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Plinio Corrêa de Oliveira
Nobiltà ed élites tradizionali analoghe…

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Allocuzione del 11 gennaio 1951

 

Con effusione di cuore rivolgiamo il Nostro paterno saluto ai membri della Nobiltà e del Patriziato romano, che, fedeli ad un'antica tradizione, si sono adunati intorno a Noi per offrirCi i loro auguri all'aurora del nuovo Anno; auguri, che Ci sono stati espressi con filiale devozione dal loro illustre ed eloquente interprete.

L'uno dopo l'altro, ciascun anno entra nella storia, tramandando al susseguente un retaggio, di cui porta con la responsabilità. Quello testè chiuso, l'Anno Santo 1950 rimarrà come uno dei più grandi nell'ordine morale, e specialmente soprannaturale. I vostri annali di famiglia ne noteranno le date più fulgide, come altrettanti fari luminosi per rischiarare la via che si apre dinanzi ai vostri figli e nipoti.

Ma questi annali saranno forse quasi un libro sigillato? o non conterranno che i ricordi di un passato morto? No: essi dovranno, al contrario, essere il messaggio delle scomparse generazioni alle future.

La celebrazione dell'Anno Santo è terminata per Roma, non già alla maniera di uno spettacolo giunto alla sua fine, ma come il programma di una vita crescente, purificata, santificata, fecondata dalla grazia e che deve continuare ad arricchirsi con l'incessante contributo dei pensieri e dei sentimenti, delle risoluzioni e degli atti, di cui i vostri avi vi hanno trasmesso la memoria, affinchè voi stessi ne tramandiate l'esempio a quelli che verranno dopo di voi.

Il soffio impetuoso di un nuovo tempo avvolge coi suoi vortici le tradizioni del passato. Ma tanto più esso palesa ciò che, come foglia morta, è destinato a cadere, e ciò che invece tende con genuina forza vitale a mantenersi e a consolidarsi.

Una nobiltà e un patriziato, che, per così dire, si anchilosassero nel rimpianto dei tempi trascorsi, si voterebbero ad un inevitabile declino.

Oggi più che mai, voi siete chiamati ad essere una élite non solo del sangue e della stirpe, ma anche più delle opere e dei sacrifici, delle attuazioni creatrici nel servizio di tutta la comunanza sociale.

E questo non è soltanto un dovere dell'uomo e del cittadino, a cui niuno può sottrarsi impunemente, è anche un sacro comandamento della fede, che avete ereditata dai vostri padri e che dovete, dopo di loro, lasciare, integra ed inalterata, ai vostri discendenti.

Bandite dunque dalle vostre file ogni abbattimento e ogni pusillanimità: ogni abbattimento, di fronte ad una evoluzione dei tempi, la quale porta via con molte cose, che altre epoche avevano edificate; ogni pusillanimità, alla vista dei gravi eventi, che accompagnano le novità dei nostri giorni.

Essere romano: significa essere forte nell'operare, ma anche nel sopportare.

Essere cristiano: significa andare incontro alle pene e alle prove, ai doveri e alle necessità del tempo, con quel coraggio, con quella fortezza e serenità di spirito, che attinge alla sorgente delle eterne speranze l'antidoto contro ogni umano sgomento.

Umanamente grande è il fiero detto di Orazio: Si fractus illabatur orbis, impavidum ferient ruinae (Od. 3, 3).

Ma quanto più bello, più fiducioso e beatificante è il grido vittorioso, che sgorga dalle labbra cristiane e dai cuori traboccanti di fede: Non confundar in aeternum! (Te Deum).

Implorando per voi dall'Autore di ogni bene fortezza intrepida e il dono divino di una speranza incrollabile fondata sulla fede, impartiamo di cuore a voi, diletti figli e figlie, alle vostre famiglie e a tutti i vostri cari, vicini e lontani, sani e malati! alle vostre sante aspirazioni, alle vostre imprese, la Nostra Apostolica Benedizione (Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, Tipografia Poliglotta Vaticana, 12/1/1951, pp.357-358).

 

 

 




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