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III.
Il combattimento
1.
[42]Due stendardi ed un combattimento è spettacolo maestoso e
terribile a misurarsi. Diamo in questo momento uno sguardo allo stendardo del
Dio degli eserciti che incontra la pugna con lo stendardo dell'armata di
Satana. L'apostolo san Giovanni descrive così l'esercito di Lucifero: "E
vidi una donna a cavallo di una bestia in colore di cocco, piena di bestemmie,
che aveva sette capi e dieci corna. E la donna era vestita di porpora e di
cocco e sfoggiante d'oro e di pietre preziose e perle, e aveva in mano un
bicchiere d'oro pieno di abbominazioni e di immondezze nella sua fornicazione,
e sulla fronte di essa il nome scritto: Misterio, la gran Babilonia, madre
delle fornicazioni e delle abbominazioni della terra. E vidi questa donna ebria
del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù... Le sette teste sono i
sette monti sopra i quali [43]siede la donna... E la donna che
vedesti, ella è la città grande che regna sopra i re della
terra"48. Non è dubbio: la città che l'evangelista descrive
capitale del regno di Satana, ella è Roma pagana. Da Commodo a Diocleziano,
ossia nel periodo di 100 anni, il trono di Roma divenne come un ammazzatoio.
Ottanta imperatori vi perirono per tradimento e per assassinio. Caracalla per
salire il trono uccise il proprio fratello, e perché di questo tratto
Giulia49, la madre, se ne dolse e con lei i più onesti dello Stato,
Caracalla infuriò e venuto sopra la genitrice la uccise, e sul cadavere di lei
ventimila di loro. Eliogabalo aveva convertito i palazzi imperiali in tante
corti di istrioni. Manteneva i suoi cani con lingue d'oca e si pasceva egli con
lingue di fagiani e di pappagalli. Gallieno in sentirsi rapire le più pingui
provincie dello impero dondolavasi e diceva: "Forseché non potremo vivere
senza i lini di Egitto?". [44]Commodo pure lasciava che il
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trono si
esponesse a pubblico incanto. Faceva causa comune con i malandrini e
divertivasi in tagliar nasi, in mozzare orecchie, in sparare i ventri. Poneva
incontro a sé una turba di poveri con spugne alla destra e li uccideva mille in
una giornata a colpi di ciottoli e intanto si faceva dare il nome di forte e di
eroe. Galerio condannava alla croce, al taglio di testa, alle carceri quelli
della real corte che mostravano di disapprovare le sue stranezze crude. Si
allevava degli orsi che chiamava con nome proprio, ed erano somiglianti a lui
nella grossezza e nella ferocia. Per divertirsi di tempo in tempo porgeva loro
un uomo vivo a sbranare. Dopo una lauta cena faceva entrare due gladiatori
perché si combattessero all'ultimo sangue. Per ricrearsi in veder gente a
tormentare, attaccava le persone ad un palo con il capo allo ingiù e vi
accendeva un legger fuoco intorno, finché morissero. Per ricavar danaro ancor
dalle ossa [45]aride, mandava suoi esattori in casa di ogni famiglia,
faceva morir di fame i contribuenti e premeva con doppio rigore sopra i
superstiti. Ma specialmente gli imperatori romani assalivano con furore il
popolo cristiano. Dicevano che i cristiani erano dessi la causa delle pubbliche
sciagure, di tremuoti, di incendi, di fame, di pestilenze, di guerre civili che
spesso invadevano. Per sé e per i fratelli suoi Arnobio facevasi ad
interrogare: "Sotto ai cristiani non ispande già il sole i suoi raggi? E
nel passato non furono già pubbliche sciagure?". E qui ponevasi <a>
numerarle e trovatene di peggiori tuttavia e fatto scorgere che i cristiani
erano tutto intenti a curare gli appestati, a soccorrere agli indigenti,
otteneva che per un istante l'approvassero. Ma tosto di poi irrompevano come
satanici a gridare: "I cristiani alle persecuzioni, i cristiani alla
morte!".
2.
