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Galileo Galilei
Il Saggiatore
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Il saggiatore
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Il
saggiatore
Io non ho mai potuto
intendere
,
Illustrissimo
Signore
, onde sia
nato
che tutto quello che de' miei
studi
, per
aggradire
o
servire
altrui, m'è
convenuto
metter
in
publico
, abbia
incontrato
in molti una certa
animosità
in
detrarre
,
defraudare
e
vilipendere
quel poco di
pregio
che, se non per l'
opera
, almeno per l'
intenzion
mia m'
era
creduto
di
meritare
. Non prima fu
veduto
alle
stampe
il mio
Nunzio
Sidereo
,dove si
dimostrarono
tanti
nuovi
e
meravigliosi
discoprimenti
nel
cielo
, che pur
doveano
esser
grati
agli
amatori
della
vera
filosofia
, che
tosto
si
sollevaron
per mille
bande
insidiatori
di quelle
lodi
dovute
a così
fatti
ritrovamenti
: né
mancaron
di quelli che, solo per
contradir
a' miei
detti
, non si
curarono
di
recar
in
dubbio
quanto fu
veduto
a lor
piacimento
e
riveduto
più
volte
da gli
occhi
loro.
Imposemi
il
Serenissimo
Gran
Duca
Cosimo
II, di
gloriosa
memoria
mio
signore
, ch'io
scrivessi
il mio
parere
delle
cagioni
del
galleggiare
o
affondarsi
le
cose
nell'
acqua
; e, per
sodisfar
a così
fatto
comandamento
, avendo
disteso
in
carta
quanto m'
era
sovvenuto
oltre alla
dottrina
d'
Archimede
, che per
avventura
è quanto di
vero
in
effetto
circa sì fatta
materia
poteva
dirsi
, eccoti subito
piene
tutte le
stamperie
d'
invettive
contro del mio
Discorso
;né avendo
punto
riguardo
che quanto da me fu
prodotto
fusse
confermato
e
concluso
con
geometriche
dimostrazioni
,
contradissero
al mio
parere
, né s'
avvidero
(tanto ebbe
forza
la
passione
) che '
l
contradire
alla
geometria
è un
negare
scopertamente
la
verità
. Le
Lettere
delle
Macchie
Solari
e da quanti e per quante
guise
fur
combattute
? e quella
materia
che
doverebbe
dar
tanto
campo
d'
aprir
gl'
intelletti
ad
ammirabili
speculazioni
, da molti, o non
creduta
o poco
stimata
, del tutto è stata
vilipesa
e
derisa
; da altri, per non
volere
acconsentire
a' miei
concetti
, sono state
prodotte
contro di me
ridicole
ed
impossibili
opinioni
; ed alcuni,
costretti
e
convinti
dalle mie
ragioni
,
ànno
cercato
spogliarmi
di quella
gloria
ch'
era
pur mia, e,
dissimulando
d'aver
veduto
gli
scritti
miei,
tentarono
dopo di me farsi
primieri
inventori
di
meraviglie
così
stupende
.
Tacerò
d'alcuni miei
privati
discorsi
,
dimostrazioni
e
sentenze
, molte di esse da me non
publicate
alle
stampe
, tutte state
malamente
impugnate
o
disprezzate
come da nulla; non
mancando
anco queste d'essersi
talora
abbattute
in alcuni che con
bella
destrezza
si sieno
ingegnati
di farsi con esse
onore
, come
inventate
da i loro
ingegni
.
Io potrei di tali
usurpatori
nominar
non pochi; ma voglio
ora
passarli
sotto
silenzio
,
avvenga
che de'
primi
furti
men
grave
castigo
prender
si
soglia
che de i
susseguenti
. Ma non voglio già più
lungamente
tacere
il
furto
secondo
, che con troppa
audacia
mi ha voluto fare quell'istesso che già molti
anni
sono mi fece l'altro, d'
appropriarsi
l'
invenzione
del mio
compasso
geometrico
, ancor ch'io molti
anni
innanzi l'avessi a gran
numero
di
signori
mostrato
e
conferito
, e finalmente
fatto
publico
colle
stampe
: e
siami
per questa
volta
perdonato
se, contro alla mia
natura
, contro al
costume
ed
intenzion
mia, forse troppo
acerbamente
mi
risento
ed
esclamo
colà
dove per molti
anni
ho
taciuto
. Io
parlo
di
Simon
Mario
Guntzehusano
, che fu quello che già in
Padova
, dove allora io mi
trovava
,
traportò
in
lingua
latina
l'
uso
del
detto
mio
compasso
, ed
attribuendoselo
lo fece ad un suo
discepolo
sotto suo
nome
stampare
, e subito, forse per
fuggir
il
castigo
, se n'
andò
alla
patria
sua,
lasciando
il suo
scolare
, come si dice, nelle
peste
; contro il quale mi fu
forza
, in
assenza
di
Simon
Mario
,
proceder
nella
maniera
ch'è
manifesto
nella
Difesa
ch'allora
feci
e
publicai
. Questo istesso, quattro
anni
dopo la
publicazione
del mio
Nunzio
Sidereo
,
avvezzo
a volersi
ornar
dell'altrui
fatiche
, non si è
arrossito
nel farsi
autore
delle
cose
da me
ritrovate
ed in quell'
opera
publicate
; e
stampando
sotto
titolo
di
Mundus
Iovialis
etc., ha
temerariamente
affermato
, sé aver avanti di me
osservati
i
pianeti
Medicei
, che si
girano
intorno a
Giove
. Ma perché di
rado
accade
che la
verità
si
lasci
sopprimer
dalla
bugia
, ecco ch'egli medesimo nell'
istessa
sua
opera
, per sua
inavvertenza
e poca
intelligenza
, mi
dà
campo
di
poterlo
convincere
con
testimoni
irrefragabili
e
manifestamente
far
palese
il suo
fallo
,
mostrando
ch'egli non solamente non
osservò
le
dette
stelle
avanti di me, ma non le
vide
né anco
sicuramente
due
anni
dopo: e
dico
di più, che molto
probabilmente
si può
affermare
ch'ei non l'ha
osservate
già mai. E ben ch'io da molti
luoghi
del suo
libro
cavar
potessi
evidentissime
prove
di quanto
dico
,
riserbando
l'altre ad altra
occasione
, voglio, per non
diffondermi
soverchiamente
e
distrarmi
dalla mia
principale
intenzione
,
produrre
un
luogo
solo.
Scrive
Simon
Mario
nella
seconda
parte
del suo
Mondo
Gioviale
,alla
considerazione
del
sesto
fenomeno
, d'aver con
diligenza
osservato
, come i quattro
pianeti
gioviali
non mai si
trovano
nella
linea
retta
parallela
all'
eclittica
se non quando sono nelle
massime
digressioni
da
Giove
; ma che quando son fuori di queste, sempre
declinano
con
notabil
differenza
da
detta
linea
;
declinano
,
dico
, da quella sempre verso
settentrione
quando sono nelle
parti
inferiori
de' lor
cerchi
, ed all'
opposito
piegano
sempre verso
austro
quando sono nelle
parti
superiori
: e per
salvar
cotal
apparenza
,
statuisce
i lor
cerchi
inclinati
dal
piano
dell'
eclittica
verso
austro
nelle
parti
superiori
, e verso
borea
nell'
inferiori
. Or questa sua
dottrina
è
piena
di
fallacie
, le quali
apertamente
mostrano
e
testificano
la sua
fraude
.
