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Atti di Tomaso

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IX - Atto nono: della moglie di Carisio

 

[82] Ritornato da loro, Giuda, con una grande moltitudine, andò in casa del generale.

Una donna, di nome Migdonia, parente del re, venne a vedere il nuovo aspetto del nuovo Dio che era predicato e del nuovo apostolo che era giunto nel loro paese: sedeva in una lettiga portata dai suoi servi. A motivo della grande ressa non riuscirono a portarla vicino a lui; lei allora lo mandò a dire a suo marito il quale inviò degli ufficiali che la precedessero e tenessero dietro la folla.

Appena l'apostolo vide questo, disse loro: "Perché trattate male questa gente venuta a sentire la Parola? Perché volete allontanarli con il desiderio di venire voi qui vicino a me, voi che siete così lontani? A queste moltitudini che vengono a me nostro Signore dice: "Voi avete orecchie, ma non udite, avete occhi, ma non vedete"; ed ancora: "Venite a me, voi tutti che siete stanchi e aggravati, e io vi darò riposo"".

[83] Encratismo. E rivolto a quegli uomini, disse: "La benedizione pronunziata all'indirizzo di quelli è caduta su di voi che state portando; voi, infatti, siete sotto un grave peso mentre lei vi dirige con il suo comando. Sebbene Dio vi abbia creato uomini, gli uomini vi fanno portare dei pesi gravi come se foste bestie. Quelli che vi sono superiori per natali pensano in cuor loro che voi non siate uomini come essi, ignorano che davanti a Dio tutti gli uomini sono uguali, siano liberi o schiavi. Giusto è il giudizio di Dio con il quale saranno giudicate tutte le anime della terra, nessuna esclusa, siano esse schiave o libere, ricche o povere: quelli che hanno non ne trarranno alcun vantaggio, e quelli che non hanno non subiranno alcun svantaggio nel giudizio. A noi, infatti, non fu comandato di fare cose di cui siamo incapaci, né di prendere pesi gravi, né di edificare edifici, che i carpentieri innalzano per se stessi con saggezza, né di praticare l'arte di scolpire le pietre dure come, secondo la loro forza, fanno gli scalpellini, bensì ci fu comandato qualcosa che possiamo compiere.

[84] Di astenerci: dalla fornicazione, capo di tutti i mali, dall'omicidio in ragion del quale la maledizione venne su Caino, dal furto che indusse Giuda Iscariota a impiccarsi, dall'intemperanza che privò Esaù della sua primogenitura, dalla cupidigia perché chi le è soggetto non considera quello che fa, dalla vana gloria e dalla calunnia disgregatrice, da ogni azione cattiva e da atti vergognosi, dal detestabile connubio e dall'unione impura, ove c'è eterna condanna: questa afferra con forza i superbi e li getta giù nel sentiero più basso, li pone in suo potere di modo che non possano distinguere quello che fanno e le loro azioni siano a essi stessi celate.

[85] Voi, però, ascoltatemi e comportatevi con purezza preferita da Dio al di sopra di tutti i beni, e con temperanza perché ci mostra il connubio con Dio e la vita eterna. Comportatevi anche con umiltà perché è stata pesata con ogni altra virtù ed è apparsa pesante sorpassando il peso delle altre e conquistandosi la corona, con dolcezza stendendo la mano al povero e provvedendo al bisognoso, ma soprattutto guardate di comportarvi con purezza; preferita da Dio, essa ci accesso alla vita perpetua essendo al di sopra di tutte le virtù ed è per mezzo suo che si compiono tutte le buone opere, giacché colui che non è puro è incapace di compiere qualcosa di buono essendo che tutte le virtù vengono dopo la purezza. La purezza offre la visione di Dio e distrugge il male, la purezza piace a Dio ed è per questo che procede da lui, la purezza è un atleta insuperabile, la purezza è la verità che non vacilla, la purezza è la torre che non crolla, davanti a Dio la purezza è giudicata degna di essergli ancella, trovata da molti, la purezza è bellezza, la purezza distrugge la corruzione, la purezza è messaggera di concordia e apportatrice di novelle di pace.

Chi possiede la temperanza è libero dalle cure quotidiane, la temperanza non si cura d'altro che di essere gradita al Signore, la temperanza è perseverante nella speranza, nell'attesa della liberazione, la temperanza se ne sta sempre tranquilla perché non compie nulla di cattivo, la temperanza cerca una vita pacifica: è gioia per tutti quanti la possiedono ed esalta quelli che le sono familiari.

[86] L'umiltà ha soggiogato la morte e l'ha ridotta in suo potere, l'umiltà ha conquistato l'inimicizia, l'umiltà è un giogo leggero che non stanca coloro che lo portano, l'umiltà non teme nulla e non è dura verso alcuno, l'umiltà è concordia, è pace, è gioia e quiete.

Acquistate la purezza, assimilate la temperanza e tendete verso l'umiltà: giacché è in queste tre virtù fondamentali che è ritratto il Cristo ch'io predico. La purezza, infatti, è il tempio di Dio e chiunque la custodisce, custodisce il suo tempio e Cristo abita in lui. La temperanza è la quiete di Dio, giacché nostro Signore digiunò quaranta giorni e quaranta notti senza assaggiare nulla, e Cristo abita in colui che l'osserva. L'umiltà è una grande forza, perché nostro Signore disse all'apostolo Simone: "Ritira la tua spada! S'io volessi chiamare la forza del Padre mio, egli mi invierebbe dodici legioni di angeli"".