Allora i santi del Signore uscivano fervorosi nel combattimento e raccoglievano
gloriose palme di trionfo. Filea vescovo di Tmoide50 scrive:
[46]"Chi potrebbe tutti descrivere gli esempi di virtù che essi
diedero? Imperocché conceduto essendo di maltrattarli a chichessia, ogni
strumento era buono
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a
percuoterli: pali, verghe, flagelli correggie e corde. Ad alcuni eran legate le
mani dietro poi confitti e stesi con ordigni sopra l'eculeo ed ivi scarnificati
con unghie di ferro, non solamente ne' fianchi come negli omicidi, ma nel
ventre, nelle gambe, nella faccia. Altri erano appiccati o sospesi in modo da
far loro assaporare fino all'ultimo le agonie della morte. Alcuni dopo i
tormenti erano messi co' piedi nel nervo steso fino al quarto pertugio, sicché
erano costretti <a> distendersi supini per non poter più reggere in
piedi. Altri, gittati per terra, facevano maggior pietà che non all'atto stesso
della tortura per la quantità delle piaghe ond'erano coperti. Alcuni morivano
in mezzo ai tormenti, altri posti in carcere semivivi finivano poco dopo di
spasimo. Altri essendo stati medicati e curati divennero ancor più coraggiosi e
sostennero nuovi tormenti, e pel tempo e per il soggiorno della prigione, per
[47]modo che quando è dato loro di eleggere fra l'uscir liberi
accostandosi ai sacrificii profani o l'esser condannati a morte, scelgono
questa senza esitare sapendo eglino esser detto nelle Scritture: Chiunque
sacrifica a dei stranieri sarà esterminato... Tu non avrai altri dei avanti di
me..." 51.
Felicita, esposta al leone ed alla vacca furiosa e lacerata già nel corpo,
raccoglie le proprie vesti in atto di difendere la propria pudicizia e intanto
domanda: "Alle fiere quando saremo esposte?". Perpetua mentre era
dilaniata dai leoni, dov'era ella col suo spirito? Perpetua descrive ella
medesima il suo martirio. Cecilia dispone un titolo per una chiesa di Roma, e
intanto si preparava a morire. Lucia in Catania viene a pregare sulla tomba di
Agata e lo spirito di questa apparendo dice: "Lucia, pregalo tu stessa
Gesù Cristo perché egli è egualmente Sposo mio e Sposo tuo. Domanda, e tua
madre di subito guarirà". Origene a 27 anni confortava Leonida, il padre,
al martirio. E anelando egli [48]medesimo ai patimenti, la madre
nascondevagli le vesti perché non uscisse, e lo trafugava nei diversi angoli
della città. Intanto Origene scriveva: "Ogni giorno vediamo le fonti dei
martiri traboccare,
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ogni giorno
vediamo i martiri arsi dalle fiamme, interrogati nei tormenti, decollati dalla
spada".
Costantino, diacono archivista nella Chiesa di Costantinopoli, tesse l'elogio
di tutti i forti di Cristo così:
"Da tutte le parti della terra il demonio adunò ricchi e potenti a far la
guerra a Cristo, ma da tutti gli angoli della terra forti ed intrepidi si
adunarono i fedeli del Signore. Venne il conflitto. I ministri di Satana
interrogavano:
-- Chi
siete voi? D'onde venite ed a che aspirate?
E
questi rispondevano:
--
Veniamo da Dio, ci chiamiamo cristiani e siamo qui per ritornare al nostro
Signore e padre Gesù Cristo.
-- Or
non vi mettono paura o l'ardore delle fiamme o l'apparato dei tormenti che
danno morte ai seguaci del Galileo?...
E
rispondevano:
-- Non
temiamo, non temiamo. I patimenti per noi sono un guadagno, la morte un
trionfo52.
--
[49]E non vi cale dei godimenti della vita ai quali rinunciate?
--
Nulla, rispondevano, noi aspiriamo ai godimenti migliori, i celesti gaudii...