E prima, non è
vero
che i quattro
cerchi
delle
Medicee
inclinino
dal
piano
dell'
eclittica
; anzi sono eglino ad esso sempre
equidistanti
.
Secondo
, non è
vero
che le medesime
stelle
non sieno mai tra di loro
puntualmente
per
linea
retta
se non quando si
ritrovano
costituite
nelle
massime
digressioni
da
Giove
; anzi
talora
accade
ch'esse in qualunque
distanza
, e
massima
e
mediocre
e
minima
, si
veggono
per
linea
esquisitamente
retta
, ed
incontrandosi
insieme
, ancor che sieno di
movimenti
contrarii
e
vicinissime
a
Giove
, si
congiungono
puntualmente
, sì che due
appariscono
una
sola
. E finalmente, è
falso
che quando
declinano
dal
piano
dell'
eclittica
,
pieghino
sempre verso
austro
quando sono nelle
metà
superiori
de i lor
cerchi
, e verso
borea
quando sono nell'
inferiori
; anzi in alcuni
tempi
solamente fanno lor
declinazioni
in
cotal
guisa
, ed in altri
tempi
declinano
al
contrario
, cioè verso
borea
quando sono ne
mezi
cerchi
superiori
, e verso
austro
nell'
inferiori
. Ma
Simon
Mario
, per non aver né
inteso
né
osservato
questo
negozio
, ha
inavvertentemente
scoperto
il suo
fallo
.
Ora
il
fatto
sta così.
Sono i quattro
cerchi
de i
pianeti
Medicei
sempre
paralleli
piano
dell'
eclittica
; e perché noi siamo nell'istesso
piano
collocati
,
accade
che qualunque
volta
Giove
non
averà
latitudine
, ma si
troverà
esso ancora sotto l'
eclittica
, i
movimenti
d'esse
stelle
ci si
mostreranno
fatti
per una stessa
linea
retta
, e le lor
congiunzioni
fatte in
qualsivoglia
luogo
saranno sempre
corporali
, cioè senza veruna
declinazione
. Ma quando il medesimo
Giove
si
troverà
fuori del
pian
dell'
eclittica
,
accaderà
che se la sua
latitudine
sarà da esso
piano
verso
settentrione
,
restando
pure
i quattro
cerchi
delle
Medicee
paralleli
all'
eclittica
, le
parti
loro
superiori
a noi, che sempre siamo nel
piano
dell'
eclittica
, si
rappresenteranno
piegar
verso
austro
rispetto
all'
inferiori
, che ci si
mostreranno
più
boreali
; ed all'
incontro
, quando la
latitudine
di
Giove
sarà
australe
, le
parti
superiori
de i medesimi
cerchietti
ci si
mostreranno
più
settentrionali
dell'
inferiori
: sì che le
declinazioni
delle
stelle
si
vedranno
fare il
contrario
quando
Giove
ha
latitudine
boreale
, di quello che faranno quando
Giove
sarà
australe
; cioè nel
primo
caso
si
vedranno
declinar
verso
austro
quando saranno nelle
metà
superiori
de' lor
cerchi
, e verso
borea
nelle
inferiori
; ma nell'altro
caso
declineranno
per l'
opposito
, cioè verso
borea
nelle
metà
superiori
, e verso
austro
nelle
inferiori
; e tali
declinazioni
saranno maggiori e
minori
,
secondo
che la
latitudine
di
Giove
sarà maggiore o
minore
.
Ora
,
scrivendo
Simon
Mario
d'aver
osservato
come le
dette
quattro
stelle
sempre
declinano
verso
austro
quando sono nelle
metà
superiori
de' lor
cerchi
; adunque tali sue
osservazioni
furon fatte in
tempo
che
Giove
aveva
latitudine
boreale
: ma quando io
feci
le mie
prime
osservazioni
Giove
era
australe
, e tale stette per lungo
tempo
, né si fece
boreale
, sì che le
latitudini
delle quattro
stelle
potessero
mostrarsi
come
scrive
Simone
, se non più di due
anni
dopo: adunque, se pur egli già mai le
vide
ed
osservò
, ciò non fu se non due
anni
dopo di me.
Eccolo dunque già dalle sue stesse
deposizioni
convinto
di
bugia
d'avere avanti di me fatte
cotali
osservazioni
. Ma io di più
aggiungo
e
dico
, che molto più
probabilmente
si può
credere
ch'egli già mai non le facesse: già ch'egli
afferma
non l'avere
osservate
né
vedute
disposte
tra di loro in
linea
retta
isquisitamente
se non mentre si
ritrovano
nelle
massime
distanze
da
Giove
; e
pure
la
verità
è che quattro
mesi
interi
, cioè da
mezo
febraio
a
mezo
giugno
del
1611
, nel qual
tempo
la
latitudine
di
Giove
fu pochissima o nulla, la
disposizione
di esse quattro
stelle
fu sempre per
linea
retta
in tutte le loro
posizioni
. E
notisi
, appresso, la
sagacità
colla quale egli vuole
mostrarsi
anteriore
a me. Io
scrissi
nel mio
Nunzio
Sidereo
d'aver fatta la mia prima
osservazione
alli 7 di
gennaio
dell'
anno
1610
,
seguitando
poi l'altre nelle
seguenti
notti
:
vien
Simon
Mario
, ed
appropriandosi
l'
istesse
mie
osservazioni
,
stampa
nel
titolo
del suo
libro
, ed anco per entro l'
opera
, aver
fatto
le sue
osservazioni
fino
dell'
anno
1609
, onde altri possa far
concetto
della sua
anteriorità
: tuttavia la più
antica
osservazione
ch'ei
produca
poi per fatta da sé, è la
seconda
fatta da me; ma la
pronunzia
per fatta nell'
anno
1609
, e
tace
di far
cauto
il
lettore
come, essendo egli
separato
dalla
Chiesa
nostra, né avendo
accettata
l'
emendazion
Gregoriana
, il
giorno
7 di
gennaio
del
1610
di noi
cattolici
è l'istesso che il
dì
28 di
decembre
del
1609
di loro
eretici
. E questa è tutta la
precedenza
delle sue
finte
osservazioni
. Si
attribuisce
anco
falsamente
l'
invenzione
de' loro
movimenti
periodici
, da me con
lunghe
vigilie
e
gravissime
fatiche
ritrovati
, e
manifestati
nelle mie
Lettere
Solari
,ed anco nel
trattato
che
publicai
delle
cose
che stanno sopra l'
acqua
,
veduto
dal
detto
Simone
, come si
raccoglie
chiaramente
dal suo
libro
, di dove
indubitabilmente
egli ha
cavato
tali
movimenti
.
Ma in troppo
lunga
digressione
, fuori di quello che forse
richiedeva
la
presente
opportunità
, mi
trovo
d'
essermi
lasciato
trascorrere
. Però,
ritornando
su '
l
nostro
cominciato
discorso
,
seguirò
di
dire
che, per tante
chiarissime
prove
non mi
restando
più
luogo
alcuno da
dubitare
d'un
mal
affetto
ed
ostinato
volere
contro dell'
opere
mie, aveva meco stesso
deliberato
di
starmene
cheto
affatto, per
ovviare
in me medesimo alla
cagion
di quei
dispiaceri
sentiti
nell'esser
bersaglio
a sì
frequenti
mordacità
, e
togliere
altrui
materia
d'
essercitare
sì
biasmevol
talento
. È ben
vero
che non mi sarebbe
mancata
occasione
di
metter
fuori altre mie
opere
, forse non meno
inopinate
nelle
filosofiche
scuole
e di non
minor
conseguenza
nella
natural
filosofia
delle
publicate
fin
ora
: ma le
dette
cagioni
ànno
potuto tanto, che solo mi son
contentato
del
parere
e del
giudicio
d'alcuni
gentil
'
uomini
, miei
reali
e
sincerissimi
amici
,
co
' quali
communicando
e
discorrendo
de i miei
pensieri
, ho
goduto
di quel
diletto
che ne
reca
il poter
conferire
quel che di
mano
in
mano
ne
somministra
l'
ingegno
,
scansando
nel medesimo
tempo
la
rinovazion
di quelle
punture
per avanti da me
sentite
con tanta
noia
.