[87] Migdonia e la moglie di Mazdai. Mentre Giuda diceva queste cose, tutta la folla l'ascoltava premendosi l'un l'altro. E la moglie di Carisio, parente del re Mazdai, balzò giù dalla lettiga, cadde a terra davanti ai piedi dell'apostolo e lo supplicò dicendo: "Ti supplico, apostolo del nuovo Dio venuto dall'abitazione degli uomini in un luogo deserto (noi, infatti, abitiamo in un deserto perché viviamo come bestie senza parola, ma ecco che ora siamo addomesticati dalle tue mani), di volgerti anche a me, di pregare per me affinché ottenga grazia da questo Dio che tu predichi, possa diventare una sua ancella ed essere unita a voi con la preghiera, con la speranza e con il ringraziamento, affinché possa ricevere il segno e divenire anch'io un suo tempio nel quale egli abiti".

[88] L'apostolo rispose: "Prego e supplico voi fratelli in nostro Signore e sorelle di Cristo, affinché la parola di Cristo abiti e dimori in voi tutti poiché a voi è stato dato il potere sulle vostre anime".

Prese poi a dire alla donna: "Migdonia, alzati da terra, pensa a te stessa, non interessarti dei tuoi ornamenti transitori, né della peritura bellezza della tua persona, dei tuoi abiti, del tuo nome e della tua dignità in questo mondo transituro, non degradarti in questo sordido connubio privandoti dell'amicizia verace. Gli ornamenti, infatti, periscono, la bellezza si invecchia e muta, gli abiti si sgualciscono, la potenza passa accompagnata dal castigo, secondo la condotta di ognuno, ed anche il connubio tramonta con grande disprezzo. Rimane soltanto Gesù, coloro che sperano in lui, in lui si rifugiano e a lui si affidano".

Rivoltosi poi alla donna, disse: "Va' in pace, e il Signore ti renda degna dei suoi divini misteri". Lei rispose: "Ho paura che tu mi lasci partire e poi te ne vada in un altro luogo". L'apostolo la assicurò: "Gesù non ti abbandonerà, in virtù della sua misericordia". Inchinatasi, si prostrò davanti a lui, pensando che egli fosse Gesù, e se ne ritornò a casa contenta.

[89] Carisio, parente del re Mazdai, preso il bagno, era andato a cena domandando dove mai fosse andata la moglie che, dalla camera, non gli era andata incontro. Le di lei ancelle gli risposero: "Non si sente di venire!". Egli entrò, allora, in camera, la vide coricata sul letto con la faccia coperta e la baciò.

Poi le domandò: "Perché oggi tu sei angustiata e triste?". Lei rispose: "Sono molto affaticata!". Ed egli: "Perché non hai rispettato la tua posizione di donna libera, perché non te ne sei rimasta a casa invece di andare a sentire parole vane e a vedere sortilegi? Alzati, esci, cena con me, poiché io non posso cenare senza di te". Migdonia gli rispose: "Scusami se oggi non ceno e non dormo con te. Sono molto agitata!".

[90] Udito quanto aveva detto Migdonia, Carisio non volle lasciare la camera né per dormire né per cenare, ordinò ai servi di portargli il vitto per potere cenare in presenza di lei. Quando fu portato il vitto e posto davanti a lui, egli le chiese di cenare, ma lei non volle. Allora mangiò solo lui. Carisio le disse: "Per causa tua, ho rifiutato di fermarmi a cenare dal mio signore, il re Mazdai, e tu rifiuti di cenare con me!". Migdonia rispose: "E' perché non mi sento". Poi egli s'alzò per andare a letto e dormire com'era sua abitudine, ma lei gli disse: "Non t'ho forse detto che oggi mi debbo scusare, desiderando dormire sola?".

[91] Udite queste parole, se ne andò a dormire in un altro letto. Svegliatosi improvvisamente dal sonno, le disse: "Mia signora e sorella Migdonia, ascolta il sogno che ho visto questa notte. Mi sono visto seduto alla presenza del mio signore, il re Mazdai, e davanti a noi c'era una tavola. Vidi un'aquila scendere dal cielo e portare via una coppia di pernici davanti a me e al re, trasportandole nel suo nido, e ritornare poi nuovamente a librarsi sopra di noi Il re Mazdai chiese che gli fosse portato un arco; l'aquila ritornò e portò ancora via davanti un colombo e una tortora. Allora il re Mazdai le scoccò una freccia che la trapassò da parte a parte, senza farle alcun male, ed essa se ne andò via al suo nido. Mi svegliai dal sonno agitato e tormentato a motivo della pernice che avevo gustato, senza poter proseguire a portarla alla mia bocca mentre in bocca non mi restava che il gusto".

Migdonia gli rispose: "Il tuo sogno è buono! Tu mangi pernici ogni giorno, ma l'aquila non ne aveva, forse, mangiato mai fino allora".

[92] Al mattino, Carisio, parente del re Mazdai, s'alzò di buon'ora e, vestendosi, si infilò la scarpa destra al piede sinistro e disse a Migdonia: "Ma che è questo? Prima il sogno e poi questa azione!". Migdonia gli rispose: "Anche questo non è di malaugurio, ma di buonaugurio; da una cosa di malaugurio deriva qualcosa di buono!". Lavatesi le mani, andò a salutare il re Mazdai.

[93] Anche Migdonia, moglie di Carisio, s'alzò presto, andò a ossequiare l'apostolo Giuda e lo trovò seduto in conversazione con il generale e con una grande moltitudine. Egli diceva loro: "Figli miei, di chi è moglie la donna che ieri ricevette nostro Signore nel suo cuore e nella sua anima?". Il generale gli rispose: "E' moglie di Carisio, parente del re Mazdai. Suo marito è un uomo difficile e in tutto ciò che dice al re è assecondato. Non permetterà che ella compia quanto ha promesso, giacché di lei ha detto al re molte cose gentili ed ha pure affermato che non c'è nessuna come lei. Lei pure gli vuole molto bene e le cose che tu dici loro sono estranee ad essi"

Giuda replicò: "Se, nella sua anima, nostro Signore è veramente risorto e se ella ha accolto il seme che in lei è stato seminato, non terrà conto di questa vita né avrà paura della morte. Anche Carisio non potrà più farle cosa alcuna né permettere che soffra, giacché colui che lei ha accolto nella sua anima è più grande, purché lei lo abbia ricevuto, una volta per sempre, con un amore perfetto".

