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Plinio Corrêa de Oliveira
Nobiltà ed élites tradizionali analoghe…

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1. La virtù cristiana, essenza della nobiltà

 

Il nobile del nostro tempo dev'essere innanzitutto un uomo nel quale splendono le qualità dell'anima. La virtù cristiana, l'ideale cristiano fanno parte dell'essenza stessa della nobiltà.

Elevate lo sguardo e tenetelo fisso all'ideale cristiano. Tutti quei rivolgimenti, quelle evoluzioni o rivoluzioni, lo lasciano intatto; nulla possono contro ciò che è l'intima essenza della vera nobiltà, quella che aspira alla perfezione cristiana, quale il Redentore additò nel discorso della montagna. Fedeltà incondizionata alla dottrina cattolica, a Cristo ed alla sua Chiesa; capacità e volontà di essere anche per gli altri modelli e guide. (...) Date al mondo, anche al mondo dei credenti e dei cattolici praticanti, lo spettacolo di una vita coniugale irreprensibile, l'edificazione di un focolare domestico veramente esemplare”. 98

Subito dopo, Pio XII stimola la nobiltà ad una santa intransigenza: “Opponete una diga ad ogni infiltrazione, nelle vostre dimore, nella vostra cerchia, di princìpi esiziali, di condiscendenza e tolleranze perniciose, che potrebbero contaminare od offuscare la purezza del matrimonio e della famiglia. Ecco, certamente, un'insigne e santa impresa, ben atta ad accendere lo zelo della nobiltà romana e cristiana ai nostri tempi”. 99

 

a) Qualità d'animo del nobile odierno

 

Per vincere i gravissimi ostacoli che si oppongono al perfetto compimento del proprio dovere, il membro della nobiltà o delle élites tradizionali dev'essere un uomo di valore. È ciò che si aspetta da lui il Vicario di Gesù Cristo:

“Perciò quel che attendiamo da voi è innanzitutto una fortezza di animo, che le più dure prove non potrebbero abbattere; una fortezza di animo che faccia di voi, non soltanto perfetti soldati di Cristo per voi stessi, ma anche quasi allenatori e sostegni di coloro che fossero tentati di dubitare o di cedere.

“Quel che attendiamo da voi è, in secondo luogo, una prontezza di azione, cui non sgomentascoraggia la previsione di alcun sacrificio, che il bene comune oggi richieda; una prontezza e un fervore, che, rendendovi alacri nell'adempimento di tutti i vostri doveri di cattolici e di cittadini, vi preservino dal cadere in un 'astensionismo' apatico ed inerte, che sarebbe gravemente colpevole in un tempo in cui sono in giuoco i più vitali interessi della religione e della patria.

“Quel che attendiamo da voi è, finalmente, una generosa adesione, non a fior di labbra e di pura forma, ma dal fondo del cuore e messa in atto senza riserve, al precetto fondamentale della dottrina e della vita cristiana, precetto di fratellanza e di giustizia sociale, la cui osservanza non potrà non assicurare a voi stessi vera felicità spirituale e temporale.

“Possano questa fortezza di animo, questo fervore, questo spirito fraterno guidare ciascuno dei vostri passi e rinfrancare il vostro cammino nel corso del nuovo anno, che così incerto si annunzia e sembra quasi condurvi attraverso un oscuro traforo”. 100

Il Pontefice sviluppa ancor più questi concetti nella sua allocuzione del 1949:

“Della fortezza d'animo tutti hanno bisogno, ma specialmente ai nostri giorni, per sopportare coraggiosamente le sofferenze, per superare vittoriosamente le difficoltà della vita, per adempire costantemente il proprio dovere. Chi non ha da soffrire? chi non ha da penare? chi non ha da lottare? Soltanto colui che si arrende e fugge. Ma voi avete, meno di tanti altri, il diritto di arrendervi e di fuggire. Oggi le sofferenze, le difficoltà, le necessità, sono, ordinariamente, comuni a tutte le classi, a tutte le condizioni, a tutte le famiglie, a tutte le persone. E se alcuni ne sono esenti, se nuotano nella sovrabbondanza e nei godimenti, ciò dovrebbe spingerli a prendere sopra di sé le miserie e gli stenti degli altri. Chi potrebbe trovare contentezza e riposo, chi non sentirebbe piuttosto disagio e rossore, di vivere nell'ozio e nella frivolezza, nel lusso e nei piaceri, in mezzo alla quasi generale tribolazione?

