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Memorie apostoliche di Abdia

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[12] Radunate così le ricchezze, il comandante presentò gli apostoli del Signore al re dicendo: "Costoro, nascondendosi sotto un aspetto umano, sono quelli che i nostri dèi temono, i quali perciò non possono dare responsi agli uomini senza il loro permesso; hanno poi dimostrato che i responsi, gli oracoli e gli stessi fatti preannunciati erano, in realtà, falsi. Questi nostri sacerdoti definivano quelli stranieri come menzogneri, ai quali non si doveva prestare fede, e insistevano presso di me, perché li punissi; mentre tenevo in custodia tutte e due le parti, affinché fosse ricompensata la parte che diceva la verità e fosse punita quella che avrebbe sbagliato: tutto si verificò nel modo in cui costoro predissero. Volevo che i nostri sacerdoti patissero ciò che s'erano adoperati a far soffrire a costoro; ma ecco che questi, da uomini dabbene, con preghiere s'adoperarono presso di me, affinché quelli non soffrissero assolutamente alcunché di male. Sebbene avessi comandato di far passare a loro le ricchezze di quelli, essi le disprezzarono, col dire: "A noi non è lecito possedere nulla sulla terra, giacché la nostra possessione è eterna ed in cielo, ove regna l'immortalità". Aggiunsero ancora: "Per nessuna ragione possiamo prendere oro, argento, vestiti, casa, possessioni o servi: tutto ciò, infatti, è terreno e non segue l'uomo allorché muore". Anche dopo aver detto loro di prendere qualcosa, per il fatto che sono poveri e pellegrini, non fummo capaci di persuaderli. "Non siamo poveri - dissero - abbiamo le ricchezze del cielo. Ma se vuoi che quelle ricchezze giovino alla salvezza della tua anima, elargiscile ai poveri, alle vedove e agli orfani, ai malati e agli afflitti; assolvi i debitori che sono messi alle strette dai creditori; apri, senza timore, la mano a chi te la stende e a tutti coloro che ne hanno bisogno. Noi, infatti, non desideriamo alcunché di terreno"".




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