Ànno
ben questi
signori
,
amici
miei,
mostrando
in non
piccola
parte
d'
applaudere
a i miei
concetti
,
procurato
con
varie
ragioni
di
ritirarmi
da così
fatto
proponimento
. E
primieramente
ànno
cercato
persuadermi
ch'io
dovessi
poco
apprezzare
queste tanto
pertinaci
contradizzioni
, quasi che in
effetto
, tutte in
fine
ritornando
contro de i loro
autori
,
rendesser
più
viva
e più
bella
la mia
ragione
, e
desser
chiaro
argomento
che non
vulgari
fussero
i miei
componimenti
,
allegandomi
una
commune
sentenza
, che la
vulgarità
e la
mediocrità
, come poco o non
punto
considerate
, son
lasciate
da
banda
, e solamente
colà
si
rivolgono
gli
umani
intelletti
ove si
scopre
la
meraviglia
e l'
eccesso
, il quale poi nelle
menti
mal
temperate
fa
nascer
tosto
l'
invidia
, e appresso, con essa, la
maldicenza
. E ben che tali e
somiglianti
ragioni
,
addottemi
dall'
autorità
di questi
signori
,
fusser
vicine
al
distogliermi
dal mio
risoluto
pensiero
del non più
scrivere
, nulladimeno
prevalse
il mio
desiderio
di
viver
quieto
senza tante
contese
; e così
stabilito
nel mio
proposito
, mi
credetti
in questa
maniera
d'aver
ammutite
tutte le
lingue
, che
ànno
finora
mostrato
tanta
vaghezza
di
contrastarmi
. Ma
vano
m'è
riuscito
questo
disegno
, né
co
'
l
tacer
ho potuto
ovviare
a questa mia così
ostinata
influenza
, dell'aver a esserci sempre chi
voglia
scrivermi
contro e
prender
rissa
con esso meco.
Non m'è
giovato
lo
starmi
senza
parlare
, ché questi, tanto
vogliolosi
di
travagliarmi
, son
ricorsi
a far mie l'altrui
scritture
; e su quelle avendomi
mosso
fiera
lite
, si sono
indotti
a far cosa che, a mio
credere
, non
suol
mai
seguire
senza
dar
chiaro
indizio
d'
animo
appassionato
fuor
di
ragione
. E perché non
dee
aver potuto il
signor
Mario
Guiducci
, per
convenienza
e
carico
di suo
officio
,
discorrer
nella sua
Academia
e poi
publicare
il suo
Discorso
delle
Comete
,senza che
Lottario
Sarsi
,
persona
del tutto
incognita
, abbia per questo a
voltarsi
contro di me, e, senza
rispetto
alcuno di tal
gentil
uomo
, farmi
autore
di quel
Discorso
, nel quale non ho altra
parte
che la
stima
e l'
onore
da esso
fattomi
nel
concorrere
col mio
parere
, da lui
sentito
ne'
sopradetti
ragionamenti
avuti con que'
signori
,
amici
miei,
co
' quali il
signor
Guiducci
si
compiacque
spesso
di
ritrovarsi
? E quando
pure
tutto quel
Discorso
delle
Comete
fusse
stato
opera
di mia
mano
(ché,
dovunque
sarà
conosciuto
il
signor
Mario
, ciò non potrà mai
cadere
in
pensiero
), che
termine
sarebbe
stato
questo del
Sarsi
, mentre io
mostrassi
così voler
essere
sconosciuto
,
scoprirmi
la
faccia
e
smascherarmi
con tanto
ardire
? Per la qual cosa,
trovandomi
astretto
da questo
inaspettato
e tanto
insolito
modo di
trattare
, vengo a
romper
la mia già
stabilita
risoluzione
di non mi far più
vedere
in
publico
coi miei
scritti
; e
procurando
giusta
mia possa che almeno
sconosciuta
non
resti
la
disconvenienza
di questo
fatto
,
spero
d'aver a fare
uscir
voglia
ad alcuno di
molestare
(come si dice) il
mastino
che
dorme
, e voler
briga
con chi si
tace
.
E ben ch'io m'
avvisi
che questo
nome
, non mai più
sentito
nel
mondo
, di
Lotario
Sarsi
serva
per
maschera
di chi che sia che
voglia
starsene
sconosciuto
, non mi starò, come ha
fatto
esso
Sarsi
, a
imbrigar
in altro per voler
levar
questa
maschera
, non mi
parendo
né
azzione
punto
imitabile
, né che possa in alcuna cosa
porgere
aiuto
o
favore
alla mia
scrittura
. Anzi mi
do
ad
intendere
che '
l
trattar
seco come con
persona
incognita
sia per
dar
campo
a far più
chiara
la mia
ragione
, e
porgermi
agevolezza
ond'io
spieghi
più
libero
il mio
concetto
. Perché io ho
considerato
che molte
volte
coloro che
vanno
in
maschera
, o son
persone
vili
che sotto quell'
abito
voglion
farsi
stimar
signori
e
gentiluomini
, e in tal
maniera
per qualche lor
fine
valersi
di quella
onorevolezza
che
porta
seco la
nobiltà
; o
talora
son
gentiluomini
che
deponendo
, così
sconosciuti
, il
rispettoso
decoro
richiesto
a lor
grado
, si fanno
lecito
, come si
costuma
in molte
città
d'
Italia
, di poter d'ogni cosa
parlare
liberamente
con ognuno,
prendendosi
insieme
altrettanto
diletto
che ognuno, sia chi si
voglia
, possa con essi
motteggiare
e
contender
senza
rispetto
. E di questi
secondi
credendo
io che
debba
esser quegli che si
cuopre
con questa
maschera
di
Lottario
Sarsi
(ché quando
fusse
de'
primi
, in poco
gusto
gli
tornerebbe
d'aver voluto così
spacciarla
per la maggiore), mi
credo
ancora che, sì come così
sconosciuto
egli si è
indotto
a
dir
cosa contro di me che a
viso
aperto
se ne sarebbe forse
astenuto
, così non gli
debba
dovere
esser
grave
che,
valendomi
del
privilegio
conceduto
contro le
maschere
, possa
trattar
seco
liberamente
, né mi sia né da lui né da altri per esser
pesata
ogni
parola
ch'io per
avventura
dicessi
più
libera
ch'ei non vorrebbe.
Ed ho voluto,
Illustrissimo
Signore
, ch'ella sia prima d'ogn'altro lo
spettator
di questa mia
replica
;
imperciocché
, come
intendentissima
e, per le sue
qualità
nobilissime
,
spogliata
d'
animo
parziale
,
giustamente
sarà per
apprender
la
causa
mia, né
lascerà
di
reprimer
l'
audacia
di quelli che,
mancando
d'
ignoranza
ma non d'
affetto
appassionato
(ché de gli altri poco
debbo
curare
), volessero
appo
del
vulgo
, che non
intende
,
malamente
stravolger
la mia
ragione
. E ben che
fusse
mia
intenzione
, quando prima
lessi
la
scrittura
del
Sarsi
, di
comprendere
in una
semplice
lettera
inviata
a
V.