Noi combattiamo perché Gesù Cristo ne guida alla pugna. Quanto al corpo noi
siamo passibili come ognun di voi, ma nell'animo abbiamo la virtù di Dio
onnipotente. Che sono al confronto gli iddii vostri di sasso o di legno?... I
pagani ci perseguitano a morte e noi rispondiamo: Vi rendiamo grazie, o
Signore. Siamo d'assai in confessarvi. Da tutte parti della terra Iddio buono
semina palme gloriose. Una di quelle palme circondi pure il capo nostro".
Nel
campo cristiano erano traditori gli eretici gnostici, i quali deridevano con
dire: "Morire innocenti è un vitupero". Ai quali rispondeva
Tertulliano con libro detto Lo scorpiaco e diceva alle moltitudini:
"I gnostici son come scorpioni che mordono senza farsi vedere,
guardatevene da scorpioni cosiffatti". Intanto i fedeli si affrettavano al
martirio. I giudici,
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stanchi di
sentenziare, gridavano: [50]"Vi mancano forse precipizi per
inabissarvi53 ovvero corde per istrozzarvi, che correte in folla ai
nostri tribunali per essere condannati?".
3. I
martiri appena si potevano allo incirca noverare. All'ingresso delle catacombe
di san Callisto, che spirò per la fede addì 12 ottobre 222, è scritto: "È
questo il cimitero del celebre papa Callisto martire. Chiunque lo visiterà
veramente contrito e dopo essersi confessato otterrà l'intera remissione di
tutti i peccati pei gloriosi meriti di centosessantaquattro mila martiri che
qui sono stati sepolti insieme con 46 vescovi illustri, tutti passati
attraverso a gravi tribolazioni, e che per diventare eredi del regno del
Signore hanno patito il supplizio della morte pel nome di Gesù Cristo".
San Paolino e san Prudenzio scrivono che nel cimitero stesso furono pure
seppelliti innumerevoli altri martiri. Nel cimitero di sant'Ermete è scritto: "Marcella
e cinquecento54 martiri del Cristo". Un'iscrizione alle porte
della chiesa di sant'Ireneo in Lione accenna che diciannove [51]mila
cristiani, oltre alle donne ed ai fanciulli, morirono martiri. Il sangue degli
intrepidi correva a rivi per le vie. Per tante crudeltà che commettevansi
credevasi omai vicina la fine del mondo.
4. Si
domanderà qui: i cristiani di questo tempo non avevano dunque difetto di sorta?
E vi rispondo che erano tuttavia uomini e come tali non erano senza qualche
debolezza, ma il Signore nella lotta li assisteva con grazie copiose. Origene
dolevasi che molti cristiani venissero alla chiesa solo nei giorni più solenni
dell'anno. Dolevasi di quelli che venivano al tempio santo come a luogo di
divertimento, e che le donne ciarlassero sì forte da disturbare per fino le
sacre funzioni. Dolevasi Origene che i cristiani si dessero con troppa avidità
alle cose temporali di agricoltura, di traffici, di liti, di divertimenti.
Lagnasi Origene di quelli stessi che parendo generosi in donare alle Chiese,
pure non correggevano i costumi scorretti. Lamenta che gli ecclesiastici
aspirassero alle dignità e le trasmettessero [52]di
successione in successione, senza curarsi molto dei poveri e mostrandosi più
solleciti della lana che della pecora. San Cipriano si duole egualmente che gli
uomini tingevansi la barba e le donne che si imbellettavano il viso e
maritavansi con pagani. Aveva di quelli che rispondevano con insolenza ai sacri
ministri, che conservavano odi accaniti e che rispondevano con ingiurie ai
torti ricevuti. Taluni per accrescere le proprie ricchezze valevansi delle
frodi, delle rapine e perfino dei saccheggi... Con più alto gemito Cipriano
accennava a quelli che per interesse vile attendevano alle cure del sacro
ministero. All'atto della persecuzione poi molti si annunziavano ma altri
svenivano di terrore, e fra questi alcuni comperavansi un libretto di
franchigia e dicevansi libellatici55. Questi non volevano rinnegare
Gesù Cristo, ma nemmeno sentivansi di confessarlo al cospetto dei tormenti
disposti. Aveva di quelli che fuggivano al deserto e di questi alcuni morivano
di stento sui monti o nelle valli, altri poi [53]davano principio alla
vita eremitica. Pochi apostatavano e nel caso di un apostata più spesso
levavansi cristiani che annunziandosi dicevano: "Noi vogliam raccogliere
la palma di martirio perduta da questo sciagurato".
