsero
nuove
che al
signor
conte
Maurizio
era
stato
presentato
da un
Olandese
un
occhiale
, col quale le
cose
lontane
si
vedevano
così
perfettamente
come se
fussero
state molto
vicine
; né più fu
aggiunto
. Su questa
relazione
io
tornai
a
Padova
, dove allora
stanziavo
, e mi
posi
a
pensar
sopra tal
problema
, e la prima
notte
dopo il mio
ritorno
lo
ritrovai
, ed il
giorno
seguente
fabbricai
lo
strumento
, e ne
diedi
conto
a
Vinezia
a i medesimi
amici
co
' quali il
giorno
precedente
ero
stato
a
ragionamento
sopra questa
materia
. M'
applicai
poi subito a
fabbricarne
un altro più
perfetto
, il quale sei
giorni
dopo
condussi
a
Vinezia
, dove con gran
meraviglia
fu
veduto
quasi da tutti i
principali
gentiluomini
di quella
republica
, ma con mia
grandissima
fatica
, per più d'un
mese
continuo
. Finalmente, per
consiglio
d'alcun mio
affezzionato
padrone
, lo
presentai
al
Principe
in
pieno
Collegio
, dal quale quanto ei
fusse
stimato
e
ricevuto
con
ammirazione
,
testificano
le
lettere
ducali
, che ancora sono appresso di me,
contenenti
la
magnificenza
di quel
Serenissimo
Principe
in
ricondurmi
, per
ricompensa
della
presentata
invenzione
, e
confermarmi
in
vita
nella mia
lettura
nello
Studio
di
Padova
, con
dupplicato
stipendio
di quello che avevo per
addietro
, ch'
era
poi più che
triplicato
di quello di
qualsivoglia
altro mio
antecessore
. Questi
atti
,
signor
Sarsi
, non son
seguiti
in un
bosco
o in un
diserto
: son
seguiti
in
Vinezia
, dove se voi allora foste
stato
, non m'avreste
spacciato
così per
semplice
balio
: ma
vive
ancora, per la
Dio
grazia
, la maggior
parte
di quei
signori
,
benissimo
consapevoli
del tutto, da' quali potrete esser
meglio
informato
.
Ma forse alcuno mi potrebbe
dire
, che di non
piccolo
aiuto
è al
ritrovamento
e
risoluzion
d'alcun
problema
l'esser prima in qualche modo
reso
consapevole
della
verità
della
conclusione
, e
sicuro
di non
cercar
l'
impossibile
, e che perciò l'
avviso
e la
certezza
che l'
occhiale
era
di già
stato
fatto
mi
fusse
d'
aiuto
tale, che per
avventura
senza quello non l'avrei
ritrovato
. A questo io
rispondo
distinguendo
, e
dico
che l'
aiuto
recatomi
dall'
avviso
svegliò
la
volontà
ad
applicarvi
il
pensiero
, che senza quello può esser ch'io mai non v'avessi
pensato
; ma che, oltre a questo, tale
avviso
possa
agevolar
l'
invenzione
, io non lo
credo
: e
dico
di più, che il
ritrovar
la
risoluzion
d'un
problema
segnato
e
nominato
, è
opera
di maggiore
ingegno
assai che '
l
ritrovarne
uno non
pensato
né
nominato
, perché in questo può aver
grandissima
parte
il
caso
, ma quello è tutto
opera
del
discorso
. E già noi siamo certi che l'
Olandese
,
primo
inventor
del
telescopio
,
era
un
semplice
maestro
d'
occhiali
ordinari
, il quale
casualmente
,
maneggiando
vetri
di più
sorti
, si
abbatté
a
guardare
nell'istesso
tempo
per due, l'uno
convesso
e l'altro
concavo
,
posti
in
diverse
lontananze
dall'
occhio
, ed in questo modo
vide
ed
osservò
l'
effetto
che ne
seguiva
, e
ritrovò
lo
strumento
: ma io,
mosso
dall'
avviso
detto
,
ritrovai
il medesimo per
via
di
discorso
; e perché il
discorso
fu anco assai
facile
, io lo voglio
manifestare
a
V.
S.
Illustrissima
,
acciò
,
raccontandolo
dove ne
cadesse
il
proposito
, ella possa
render
, colla sua
facilità
, più
creduli
quelli che, col
Sarsi
, volessero
diminuirmi
quella
lode
,
qualunqu
'ella si sia, che mi si
perviene
.
Fu dunque tale il mio
discorso
. Questo
artificio
o
costa
d'un
vetro
solo, o di più d'uno. D'un solo non può
essere
, perché la sua
figura
o è
convessa
, cioè più
grossa
nel
mezo
che verso gli
estremi
, o è
concava
, cioè più
sottile
nel
mezo
, o è
compresa
tra
superficie
parallele
: ma questa non
altera
punto
gli
oggetti
visibili
col
crescergli
o
diminuirgli
; la
concava
gli
diminuisce
, e la
convessa
gli
accresce
bene
, ma gli
mostra
assai
indistinti
ed
abbagliati
; adunque un
vetro
solo non
basta
per
produr
l'
effetto
.
Passando
poi a due, e
sapendo
che '
l
vetro
di
superficie
parallele
non
altera
niente, come si è
detto
,
conclusi
che l'
effetto
non poteva né anco
seguir
dall'
accoppiamento
di questo con alcuno degli altri due. Onde mi
ristrinsi
a
volere
esperimentare
quello che facesse la
composizion
degli altri due, cioè del
convesso
e del
concavo
, e
vidi
come questa mi
dava
l'
intento
: e tale fu il
progresso
del mio
ritrovamento
, nel quale di niuno
aiuto
mi fu la
concepita
opinione
della
verità
della
conclusione
. Ma se il
Sarsi
o altri
stimano
che la
certezza
della
conclusione
arrechi
grand'
aiuto
al
ritrovare
il modo del
ridurla
all'
effetto
,
leggano
l'
istorie
, ché
ritroveranno
essere
stata fatta da
Archita
una
colomba
che
volava
, da
Archimede
uno
specchio
che
ardeva
in
grandissime
distanze
ed altre
macchine
ammirabili
, da altri
essere
stati
accesi
lumi
perpetui
, e cento altre
conclusioni
stupende
; intorno alle quali
discorrendo
, potranno, con poca
fatica
e loro
grandissimo
onore
ed
utile
,
ritrovarne
la
costruzzione
, o almeno, quando ciò lor non
succeda
, ne
caveranno
un altro
beneficio
, che sarà il
chiarirsi
meglio
, che l'
agevolezze
che si
promettevano
da quella
precognizione
della
verità
dell'
effetto
,
era
assai meno di quel che
credevano
.