S.
Illustrissima
le
risposte
, tuttavia, nel venire al
fatto
, mi sono in
maniera
moltiplicate
tra le
mani
le
cose
degne
d'esser
notate
che in essa
scrittura
si
contengono
, che di lungo
intervallo
m'è
stato
forza
passar
i
termini
d'una
lettera
. Ho nondimeno
mantenuta
l'
istessa
risoluzione
di
parlar
con
V.
S.
Illustrissima
ed a lei
scrivere
, qualunque si sia poi
riuscita
la
forma
di questa mia
risposta
; la quale ho
voluta
intitolare
col
nome
di
Saggiatore
,
trattenendomi
dentro la medesima
metafora
presa
dal
Sarsi
. Ma perché m'è
paruto
che, nel
ponderare
egli le
proposizioni
del
signor
Guiducci
, si sia
servito
d'una
stadera
un poco troppo
grossa
, io ho voluto
servirmi
d'una
bilancia
da
saggiatori
, che sono così
esatte
che
tirano
a meno d'un
sessantesimo
di
grano
: e con questa
usando
ogni
diligenza
possibile
, non
tralasciando
proposizione
alcuna
prodotta
da quello, farò di tutte i lor
saggi
; i quali
anderò
per
numero
distinguendo
e
notando
,
acciò
, se mai
fussero
dal
Sarsi
veduti
e gli venisse
volontà
di
rispondere
, ei possa tanto più
agevolmente
farlo, senza
lasciare
indietro
cosa veruna.
Ma venendo
ormai
alle
particolari
considerazioni
, non sarà per
avventura
se non
bene
(
acciò
che niente
rimanga
senza esser
ponderato
)
dir
qualche cosa intorno all'
inscrizzion
dell'
opera
, la quale il
signor
Lottario
Sarsi
intitola
Libra
Astronomica
e
Filosofica
;
rende
poi nell'
epigramma
, ch'ei
soggiunge
, la
ragion
che lo
mosse
a così
nominarla
, la qual è che l'
istessa
cometa
, col
nascere
e
comparir
nel
segno
della
Libra
, volle
misteriosamente
accennargli
ch'ei
dovesse
librar
con
giusta
lance
e
ponderar
le
cose
contenute
nel
trattato
delle
comete
publicato
dal
signor
Mario
Guiducci
. Dove io
noto
come il
Sarsi
comincia
, tanto presto che più non
era
possibile
, a
tramutar
con gran
confidenza
le
cose
(
stile
mantenuto
poi in tutta la sua
scrittura
) per
accommodarle
alla sua
intenzione
. Gli
era
caduto
in
pensiero
questo
scherzo
sopra la
corrispondenza
della sua
Libra
colla
Libra
celeste
, e perché gli
pareva
che
argutamente
venisse la sua
metafora
favoreggiata
dall'
apparizion
della
cometa
, quando ella
fusse
comparita
in
Libra
,
liberamente
dice quella in tal
luogo
esser
nata
; non
curando
di
contradire
alla
verità
, ed anco in certo modo a sé medesimo,
contradicendo
al suo proprio
Maestro
, il quale nella sua
Disputazione
, alla
fac
. 7,
conclude
così: "
Verum
,
quæcunque
tandem
ex his prima
cometæ
lux
fuerit
, illi semper
Scorpius
patria
est"; e
dodici
versi
più a
basso
: "
Fuerit
hoc sane, cum in
Scorpio
, hoc est in
Martis
præcipua
domo
,
natus
sit"; e poco di sotto: "Ego, quo ad me
attinet
,
patriam
eius
inquiro
, quam
Scorpium
fuisse
affirmo
,
cunctis
etiam
assentientibus
." Adunque molto più
proporzionatamente
, ed anco più
veridicamente
, se
riguarderemo
la sua
scrittura
stessa, l'avrebbe egli potuta
intitolare
L'
astronomico
e
filosofico
scorpione
,
costellazione
dal nostro
sovran
poeta
Dante
chiamata
figura
del
freddo
animale
che colla
coda
percuote
la
gente
e
veramente
non vi
mancano
punture
contro di me, e tanto più
gravi
di quelle degli
scorpioni
, quanto questi, come
amici
dell'
uomo
, non
feriscono
se prima non vengono
offesi
e
provocati
, e quello
morde
me che mai né pur col
pensiero
non lo
molestai
. Ma mia
ventura
, che
so
l'
antidoto
e
rimedio
presentaneo
a
cotali
punture
!
Infragnerò
dunque e
stropiccerò
l'istesso
scorpione
sopra le
ferite
, onde il
veleno
risorbito
dal proprio
cadavero
lasci
me
libero
e
sano
.
1. Or
vegniamo
al
trattato
, e sia il
primo
saggio
intorno ad alcune
parole
del
proemio
, cioè da "Unus, quod
sciam
",
fino
a "
Doluimus
". Il qual
proemio
sarà però da noi qui
registrato
intero
, per
total
compitezza
del
testo
latino
, al quale non vogliamo che
manchi
pur un
iota
.
Tribus
in
cælo
facibus
insolenti
lumine
,
anno
superiore
,
fulgentibus
, nemo
hebeti
adeo
ingenio
ac
plumbeis
oculis
fuit, qui
utramque
in
illas
aciem
non
intenderit
aliquando,
miratusque
non sit
insueti
fulgoris
eo
tempore
feracitatem
. Sed quoniam est
vulgus
, ut
sciendi
avidissimum
, ita ad
rerum
causas
investigandas
minus
aptum
, ab
iis
propterea sibi
tantarum
rerum
scientiam
,
iure
veluti
suo,
exposcebat
, ad quos
cæli
mundique
totius
contemplatio
maxime
pertineret
.
Philosophorum
igitur
astronomorumque
Academias
consulendas
illico
censuit
. Quid
igitur
nostra hæc
Gregoriana
, quæ, et
disciplinarum
et
Academicorum
multitudine
nobilis
, se inter
cæteras
designari
omnium
oculis
, se
maxime
consuli
, ab se
responsa
expectari
,
facile
intelligebat
?
Committere
enimvero
non
potuit
, ne in
re
, quamquam
dubia
, suo
saltem
muneri
et
postulantium
votis
utcumque
satisfaceret
.
Præstitere
hoc ii, quibus ex
munere
id
oneris
incumbebat
; nec
male
, si
summorum
etiam
capitum
suffragium
spectes
. Unus, quod
sciam
,
Disputationem
nostram, et quidem
paulo
acrius
,
improbavit
Galilæus
."
Nelle quali
ultime
parole
, cioè "Unus, quod
sciam
", egli
afferma
che noi
agramente
abbiamo
tassata
la
Disputazion
del suo
Maestro
. Al che io non
veggo
per
ora
che
occorra
risponder
cosa alcuna,
avvenga
che il suo
detto
è
assolutamente
falso
; poi che, per
diligenza
usata
in
cercar
nella
scrittura
del
signor
Mario
il
luogo
(già ch'egli nol
cita
), non l'ho
saputo
ritrovare
. Ma intorno a questo avremo più a
basso
altre
occasioni
di
parlare
.