[94] Udite queste cose, Migdonia disse a Giuda: "Davvero, mio Signore, attraverso la tua preghiera ho ricevuto il seme vivo della Parola e per mezzo del mio Signore Gesù produrrò frutti simili al seme?". Giuda rispose: "Queste nostre anime, che sono tue, ti lodano, o Signore nostro. Questi nostri spiriti, che sono tuo vero possesso, ti lodano, mio Signore. Questi nostri corpi, che tu hai reso degne dimore del tuo spirito, sempre da glorificare, ti lodano, mio Signore".

Sull'encratismo. Rivolto a tutti i presenti, disse l'apostolo:

"Beati i puri, le cui anime non li hanno mai riprovati, perché essi le hanno acquistate e in loro non alberga alcun dubbio.

Beati gli spiriti dei puri, che hanno ricevuto la corona e dall'agone salgono verso il premio loro assegnato.

Beati i corpi dei puri, fatti degni templi mondi nei quali dimorerà Cristo.

Beati voi, puri, essendovi concesso di chiedere e di ricevere.

Beati voi, puri, essendo chiamati giudici.

Beati voi, puri, essendovi dato il potere di perdonare i peccati.

Beati voi, puri, giacché non avete distrutto ciò che vi fu affidato, bensì, con gioia, lo avete portato in alto, insieme a voi.

Beati voi, mansueti, poiché Dio vi ha reso degni di ereditare il regno.

Beati voi, mansueti, avendo vinto il maligno.

Beati voi, mansueti, giacché vedrete il volto del vostro Signore.

Beati voi, temperanti, giacché sarete soddisfatti e godrete delle cose spirituali che non passano, che non si dissolvono e che sfamano coloro che di esse si cibano.

Beati voi, temperanti, essendo liberati dal peccato".

Mentre l'apostolo pronunciava queste parole, tutta la moltitudine lo stava ad ascoltare, e Migdonia, moglie di Carisio, amico del re Mazdai, si fortificava grandemente nella purezza, nella temperanza e nella mansuetudine.

[95] Mentre questi si rallegravano tutto il giorno nelle lodi e nella maestà del Signore, Carisio, amico del re Mazdai, andò a pranzare e non trovò sua moglie a casa; prese allora a domandare sue notizie ai servi: "Dov'è andata la vostra padrona?". Uno di essi gli rispose: "E' andata dallo straniero, e si trova ". Udito ciò dal servo, si sdegnò contro gli altri servi che non lo avevano informato su quanto era accaduto. Andò a prendere un bagno, ritornò che era ancora giorno e, sedutosi, attese Migdonia fino al suo rientro.

Fattasi sera, ella ritornò e appena la vide egli le domandò: "Dove sei stata fino adesso?". Lei rispose: "Sono andata dal medico". Egli replicò: "Quel singolare illusionista è un medico?". Lei rispose: "Sì, è un medico, diverso da tutti gli altri medici. Questi altri medici, infatti, curano tutti dei corpi che si dissolveranno, mentre questo medico, con i corpi, cura le anime che non si dissolveranno mai più".

All'udire ciò, Carisio, parente del re Mazdai, in cuor suo si sdegnò con Migdonia e con lo straniero, tuttavia non le disse nulla: egli aveva paura di lei, che gli era di molto superiore sia nella ricchezza che nell'intelligenza; egli, dunque, se ne andò, entrò nella sala da pranzo e si sedette a cenare, mentre lei si ritirò nel suo appartamento. Egli disse ai servi di chiamarla a mangiare con lui, ma lei non volle.

[96] Saputo che lei non voleva uscire, andò da lei e le domandò: "Perché non vuoi venire a cenare con me? Non vuoi, forse, neppure dormire con me come d'abitudine? Ho ancora più timore di questo dopo che ho sentito che quello stregone e imbroglione è molto preoccupato di questo, che un uomo, cioè, non conviva con la propria moglie, volendo così privarci di ciò che gioia alla natura e fa piacere agli dèi".

Mentre Carisio diceva queste cose, Migdonia se ne stava zitta. Egli allora proseguì: "Migdonia, sorella mia e amata signora e moglie, non ti lasciare ingannare da parole oziose e fallaci, né dagli atti magici che, a quanto ho udito, egli compie in nome del suo dio. Infatti, dal giorno della creazione del mondo, non si è mai udito che un uomo ridoni la vita a un morto; eppure, a quanto ho udito, quest'uomo agisce come se ridonasse la vita ai morti. Quanto poi al fatto che egli non mangia e non beve non pensare che sia dovuto al suo amore per la giustizia: è perché non ha nulla. Che cosa può mangiare uno che non ha neppure il pane quotidiano? Indossa un solo vestito perché non ne ha un altro. Quanto alla ricompensa, egli non ne accetta da alcuno, sapendo che non guarisce nessuno".

[97] Quando Carisio diceva queste cose, Migdonia restava zitta come un sasso; pregava e supplicava che si facesse giorno per poter andare a vedere l'apostolo di Dio. Egli allora la lasciò e se ne andò mestamente a cenare. Riteneva che, almeno, avrebbe dormito con lei come d'abitudine; ma allorché se n'era uscito da lei, ella si inginocchiò e prese a pregare dicendo: "Mio Signore e mio Dio, Cristo, mio datore di vita, dammi la forza di vincere la temerarietà di Carisio e concedimi di mantenere la purezza della quale ti compiaci e per mezzo della quale troverò la vita eterna". Dopo avere pregato così, si scoprì la faccia e si pose a giacere.