Ma
ritorno
a quel che
segue
scrivendo
il
Sarsi
, dove
destreggiando
, per non si
ridurre
a
dire
che l'
argomento
preso
dal
minimo
ingrandimento
degli
oggetti
remotissimi
non
val
nulla, perch'è
falso
, dice che di quello non n'
ànno
mai fatta molta
stima
; il che
manifesta
egli dall'averlo il suo
Maestro
scritto
con assai
brevità
, dove che gli altri due
argomenti
si
veggono
distesi
ed
amplificati
senza
risparmio
di
parole
. Al che io
rispondo
che non dalla
moltitudine
, ma dall'
efficacia
delle
parole
si
deve
argumentar
la
stima
che altri fa delle
cose
dette
: e, come ogn'un
sa
, vi sono delle
dimostrazioni
che per lor
natura
non possono esser senza
lunghezza
spiegate
, ed altre nelle quali la
lunghezza
sarebbe del tutto
superflua
e
tediosa
; e qui, se si
deve
aver
riguardo
alle
parole
, l'
argomento
è
portato
con quante
bastavano
alla sua
spiegatura
chiara
e
perfetta
. Ma, oltre a questo, lo
scrivere
lo stesso
P.
Grassi
esser in tal
argomento
, come
necessariamente
si
raccoglie
da'
principii
ottici
,
forza
grandissima
per
provar
l'
intento
, ci
dà
pur troppo
chiaro
indizio
della
stima
ch'egli almeno ha voluto
mostrar
di farne: la qual voglio ben
credere
al
Sarsi
che
internamente
sia stata pochissima, ed a questo mi
persuade
non la
brevità
dello
spiegarlo
, ma altra assai più
forte
conghiettura
; e questa è, che mentre il
Padre
fa
sembiante
di
dimostrare
il
luogo
della
cometa
dover
essere
lontanissimo
,
avvenga
che nel
ricevere
dal
telescopio
insensibile
augumento
ella
imita
puntualmente
le
lontanissime
stelle
fisse
, quando poi accanto accanto ei
passa
a più
specifica
limitazione
d'esso
luogo
, ei la
colloca
sotto ad
oggetti
che
ricevono
dal medesimo
telescopio
grandissimo
accrescimento
;
dico
sotto il
Sole
, che pur
ricresce
in
superficie
quelle medesime
centinaia
e
migliaia
di
volte
, che il medesimo
Padre
ed il
Sarsi
stesso
sanno
. Ma il
Sarsi
non ha
penetrato
l'
artificio
grande
del suo
Maestro
, col quale nell'istesso
tempo
ha voluto
cortesemente
applaudere
a gli
amici
suoi né ha voluto
amareggiar
loro il
gusto
che
sentivano
per l'
invenzion
del
nuovo
argomento
, ed a' più
intendenti
e meno
appassionati
ha in tanto voluto, come si dice, sotto
mano
mostrarsi
accorto
ed
intelligente
,
imitando
quel
generosissimo
atto
di quel gran
signore
, che
gettò
il
flussi
a
monte
per non
interrompere
il
giubilo
nel quale
vedeva
galleggiare
il
giovinetto
principe
suo
avversario
, per la
vittoria
d'un gran
resto
promessagli
dal
cinquantacinque
già
scoperto
e
gittato
in
tavola
. Ma il
signor
Mario
, con
maniera
un poco più
severa
, ha voluto a
carte
spiegate
dire
il suo
concetto
e
mostrar
la
falsità
e
nullità
di quell'
argomento
,
regolandosi
da altro
fine
, ch'è
stato
di voler più
tosto
medicare
i
difetti
e
tor
via
gli
errori
con qualche
passione
degl'
infermi
, che
fomentargli
e fargli maggiori per non gli
disgustare
.
A quello che il
Sarsi
scrive
in
ultimo
, che il suo
Maestro
non avesse avuto
pensiero
di
offender
me nel
tassar
quelli che si
burlavan
dell'
argomento
, non
occorre
ch'io
replichi
altro, perché già ho
detto
che lo
credo
e che mai non ho
creduto
in
contrario
. Ma voglio che il
Sarsi
creda
che né io ancora, nel
dimostrar
falso
l'
argomento
, non ho avuta
intenzion
d'
offender
il suo
Maestro
, ma ben di
giovare
a chiunque
era
in quello
errore
; né
so
bene
intendere
con quale
occasione
m'abbia in questo
luogo
a
toccare
col
motto
del
volere
, per non
perdere
un
bel
detto
,
perdere
un
amico
: né
so
vedere
quale
arguzia
sia nel
dir
"Questo
argumento
non è
vero
" sì che
debba
esser
preso
per
detto
arguto
.
14. Or
segua
V.
S.
Illustrissima
il
leggere
: "Sed
rem
ipsam nunc
enucleatius
discutiamus
.
Aio
, nihil in hoc
argumento
a
veritate
alienum
reperiri
. Nam
asserimus
,
primum
,
obiecta
tubo
optico
visa
, quo
propinquiora
fuerint
, eo
augeri
magis
, minus
vero
quo
remotiora
. Nihil
verius
.
Galilæus
negat
. Quid, si
fateatur
?
Quæro
enim ex illo, cum
tubum
illum suum et quidem
optimum
in
manus
acceperit
, si
forte
rem
intra
cubiculi
aut
aulæ
spatia
inclusam
intueri
voluerit
, an non
is
longissime
producendus
sit? Ita est,
ait
. Si
vero
rem
longe
dissitam
e
fenestra
eodem
instrumento
spectare
libuerit
,
contrahendum
illico
dicet
, atque ab
immani
illa
longitudine
breviorem
redigendum
in
formam
. Quod si
productionis
huius
contractionisque
caussam
quæsiero
, ad
naturam
utique
instrumenti
recurrendum
erit; cuius ea
conditio
est, ut ad
propinquiora
intuenda
, ex
opticæ
principiis
,
produci
, ad
remotiora
vero
spectanda
contrahi
,
postulet
. Cum ergo ex
productione
et
contractione
tubi
, ut
ait
ipse,
necessario
oriatur
maius
minusve
obiectorum
incrementum
,
licebit
iam mihi ex his
argumentum
huiusmodi
conficere
: Quæcumque non aliter quam
productiore
tubo
spectari
postulant
,
necessario
augentur
magis
, et quæcumque non aliter quam
contractiore
tubo
spectari
postulant
,
necessario
augentur
minus; sed
propinqua
omnia non aliter quam
productiore
tubo
,
longe
vero
remota
non aliter quam
contractiore
tubo
,
spectari
postulant
: ergo
propinqua
omnia
necessario
augentur
magis
,
longe
vero
remota
necessario
augentur
minus. In quo
argumento
si
maior
minorque
propositio
vera
comprobetur
, nec
negabitur
,
arbitror
, quod ex illis
necessario
consequitur
.
