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Plinio Corrêa de Oliveira
Nobiltà ed élites tradizionali analoghe…

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3. Origini storiche della nobiltà feudale - Genesi del feudalesimo

 

Nel contesto di questo quadro, è possibile comprendere meglio ciò che è la nobiltà, la classe che, diversamente da alcune altre, non ha soltanto tracce di nobiltà, ma è pienamente nobile, interamente nobile; è la nobiltà per eccellenza.

Qualche parola sulle sue origini storiche abbrevierà questa spiegazione.

 

a) La classe dei proprietari terrieri si costituisce

come nobiltà militare e anche come autorità politica

 

Mentre il grandioso Impero Carolingio era ridotto in macerie, vi si lanciarono in nuove e devastanti incursioni i barbari, i normanni, gli ungheresi e i saraceni. Non potendo le popolazioni, così attaccate da tutti i lati, resistere a tante calamità ricorrendo solo al potere centrale dei re, già tanto indebolito, esse si rivolsero, naturalmente, ai rispettivi proprietari terrieri, alla ricerca di qualcuno che li comandasse e li governasse in circostanze così calamitose. Accondiscendendo alla richiesta, i proprietari costruirono fortificazioni per sé e per i suoi.

Secondo lo spirito del tempo, profondamente cristiano, per “suoi” si intendeva includere, paternamente, non solo i famigliari, ma anche la cosiddetta società erile, formata da domestici, manovali e dalle rispettive famiglie, che abitavano nelle terre del proprietario. Per tutti c'era protezione, cibo, assistenza religiosa e comando militare in queste fortificazioni, che, col tempo, si vennero trasformando nei superbi castelli signorili, di cui oggi sopravvivono tanti esemplari. Nel recinto di questi castelli, erano contenuti talvolta perfino i beni mobili e il bestiame che ogni famiglia di contadini riusciva a sottrarre alla cupidigia degli invasori.

Nella difesa militare, il proprietario terriero i suoi famigliari erano i primi combattenti. Il loro dovere era di comandare, stare nell'avanguardia, nella pericolosa direzione delle offensive più rischiose, delle difese più ostinate.

Alla condizione di proprietario si aggiunse così quella di capo militare e di eroe.

Negli intervalli di pace, con molta naturalezza, tutte queste circostanze gli conferivano potere politico locale sulle terre circostanti, il che faceva del proprietario un signore, un dominus nel senso pieno della parola, con funzioni di legislatore e di giudice. In quanto tale, egli rappresentava un elemento di unione con il re.

 

b) La classe nobiliare: partecipazione subordinata del potere regio

 

La classe nobiliare si formò così come una partecipazione subordinata del potere regio.

Riassumendo quanto detto, essa aveva a carico il bene comune della sfera privata, ossia la conservazione e l'incremento dell'agricoltura e della pastorizia, delle quali vivevano tanto i nobili che i plebei. Era a suo carico anche il bene comune della sfera pubblica - per il fatto di rappresentare il re nella zona - bene più elevato, di natura più universale e pertanto intrinsecamente nobile. Infine, la nobiltà aveva una certa partecipazione nell'esercizio dello stesso potere centrale del monarca, in quanto i nobili di categoria più elevata erano, di solito, abituali consiglieri dei re. Nobili erano, per la maggior parte, i ministri di Stato, gli ambasciatori e i generali, cariche indispensabili all'esercizio del governo supremo del Paese. Il nesso tra le alte funzioni pubbliche e la condizione nobiliare era tale che, perfino quando conveniva al bene comune che elementi della plebe fossero elevati a queste funzioni, generalmente giungevano a ricevere dal re titoli nobiliari che innalzavano loro, e a volte anche i loro discendenti, alla condizione di nobile.

Il proprietario, spinto dalla forza delle circostanze ad una missione più elevata di quella della mera produzione fondiaria, ossia a una certa tutela della salus publica tanto in guerra che in pace, si trovava investito di poteri normalmente di governo, a livello locale. In questo modo, egli saliva ipso facto ad una condizione più alta, nella quale gli spettava essere in un certo qual modo una miniatura del re. La sua missione, dunque, partecipava intrinsecamente della nobiltà della stessa missione regia.

La figura del proprietario-signore nobile nasceva così dalla spontanea realtà dei fatti.

Questa missione, insieme privata e nobile, comportò un graduale ampliamento quando le circostanze - più alleggerite da preoccupazioni e da pericoli esterni - andarono permettendo all'Europa cristiana di conoscere più lunghi periodi di pace; e per molto tempo non cessò di ampliarsi.

 

c) Si delineano le regioni - Il bene comune regionale - Il signore della regione

 

Infatti, nelle nuove situazioni, gli uomini potevano estendere le loro vedute, i loro pensieri e le loro attività a campi gradualmente più vasti. Si costituirono allora regioni modellate frequentemente da vari fattori locali, come ad esempio le caratteristiche geografiche, le necessità militari, gli scambi d'interesse, l'affluenza di moltitudini di pellegrini a santuari di grande attrazione, perfino in zone lontane; come pure l'affluenza di studenti ad università di grande fama e di mercanti alle fiere più rinomate.