[98] Dopo avere cenato, Carisio andò da lei e si tolse i vestiti. Ella se ne accorse e gli disse: "A fianco a me, non c'è più posto per te, poiché il mio Signore Gesù, al quale mi sono unita, è migliore di te ed è sempre al mio fianco!". Carisio rise e le rispose: "Tu prendi bene in giro quello stregone e deridi bene lui che disse: "Se non vi mantenete puri, non potete vivere davanti a Dio"".

Detto ciò, ebbe l'ardire di porsi a giacere a fianco a lei; ma ella non lo sopportò e prese a gridare aspramente dicendogli: "Aiutami, Dio nuovo venuto in India per opera dello straniero! Aiutami, Signore Gesù! Non mi abbandonare, poiché mi rifugio in te. Ho udito che tu cerchi coloro che ti conoscono: ecco ch'io ti cerco, ho sentito parlare di te e ho creduto in te, vieni in mio aiuto, liberami dall'insolenza di Carisio, non permettere che la sua impurità abbia il sopravvento su di me, non permettere che egli prenda posto al mio fianco".

Poi ella s'alzò, legò le di lui mani, fuggì dal suo fianco e, strappata la tenda dalla porta della camera, vi si avvolse; uscita, andò dalla sua nutrice, e quella notte dormì al suo fianco.

[99] Carisio passò una notte molto triste: batteva una mano contro l'altra, voleva andare dal re Mazdai per informarlo della violenza che gli era stata fatta, e pensava: "Se mi presento con la tristezza che sento, chi mi introdurrà dal re Mazdai? So bene che, se la fortuna non mi avesse abbandonato e abbattuto dal mio orgoglio, dalla mia grandezza e dall'alta mia dignità, e precipitato nel disprezzo e nell'umiliazione separandomi dalla mia diletta Migdonia, anche se il re Mazdai si fosse presentato, a quest'ora, alla mia porta, io non sarei uscito a rispondergli, ma avrei atteso il mattino. So che qualunque cosa dica, il re Mazdai mi asseconderà; gli parlerò, dunque, della stregoneria dello straniero, come abbia agito violentemente e abbia precipitato in un abisso uno che era in alto; io, infatti, non sono rattristato per il fatto di essere stato allontanato dall'unione con Migdonia, bensì sono addolorato per lei, perché la sua grandezza fu degradata, la sua libertà menomata, umiliato il suo alto spirito, perché la donna che nessuno dei suoi servi vide mai in collera fuggì nuda dalla sua camera e non so dove se ne sia andata; sotto l'influsso della stregoneria dello straniero, forse se n'è andata per la strada, ma non so con chi, giacché di lei non si sa più nulla".

[100] Prese poi a piangere, dicendo: "Guai a te, per amor tuo, mia vera consorte della quale ora sono privo! Guai a me, per amor tuo, mia amata e mia amante, che per me vali più di tutta la mia stirpe! Da te non ho avuto né un figlio né una figlia con cui potermi ricreare! Non hai ancora passato con me un anno, ed ecco un occhio maligno ti ha distolto da me! Se, con la forza, la morte ti avesse strappato da me, mi sarei annoverato tra i re, tra i prìncipi e tra i nobili, ma non proprio questo straniero, forse schiavo fuggito dai suoi padroni, venuto qui per essere la mia sfortuna! Non avrò mai riposo né mi arresterò fino a quando non l'avrò distrutto, fino a quando non l'avrò castigato e mi sarò vendicato di lui. Per questa notte non mi mostrerò al re Mazdai, ma se non mi accontenterà e non castigherà lo straniero, gli parlerò del generale Sifur, causa della rovina di questa donna. Ecco, infatti, che egli se ne sta a casa mentre molti entrano ed escono da lui che insegna la nuova dottrina della purezza, insegna che un uomo non può vivere se non si separa da tutto ciò che gli appartiene e diventa un asceta, va mendicando come lui, che cerca di farsi dei seguaci".

[101] Mentre Carisio meditava su queste cose, si fece giorno: si alzò di buon mattino, si vestì e si mise le scarpe; indossò, tuttavia, ornamenti dimessi; il suo atteggiamento era oscuro ed egli molto triste. Andò ad ossequiare il re Mazdai ed appena il re Mazdai lo vide gli domandò: "Perché sei venuto da me in uno stato così miserabile? Perché è triste il tuo volto, ed è mutato il tuo atteggiamento?".

Carisio rispose: "Re Mazdai, ho un fatto nuovo da raccontarti e un nuovo disastro portato in India da Sifur. Un illusionista ebreo abita in casa sua, non si allontana mai da lui, molti si recano ove egli insegna loro il nuovo Dio e inculca nuove leggi che presso di noi non furono mai udite; dice: "Non potete divenire figli della vita perpetua ch'io insegno se non vi separate, il marito dalla moglie e la moglie da suo marito". Ora avvenne che la mia infelice e misera moglie andò a vederlo e, udendo le sue parole, gli credette: di notte s'alzò e fuggì dal mio fianco; lei che non poteva sopportare di rimanere lungi da me per una sola ora, lei che non poteva vivere senza di me! Manda, dunque, a prendere Sifur e l'illusionista nascosto presso di lui, e castigali; altrimenti, a motivo delle sue parole, perirà tutta la nostra gente".

[102] Udite queste cose dal suo parente, il re Mazdai rispose: "Non rattristarti e non tormentarti! Manderò a prenderlo e lo castigherò, e tu riavrai tua moglie. Ho reso giustizia ad altri che non potevano rendersela da soli, tanto più la renderò a te!".

Ordinò che fosse chiamato da lui il generale Sifur. Quelli che andarono a casa sua, lo trovarono seduto a destra dell'apostolo di Dio, Giuda, mentre Migdonia sedeva ai suoi piedi e una grande moltitudine lo stava ascoltando; avvicinato il generale Sifur, gli dissero: "Tu siedi e ascolti parole vane, mentre il re Mazdai, pieno d'ira, cerca di ucciderti a motivo di questo stregone e seduttore, che hai introdotto a casa tua?".