Primam
vero
propositionem
ipse
ultro
admittit
:
altera
etiam
certissima
est; et quidem in
iis
quæ
citra
dimidium
milliare
spectantur
, nulla apud illum
probatione
indiget
; quod si ea quæ
ulterius
deinde
excurrunt
, eadem
spectari
solent
tubi
longitudine
, id
fit
non quia
revera
magis
semper ac
magis
contrahendus
ille non sit, sed quia
maior
isthæc
contractio
adeo
exiguis
includitur
terminis
, ut non
multum
intersit
si
omittatur
, ac proinde ut
plurimum
negligatur
. Si tamen
rei
naturam
spectemus
atque ex
rigore
geometrico
loquendum
sit, semper
maior
hæc
contractio
requiretur
: eadem
plane
ratione
ac si quis
diceret
,
visibile
quodcumque quo
magis
ab
oculo
removetur
,
minori
semper ac
minori
spectari
angulo
, quæ
propositio
verissima
est;
nihilominus
, cum
res
oculo
obiecta
ad
certam
pervenerit
distantiam
, in qua
angulum
visivum
efficiat
valde
exiguum
, quamvis postea
multo
adhuc
intervallo
fiat
remotior
, non
minuitur
sensibiliter
idem
angulus
; et tamen
demonstrari
potest, illum semper
minorem
ac
minorem
futurum
. Ita, quamvis
ultra
maximam
quandam
distantiam
obiectorum
vix
varientur
anguli
incidentiæ
specierum
ad
tubi
specilla
(
perinde
enim tunc est, ac si omnes
radii
perpendiculariter
inciderent
), et
consequenter
neque
varianda
sensibiliter
sit
instrumenti
longitudo
,
verissima
tamen adhuc
censenda
est ea
propositio
quæ
asserit
,
naturam
specilli
eam esse, ut, quo
remotiora
fuerint
obiecta
, eo
magis
ad ea
spectanda
contrahi
postulet
, et propterea minus eadem
augeat
quam
propinqua
; et si
severe
, ut
aiebam
,
loquendum
sit,
affirmo
stellas
breviori
specillo
spectandas
quam
Lunam
."
Qui, com'ella
vede
, si
apparecchia
il
Sarsi
con
mirabil
franchezza
a
volere
in
virtù
d'
acuti
sillogismi
mantenere
, niuna cosa esser più
vera
della più
volte
profferita
proposizione
, cioè che gli
oggetti
veduti
col
telescopio
tanto
ricrescon
più quanto son più
vicini
, e tanto meno quanto son più
lontani
; ed è tanta la sua
confidenza
, che quasi si
promette
ch'io sia per
confessarla
, ben che di
presente
io la
neghi
. Ma io
fo
un
augurio
e
pronostico
molto
differente
, e
credo
ch'egli si sia, nel
tesser
questa
tela
, per
ritrovare
in
maniera
inviluppato
, più di quello ch'ei
pensa
ora
che egli è su l'
ordirla
, che in
ultimo
da per se stesso sia per
confessarsi
convinto
;
convinto
,
dico
, a chi con qualche
attenzione
considererà
le
cose
nelle quali egli
anderà
a
terminare
, che
facilmente
saranno le medesime ad
unguem
che le
scritte
dal
signor
Mario
, ma
orpellate
in
maniera
e così
spezzatamente
intarsiate
tra
varii
ornamenti
e
rabeschi
di
parole
, o
vero
riportate
in
iscorcio
in qualche
angolo
, che forse alla prima
scorsa
possano, a chi meno
fissamente
le
consideri
,
parer
qualch'altra cosa da quello che
realmente
sono in
pianta
.
In tanto, per non lo
tor
d'
animo
, gli
soggiungo
, che come questo ch'ei
tenta
sia
vero
, non solo l'
argomento
che in questa
proposizione
s'
appoggia
, del quale il suo
Maestro
e gli altri
astronomi
amici
suoi si son
serviti
per
ritrovare
il
luogo
della
cometa
, è il più
ingegnoso
e
concludente
d'ogn'altro, ma di più
dico
che questo
effetto
del
telescopio
avanza
in
eccellenza
di gran
lunga
tutti gli altri, mediante le gran
conseguenze
ch'ei si
tira
dietro; e
resto
estremamente
meravigliato
, né
so
restar
capace
come possa esser, che,
conoscendolo
vero
, abbia il
Sarsi
poco fa
detto
di sé e del suo
Maestro
d'averne
fatto
assai
minore
stima
che degli altri due,
presi
l'uno dal
moto
circolare
e l'altro dalla
piccolezza
della
paralasse
, li quali, sia
detto
con
pace
loro, non son
degni
d'esser
servidori
di questo.
Signore
, se questa cosa è
vera
, ecco
spianata
al
Sarsi
la
strada
ad
invenzioni
ammirande
,
tentate
da moltissimi né mai
trovate
da alcuno; ecco non solo
misurata
in una
sola
stazione
qualsivoglia
lontananza
in
Terra
, ma senza
errore
alcuno
stabilite
le
distanze
de'
corpi
celesti
. Perché,
osservato
che sia una
volta
sola
che,
verbigrazia
, un
cerchio
lontano
un
miglio
ci si
dimostri
,
veduto
col
telescopio
, di
diametro
trenta
volte
maggiore che coll'
occhio
libero
, subito che
vedremo
l'
altezza
d'una
torre
ricrescer
, per
essempio
,
diece
volte
, saremo
sicuri
quella esser
lontana
tre
miglia
; e
ricrescendo
il
diametro
della
Luna
come
dir
tre
volte
più di quel che ce lo
mostra
l'
occhio
libero
, potremo
dire
, quella esser
lontana
dieci
miglia
, ed il
Sole
quindici
, se il suo
diametro
ricrescerà
due
volte
solamente; o
pure
, se con qualche
telescopio
eccellente
noi
vedessimo
la
Luna
ricrescere
in
diametro
,
verbigrazia
, dieci
volte
, la qual è
lontana
più di cento mila
miglia
, come
bene
scrive
il
P.
Grassi
, la
palla
della
cupola
dalla
distanza
di un
miglio
ricrescerà
in
diametro
più d'un
milion
di
volte
. Or io, per
aiutare
quanto posso un'
impresa
così
stupenda
,
anderò
promovendo
alcuni
dubbietti
che mi
nascono
nel
progresso
del
Sarsi
, i quali
V.
S.
Illustrissima
, se così le
piacerà
, potrà con qualche
occasione
mostrar
a lui,
acciò
, col
torgli
via
, possa tanto più
perfettamente
stabilire
il tutto.
Volendo dunque il
Sarsi
persuadermi
che le
stelle
fisse
non
ricevono
sensibile
accrescimento
dal
telescopio
,
comincia
dagli
oggetti
che sono in
camera
, e mi
domanda
se per
vedergli
col
telescopio
, e' mi bisogna
allungarlo
assaissimo
; ed io gli
rispondo
che sì:
passa
a gli
oggetti
fuori della
finestra
in gran
lontananza
, e mi dice che per
veder
questi bisogna
scorciar
assai lo
strumento
; ed io l'
affermo
, e gli
concedo
, appresso, ciò
derivar
, com'esso
scrive
, dalla
natura
dello
strumento
, che per
veder
gli
oggetti
vicinissimi
richiede
assai maggior
lunghezza
di
canna
, e
minor
per li più
lontani
; ed oltre a ciò
confesso
che la
canna
più
lunga
mostra
gli
oggetti
maggiori che la più breve; e finalmente gli
concedo
per
ora
tutto il
sillogismo
, la cui
conclusione
è che in
universale
gli
oggetti
vicini
s'
accrescon
più, e i molto
lontani
meno, cioè (
adattandola
a i
nominati
particolari
) che le
stelle
fisse
, che sono
oggetti
lontani
,
ricrescon
meno che le
cose
poste
in
camera
o dentro al
palazzo
, tra i quali
termini
mi
pare
che il
Sarsi
comprenda
le
cose
ch'ei
chiama
vicine
, non avendo
nominatamente
discostato
in maggior
lontananza
il
termine
loro. Ma il
detto
sin qui non mi
par
che
soddisfaccia
a gran
lunga
al
bisogno
del
Sarsi
. Imperocché
domando
io
adesso
a lui, s'ei
ripone
la
Luna
nella
classe
degli
oggetti
vicini
, o
pure
in quella de'
lontani
. Se la
mette
tra i
lontani
, di lei si
concluderà
il medesimo che delle
stelle
fisse
, cioè il poco
ingrandirsi
(ch'è poi di
diretto
contrario
all'
intenzion
del suo
Maestro
, il quale, per
costituir
la
cometa
sopra la
Luna
, ha
bisogno
che la
Luna
sia di quegli
oggetti
che assai s'
ingrandiscono
; e però anco
scrisse
ch'ella in
effetto
assaissimo
ricresceva
, e pochissimo la
cometa
); ma s'egli la
mette
tra i
vicini
, che son quelli che
ricrescono
assai, io gli
risponderò
ch'ei non
doveva
da
principio
ristringere
i
termini
delle
cose
vicine
dentro alle
mura
della
casa
, ma
doveva
ampliargli
almeno sino al
ciel
della
Luna
. Or sieno
ampliati
sin
là
, e
torni
il
Sarsi
alle sue
prime
interrogazioni
, e mi
dimandi
se per
veder
col
telescopio
gli
oggetti
vicini
, cioè che non sono oltre all'
orbe
della
Luna
, e' mi bisogna
allungar
assaissimo
il
telescopio
. Io gli
risponderò
di no; ed ecco
spezzato
l'
arco
, e
finito
il
saettar
de'
sillogismi
.