5.
Altro combattimento fu quello del filosofismo. Marco Aurelio imperatore
scherniva con dire: "Non è pazzia credere ad un Dio crocefisso sul monte
Calvario?" San Giovanni evangelista nella sua Apocalisse predice
che in epoca non molto lontana un nome misterioso, che segna la cifra 666,
sarebbe sorto per attentare nel mondo il ristoramento del paganesimo. Questo
nome è indicato dalla voce apostata, che nel linguaggio greco designa
appunto la cifra 666. Ed il cognome di Apostata fu dato in aggiunta a Giuliano
dopo che ebbe rinnegato il santo Battesimo ricevuto. Giuliano studiava in Atene
con Gregorio56 e con Basilio, che poi furono dottori, vescovi e santi
illustri. Giuliano, di statura mezzana, di collo grosso, con ampie spalle,
aveva gli occhi vivi ma errabondi ed
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inquieti.
[54]Aveva iroso lo sguardo, grande la bocca, barba irta ed aguzza,
rideva smodatamente e parlava con impertinenza. Gregorio e Basilio guatavanlo e
dicevano: "Qual peste cresce in costui l'impero romano! Dio voglia che io
sia falso profeta!". Giuliano per tempo seguì le insinuazioni di tal
Massimo, stregone rinomato, che pretendendo <di> levare a Giuliano il
carattere battesimale lavollo in un bagno di sangue. Il cugino, l'imperator
Costanzo, il riprese e Giuliano, fingendo, vestissi da monaco e camminò come un
santone finché Costanzo lo chiamò a parte nello impero. Giuliano si leccò le
dita e scrivendo allo imperatore, disse: "Io vi saluto, o Costanzo, lume
del mondo, potenza della terra, uguale ad Alessandro Magno nella gloria del
potere, eguale ad Omero nell'onore di sapienza". Ma ben presto mutò
linguaggio ed a Costanzo strappò l'onore e il regno insieme, e corse ad
accompagnarsi ai buffoni vili, agli istrioni condannati, alle meretrici
scandalose. In Antiochia intanto ridevasi del suo [55]viso da
scimmiotto, della sua statura bassa, delle sue spalle larghe, dell'ostentazione
del suo passo. Sovrat<t>utto si
rideva della sua barba da caprone nella quale, come egli stesso confessava,
camminavano gli insetti a loro bell'agio come la selvaggina in una foresta.
Sussurravangli persino all'orecchio: "Vile che solo sei atto a far guerra
al ki ed al kappa, a Cristo ed a Costantino!". Nondimeno
Giuliano nocque alla fede con dire e fare così: "I cristiani devono essere
poveri e amanti delle umiliazioni, dunque si privino delle loro sostanze, si
scaccino da tutti gli impieghi, si perseguitino ma non si conceda ad un solo la
gloria del martirio". Intanto gonfiavasi con credere che avrebbe vinto i
persiani, rifabbricato il tempio a Gerusalemme e reso bugiarda la profezia di
Gesù Cristo e cancellato il Cristianesimo dalla terra. Ma Dio strappò lui che,
vinto in guerra per tradimento, morì e fu seppellito con molte risate dai
propri soldati.
6. I
cristiani ebbero pure a combattere contro l'ipocrisia. Costanzo imperatore
fingevasi amico [56]ma era avversario. Voleva essere sovrano e
pontefice. Onde san Lucifero vescovo di Cagliari gli scriveva: "Dio a voi
ha dato l'impero, a noi diede la Chiesa". E sant'Ilario dopo aver
sopportato assai
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infine ruppe
in questo discorso: "È tempo di parlare, poiché quello di tacere è
passato. Attendesi come già prossimo Cristo, poiché regna l'Anticristo...