Udite queste parole, il generale rimase angustiato, non perché il re era in collera con lui, ma perché il re aveva saputo ch'egli andava d'accordo con l'apostolo Giuda. Sifur disse a Giuda: "Sono angustiato per causa tua! L'altro giorno ti dissi che quella donna era moglie di Carisio, parente del re Mazdai, e che egli non avrebbe permesso che ella mantenesse fede alle promesse, giacché qualunque cosa egli dica al re, è accontentato". Giuda rispose a Sifur: "Non temere, ma credi in Gesù, che prende le mie e le tue difese, e quelle di tutti coloro che si rifugiano in lui e vengono al suo luogo di riunione"

A queste parole, il generale indossò gli abiti e andò dal re Mazdai.

[103] Tomaso in prigione. Giuda domandò a Migdonia per qual motivo suo marito era irritato contro di lei e progettava tali cose contro di loro. Lei rispose: "Perché non mi sono data con lui alla corruzione. La notte scorsa, infatti, egli voleva soggiogarmi e assoggettarmi a ciò che era solito fare, ma colui al quale mi sono affidata mi ha liberato dalle sue mani, io fuggii nuda dal suo fianco, me ne andai a dormire dalla mia nutrice; non so cosa gli sia capitato per ordire queste cose contro di voi".

L'apostolo le disse: "Figlia mia, queste cose non ci nuocciono! Credi in Gesù ed egli frenerà le voglie di Carisio, ti libererà dalla corruzione e dalla lascivia. Egli ti sarà compagno lungo il sentiero pericoloso, ti sarà guida verso il regno suo e di suo Padre, ti condurrà alla vita perpetua e ti darà quella sovranità che non passerà e non cambierà mai".

[104] Quando Sifur fu davanti al re Mazdai, Mazdai gli domandò: "Qual è la sua storia, donde viene e che cosa insegna quello stregone che trama contro di te?". Sifur rispose: "Non sa, forse, il mio signore, ch'io e tutti i miei amici eravamo in grande affanno per mia moglie, che conosci e che molti hanno in onore, e per mia figlia, per le quali io reputo un nulla tutto quanto possiedo? La calamità e la prova che le colpì, e come fossero diventate irrisione e maledizione per tutto il paese? Io, dunque, sentii parlare di quest'uomo, andai da lui, l'interrogai, lo presi e lo menai quivi. Mentre camminavo con lui sulla strada vidi miracoli strepitosi; molti sono coloro che hanno visto e udito quanto disse un asino selvatico e ciò che un demone affermò di lui. Egli guarì mia moglie e mia figlia, ed ecco che ora stanno bene, senza accettare ricompensa alcuna ad eccezione della fede e della purezza affinché possano essere partecipi di quanto egli compie. Egli insegna: "Temete un solo Dio, Signore di tutto, e Gesù Cristo, suo Figlio, e vivrete per sempre". Da una sera all'altra, non mangia altro che pane e sale, e beve acqua; prega molto e Dio gli concede tutto quello che egli chiede; egli rallegra anche noi, asserendo che il suo Dio è santo, buono, misericordioso, benevolo, datore di vita, e che quindi coloro che credono in lui, gli si devono accostare con mondezza, con purezza e con amore".

[105] Udite tali cose da Sifur, il re Mazdai mandò alla casa del generale Sifur dei soldati che erano alla sua presenza affinché prendessero Giuda Tomaso e quelli che avrebbero trovato con lui. Questi, entrati, lo trovarono seduto che insegnava a una grande folla mentre Migdonia era seduta ai suoi piedi. Vista la folla che lo circondava, ne furono impauriti e se ne ritornarono dal re Mazdai per dirgli: "Non osammo dirgli nulla perché era con lui una grande folla, ed anche Migdonia se ne stava seduta ai suoi piedi ascoltando le sue parole". Mazdai e Carisio udirono queste cose.

Allora Carisio balzò dalla presenza del re Mazdai, prese con sé dei soldati e disse: "Andrò a prendere lui ed anche Migdonia, alla quale egli ha fatto perdere la testa". E si precipitò in casa del generale Sifur ed entrato trovò Giuda seduto che stava insegnando. Al suo ingresso egli vide Giuda ma non trovò Migdonia, che era tornata a casa sapendo che avrebbero riferito a suo marito che l'avevano vista .

[106] Carisio disse a Giuda: "Alzati malvagio, corruttore, nemico! Che cosa mi può fare la tua stregoneria? Le tue stregonerie le farò ricadere sul tuo capo".

Dopo che egli pronunciò queste parole, Giuda lo guardò e gli disse: "Le tue minacce ricadranno su di te. Tu, infatti, non mi puoi nuocere per nulla, poiché è con me il mio signore Gesù Cristo; in lui io mi rifugio ed egli è più forte di te, del tuo re e di tutti gli eserciti". Carisio prese il turbante di uno dei suoi servi e lo gettò attorno al collo dell'apostolo, e disse: "Trascinatelo via! Vediamo un po' se Gesù lo libererà dalle mie mani!". Fu trascinato via e condotto fino al re Mazdai.

Quando Giuda fu davanti al re Mazdai, questi gli domandò: "Narrami la tua storia e in potere di chi tu compi queste opere". Giuda rimase zitto e non diede alcuna risposta Allora il re Mazdai ordinò ai soldati che gli dessero centocinquanta frustate e che lo portassero legato in prigione: essi lo legarono e lo condussero via. Partito ed entrato in prigione, Mazdai e Carisio progettavano la maniera di ucciderlo, giacché tutto il popolo lo venerava come un dio. Si preoccuparono di fare sapere ovunque: "Ha vilipeso il re ed è uno stregone".