Per tanto, se noi
torneremo
a
considerar
meglio
questo
argomento
, lo
troveremo
esser
difettoso
, ed esser
preso
come
assoluto
quello che non si può
intendere
senza
relazione
, o
vero
come
terminato
quello ch'è
indeterminato
, ed in
somma
essere
stata fatta una
divisione
diminuta
(che si
chiamano
errori
in
logica
), mentre il
Sarsi
, senza
assegnar
termine
e
confine
tra la
vicinanza
e
lontananza
, ha
divisi
gli
oggetti
visibili
in
lontani
ed in
vicini
,
errando
in quel medesimo modo ch'
errerebbe
quel che
dicesse
: "Le
cose
del
mondo
o son
grandi
o son
piccole
", nella qual
proposizione
non è
verità
né
falsità
, e così anco non è nel
dire
: "Gli
oggetti
o son
vicini
o son
lontani
"; dalla quale
indeterminazione
nasce
che le medesime
cose
si potranno
chiamar
vicinissime
e
lontanissime
,
grandissime
e
piccolissime
, e le più
vicine
lontane
, e le più
lontane
vicine
, e le più
grandi
piccole
, e le più
piccole
grandi
, e si potrà
dire
: "Questa è una
collinetta
piccolissima
", e "Questo è un
grandissimo
diamante
"; quel
corriero
chiama
brevissimo
il
viaggio
da
Roma
a
Napoli
, mentre che quella
gentildonna
si
duole
che la
chiesa
è troppo
lontana
dalla
casa
sua.
Doveva
dunque, s'io non m'
inganno
, per
fuggir
questi
equivochi
, fare il
Sarsi
la sua
divisione
almeno in tre
membri
,
dicendo
: "Degli
oggetti
visibili
altri son
vicini
, altri
lontani
, ed altri
posti
in
mediocre
distanza
", la qual
restava
come
confine
tra i
vicini
ed i
lontani
; né anco qui si
doveva
fermare
, ma di più
doveva
soggiungere
una
precisa
determinazione
alla
distanza
d'esso
confine
,
dicendo
,
verbigrazia
: "Io
chiamo
distanza
mediocre
quella d'una
lega
;
grande
, quella ch'è più d'una
lega
;
piccola
, quella ch'è meno": né
so
ben
capire
perch'egli non l'abbia
fatto
, se non che forse
scorgeva
più il suo
conto
e più se lo
prometteva
dal
potere
accortamente
prestigiare
con
equivochi
tra le
persone
semplici
, che dal
saldamente
concludere
tra i più
intelligenti
; ed è
veramente
un gran
vantaggio
aver la
carta
dipinta
da tutte due le
bande
, e poter, per
essempio
,
dire
: "Le
stelle
fisse
, perché son
lontane
,
ricrescon
pochissimo; ma la
Luna
, assai, perch'è
vicina
", ed altra
volta
, quando venisse il
bisogno
,
dire
: "Gli
oggetti
di
camera
, essendo
vicini
,
crescono
assaissimo
; ma la
Luna
, poco, perch'è
lontanissima
." E questo sia il
primo
dubbio
.
Secondo
, già il
P.
Grassi
pose
in un
sol
capo
la
cagione
del
ricrescere
or più ed or meno gli
oggetti
veduti
col
telescopio
, e questo fu la
minore
o la maggior
lontananza
d'essi
oggetti
, né pur
toccò
una
sillaba
dell'
allungare
o
abbreviare
lo
strumento
; e di questo, dice
ora
il
Sarsi
, nessuna cosa esser più
vera
: tuttavia, quando ei si
ristringe
al
dimostrarlo
, non gli
basta
più la breve e gran
lontananza
dell'
oggetto
, ma gli bisogna
aggiungervi
la maggiore e la
minor
lunghezza
del
telescopio
, e
construire
il
sillogismo
in
cotal
forma
: "La
vicinanza
dell'
oggetto
è
causa
d'
allungare
il
telescopio
; ma tal
allungamento
è
causa
di
ricrescimento
maggiore; adunque la
vicinanza
dell'
oggetto
è
causa
di
ricrescimento
maggiore." Qui mi
pare
che il
Sarsi
, in
cambio
di
sollevare
il suo
Maestro
, l'
aggravi
maggiormente
, facendolo
equivocare
dal per
accidens
al per se; in quel modo ch'
errerebbe
quegli che volesse
metter
l'
avarizia
tra le
regole
de
sanitate
tuenda
, e
dicesse
: "L'
avarizia
ècausa
di
viver
sobriamente
, la
sobrietà
è
causa
di
sanità
, adunque l'
avarizia
mantien
sano
": dove l'
avarizia
è un'
occasione
, o
vero
un'assai
remota
causa
per
accidens
alla
sanità
, la quale
segue
fuor
della
primaria
intenzion
dell'
avaro
, in quanto
avaro
, il
fine
del qual è il
risparmio
solamente. E questo ch'io
dico
è tanto
vero
, quanto con altrettanta
conseguenza
io
proverò
, l'
avarizia
esser
causa
di
malattia
, perché l'
avaro
, per
risparmiare
il suo,
va
frequentemente
a i
conviti
degli
amici
e de'
parenti
, e la
frequenza
de'
conviti
causa
diverse
malattie
; adunque l'
avarizia
è
causa
d'
ammalarsi
: da i quali
discorsi
si
scorge
finalmente che l'
avarizia
, come
avarizia
, non ha che far niente colla
sanità
, come anco la
propinquità
dell'
oggetto
col suo maggior
ricrescimento
; e la
causa
per la quale nel
rimirar
gli
oggetti
propinqui
s'
allunga
lo
strumento
, è per
rimuover
la
confusione
nella quale esso
oggetto
ci si
dimostra
adombrato
, la qual si
toglie
coll'
allungamento
; ma perché poi all'
allungamento
ne
conséguita
un maggior
ricrescimento
, ma
fuor
della
primaria
intenzione
, che fu di
chiarificare
, e non d'
ingrandir
, l'
oggetto
, quindi è che la
propinquità
non si può
chiamare
altro che un'
occasione
, o
vero
una
remotissima
causa
per
accidens
,del maggior
ricrescimento
.