Contribuirono inoltre a caratterizzare queste regioni affinità psicologiche peculiari, derivanti dai più svariati fattori: l'eredità di lotte fatte in comune, a volte per molto tempo, contro un avversario esterno; le somiglianze di linguaggio, di costumi, di espressioni artistiche, etc.

Il bene comune regionale comprendeva in questo modo i vari beni comuni più strettamente locali; per ciò stesso, esso era più elevato e più nobile.

Le redini del comando di questo bene comune regionale capitavano normalmente nelle mani di un signore dai più ampi dominii, più potente, più rappresentativo dell'intera regione, e quindi più capace di coagularne le varie parti, riunendole in un tutt'unico senza pregiudizio per le rispettive autonomie; tutto ciò, sia per la guerra che per le attività inerenti alla pace.

A questo signore della regione - anch'egli una miniatura del re nella regione, così come il semplice signore proprietario lo era nella località più ristretta - spettava in tal modo una posizione con un insieme di diritti e doveri intrinsecamente più nobili.

Così, il signore feudale - il proprietario-signore nobile, del cui diritto di proprietà partecipava un gran numero di manovali attraverso un legame abbastanza simile all'attuale enfiteusi - doveva al suo rispettivo signore un vassallaggio analogo, sebbene non identico, a quello che quest'ultimo, a sua volta, prestava al re.

Al vertice della gerarchia sociale si andava così formando una gerarchia nobiliare.

 

d) Il re medioevale

 

Beninteso, di principio nulla di ciò operava staccato o contro il re, simbolo supremo del popolo e del Paese; al contrario, restava al di sotto del monarca, sotto la sua egida tutelare e sotto il suo potere supremo, per conservare in suo favore questo grande insieme organico di regioni e di autonomie locali che era allora una Nazione.

Perfino nelle epoche in cui lo sfacelo de facto del potere regio si aggravò ulteriormente, mai fu contestato il principio monarchico unitario. Una nostalgia dell'unità regia - e perfino, in molti luoghi, dell'unità imperiale carolingia, comprensiva di tutta la Cristianità - mai cessò di esistere nel Medioevo. Così, man mano che i re andarono recuperando i propri mezzi per esercitare un potere che abbracciasse effettivamente l'intero regno e ne rappresentasse il bene comune, cominciarono a farlo.

Chiaramente, questo immenso processo di stabilizzazione, di ridefinizione dei compiti e di organizzazione, al livello locale e poi regionale, seguito da un non minore processo di riarticolazione unificatrice e centralizzatrice della nazione, non avvenne senza che apparissero qui o rivendicazioni eccessive, formulate unilateralmente e appassionatamente, da parte di coloro che rappresentavano giuste autonomie o promuovevano necessarie riarticolazioni. Tutto questo portava, in genere, a guerre feudali a volte lunghe e intrecciate con conflitti internazionali.

Questo era il duro tributo così pagato dagli uomini per via del peccato originale, dei peccati attuali, della mollezza o della maggiore o minore compiacenza con la quale resistono o si abbandonano allo spirito del male.

Nonostante tutti questi ostacoli, il senso profondo della storia del feudalesimo e della nobiltà non si spiega se non si prende in considerazione quello che abbiamo detto; e in questo modo si modellarono la società e lo Stato medioevali.

In realtà, le origini e lo sviluppo del regime feudale e della gerarchia che lo caratterizzava ebbero qui o caratteristiche diverse, anche per via di circostanze  differenti, applicandosi non a tutti gli Stati europei ma a molti di questi. A titolo di esempio, tuttavia, il processo costitutivo di questo regime può essere descritto come abbiamo detto.

Molti tratti di questo quadro li ritroviamo nella storia di più di un regno che, tuttavia, non ebbe un regime feudale nel senso pieno del termine. Ne sono rilevanti esempi le due nazioni iberiche, Portogallo e Spagna. 127

 

e) Il regime feudale: fattore di unione o di disunione? - L'esperienza del federalismo contemporaneo

 

Molti storici vedono nel feudalesimo istituito in certe regioni d'Europa, e nelle situazioni fondiarie para-feudali formatesi in altre, pericolosi fattori di disunione.

Tuttavia, l'esperienza ha dimostrato che l'autonomia, considerata in se stessa, non è necessariamente fattore di disunione.

Per esempio, oggi nessuno considera le autonomie degli Stati integranti le repubbliche federali esistenti nel Continente americano, come fattori di disunione; al contrario, come modi di collegamento agili, plastici, fecondi, per un'unione intelligentemente intesa. Infatti, regionalismo non vuol dire ostilità tra le componenti, o tra queste e il tutto, ma autonomia armonica, come anche ricchezza di beni spirituali e materiali, sia nei tratti comuni a tutte le regioni che nelle caratteristiche peculiari di ognuna di esse.

 

 




127 Cfr. ad esempio José Mattoso, A Nobreza Medieval Portuguesa, Editorial Estampa, Lisboa 1981, pp. 27-28; Enciclopedia Universal Ilustrada, Espasa-Calpe, t. XXI, pp. 955 e 958; t. XXIII, p. 1139.






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