2.
Seguita
appresso (e sia il
secondo
saggio
): "
Doluimus
primum
, quod
magni
nominis
viro
hæc
displicerent
; deinde
consolationis
loco
fuit, ab eodem
Aristotelem
ipsum,
Tychonem
,
aliosque
, non
multo
mitius
hac in
disputatione
habitos
: ut sane non aliæ
iis
texendæ
forent
apologiæ
, quibus
communis
cum
summis
ingeniis
causa
satis
, vel ipsis
silentibus
, apud
æquos
æstimatores
pro se ipsa
peroraret
."
Qui dice, aver da
principio
sentito
dolore
che quel
Discorso
mi sia
dispiaciuto
, ma
soggiunge
essergli
stato
poi in
luogo
di
consolazione
il
veder
l'istesso
Aristotile
,
Ticone
ed altri esser con
simile
asprezza
tassati
; onde non erano di
mestieri
altre
difese
a quelli che nell'
accuse
fussero
a
parte
con
ingegni
eminentissimi
, la
causa
stessa de' quali, anco nel lor
silenzio
, appresso
giusti
giudici
assai da per se stessa
parlava
e si
difendeva
. Dalle quali
parole
mi
par
di
raccorre
che, per
giudicio
del
Sarsi
, di quelli che
intraprendono
a
impugnar
autori
d'
ingegno
eminentissimo
si
debba
far così poca
stima
, che né anco
metta
conto
che alcuno si
ponga
alla
difesa
de gli
oppugnati
, la
sola
autorità
de' quali
basta
a
mantener
loro il
credito
appresso gl'
intendenti
. E qui voglio che
V.
S.
Illustrissima
noti
come il
Sarsi
, qual se ne sia la
causa
, o
elezzione
o
inavvertenza
,
aggrava
non poco la
reputazion
del
P.
Grassi
suo
precettore
,
principale
scopo
del quale nel suo
Problema
fu d'
impugnar
l'
opinion
d'
Aristotile
intorno alle
comete
, come nella sua
scrittura
apertamente
si
vede
e l'istesso
Sarsi
replica
e
conferma
in questa, alla
fac
. 7; di modo che se i
contradittori
a gli
uomini
grandissimi
devono
esser
trapassati
, il
P.
Grassi
doveva
esser un di questi. Tuttavia noi non solamente non l'abbiamo
trapassato
, ma ne abbiamo
fatto
la medesima
stima
che de gl'
ingegni
eminentissimi
,
accoppiandolo
con quelli; sì che in
cotal
particolare
altrettanto viene egli da noi
essaltato
, quanto dal suo
discepolo
abbassato
. Io non
veggo
che il
Sarsi
possa per sua
scusa
addurre
altro, se non che il suo
senso
sia
stato
che degli
oppositori
a gl'
ingegni
eminentissimi
si
devono
ben
lasciar
da
banda
i
volgari
, ma all'
incontro
pregiar
quegli ch'essi ancora sono
eminentissimi
, tra i quali egli abbia
inteso
di
riporre
il suo
Maestro
, e noi altri tra i
popolari
, onde per
cotal
rispetto
quello che al
Maestro
suo si
conveniva
fare, a noi sia
stato
di
biasimo
.
3.
Segue
appresso (e sia il
terzo
saggio
): "Sed quando
sapientissimis
etiam
viris
operæ
pretium
visum
est ut esset
saltem
aliquis, qui
Galilæi
disputationem
,
tum
in
iis
quibus
aliena
oppugnat
,
tum
etiam in
iis
quibus sua
promit
,
paulo
diligentius
expenderet
; utrumque mihi
paucis
agendum
statui
."
Il
senso
di queste
parole
,
continuato
con quello delle
precedenti
, mi
par
ch'
importi
questo: che de'
contradittori
a gl'
ingegni
eminentissimi
non si
debba
, come già si è
detto
, far
conto
, ma
trapassargli
sotto
silenzio
, e se pur si
dovesse
lor
rispondere
, si
dia
il
carico
a
persone
più
tosto
basse
, ch'altrimenti; e che però nel nostro
caso
sia
paruto
a
uomini
sapientissimi
che sia ben
fatto
che non l'istesso
P.
Grassi
o altro d'
egual
reputazione
, ma che "
saltem
aliquis"
rispondesse
al
Galilei
. E sin qui io non
dico
né
replico
altro, ma,
conoscendo
e
confessando
la mia
bassezza
,
inclino
il
capo
alla
sentenza
d'
uomini
tali. Ben mi
maraviglio
non poco che il
Sarsi
di proprio
moto
si abbia
eletto
d'esser quel "
saltem
aliquis" ch'
abbracci
e si
sbracci
a tale
impresa
che, per
giudicio
d'
uomini
sapientissimi
e suo, non
doveva
esser
deferita
in altri che in qualche
soggetto
assai
basso
, né
so
ben
intendere
come, essendo
naturale
instinto
d'ognuno l'
attribuire
a se stesso più
tosto
più che
manco
del
merito
,
ora
il
Sarsi
avvilisca
tanto la sua
condizione
, che s'
induca
a
spacciarsi
per un "
saltem
aliquis". Questo
inverisimile
mi ha
tenuto
un
pezzo
sospeso
, e finalmente m'ha
fatto
verisimilmente
credere
ch'in queste sue
parole
possa esser un poco d'
error
di
stampa
, e che dov'è
stampato
"ut esset
saltem
aliquis qui
Galilæi
disputationem
diligentius
expenderet
", si
debba
leggere
"ut esset qui
saltem
aliqua in
Galilæi
disputatione
paulo
diligentius
expenderet
": la qual
lettura
io tanto
reputo
esser la
vera
e
legittima
, quanto ella
puntualmente
si
assesta
a tutto '
l
resto
del
trattato
, e l'altra
mal
s'
aggiusta
alla
stima
ch'io pur voglio
credere
che il
Sarsi
faccia
di se stesso.
Vedrà
dunque
V.
S.
Illustrissima
, nell'
andar
meco
essaminando
la sua
scrittura
, quanto sia
vero
questo ch'io
dico
, cioè ch'egli delle
cose
scritte
dal
signor
Mario
ha solamente
essaminato
"aliqua", anzi
pure
"
saltem
aliqua", cioè alcune
minuzie
di poco
rilievo
alla
principale
intenzione
,
trapassando
sotto
silenzio
le
conclusioni
e le
ragioni
principali
: il che ha egli
fatto
perché
conosceva
in
coscienza
di non poter non le
lodare
e
confessar
vere
, che sarebbe poi
stato
contro alla sua
intenzione
, che fu solamente di
dannare
ed
impugnare
, com'egli stesso
scrive
alla
fac
. 42 con queste
parole
: "Atque hæc de
Galilæi
sententia
, in
iis
quæ
cometam
immediate
spectant
,
dicta
sint.
Plura
enim
dici
vetat
ipsemet
, qui, in
bene
longa
disputatione
, quid
sentiret
paucis
admodum
atque
involutis
verbis
exposuit
,
nobisque
plura
in illum
afferendi
locum
præclusit
. Qui enim
refelleremus
quæ ipse nec
protulit
, neque nos
divinare
potuimus
?" Nelle quali
parole
, oltre al
vedersi
la già
detta
intenzion
di
confutar
solamente, io
noto
due altre
cose
: l'una è, ch'ei
simula
di non aver
intese
molte
cose
per
essere
(
dic
'egli) state
scritte
oscuramente
, che vengon a esser quelle nelle quali non ha
trovato
attacco
per la
contradizzione
; l'altra, ch'egli dice non aver potuto
confutar
le
cose
ch'io non ho
profferite
né egli ha potute
indovinare
: tuttavia
V.
