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Plinio Corrêa de Oliveira
Nobiltà ed élites tradizionali analoghe…

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3. La nobiltà deve mantenersi come classe dirigente nel contesto sociale, profondamente trasformato, del mondo attuale

 

Concretamente, in cosa consiste questo riconoscimento oggettivo e virile di condizioni di vita sulle quali “si può pensare come si vuole” 44 - e che quindi in nessun modo si è obbligati ad applaudire - ma che costituiscono una realtà palpabile nella quale si è obbligati a vivere?

La nobiltà e le élites tradizionali hanno perso la loro ragione di esistere? Devono rompere con le loro tradizioni, col loro passato? Insomma, devono dissolversi nella plebe, confondendosi con essa, spegnendo tutto ciò che le famiglie nobili conservano di alti valori di virtù, di cultura, di stile e di educazione?

Una lettura affrettata dell'allocuzione al Patriziato ed alla Nobiltà romana del 1952 parrebbe condurre ad una risposta affermativa. Questa risposta però sarebbe in palese disaccordo con quanto insegnano analoghe allocuzioni pronunciate in anni precedenti, come pure con passi di più di un'allocuzione dei Pontefici posteriori a Pio XII.

Questo apparente disaccordo risulta specialmente dai passi sopra citati, come pure da altri che lo saranno più avanti. 45

Eppure non è questo il pensiero del Pontefice, espresso nella stessa allocuzione del 1952. Secondo lui, le élites tradizionali devono continuare ad esistere e a svolgere un'alta missione: “Può ben essere che l'uno o l'altro punto nel presente stato di cose vi dispiaccia. Ma nell'interesse e per l'amore del bene comune, per la salvezza della civiltà cristiana, nella crisi che, lungi dall'attenuarsi, sembra piuttosto andare crescendo, state fermi sulla breccia, nella prima linea di difesa. Le vostre qualità particolari possono trovare anche oggi ottimo impiego. I vostri nomi, che risuonano altamente nei ricordi fin del lontano passato, nella storia della Chiesa e della società civile, richiamano alla memoria figure di uomini grandi e fanno echeggiare nelle vostre anime la voce ammonitrice del dovere di mostrarvene degni”. 46

Tuttavia, ciò risulta ancor più chiaramente nell'allocuzione al Patriziato ed alla Nobiltà romana del 1958, in un passo parzialmente già citato: 47

“Voi che, all'inizio degli anni nuovi, non mancavate di renderci visita, ricordate certamente la premurosa sollecitudine, con cui Ci adoperammo per spianarvi la via verso l'avvenire, che si annunziava fin da allora aspra per i profondi sconvolgimento e le trasformazioni incombenti sul mondo (...). Ricorderete in particolare ai figli ed ai nipoti come il papa della vostra infanzia e fanciullezza non omise di indicarvi i nuovi uffici che imponevano alla nobiltà le mutate condizioni dei tempi; che, anzi, più volte vi spiegò come la laboriosità sarebbe stata il titolo più solido e degno per assicurarvi la permanenza tra i dirigenti della società; che le disuguaglianze sociali, mentre vi ponevano in alto, vi prescrivevano particolari doveri a vantaggio del bene comune; che dalle classi più elevate potevano discendere nel popolo grandi vantaggi o gravi danni; che i mutamenti delle forme di vita possono, ove si voglia, accordarsi armonicamente con le tradizioni, di cui le famiglie patrizie sono depositarie”. 48

Il Pontefice quindi non auspica la scomparsa della nobiltà dal contesto sociale profondamente trasformato nel nostro tempo. Al contrario, invita i suoi membri a intraprendere gli sforzi necessari per mantenersi nella posizione di classe dirigente, anche nell'ampio quadro delle categorie alle quali spetta guidare il mondo attuale. E, in questo desiderio, egli lascia trasparire una sfumatura peculiare: la permanenza della nobiltà fra tali categorie svolga un orientamento tradizionale, abbia cioè il valore di una continuità, appunto il senso di una “permanenza”, ossia di una fedeltà a uno dei princìpi costitutivi della nobiltà nei secoli passati: il legame tra “le disuguaglianze sociali” che “vi ponevano in alto” e i suoi “particolari doveri a vantaggio del bene comune”.

Così, “i mutamenti delle forme di vita possono, ove si voglia, accordarsi armonicamente con le tradizioni, di cui le famiglie patrizie sono depositarie”.

Pio XII insiste sulla permanenza della nobiltà nel mondo postbellico, purché essa si dimostri veramente insigne per le qualità morali che devono caratterizzarla: “Talora, riferendoCi alla contingenza del tempo e degli eventi, vi esortammo a prendere parte attiva al risanamento delle piaghe prodotte dalla guerra, alla ricostruzione della pace, alla rinascita della vita nazionale, rifuggendo da 'emigrazioni' od astensioni; perché nella nuova società restava pur sempre largo posto per voi, se vi foste mostrati veramente élites ed optimates, vale a dire insigni per serenità di animo, prontezza di azione, generosa adesione”. 49

 

 




44 PNR 1952, p. 457.



45 Cfr. Capitolo VI, 3 a.



46 PNR 1952, p. 459.



47 Cfr. Capitolo I, 6.



48 PNR 1958, p. 708.



49 PNR 1958, p. 708.






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