Poniamo le anime per le pecore, poiché i lupi sono entrati e il furioso leone
va in giro. Andiamo al martirio con quelle parole: l'angelo di Satana si è
trasformato in angelo di luce... Sopportiamo coraggiosamente una tribolazione
che mai non ebbe l'eguale dall'origine del mondo a questa parte, e
confortiamoci che il termine sia raccorciato mercé gli eletti di Dio... Moriamo
con Cristo per regnare con Cristo... Io denunzio pertanto a te, o Costanzo,
quel che avrei detto a Nerone, quello che da me avrebbero udito e Decio e
Massimino. Tu fai la guerra a Dio, tu incrudelisci contro la Chiesa, tu
perseguiti i santi, tu odii i predicatori di Cristo... Tu ti fai
[57]tiranno non già nelle cose umane ma nelle divine. Ti spacci
cristiano e sei un nuovo nemico di Cristo; precursore dell'Anticristo, tu compi
il mistero suo di iniquità, fabbrichi molte confessioni di fede e vivi contro
la fede... Tu odi ma non vuoi che altri ne sospetti, tu menti senza ch'altri se
ne avvegga, tu accarezzi senza amore57, tu fai tutto quello che vuoi
senza farti scorgere". Costanzo si vide scoperto in faccia a tutto il
mondo. I buoni impararono a guardarsene. Costanzo morì miseramente nel 361
mentre si moveva per vendicarsi contro Giuliano. I cristiani confortaronsi con
dire: "Il conflitto fu lungo e penoso, ma la vittoria è nostra". In
dire intuonarono l'inno del trionfo e continuarono lo sguardo alla croce che
Costantino imperatore ebbe piantata sopra una colonna in Roma, distinta dalla
iscrizione seguente: "Con questo salutar vessillo, vera insegna del
valore, ho liberato dal giogo della tirannide la vostra città e restituito al
Senato e al popolo il suo primo splendore". I sovrani di Roma pagana
giacevano sepolti là sotto ed umiliati.
7.
[58]Galerio fu colto da una piaga orrenda che con il suo puzzo
ammorbava i reali palazzi. Per levare i vermi da quel corpo putrefatto vi
s'applicavano masse di carne che tosto brulicavano di insetti. Galerio gridò
disperato come Antioco:
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"Ora
m'avvedo dei tanti mali che ho fatto patire ai cristiani", ma non si
ravvide. Valeriano, vinto da Sapore, fu obbligato <a> servirgli di staffa
in montare a cavallo. Fu poi scorticato vivo e la pelle di lui fu tinta di
rosso per servire di vessillo nelle battaglie. Massimino morendo sclamava:
"Non fui io che così perseguitai i cristiani, ma lo furono i miei
ministri", e morivasi colle viscere in fiamme. Diocleziano perì pur miseramente.
Il superbo scriveva nel bronzo: "Diocleziano Giovio, Massimiano Erculeo,
cesari augusti, dopo avere ampliato l'impero romano nell'oriente e
nell'occidente e abolito il nome dei cristiani, sovvertitori58 della
repubblica". Ma Diocleziano, mentitore come Satana, è sconfitto e la
Chiesa di Gesù Cristo sta. Portano trionfalmente in questa [59]stessa
epoca la croce del Salvatore i santi Gregorio, Ilario, Ottato, Giovanni
Grisostomo, Nersete59, Ilarione, Atanasio, Milles, Simeone Stilita,
Iacopo di Nisibi60 e più altri conduttori delle schiere intrepide dei
credenti. Quante palme e quanti eroi! La Chiesa di Gesù Cristo è un campo di
combattimento. Entriamo noi stessi a quell'ora che il suon di tromba ci invita.
Pugnamo da forti e ci avremo assicurata una corona di gloria.
Riflessi
1. Due
eserciti agguerriti in campo di battaglia.
2.
Combattimento dei santi.
3. I
caduti gloriosi.
4.
Costumi dei cristiani di quest'epoca.
5. I
cristiani combattono contro il filosofismo pagano.
6. E contro l'ipocrisia.
7. I persecutori dei cristiani precipitano e la Chiesa di Gesù
Cristo sta.
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