S.
Illustrissima
vedrà
come la
verità
è che la maggior
parte
delle
cose
ch'ei
prende
a
confutare
sono delle non
profferite
da noi, ma
indovinate
o
vogliam
dire
immaginate
da esso.
4. "
Rem
quamplurimis
pergratam
me
facturum
sperans
, quibus
Galilæi
factum
nullo
nomine
probari
potuit
: quod tamen in hac
disputatione
ita
præstabo
, ut
abstinendum
mihi ab
iis
verbis
perpetuo
duxerim
, quæ
exasperati
magis
atque
iracundi
animi
, quam
scientiæ
,
indicia
sunt. Hunc ego
respondendi
modum aliis, si qui
volent
,
facile
concedam
.
Agite
igitur
, quando ille etiam per
internuncios
atque
interpretes
rem
agi
iubet
, ut propterea non ipse per se, sed per
Consulem
Academiæ
Marium
sui
secreta
animi
omnibus
exposuerit
,
liceat
etiam nunc mihi, non quidem
Consuli
, sed tamen
mathematicarum
disciplinarum
studioso
, ea quæ ex
Horatio
Grassio
Magistro
meo de
nuperrimis
eiusdem
Galilæi
inventis
audierim
, non uni tantum
Academiæ
, sed
reliquis
etiam omnibus qui
latine
norunt
,
exponere
. Neque hic
miretur
Marius
,
Consule
se
prætermisso
, cum
Galilæo
rem
transigi
.
Primum
, enim,
Galilæus
ipse, in
litteris
ad
amicos
Romam
datis
,
satis
aperte
disputationem
illam
ingenii
sui
fœtum
fuisse
profitetur
; deinde, cum idem
Marius
peringenue
fateatur
, non sua se
inventa
, sed quæ
Galilæo
veluti
dictante
excepisset
,
summa
fide
protulisse
,
patietur
,
arbitror
, non
inique
, cum
Dictatore
potius me de
iisdem
, quam cum
Consule
,
interim
disputare
."
In tutto questo
restante
del
proemio
io
noto
primamente
, come il
Sarsi
pretende
d'aver
fatto
cosa
grata
a molti colla sua
impugnazione
: e questo forse può essergli
accaduto
con alcuni che non abbiano per
avventura
letta
la
scrittura
del
signor
Mario
, ma se ne sieno
stati
all'
informazion
sua; la quale venendo fatta
privatamente
e (come si dice) a
quattr'
occhi
, quanto e quanto sarà ella stata
lontana
dalle
cose
scritte
, poi che in questa
publica
e
stampata
ei non s'
astiene
d'
apportar
in
campo
moltissime
cose
come
scritte
dal
signor
Mario
, le quali non furon mai né nella sua
scrittura
né pur nella nostra
imaginazione
?
Soggiunge
poi, volersi
astenere
da quelle
parole
che
danno
indizio
più
tosto
d'
animo
innasprito
ed
adirato
, che di
scienza
: il che quanto egli abbia
osservato
,
vedremo
nel
progresso
. Ma per
ora
noto
la sua
confessione
, d'
essere
internamente
innasprito
ed in
collera
, perché quando ei non
fusse
tale, il
trattar
di questo volersi
astenere
sarebbe
stato
non
dirò
a
sproposito
, ma
superfluo
, perché dove non è
abito
o
disposizione
, l'
astinenza
non ha
luogo
.
A quello ch'egli
scrive
appresso, di voler come
terza
persona
riferir
quelle
cose
ch'egli ha
intese
dal
P.
Orazio
Grassi
, suo
precettore
, intorno agli
ultimi
miei
trovati
, io
assolutamente
non
credo
tal cosa, e
tengo
per
fermo
che il
detto
Padre
non abbia mai né
dette
né
pensate
né
vedute
scritte
dal
Sarsi
tali
fantasie
, troppo
lontane
per ogni
rispetto
dalle
dottrine
che si
apprendono
nel
Collegio
dove il
P.
Grassi
è
professore
, come
spero
di far
chiaramente
conoscere
. E già, senza
punto
allontanarmi
di qui, chi sarebbe quello che, avendo pur qualche
notizia
della
prudenza
di quei
Padri
, si potesse
indurre
a
credere
che alcuno di essi avesse
scritto
e
publicato
, ch'io in
lettere
private
,
scritte
a
Roma
ad
amici
,
apertamente
mi
fussi
fatto
autore
della
scrittura
del
signor
Mario
? cosa che non è
vera
; e quando
vera
fusse
stata, il
publicarla
non poteva non
dar
qualche
indizio
d'aver
piacere
di
sparger
qualche
seme
onde tra
stretti
amici
potesse
nascer
alcun'
ombra
di
diffidenza
. E quali
termini
sono il
prendersi
libertà
di
stampar
gli altrui
detti
privati
? Ma è
bene
che
V.
S.
Illustrissima
sia
informata
della
verità
di questo
fatto
.
Per tutto il
tempo
che si
vide
la
cometa
, io mi
ritrovai
in
letto
indisposto
, dove,
sendo
frequentemente
visitato
da
amici
,
cadde
più
volte
ragionamento
delle
comete
, onde m'
occorse
dire
alcuno de' miei
pensieri
, che
rendevano
piena
di
dubbi
la
dottrina
datane
sin qui. Tra gli altri
amici
vi fu più
volte
il
signor
Mario
, e
significommi
un
giorno
aver
pensiero
di
parlar
nell'
Academia
delle
comete
, nel qual
luogo
, quando così mi
fusse
piaciuto
, egli avrebbe
portate
, tra le
cose
ch'egli aveva
raccolte
da altri
autori
e quelle che da per sé aveva
immaginate
, anco quelle che aveva
intese
da me, già ch'io non ero in
istato
di
potere
scrivere
: la qual
cortese
offerta
io
reputai
a mia
ventura
, e non pur l'
accettai
, ma ne lo
ringraziai
e me gli
confessai
obligato
. In tanto e di
Roma
e d'altri
luoghi
, da altri
amici
e
padroni
che forse non
sapevano
della mia
indisposizione
, mi veniva con
instanza
pur
domandato
se in tal
materia
avevo alcuna cosa da
dire
: a' quali io
rispondevo
, non aver altro che qualche
dubitazione
, la quale anco non potevo,
rispetto
all'
infermità
,
mettere
in
carta
; ma che
bene
speravo
che potesse
essere
che in breve
vedessero
tali miei
pensieri
e
dubbi
inseriti
in un
discorso
d'un
gentiluomo
amico
mio, il quale per
onorarmi
aveva
preso
fatica
di
raccorgli
ed
inserirgli
in una sua
scrittura
. Questo è quanto è
uscito
da me, il che è anco in più
luoghi
stato
scritto
dal medesimo
signor
Mario
; sì che non
occorreva
che il
Sarsi
, con
aggiungere
a
vero
,
introducesse
mie
lettere
, né
mettesse
il
signor
Mario
a sì
piccola
parte
della sua
scrittura
(nella quale egli ve l'ha molto maggior di me), che lo
spacciasse
per
copista
. Or, poi che così gli è
piaciuto
, e così
segua
; ed intanto il
signor
Mario
, in
ricompensa
dell'
onor
fattomi
,
accetti
la
difesa
della sua
scrittura
.