Terzo
, se è
vero
che quella, e non altra, si
debba
propriamente
stimar
causa
, la qual
posta
segue
sempre l'
effetto
, e
rimossa
si
rimuove
; solo l'
allungamento
del
telescopio
si potrà
dir
causa
del maggior
ricrescimento
:
avvenga
che, sia pur l'
oggetto
in
qualsivoglia
lontananza
, ad ogni
minimo
allungamento
ne
séguita
manifesto
ingrandimento
; ma all'
incontro
,
tuttavolta
che lo
strumento
si
riterrà
nella medesima
lunghezza
,
avvicinisi
pur quanto si
voglia
l'
oggetto
, quando anco dalla
lontananza
di cento mila
passi
si
riducesse
a quella di
cinquanta
solamente, non però il
ricrescimento
sopra l'
apparenza
dell'
occhio
libero
si farà
punto
maggiore in questo
sito
che in quello. Ma
bene
è
vero
, che
avvicinandolo
a
piccolissime
distanze
, come di quattro
passi
, di due, d'uno, d'un
mezo
, la
specie
dell'
oggetto
più e più sempre s'
intorbida
ed
offusca
, sì che, per
vederlo
distinto
e
chiaro
,
convien
più e più
allungar
il
telescopio
, al qual
allungamento
ne
conséguita
poi il maggior e maggior
ricrescimento
: ed
avvenga
che tal
ricrescimento
dependa
solo dall'
allungamento
, e non dall'
avvicinamento
, da quello, e non da questo, si
deve
regolare
; e perché nelle
lontananze
oltre a
mezo
miglio
non fa di
mestieri
, per
veder
gli
oggetti
chiari
e
distinti
, di
muover
punto
lo
strumento
, niuna
mutazione
cade
ne' loro
ingrandimenti
, ma tutti si fanno colla medesima
proporzione
; sì che se la
superficie
,
verbigrazia
, d'una
palla
,
veduta
col
telescopio
, in
distanza
di
mezo
miglio
ricresce
mille
volte
, mille
volte
ancora, e niente meno,
ricrescerà
il
disco
della
Luna
, tanto
ricrescerà
quel di
Giove
, e finalmente tanto quel d'una
stella
fissa
. Né
accade
qui che il
Sarsi
la
voglia
star a
sminuzzolare
e
rivedere
a tutto
rigor
di
geometria
, perché, quando ei l'avrà
tirata
e
ridotta
in
atomi
e
presosi
anco tutti i
vantaggi
, il
guadagno
suo non
arriverà
a quello di colui che con
diligenza
s'
andava
informando
per qual
porta
della
città
s'
usciva
per
andar
per la più breve in
India
; ed in
fine
gli
converrà
confessare
(come anco in
parte
pare
ch'ei
faccia
nel
fine
del
periodo
letto
da
V.
S.
Illustrissima
) che
trattando
con ogni
severità
il
telescopio
, si
debba
tener
manco
d'un
capello
più
corto
nel
riguardar
le
stelle
fisse
, che nel
mirar
la
Luna
. Ma da tutta questa
severità
che ne
risulterà
poi in
ultimo
, che sia di
sollevamento
al
Sarsi
? Nulla
assolutamente
; perché non ne
raccorrà
altro se non che,
ricrescendo
,
verbigrazia
, la
Luna
mille
volte
, le
stelle
fisse
ricrescano
novecento
novantanove
; mentre che per
difesa
sua e del suo
Maestro
bisognerebbe
ch'
elle
non
crescessero
né anco due
volte
, perché il
ricrescimento
del
doppio
non è cosa
impercettibile
, ed eglino
dicono
le
fisse
non
ricrescer
sensibilmente
.
Io
so
che il
Sarsi
ha
intese
benissimo
queste
cose
, anco nella
lettura
del
signor
Mario
; ma vuol, per quanto ei può,
mantener
vivo
il suo
Maestro
a
quint
'
essenza
di
sillogismi
sottilissimamente
distillati
(e
siami
lecito
dir
così, perché di qui a poco ei
chiamerà
troppo
minute
alcune
cose
del
signor
Mario
, che sono assai più
corpulente
di queste sue). Ma per
finire
ormai
i miei
dubbi
, m'
accade
dir
qualche cosa intorno all'
essempio
portato
dal
Sarsi
,
preso
da gli
oggetti
veduti
naturalmente
: de' quali dice che quanto più s'
allontanano
dall'
occhio
, sempre si
veggono
sotto
minor
angolo
;
nientedimeno
, quando si è
arrivato
a certa
distanza
, nella quale l'
angolo
si
faccia
assai
piccolo
, per molto poi che si
allontani
più l'
oggetto
, l'
angolo
però non si
diminuisce
sensibilmente
; tuttavia,
dic
'egli, si può
dimostrare
ch'ei si fa
minore
. Ma se il
senso
di questo
essempio
è quale mi si
rappresenta
, e qual anco
convien
che sia se ha da
quadrar
bene
al
concetto
essemplificato
, io son di
parere
molto
diverso
da questo del
Sarsi
. Imperocché a me
pare
ch'in
sostanza
ei
voglia
che l'
angolo
visuale
, nell'
allontanarsi
l'
oggetto
, si
vada
ben
continuamente
diminuendo
, ma sempre
successivamente
con
minor
proporzione
, sì che oltre a una gran
lontananza
, per molto che l'
oggetto
si
discosti
ancora, poco più si
diminuisca
l'
angolo
: ma io son di
contrario
parere
, e
dico
che la
diminuzione
dell'
angolo
si
va
facendo sempre con maggior
proporzion
, quanto più l'
oggetto
s'
allontana
. E per più
facilmente
dichiararmi
,
noto
primieramente
, che il voler
determinar
le
grandezze
apparenti
degli
oggetti
visibili
colle
quantità
degli
angoli
sotto i quali quelle ci si
rappresentano
, è ben
fatto
nel
trattar
di
parti
di alcuna
circonferenza
di
cerchio
nel
centro
del quale sia
collocato
l'
occhio
; ma
trattandosi
di tutti gli altri
oggetti
, è
errore
: imperocché l'
apparenti
grandezze
, non dagli
angoli
visuali
, ma dalle
corde
degli
archi
suttesi
a
detti
angoli
si
deono
determinare
; e queste tali
apparenti
quantità
si
vanno
sempre
diminuendo
puntualissimamente
con
proporzion
contraria
di quella delle
lontananze
; sì che il
diametro
,
verbigrazia
, d'un
cerchio
,
veduto
in
distanza
di cento
braccia
, mi si
rappresenta
giusto
la
metà
di quello che m'
apparrebbe
dalla
distanza
di
braccia
cinquanta
, e
veduto
in
distanza
di mille
braccia
mi
parrà
doppio
che se sarà
lontano
dumila
, e così sempre in tutte le
lontananze
; né mai
accaderà
ch'egli per
qualsivoglia
grandissima
distanza
m'
apparisca
così
piccolo
, ch'ei non mi
paia
ancora la
metà
da
dupplicata
lontananza
. Ma se noi pur vorremo
determinar
l'
apparenti
grandezze
dalla
quantità
degli
angoli
, come fa il
Sarsi
, il
fatto
seguirà
ancora più
disfavorevole
per lui; perché tali
angoli
non
diminuiranno
già colla
proporzione
colla quale le
lontananze
crescono
, ma con
minore
. Ma quel che
contraria
al
detto
del
Sarsi
è che,
paragonati
gli
angoli
fra di loro, con maggior
proporzione
si
vanno
diminuendo
nelle maggiori
distanze
che nelle
minori
; sì che, se,
verbigrazia
, l'
angolo
d'un
oggetto
posto
in
distanza
di
cinquanta
braccia
, all'
angolo
del medesimo
oggetto
posto
in
distanza
di
braccia
cento, è, per
essempio
, come cento a
sessanta
, l'
angolo
del medesimo
oggetto
in
distanza
di mille all'
angolo
in
distanza
di
dumila
sarà,
verbigrazia
, come cento a
cinquant'
otto, e quello in
distanza
di
quattromila
a quello in
distanza
d'
ottomila
sarà come cento a
cinquantacinque
, e quel della
distanza
di
10000
a quel di
ventimila
sarà come cento a
cinquantadue
, e sempre la
diminuzion
dell'
angolo
s'
anderà
facendo in maggiore e maggior
proporzione
, senza però
ridursi
mai a farsi colla medesima delle
lontananze
permutatamente
prese
. Tal che, s'io non
prendo
errore
, quello che
scrive
il
Sarsi
, che l'
angolo
visuale
,
ridotto
per gran
lontananze
a molta
acutezza
, non
continua
di
diminuirsi
per altri
immensi
allontanamenti
con sì gran
proporzione
come faceva nelle
minori
distanze
, è tanto
falso
, quanto che tal
diminuzione
vien
sempre fatta in maggior
proporzione
.