Prontezza d'azione. Nella grande solidarietà personale e sociale, ognuno deve essere pronto a lavorare, ad immolarsi, a consacrarsi al bene di tutti. La differenza sta non nel fatto della obbligazione, ma nel modo di soddisfarla. E non è forse vero che coloro, i quali dispongono di più tempo e di più abbondanti mezzi, debbono essere i più assidui e i più solleciti a servire? Parlando di mezzi, Noi non intendiamo di riferirCi soltantoprimariamente alle ricchezze, ma a tutte le doti d'intelligenza, di coltura, di educazione, di conoscenze, di autorevolezza, le quali doti non sono concesse ad alcuni privilegiati dalla sorte per loro esclusivo vantaggio, o per creare una irrimediabile disuguaglianza tra fratelli, ma per il bene della intera comunità sociale. In tutto ciò che è servigio del prossimo, della società, della Chiesa, di Dio, voi dovete essere sempre i primi. è il vostro vero grado di onore; è la vostra più nobile precedenza.

Generosa adesione ai precetti della dottrina e della vita cristiana. Essi sono gli stessi per tutti, perché non vi sono due verità, né due leggi: ricchi e poveri, grandi e piccoli, alti ed umili, sono ugualmente tenuti a sottomettere il loro intelletto con la fede al medesimo domma, la loro volontà con l'obbedienza alla medesima morale. Però il giusto giudizio di Dio sarà molto più severo verso coloro che hanno più ricevuto, che sono meglio in grado di conoscere l'unica dottrina e di metterla in pratica nella vita quotidiana, che col loro esempio e con la loro autorità possono più facilmente dirigere gli altri nella via della giustizia e della salvezza, ovvero perderli nei funesti sentieri della incredulità e del peccato”. 101

Queste ultime parole mostrano che il Pontefice non ammette una nobiltà o un'élite tradizionale che non sia effettivamente ed abnegatamente apostolica. Una nobiltà che vivesse per il lucro e non per la Fede, priva di ideali, imborghesita (nel senso peggiorativo che talvolta si attribuisce a questa parola), sarebbe un cadavere di nobiltà. 102

 

b) Spirito cavalleresco dell'aristocrazia, un vincolo di carità

 

La padronanza effettiva e durevole di queste virtù e di queste qualità d'animo spinge naturalmente il nobile ad avere maniere cavalleresche e di grande distinzione. Potrebbe un nobile dotato di tali qualità e buone maniere costituire un elemento di divisione tra le classi sociali?

No. Lo spirito cavalleresco dell'aristocrazia, se bene inteso, lungi dal costituire un fattore di divisione, è, in realtà, un elemento di unione che impregna di affetto la convivenza tra i nobili e i membri delle altre classi sociali con le quali egli tratti a motivo della sua professione o delle sue attività.

Questo spirito cavalleresco mantiene distinte le classi fra loro ma “senza confusione o disordine”, 103 ossia senza livellamenti ugualitari; al contrario, rendendo amichevoli le relazioni fra loro.

 

 




98 PNR 1952p. 458.



99 PNR 1952p. 458.



100 PNR 1948pp. 423-424.



101 PNR 1949pp. 346-347.



102 Si veda al riguardo l'omelia di san Carlo Borromeo in Documenti IV, 8.



103 PNR 1945p. 277.






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