5. E
ritornando
al
trattato
,
rilegga
V.
S.
Illustrissima
l'
infrascritte
parole
: "
Dolet
igitur
,
primo
, se in
Disputatione
nostra
male
habitum
, cum de
tubo
optico
ageremus
nullum
cometæ
incrementum
afferente
, ex quo
deduceremus
eundem
a nobis quam
longissime
distare
.
Ait
enim,
multo
ante
palam
affirmasse
se, hoc
argumentum
nullius
momenti
esse. Sed
affirmarit
licet: nunquid eius
illico
ad
Magistrum
meum
pronunciata
referrent
venti
? Licet enim
summorum
virorum
dicta
plerunque
fama
divulget
, huius tamen
dicti
(quid
faciat
?) ne
syllaba
quidem ad nos
pervenit
. Et
quanquam
dissimulavit
,
novit
id tamen
multorum
etiam
testimonio
,
novit
benevolentissimum
in se
Magistri
mei
animum
, et qua
privatis
in
sermonibus
, qua
publicis
in
disputationibus
,
effusum
plane
in
laudes
ipsius. Illud certe
negare
non potest,
neminem
ab illo unquam proprio
nomine
compellatum
, neque se
verbis
ullis
speciatim
designatum
. Si qua tamen ipsius
animum
pulsaret
dubitatio
,
meminisse
etiam
poterat
,
perhonorifice
olim se hoc in
Romano
Collegio
ab eiusdem
Mathematicis
acceptum
, et cum de
Mediceis
sideribus
tuboque
optico
, illo
audiente
et (qua fuit
modestia
) ad
laudes
suas
erubescente
,
publice
est
disputatum
, et cum postea ab alio, eodem
loco
atque
frequentia
, de
iis
quæ
aquis
insident
disserente
,
perpetuo
Galilæus
acroamate
celebratus
est. Quid ergo
causæ
fuerit
nescimus
,
cur
ei, contra,
adeo
viluerit
huius
Romani
Collegii
dignitas
, ut eiusdem
Magistros
et
logicæ
imperitos
diceret
, et
nostras
de
cometis
positiones
futilibus
ac
falsis
innixas
rationibus
, non
timide
pronunciaret
."
Sopra i quali
particolari
scritti
io
primieramente
dico
di non m'esser mai
lamentato
d'
essere
stato
maltrattato
nel
Discorso
del
P.
Grassi
, nel quale son
sicuro
che Sua
Reverenza
non
applicò
mai il
pensiero
alla
persona
mia per
offendermi
; e quando
pure
,
dato
e non
concesso
, io avessi avuta
opinione
che il
P.
Grassi
nel
tassar
quelli che
facevan
poca
stima
dell'
argomento
preso
dal poco
ricrescer
la
cometa
, avesse voluto
comprender
me ancora, non però
creda
il
Sarsi
che questo mi
fusse
stato
causa
di
disgusto
e di
querimonia
. Sarebbe forse ciò
accaduto
quando la mia
opinion
fusse
stata
falsa
, e per tale
scoperta
e
publicata
; ma
sendo
il
detto
mio
verissimo
, e
falso
l'altro, la
moltitudine
de'
contradittori
, e
massime
di tanto
valore
quanto è il
P.
Grassi
, poteva più
tosto
accrescermi
il
gusto
che il
dolore
,
atteso
che più
diletta
il
restar
vittorioso
di
prode
e
numeroso
essercito
, che di pochi e
debili
inimici
. E perché degli
avvisi
che da molte
parti
d'
Europa
andavano
(come
scrive
il
Sarsi
) al suo
Maestro
, alcuni nel
passar
di qua
lasciavano
ancora a noi
sentire
come
generalmente
tutti i più
celebri
astronomi
facevano gran
fondamento
sopra
cotale
argomento
, né
mancavano
anco ne' nostri
contorni
e nella
città
stessa
uomini
della medesima
opinione
, io al
primo
motto
, che di ciò
intesi
, molto
chiaramente
mi
lasciai
intendere
che
stimavo
questo
argomento
vanissimo
, di che molti si
burlavano
, e tanto più, quando in
favor
loro
apparve
l'
autorevole
attestazione
e
confermazione
del
matematico
del
Collegio
Romano
: il che non
negherò
che mi
fusse
cagione
d'un poco di
travaglio
,
atteso
che
trovandomi
posto
in
necessità
di
difendere
il mio
detto
da tanti altri
contradittori
, i quali, per esser
stati
fatti
forti
da un tanto
aiuto
, più
imperiosamente
mi si
levavano
contro, non
vedevo
modo di poter
contradire
a quelli senza
comprendervi
anco il
P.
Grassi
. Fu adunque non mia
elezzione
, ma
accidente
necessario
, ben che
fortuito
, che
indirizzò
la mia
impugnazione
anco in quella
parte
dov'io meno avrei voluto. Ma che io
pretendessi
mai (come
soggiunge
il
Sarsi
) che tal mio
parere
dovesse
esser
repentinamente
portato
da'
venti
sino a
Roma
, come
suole
accadere
delle
sentenze
degli
uomini
celebri
e
grandi
,
eccede
veramente
d'assai i
termini
della mia
ambizione
.
Bene
è
vero
che la
lettura
della
Libra
m'ha
fatto
pur anco alquanto
maravigliare
, che tal mio
detto
non
penetrasse
a gli
orecchi
del
Sarsi
. E non è egli
degno
di
meraviglia
, che
cose
le quali io già mai non
dissi
, né pur
pensai
, delle quali gran
numero
è
registrato
nel suo
Discorso
,gli sieno state
riportate
, e che d'altre
dette
da me mille
volte
non gliene sia pur
giunta
una
sillaba
? Ma forse i
venti
, che
conducono
le
nuvole
, le
chimere
e i
mostri
che in essi
tumultuariamente
si
vanno
figurando
, non
ànno
poi
forza
di
portar
le
cose
sode
e
pesanti
.
Dalle
parole
che
seguono
mi
par
comprendere
che il
Sarsi
m'
attribuisca
a gran
mancamento
il non aver con altrettanta
cortesia
contracambiata
l'
onorevolezza
fattami
da'
Padri
del
Collegio
in
lezzioni
publiche
fatte sopra i miei
scoprimenti
celesti
e sopra i miei
pensieri
delle
cose
che stanno su l'
acqua
. E qual cosa
doveva
io fare? Mi
risponde
il
Sarsi
:
Laudare
e
approvar
il
Discorso
del
P.
Grassi
. Ma,
signor
Sarsi
, già che le
cose
tra voi e me s'
ànno
a
bilanciare
e, come si dice,
trattar
mercantilmente
, io vi
dimando
, se quei
Reverendi
Padri
stimarono
per
vere
le
cose
mie, o pur l'
ebber
per
false
. Se le
conobbero
vere
e come tali le
lodarono
, con troppo
grand'
usura
ridomandereste
ora
il
prestato
, quando voleste che io avessi con
pari
lode
a
essaltar
le
cose
conosciute
da me per
false
. Ma se le
reputaron
vane
e pur l'
essaltarono
, posso ben
ringraziarli
del
buono
affetto
; ma assai più
grato
mi sarebbe
stato
che m'avessero
levato
d'
errore
e
mostratami
la
verità
,
stimando
io assai più l'
utile
delle
vere
correzzioni
, che la
pompa
delle
vane
ostentazioni
: e perché l'istesso
credo
di tutti i
buoni
filosofi
, però né per l'uno né per l'altro
capo
mi
sentivo
in
obligo
. Mi
direte
forse ch'io
dovevo
tacere
. A questo
rispondo
,
primamente
, che troppo
strettamente
ci eravamo
posti
in
obligo
, il
signor
Mario
ed io, avanti la
publicazion
della
scrittura
del
P.