15.
Legga
ora
V.
S.
Illustrissima
: "Sed
dicet
is
, hoc non esse,
saltem
, eodem
uti
instrumento
, ac proinde, si de eodem
loquamur
specillo
,
falsam
esse
positionem
illam: quamquam enim eadem sint
vitra
, idem etiam
tubus
, si tamen hic idem modo
productior
, modo
vero
fuerit
contractior
, non idem semper erit
instrumentum
.
Apage
hæc tam
minuta
. Si quis
igitur
cum
amico
colloquens
leni
sono
verba
formaverit
, ut scilicet e
propinquo
exaudiatur
;
mox
alium
conspicatus
e
longinquo
,
contentissima
illum
voce
inclamarit
; alio atque alio illum
uti
gutture
atque
ore
dixeris
, quod hæc
vocis
instrumenta
illic
contrahi
, hic
dilatari
atque
extendi
necesse
sit? Nos
vero
cum
tubicines
æs
illud
recurvum
ac
replicatum
adducta
reductaque
dextra
ad
graviorem
quidem
sonum
producentes
, ad
acutiorem
vero
contrahentes
,
intuemur
,
num
propterea alia atque alia
uti
tuba
existimamus
?"
Qui, com'ella
vede
, il
Sarsi
introduce
me, come
ormai
convinto
dalla
forza
de' suoi
sillogismi
, a
ricorrere
per mio
scampo
a qualunque
debolissimo
attacco
, ed a
dire
, quando pur
vero
sia che le
stelle
fisse
non
ricevano
accrescimento
come gli
oggetti
vicini
, che questo "
saltem
" non è
servirsi
del medesimo
strumento
, poi che negli
oggetti
propinqui
si
deve
allungare
; e mi
soggiunge
, con un
Apage
,ch'io
ricorro
a
cose
troppo
minute
. Ma,
signor
Sarsi
, io non ho
bisogno
di
ricorrere
al "
saltem
" ed alle
minuzie
.
Necessità
ne avete avuta voi sin qui, e più l'
averete
nel
progresso
. Voi avete avuto
bisogno
di
dire
che "
saltem
" nelle
sottilissime
idee
geometriche
le
fisse
richieggono
abbreviazione
del
telescopio
più che la
Luna
, dal che poi ne
seguiva
, come di sopra ho
notato
, che
ricrescendo
la
Luna
mille
volte
, le
fisse
ricrescerebbono
novecento
novantanove
, mentre che per
mantenimento
del vostro
detto
avevate di
bisogno
ch'
elle
non
ricrescessero
né anco una
meza
volta
. Questo,
signor
Sarsi
, è un
ridursi
al "
saltem
", e un far come quella
serpe
che,
lacerata
e
pesta
, non le
sendo
rimasti
più
spiriti
fuor
che nell'
estremità
della
coda
, quella
va
pur tuttavia
divincolando
, per
dare
a
credere
a'
viandanti
d'
essere
ancor
sana
e
gagliarda
. Ed il
dire
che il
telescopio
allungato
è un altro
strumento
da quel ch'
era
avanti, è, nel
proposito
di che si
parla
, cosa
essenzialissima
, e tanto
vera
quanto
verissima
; né il
Sarsi
avrebbe
stimato
altrimenti, se nel
darne
giudicio
non avesse
equivocato
dalla
materia
alla
forma
o
figura
, che
dir
la vogliamo: il che si può
facilmente
dichiarare
anco senza
uscir
del suo medesimo
essempio
.
Io
domando
al
Sarsi
, onde
avvenga
che le
canne
dell'
organo
non
suonan
tutte all'
unisono
, ma altre
rendono
il
tuono
più
grave
ed altre meno?
Dirà
egli forse, ciò
derivare
perch'
elle
sieno di
materie
diverse
? certo no, essendo tutte di
piombo
: ma
suonano
diverse
note
perché sono di
diverse
grandezze
, e quanto alla
materia
, ella non ha
parte
alcuna nella
forma
del
suono
: perché si
faran
canne
, altre di
legno
, altre di
stagno
, altre di
piombo
, altre d'
argento
ed altre di
carta
, e
soneran
tutte l'
unisono
; il che
avverrà
quando le loro
lunghezze
e
larghezze
sieno
eguali
: ed all'
incontro
coll'
istessa
materia
in
numero
, cioè colle medesime quattro
libre
di
piombo
,
figurandolo
or in maggiore or in
minor
vaso
, ne
formerò
diverse
note
: sì che, per quanto
appartiene
al
produr
suono
,
diversi
sono gli
strumenti
che
ànno
diversa
grandezza
, e non quelli che
ànno
diversa
materia
.