[107] Ma, entrando in prigione, Giuda era allegro e contento, e diceva: "Grazie, Signore Gesù Cristo, di avermi reputato degno non soltanto di credere in te, ma anche di sopportare molte cose per amor tuo!". Ed aggiunse: "Ti ringrazio, mio Signore, di avermi ritenuto degno di queste cose! Ti ringrazio, mio Signore, perché la tua provvidenza ha vigilato su di me e tu mi hai giudicato degno di sopportare molti mali per amor tuo! Ti ringrazio, mio Signore, perché per amor tuo sono stato un recluso, un asceta, un povero, un girovago mendicante! Possa io, dunque, partecipare alla beatitudine del povero, alla pace dell'afflitto, alla beatitudine di quelli che sono odiati dagli uomini, perseguitati e vilipesi, di coloro ai quali sono dette parole odiose. Ecco che per amor tuo sono odiato ed evitato da molti; per amor tuo, dicono di me ciò ch'io ignoro".

[108] Tutti quelli che erano in prigione, vedendolo pregare, lo supplicarono di pregare anche per essi. Dopo aver pregato, Giuda, si sedette e prese a cantare quest'inno.

 

Inno della perla dell'apostolo Giuda nel paese degli Indiani

 

1 Quand'ero un piccolo fanciullo

dimoravo nel mio regno,

nella casa di mio padre

2 lieto della ricchezza e del fasto

dei miei nutritori.

3 Dall'Oriente, nostra casa,

i miei genitori mi equipaggiarono

e mi mandarono,

4 dalla ricchezza del nostro tesoro

attinsero abbondantemente

allestendomi un carico

5 grande, ma leggero,

ch'io stesso potevo portare:

6 oro di Beth-Ellaye

e argento della grande Gazak

7 rubini d'India

e agate di Beth-Cashan,

8 mi provvidero di diamante

che può frantumare il ferro.

9 Mi tolsero la veste scintillante

che nel loro amore mi avevano fatto

10 e la toga porpurea,

misurata e tessuta sulla mia statura.

11 Fecero con me un contratto

e lo scrissero nel mio cuore

affinché non fosse dimenticato:

12 "Se tu discenderai in Egitto

e porterai la perla

13 che è in mezzo al mare

attorno al serpente sibilante,

14 tu indosserai la tua veste scintillante

e la tua toga di cui ti allieti

15 e con tuo fratello, il più vicino alla nostra autorità,

sarai erede del nostro regno".

[109] 16 Io lasciai l'Oriente e discesi,

accompagnato da due custodi,

17 lungo la strada pericolosa e difficile

ed io ero molto giovane per percorrerla.

18 Attraversai le frontiere di Maishan

punto d'incontro dei commercianti dell'Oriente,

19 raggiunsi la terra di Babel

e attraversai le mura di Sarbug,

20 discesi in Egitto

e i miei compagni si allontanarono da me.

21 Andai diritto dal serpente

e mi fermai presso la sua dimora

22 nell'attesa che si appisolasse e dormisse

per portargli via la perla.

23 Allorché fui unico e solo,

divenni estraneo alla mia famiglia,

24 vidi laggiù un orientale,

uno della mia stirpe, un uomo libero,

25 un giovane gentile e amabile

figlio di venditori d'olio;

26 mi si avvicinò, si unì a me,

ed io ne feci il mio intimo amico, un collega,

27 con il quale spartire la mia merce.

28 Lo misi in guardia contro gli Egiziani,

contro quanti sono in comunione con l'impuro;

29 indossai le loro vesti

affinché non mi avessero in avversione

30 essendo giunto dall'estero

per prendere la perla

e aizzare il serpente contro di me.

31 Ma in un modo o in un altro

essi si accorsero ch'io non ero un loro compatriota,

32 dimorarono con me slealmente

e mi diedero a mangiare il loro cibo.

33 Io dimenticai che ero figlio di re,

e fui al servizio del loro re.

34 Dimenticai la perla

per la quale ero stato inviato dai miei genitori

35 e a motivo del peso delle loro oppressioni

giacqui in un sonno profondo.

[110] 36 Ma di tutte queste cose che mi accaddero

si accorsero i miei genitori

ed erano afflitti per me.

37 Nel nostro regno fu fatto un proclama

affinché tutti venissero alla nostra porta

38 re e prìncipi dei Parti

e tutti i dignitari dell'Oriente.

39 In mio favore scrissero un piano

affinché non fossi lasciato in Egitto.

40 Mi scrissero una lettera

ed ogni dignitario la sottoscrisse:

41 "Da tuo padre, re dei re,

e da tua madre, signora dell'Oriente,

42 da tuo fratello, nostro secondo,

a te nostro figlio, che sei in Egitto, salute!

43 Su, alzati, dal tuo sonno

e ascolta le parole della nostra lettera!

44 Ricordati che sei figlio di re!

Considera la schiavitù a cui sei sottoposto!

45 Ricordati della perla,

per la quale tu fosti inviato in Egitto!

46 Pensa alla tua veste

e ricordati della tua magnifica toga

47 che porterai e che ti adornerà.

Il tuo nome fu letto nella lista degli eroi

48 e con tuo fratello, nostro vicer‚,

tu sarai nel nostro regno!".

[111] 49 La mia lettera è una lettera

che il re ha sigillato con la sua destra

50 per custodirla dai malvagi, dai figli di Babel,

e dai selvaggi demoni di Sarbug.

51 Essa volò nelle sembianze di un'aquila,

re di tutti gli uccelli,

52 volò e si affiancò a me

e divenne tutto un discorso.

53 Alla sua voce e al suono del suo rumore

io partii e mi destai dal sonno.

54 La afferrai e la baciai

e presi a leggerla:

55 conformi a quanto è segnato in cuor mio

erano le parole della mia lettera.

56 Mi ricordai che i miei genitori erano re

e la nobiltà dei miei natali affermò la sua natura.

57 Mi ricordai della perla,

per la quale ero stato mandato in Egitto,

58 e incominciai a incantare

il terribile serpente sibilante.