Grassi
, di
lasciar
vedere
i nostri
pensieri
; sì che il
tacere
poi sarebbe
stato
un
tirarsi
addosso
un
disprezzo
e quasi
derision
generale
. Ma più
soggiungo
, che mi sarei anco
sforzato
, e forse l'avrei
impetrato
, che il
signor
Guiducci
non
publicasse
il suo
Discorso
,quando in esso
fusse
stato
cosa
pregiudiciale
alla
degnità
di quel
famosissimo
Collegio
o d'alcun suo
professore
; ma quando l'
opinioni
impugnate
da noi sono state tutte d'altri prima che del
matematico
professore
del
Collegio
, non
veggo
perché il solo avergli Sua
Reverenza
prestato
l'
assenso
avesse a
metter
noi in
obligo
di
dissimulare
ed
ascondere
il
vero
per
favoreggiare
e
mantenere
vivo
uno
errore
. La
nota
, dunque, di poco
intendente
di
logica
cade
sopra
Ticone
ed altri che
ànno
commesso
l'
equivoco
in quell'
argomento
; il quale
equivoco
si è da noi
scoperto
non per
notare
o
biasimare
alcuno, ma solo per
cavare
altrui d'
errore
e per
manifestare
il
vero
: e tale
azzione
non
so
che mai possa esser
ragionevolmente
biasimata
. Non ha, dunque, il
Sarsi
causa
di
dire
che sia appresso di me
avvilita
la
degnità
del
Collegio
Romano
. Ma
bene
, all'
incontro
, quando la
voce
del
Sarsi
uscisse
di quel
Collegio
, avrei io
occasion
di
dubitare
che la
dottrina
e la
reputazion
mia, non solo di
presente
ma forse in ogni
tempo
, sia stata in assai
vile
stima
, poi che in questa
Libra
niuno de' miei
pensieri
viene
approvato
, né ci si
legge
altro che
contradizzioni
accuse
e
biasimi
, ed oltre a quel ch'è
scritto
(se si
deve
prestar
credenza
al
grido
) uno
aperto
vanto
di poter
annichilar
tutte le
cose
mie. Ma sì come io non
credo
questo, né che alcuno di questi
pensieri
abbia
stanza
in quel
Collegio
, così mi
vo
immaginando
che il
Sarsi
abbia dalla sua
filosofia
il poter
egualmente
lodare
e
biasimare
,
confermare
e
ributtar
, le medesime
dottrine
,
secondo
che la
benevolenza
o la
stizza
lo
traporta
: e fammi in questo
luogo
sovvenir
d'un
lettor
di
filosofia
a mio
tempo
nello
Studio
di
Padova
, il quale essendo, come talvolta
accade
, in
collera
con un suo
concorrente
,
disse
che quando quello non avesse
mutato
modi
,
avria
sotto
mano
mandato
a
spiar
l'
opinioni
tenute
da lui nelle sue
lezzioni
, e che in sua
vendetta
avrebbe sempre
sostenute
le
contrarie
.
6. Or
legga
V.
S.
Illustrissima
: "Sed ne
tempus
querelis
frustra
teramus
,
principio
, illud non
video
, quam
iure
Magistro
meo
obiiciat
ac
veluti
vitio
vertat
, quod
nimirum
in
Tychonis
verba
iurasse
eiusdemque
vana
machinamenta
omni ex
parte
secutus
videatur
.
Quanquam
enim hoc
plane
falsum
est, cum,
præter
argumentandi
modos
ac
rationes
quibus
cometæ
locus
inquireretur
, nihil aliud in
Disputatione
nostra
reperiat
in quo
Tychonem
, ut
expressa
verba
testantur
,
sectatus
sit;
interna
vero
ipsius
animi
sensa
,
astrologus
licet
Lynceus
, ne
optico
quidem suo
telescopio
introspexerit
;
age
tamen,
detur
,
Tychoni
illum
adhæsisse
. Quantum
tandem
istud est
crimen
? Quem potius
sequeretur
?
Ptolemæum
? cuius
sectatorum
iugulis
Mars
,
propior
iam
factus
,
gladio
exerto
imminet
?
Copernicum
? at qui
pius
est
revocabit
omnes ab illo potius, et
damnatam
nuper
hypothesim
damnabit
pariter
ac
reiiciet
. Unus
igitur
ex omnibus
Tycho
supererat
, quem nobis
ignotas
inter
astrorum
vias
ducem
adscisceremus
.
Cur
igitur
Magistro
meo ipse
succenseat
, qui illum non
aspernatur
?
Frustra
hic
Senecam
invocat
Galilæus
,
frustra
hic
luget
nostri
temporis
calamitatem
, quod
vera
ac certa
mundanarum
partium
dispositio
non
teneatur
,
frustra
sæculi
huius
deplorat
infortunium
, si
nil
habeat
quo hanc ipsam
ætatem
, hoc
saltem
nomine
eius
suffragio
miseram
,
fortunet
magis
".
Da quanto il
Sarsi
scrive
in questo
luogo
, mi
par
di
comprendere
ch'ei non abbia con
debita
attenzione
letto
non solo il
Discorso
del
signor
Mario
, ma né anco quello del
P.
Grassi
, poi che e dell'uno e dell'altro
adduce
proposizioni
che in quelli non si
ritrovano
. Ben è
vero
che per
aprirsi
la
strada
a poter
riuscire
a
toccarmi
non
so
che di
Copernico
, egli avrebbe avuto
bisogno
che le vi
fussero
state
scritte
; onde, in
difetto
, l'ha
volute
supplir
del suo.
E prima, non si
trova
nella
scrittura
del
signor
Mario
buttato
, come si dice, in
occhio
, né
attribuito
a
mancamento
al
P.
Grassi
l'aver
giurato
fedeltà
a
Ticone
e
seguitate
in tutto e per tutto le sue
vane
machinazioni
. Ecco i
luoghi
citati
dal
Sarsi
. Alla
fac
. 18: "Appresso verrò al
professor
di
matematica
del
Collegio
Romano
, il quale in una sua
scrittura
ultimamente
publicata
pare
che
sottoscriva
ad ogni
detto
d'esso
Ticone
,
aggiungendovi
anco qualche
nuova
ragione
a
confermazion
dell'istesso
parere
". L'altro
luogo
a
fac
. 38: "Il
matematico
del
Collegio
Romano
ha
parimente
per quest'
ultima
cometa
ricevuto
la medesima
ipotesi
; e a così
affermare
, oltre a quel poco che n'è
scritto
dall'
Autore
, che
consuona
colla
posizion
di
Ticone
, m'
induce
ancora il
vedere
in tutto il
rimanente
dell'
opera
quanto ei
concordi
coll'altre
ticoniche
immaginazioni
". Or
vegga
V.
S.
Illustrissima
se qui s'
attribuisce
cosa veruna a
vizio
e
mancamento
. Di più, è ben
chiarissimo
che non si
trattando
in tutta l'
opera
d'altro che de gli
accidenti
attenenti
alle
comete
, de' quali
Ticone
ha
scritto
sì gran
volume
, il
dire
che il