Ora
, se
disfacendo
una
canna
se ne
rigetterà
del medesimo
piombo
un'altra più
lunga
, ed in
conseguenza
di
tuono
più
grave
, sarà il
Sarsi
renitente
a
dir
che questa sia una
canna
diversa
dalla prima? voglio
creder
di no. Ma se altri
trovasse
modo di
formar
la
seconda
più
lunga
senza
disfar
la prima, non sarebbe l'istesso? certo sì. Ma il modo sarà col farla di due
pezzi
e ch'uno
entri
nell'altro, perché così si potrà
allungare
e
scorciare
, ed in
somma
farla all'
arbitrio
nostro
divenir
canne
diverse
, per quello che si
ricerca
al
formar
diverse
note
; e tale è la
struttura
del
trombone
. Le
corde
dell'
arpe
, ben che sieno tutte della medesima
materia
,
rendon
suoni
differenti
, perché sono di
diverse
lunghezze
: ma quel che fanno molte di queste, lo fa una
sola
nel
liuto
, mentre che col
tasteggiare
si
cava
il
suono
ora
da tutta
ora
da una
parte
, ch'è l'istesso che
allungarla
e
scorciarla
, ed in
somma
trasmutarla
, per quanto
appartiene
alla
produzzion
del
suono
, in
corde
differenti
: e l'istesso si può
dire
della
canna
della
gola
, la qual, col
variar
lunghezza
e
larghezza
,
accommodandosi
a
formar
varie
voci
, può senza
errore
dirsi
ch'ella
diventi
canne
diverse
. Così, e non altrimenti (perché il maggiore o
minor
ricrescimento
non
consiste
nella
materia
del
telescopio
, ma nella
figura
, sì che il più lungo
mostra
maggiore), quando,
ritenendo
l'
istessa
materia
, si
muterà
l'
intervallo
tra
vetro
e
vetro
, si verranno a
costituire
strumenti
diversi
.
16. Or
sentiamo
l'altro
sillogismo
che
forma
il
Sarsi
: "Sed
videat
Galilæus
, quam non
contentiose
agam
: aliud sit
instrumentum
tubus
nunc
productior
, nunc
contractior
; iterum,
paucis
mutatis
, idem
argumentum
conficiam
. Quæcumque
diverso
instrumento
spectari
postulant
,
diversum
etiam ex
instrumento
capiunt
incrementum
; sed
propinqua
et
remota
diverso
instrumento
spectari
postulant
;
diversum
igitur
propinqua
et
remota
ex
instrumento
capient
incrementum
.
Maior
iterum ac
minor
ipsius est; eiusdem sit et
consequentia
necesse
est. Quibus
rebus
expositis
,
satis
docuisse
videor
, nihil nos
hactenus
a
veritate
, neque a
Galilæo
quidem,
alienum
pronunciasse
, cum
diximus
, hoc
instrumento
minus
remota
augeri
quam
propinqua
, cum,
natura
etiam sua, ad illa
spectanda
contrahi
, ad hæc
vero
produci
,
postulet
:
dici
tamen non
inepte
poterit
, idem quidem esse
instrumentum
,
diverso
tamen modo
usurpatum
."
Il quale
argomento
io
concedo
tutto, ma non
veggo
ch'ei
concluda
niente in
disfavor
del
signor
Mario
, né in
favor
della
causa
del
Sarsi
; al quale di niun
profitto
è che gli
oggetti
vicinissimi
veduti
con un
telescopio
lungo
ricrescono
più che i
lontani
veduti
con un
corto
, ch'è la
conclusion
del
sillogismo
, ma molto
diversa
dall'
obligo
intrapreso
dal
Sarsi
. Il qual è di
provar
due
punti
principali
: l'uno è che gli
oggetti
sino alla
Luna
, e non quei
soli
che sono nella
camera
,
ricrescano
assaissimo
; ma le
stelle
fisse
, non poco
manco
, ma
insensibilmente
,
vedute
queste e quelli coll'istesso
strumento
: l'altro, che la
diversità
di tali
ricrescimenti
proceda
dalla
diversità
delle
lontananze
d'essi
oggetti
, e che a quelle
proporzionatamente
risponda
: le quali
cose
egli non
proverà
mai in
eterno
, perché son
false
. Ma della
nullità
del
presente
sillogismo
, per quanto
appartiene
alla
materia
di che si
tratta
,
siacene
testimonio
che io su le sue medesime
pedate
procederò
a
dimostrar
concludentemente
il
contrario
. Gli
oggetti
che
ricercano
d'esser
riguardati
col medesimo
strumento
,
ricevono
da quello il medesimo
ricrescimento
; ma tutti gli
oggetti
, da un
quarto
di
miglio
in
là
sino alla
lontananza
di mille
milioni
,
ricercano
d'esser
riguardati
col medesimo
strumento
; adunque tutti questi
ricevono
il medesimo
ricrescimento
. Non
concluda
per tanto il
Sarsi
di non avere
scritto
cosa
aliena
né dal
vero
né da me; perché di me
almanco
l'
assicuro
ch'egli sin qui ha
concluso
cosa
contraria
all'
intenzion
mia.
Nell'
ultima
chiusa
di questo
periodo
, dov'egli dice che il
telescopio
or lungo or
corto
si può
chiamar
il medesimo
strumento
, ma
diversamente
usurpato
, vi è, s'io non m'
inganno
, un poco di
equivoco
; anzi
parmi
che il
negozio
proceda
tutto all'
opposito
, cioè che lo
strumento
sia
diverso
, e l'
usurpamento
o
vero
applicazione
sia la medesima a
capello
.
Chiamasi
il medesimo
strumento
esser
diversamente
usurpato
, quando, senza
punto
alterarlo
, si
applica
ad
usi
differenti
: e così l'
àncora
fu la medesima, ma
diversamente
usurpata
dal
piloto
per
dar
fondo
, e da
Orlando
per
prender
balene
. Ma nel
caso
nostro
accade
tutto l'
opposito
: imperocché l'
uso
del
telescopio
è sempre il medesimo, perché sempre s'
applica
a
riguardar
oggetti
visibili
; ma lo
strumento
è ben
diversificato
,
mutandosi
in esso cosa
essenzialissima
, qual è l'
intervallo
da
vetro
a
vetro
. È adunque
manifesto
l'
equivoco
del
Sarsi
.
17. Ma
seguitiamo
più avanti: "At
dicet
:
verissima
hæc quidem esse, si
summo
geometriæ
,
iure
res
agatur
; quod tamen in
re
nostra
locum
non
habet
, et cum
saltem
ad
Lunam
et
stellas
intuendas
nullo
longitudinis
discrimine
specillum
adhiberi
soleat
, nihil hic etiam
ponderis
habituram
esse
maiorem
minoremve
distantiam
ad
maius
minusve
obiecti
incrementum
inferendum
; quare si
stellæ
minus
augeri
videantur
quam
Luna
, ex alio
deducendam
huius
phœnomeni
rationem
, non ex
obiecti
remotione
. Ita sit; et nisi aliunde etiam
habeat
tubus
hic,
stellas
minus
augere
quam
Lunam
, minus
fortasse
ponderis
argumento
insit
. Dum tamen illud præterea huic
instrumento
tribuitur
, ut
luminosa
omnia
larga
illa
radiatione
, qua
veluti
coronantur
,
expoliet
, ex quo
fit
ut, licet
stellæ
idem
fortasse
re
ipsa
capiant
ex illo
incrementum
quod
Luna
, minus tamen
augeri
videantur
(cum
diversum
plane
sit id, quod
tubo
conspicitur
, ab eo quod
nudis
prius
oculis
videbatur
:
hi
siquidem
nudi
et
stellam
et
circumfusum
fulgorem
spectabant
;
tubo
vero
adhibito
,
solum
stellæ
corpusculum
intuendum
obiicitur
),
verissimum
etiam est,
iis
omnibus quæ ad
opticam
spectant
consideratis
,
stellas
hoc
instrumento
, quoad
aspectum
saltem
, minus
accipere
incrementi
quam
Lunam
, immo etiam aliquando, si
oculis
credas
, nulla
ratione
augeri
, ac, si
Deo
placet
, etiam
minui
: quod nec ipse
Galilæus
negat
.