59 Lo costrinsi a dormire e lo cullai nel suo

assopimento

pronunciando su di lui il nome di mio padre

60 e il nome del nostro secondo

e quello di mia madre, regina dell'Oriente.

61 Afferrai la perla e mi volsi

per ritornare a casa di mio padre.

62 Mi tolsi la loro sordida e immonda veste

e la lasciai nel loro paese,

63 e subito ripresi la via del ritorno

verso la luce di casa nostra, l'Oriente.

64 La mia lettera, la mia destatrice,

trovai davanti a me sul cammino

65 e come essa mi destò con la sua voce

così la sua luce mi guidava.

66 Essa che abita nel palazzo

con la sua forma irradiò la sua luce davanti a me,

67 con la sua voce e con la sua guida

mi spinse ad accelerare il passo,

68 e con il suo amore mi sospinse.

69 Procedendo, passai da Sarbug,

lasciai Babel sulla sinistra

70 giunsi alla grande Maishan,

porto dei commercianti,

71 posta in riva al mare.

72 L'abito splendido che mi ero tolto

e la toga che era avvolta con esso

73 da Ramtha e Rekem

i miei genitori mi mandarono

74 per mezzo dei loro tesorieri

che per la loro fedeltà potevano godere

di una tale fiducia.

[112] 75 Io più non ricordavo il suo modello

avendo fin dall'infanzia abbandonato la casa

di mio padre,

76 ma subito, non appena lo ricevetti,

mi parve che l'abito

fosse diventato uno specchio di me stesso.

77 L'osservai molto bene

e con esso io ricevetti tutto

78 giacché noi due eravamo distinti

e tuttavia avevamo un'unica sembianza.

79 Anche i tesorieri, che lo portarono,

io vidi allo stesso modo:

80 erano due, ma in un'unica sembianza

poiché lo stesso segno del re

su di loro era tracciato

81 dalle mani di colui che per mezzo di loro

mi restituì la fiducia e la ricchezza,

82 la mia veste ricamata,

adorna di splendidi colori,

83 di oro e berilli, di rubini e agate,

84 di sardonici dai colori diversi.

A casa sua su, in alto,

fu abilmente lavorata

85 con fermagli di diamante

erano unite tutte le giunture,

86 l'immagine del re dei re

era interamente ricamata e dipinta su di essa,

87 e come pietre di zaffiro

rilucevano le sue tinte.

[113] 88 Vidi che in tutto il suo essere

pulsavano i moti della conoscenza

89 e che si preparava a parlare,

90 udii il suono degli accenti

che egli bisbigliava con se stesso:

91 "Io sono colui che è operoso nelle azioni

quando mi educavano presso il padre

92 io mi compresi e percepii che la mia statura

cresceva in proporzione del suo lavoro".

93 Con i suoi movimenti regali

si versò tutto in me

94 e sulle mani dei suoi dispensatori

si affrettò affinché lo prendessi.

95 L'amore mi spingeva a correre,

ad andargli incontro e accoglierlo,

96 mi protesi in avanti e lo presi.

Mi adornai con la bellezza dei suoi colori

97 e mi avvolsi interamente nella mia toga,

dalle tinte sgargianti,

98 l'indossai e mi recai su alla porta.

99 Chinai il capo e adorai la maestà

del padre mio che mi aveva mandato:

100 io avevo adempiuto i suoi comandamenti

ed egli mantenne quanto aveva promesso

101 alla sua porta

mi associai con i suoi prìncipi:

102 egli si rallegrò di me e mi accolse

ed io fui con lui, nel suo regno,

103 mentre lo lodava

la voce di tutti i suoi servi.

104 Promise che anche alla porta

del re dei re sarei andato con lui

105 con la mia offerta e con la perla

mi sarei, con lui, presentato al nostro re.

 

L'inno dell'apostolo Giuda Tomaso, pronunciato quand'era in prigione, è terminato.

[114] Mutamento di Migdonia. Carisio, marito di Migdonia, ritornò a casa contento perché pensava in cuor suo che d'ora in avanti sua moglie sarebbe stata con lui come prima che udisse la parola di Giuda e credesse in nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Quando Carisio giunse, trovò la moglie seduta, lo sguardo rivolto a terra, le vesti strappate; a motivo di Giuda era divenuta come una pazza. Egli le domandò "Migdonia, che è questa malata follia che si è impossessata di te? Perché hai fatto tali cose? Io sono Carisio, lo sposo della tua giovinezza. Io sono colui che per gli dèi e per la legge ha potere su di te. Perché ti sei comportata come una pazza? Perché sei diventata oggetto di scherno per l'intero paese? Da questo momento togliti dalla mente il pensiero di quel mago! Sto infatti per togliere la sua presenza di sotto ai tuoi occhi, di modo che non lo veda mai più".

[115] Udite tali cose da Carisio, suo sposo, lei rimase amaramente triste e afflitta. Ma egli proseguì ancora: "Che delitto hai tu commesso contro gli dèi che ti lasciarono precipitare in questa sventura? Che peccato hai tu contratto davanti ad essi che ti hanno condotto a questa umiliazione e degradazione? Ti prego, Migdonia, la tua vista non torturi più la mia anima, non affliggere oltre il mio cuore con l'affanno per te. Io sono Carisio, lo sposo della tua giovinezza, sono il tuo vero sposo, onorato e temuto da tutto il paese. Non so che cosa debbo fare, non so come mi devo comportare, né che cosa escogitare.

In cuor mio ricorderò la tua bellezza e tacerò. Dovrò pensare alla tua casta condotta e non dire nulla? E chi è colui che si lascia privare di un così divino ed eccellente tesoro? Posso forse sopportare la perdita delle tue amabili bellezze, che furono sempre con me?

La tua dolce fragranza è tuttora nelle mie narici, il tuo bel colorito è tuttora davanti ai miei occhi! Anima mia, che mi vogliono sottrarre! Mio occhio splendente con il quale io vedo, che mi vogliono cavare e portare via! Mio corpo gentile, del quel ero fiero, che essi maltrattano e vogliono portarmi via! Mio braccio destro, che vogliono amputarmi! Mia bellezza che viene distrutta! Mio conforto, con il quale essi mi tormentano! Mia gioia che viene mutata in tristezza! Mia pace, che mi è diventata afflizione! Mia vita, che si è mutata in morte! Mia luce che si è tinta di tenebre!

I membri del mio grande casato non mi rivedranno più, in questa tristezza; infatti, da loro non ebbi aiuto alcuno! I miei nobili amici non mi rivedranno più, non avendo saputo liberarmi da questa tristezza! Non adorerò più gli dèi dell'Oriente, che mi hanno condotto in queste sventure; non li pregherò più, non offrirò più sacrifici, non presenterò loro più alcun dono, poiché sono stato privato di questa mia unione verace! Che preghiera potrei io innalzare ancora a loro? Che cosa supplicare da loro, che cosa chiedere a coloro che mi hanno privato di ciò che m'era più caro d'ogni altra cosa ch'io possedevo in questo mondo e che mi rendeva contento? Ho più ricchezze di quanto mi serve, e possessioni ch'io non so calcolare. Sono stato fatto principe e sono stato nominato sostituto del re; molti sono quelli che mi temono e molti quelli che sono sotto il mio potere.

Oh, se qualcuno mi privasse di tutte queste mie glorie e delle mie ricchezze, purché mi desse un'ora dei tuoi anni passati Migdonia! Oh, se qualcuno mi accecasse un occhio, purché i tuoi occhi si posassero su di me come una volta! Oh, se qualcuno mi amputasse il braccio destro, purché io ti potessi abbracciare con il sinistro!".

[116] Mentre Carisio, piangendo, diceva queste cose, Migdonia sedeva muta e sorda come un sasso, senza guardarlo, e rivolta a terra.

Egli le si avvicinò e le disse: "Figlia mia, mia diletta Migdonia, ricorda che tu mi piacesti più di tutte le donne dell'India, ch'io ti scelsi quando avrei potuto prenderne tante altre di classe più elevata della tua. Veramente, non mento, Migdonia, no! Per me in tutta l'India non c'è una donna come te. Quale bellezza e quale ornamento, quale eleganza e quali nobili qualità io perdo! Guai a me e al mondo, giacché io non ti vedrò parlare mai più. Sebbene egli mi abbia ingiuriato, ti supplico di alzare i tuoi occhi e di guardarmi, poiché io sono molto migliore di quel mago, e più bello di lui; ho ricchezze e onori, ed ognuno sa che nessuno ha una stirpe come la mia. Tu, però, sei per me più preziosa della mia stirpe e di tutto quanto ho; ed ecco che vogliono sottrarti a me".

[117] Allorché Carisio terminò di dire queste cose, Migdonia gli disse: "Carisio, colui ch'io amo è superiore a tutto ciò che tu possiedi e a tutto quello che tu hai. Tutto quello che tu hai è della terra e resta sulla terra, mentre colui ch'io amo è in cielo, e mi prenderà in cielo con lui. Infatti, la tua ricchezza passa, la tua bellezza svanisce, i tuoi abiti si invecchiano, si logorano e periscono, e tu sei lasciato solo con i tuoi peccati e le tue mancanze. Se tu non ti liberi di loro, essi ti seguiranno. Non ricordarmi le tue passate azioni con me, per le quali io supplico il mio Signore affinché le cancelli. Non ricordarmi gli impuri e immondi piaceri e le tue azioni carnali, dalle quali prego di poter essere liberata dall'amore del mio Signore. Ho dimenticato tutte le tue pratiche e familiarità, il tuo agire è giunto alla fine. Il mio Signore e salvatore Gesù dimora per sempre con quelle anime che si sono rifugiate in lui. Colui nel quale mi sono rifugiata e nel quale ho creduto, mi salverà e mi libererà da tutte le azioni vergognose ch'io ero solita compiere con te quando non ero credente".

Udite tali cose, Carisio, rattristato, andò a coricarsi per dormire, dopo averle detto: "Rifletti e medita su questo nel tuo animo per tutta la notte. Se tu vorrai restare con me come prima che tu incontrassi questo mago, ti asseconderò in tutto ciò che tu vuoi. Se tu lo desideri, per l'amore che avesti per lui, io lo trarrò fuori, lo lascerò libero ed egli se ne andrà in un altro paese; non ti arrecherò noia alcuna ben sapendo che egli ti sta molto a cuore. Questa storia non principiò con te, lo stesso essendo accaduto a molte donne; ma, al fine, queste sono rinsavite, compresero quanto era loro capitato, ritornarono in se stesse salvandosi così dall'insulto e dal disprezzo. Non ritenere, dunque, che quanto ti ho detto sia cosa di poco conto, non pensare che siano cose che non ti interessano. Non fare sì ch'io diventi in India oggetto di disprezzo, uno zimbello, una favola".

[118] Quando ebbe terminato di dire queste cose, se ne andò a dormire. Migdonia, invece, senza essere scorta da alcuno, prese venti zuze e andò alla prigione per darle ai custodi dei prigionieri affinché le permettessero di recarsi da Giuda.

Lei se ne stava andando, quando incontrò Giuda che veniva da lei; appena lo vide, lei si spaventò ritenendo che fosse uno dei nobili a causa della grande luce che da lui promanava. Lei disse: "Guai a te, anima debole in procinto di morire. Mai più vedrò Giuda, apostolo di Gesù, Dio vivo, poiché non ho ancora ricevuto da lui il segno del Battesimo". Poi lei fuggì e andò su di un'altra strada, dicendo: "Meglio per me ch'io sia presa da gente povera perché potrò convincerla a lasciarmi andare e non mi prenda quest'uomo grande che da me non accetta alcun donativo!".

 




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