Mirari
proinde
desinat
, quod
stellas
insensibiliter
per
tubum
augeri
dixerimus
: neque enim hic huius
aspectus
causam
quærebamus
, sed
aspectum
ipsum."
Qui
noti
primieramente
V.
S.
Illustrissima
come la mia
predizzione
, fatta di sopra al
numero
14,
comincia
a
verificarsi
.
Là
animosamente
s'
esibì
il
Sarsi
a
mantener
, niuna cosa esser più
vera
del
ricrescer
gli
oggetti
veduti
col
telescopio
tanto più quanto più son
vicini
, e tanto meno quanto più
lontani
: onde le
stelle
fisse
, come
lontanissime
, non
ricrescesser
sensibilmente
; ma la
Luna
,
assaissimo
, come
vicina
. Or qui mi
pare
che si
cominci
a
vedere
una gran
ritirata
ed una
confession
manifesta
: prima, che la
diversità
delle
lontananze
degli
oggetti
non sia più la
vera
causa
de'
diversi
ingrandimenti
, ma che
bisogni
ricorrere
all'
allungamento
e
scorciamento
del
telescopio
; cosa non
detta
, né
pure
accennata
, né forse
pensata
, da loro avanti l'
avvertimento
del
signor
Mario
:
secondo
, che né anco questo abbia
luogo
nel
presente
caso
,
atteso
che niuna
mutazione
si
faccia
nello
strumento
, sì che,
cessando
questo
rifugio
ancora, l'
argomento
che sopra ciò si
fondava
resti
invalido
totalmente
.
Veggo
, nel
terzo
luogo
,
ricorrere
a
cagioni
lontanissime
dalle
portate
da
principio
per
vere
e
sole
, e
dire
che il poco
ricrescimento
apparente
nelle
fisse
non
dependa
più né da gran
lontananza
d'esse né da
brevità
di
strumento
, ma che è un'
illusione
dell'
occhio
nostro, il quale
libero
vede
le
stelle
con un
grandissimo
irraggiamento
non
reale
e che però ci
sembrano
grandi
, ma collo
strumento
si
vede
il
nudo
corpo
della
stella
, il quale, ben che
ringrandito
come tutti gli altri
oggetti
, non però
par
tale,
paragonato
colle medesime
stelle
vedute
liberamente
, in
relazion
delle quali l'
accrescimento
par
piccolissimo
: dal che ei
conclude
che almeno quanto all'
apparenza
le
stelle
fisse
pur
mostrano
di
ricrescer
pochissimo,
perloché
io non mi
devo
maravigliare
ch'eglino ciò abbiano
detto
, poi ch'ei non
ricercavano
la
causa
di tale
aspetto
, ma solamente l'
aspetto
istesso. Ma,
signor
Sarsi
,
perdonatemi
: voi, mentre
cercate
di
rimuovermi
la
meraviglia
, non pur non me la
levate
, ma con altre
nuove
cagioni
me la
moltiplicate
assai.
E prima, io non poco mi
meraviglio
nel
vedervi
portar
questo
precedente
discorso
con
maniera
dottrinale
, quasi che voi lo vogliate
insegnare
a me, mentre l'avete di
parola
in
parola
imparato
voi dal
signor
Mario
; e di più
soggiungete
ch'io non
nego
queste
cose
,
credo
con
intenzione
che nel
lettore
resti
concetto
ch'io medesimo avessi in
mano
la
risoluzione
della
difficoltà
, ma che io non l'avessi
saputa
conoscere
né
prevalermene
.
Meravigliomi
,
secondariamente
, che voi
diciate
che il vostro
Maestro
non
andò
ricercando
la
cagione
dell'
insensibil
ricrescimento
delle
stelle
fisse
, ma solo l'istesso
effetto
dell'
insensibilmente
ricrescere
, ancor ch'egli più d'una
volta
replichi
esser di ciò la
cagione
l'
immensa
lontananza
. Ma quello che, nel
terzo
luogo
, m'
accresce
la
meraviglia
a cento
doppi
è che voi non v'
accorgiate
che, quando ciò
vero
fusse
, voi
figurereste
, a gran
torto
, il vostro
Maestro
privo
ancora di quella
communissima
logica
naturale
, in
virtù
della quale ogni
persona
, per
idiota
ch'ella sia,
discorre
e
conclude
direttamente
le sue
intenzioni
. E per farvi
toccar
con
mano
la
verità
di quanto io
dico
,
rimovete
la
considerazion
della
causa
ed
introducete
il solo
effetto
(già che voi
affermate
che il vostro
Maestro
non
ricercò
la
causa
, ma il solo
effetto
), e poi
discorrendo
dite
: "Le
stelle
fisse
ricrescono
insensibilmente
; ma la
cometa
essa ancora
ricresce
insensibilmente
"; adunque,
signor
Sarsi
, che ne
concluderete
?
Rispondete
: "Nulla", se volete
rispondere
manco
male
che sia
possibile
: perché se voi
pretenderete
di
poterne
inferire
una
conseguenza
, ed io
pretenderò
con altrettanta
connessione
poterne
inferir
mille; e se vi
parrà
di poter
dire
: "Adunque la
cometa
è
lontanissima
, perché anco le
fisse
sono
lontanissime
", ed io con non
minor
ragione
dirò
: "Adunque la
cometa
è
incorruttibile
, perché le
fisse
sono
incorruttibili
", ed appresso
dirò
: "Adunque la
cometa
scintilla
, perché le
fisse
scintillano
", e con non
minor
ragione
potrò
dire
: "Adunque la
cometa
risplende
di propria
luce
, perché così fanno le
fisse
": e s'io farò di queste
conseguenze
, voi vi
riderete
di me come d'un
logico
senza
dramma
di
logica
, ed avrete mille
ragioni
, e poi
cortesemente
m'
avvertirete
ch'io da quelle
premesse
non posso
inferir
altro per la
cometa
se non quei
particolari
accidenti
che
ànno
necessaria
, anzi
necessariissima
connessione
coll'
insensibil
ricrescimento
delle
stelle
fisse
; e perché questo
ricrescimento
non
depende
né ha
connession
veruna coll'
incorruttibilità
, né colla
scintillazione
, né coll'esser
lucido
da per sé, però niuna di queste
conclusioni
si può
concludere
della
cometa
: e chi di
là
vorrà
inferir
, la
cometa
esser
lontanissima
, bisogna che di
necessità
abbia prima ben
bene
stabilito
, l'
insensibil
ricrescimento
delle
stelle
dependere
, come da
causa
necessarissima
, dalla gran
lontananza
, perché altrimenti non si sarebbe potuto
servir
del suo
converso
, cioè che quegli
oggetti
che