- 851 -
LXLIII.
Un secolo fa da
noi
1. [354] Dice l'inspirato del Signore: "Vuoi tu intendere quello
che sarà allo indomani?... Guarda a quello che fu ieri"546. E noi
vogliamo intendercene di quello che sarà allo indomani
- 852 -
nostro?
Guardiamo a quello che fu ieri verso lo scorcio del secolo decimottavo nella Francia
e nel mondo. Volgiamo uno sguardo a quello che avvenne dal 1789 al 1800.
Abbiamo veduto come nella Francia i filosofanti, i politici, gli atei
stampavano contro a Dio e in disprezzo d'ogni autorità sacra o profana. Ora che
non incontrerà una società la quale protesta di separarsi da Dio?
2. Era il 4 maggio 1789. Un popolo di gente composto di 290 ecclesiastici, di
270 nobili e di 500 eletti fra il popolo in Parigi venivano innanzi
processionalmente verso al tempio santo. Cantavano: "La religione forma la
forza degl'imperi e la felicità dei popoli".
Ma nel mezzo era il mal fermento delle massime volterriane e questo bastò per
corrompere tutta una massa di popolo e di ottimati, che pure avrebbero voluto
il bene della Francia e della religione.
Il clero, il nobile, il popolo
parve<ro> adunarsi come tra
fratelli benevoli in conferenza, e conchiusero: 1) La persona del re sarà
inviolabile sempre e la dignità regia ereditaria fra discendenti maschi. 2) La
religione cattolica è la dominante e unico e
pub<b>lico il culto che vi si
riferisce. 3) I ministri saranno responsabili nell'ufficio che rappresentano.
[355] E qui il clero in segno di carità levossi a dire: "Noi che
siamo cristiani per noi e sacerdoti per il popolo godemmo già l'indulto
d'essere esenti dalle tasse, ma quinc'innanzi domanderemo di soddisfare come
ogni altro la nostra parte, affinché il povero popolo ne sia sollevato".
Ma il popolo pretese di vantaggio e levossi a rumore gridando: "Noi siamo
nel governo quello <che> si disse testé Terzo stato. Ma che cosa è il
Terzo stato? E' tutto. E che è stato finora? Nulla. Ed or che dimanda? Dimanda
<di essere>547 qualche cosa". E si affollò intorno al conte
Mirabeau dicendo: "Voi che ci amate, aiutateci in questa bisogna".
Al Mirabeau si unì Guillotin e l'ex curato Enrico Gregoire, i quali adunarono
in generale assemblea i più influenti - 853 -
del popolo e molti altresì
del clero; di poi fecero intendere al proprio re Luigi xvi: "Noi siamo qui per volontà del popolo e non ne
usciamo che per la forza delle baionette". Il governo del re udì e tacque.
Chiamati poi una turba di operai intorno disse: "Battete nelle vostre
padelle e accrescete rumori per impedire che non concludano in danno del
governo nostro".
Ma
l'assemblea conchiuse anche fra il rumor dei martelli, e infuria e grida:
"Sia atterrata la fortezza di Bastiglia che fu già fin qui la casa dei
tiranni del popolo e la carcere iniqua degli innocenti perseguitati".
Difilato l'assaltano e l'atterrano.
Il re per acquetare quella turba furente venne a dire: "Sono io che
mi affido a voi, aiutatemi ad assicurare la salute dello Stato". Il popolo
applaudì sclamando: "Viva il re! Viva la regina!" Ed il sovrano
replicava: "Il mio popolo può sempre far capitale del mio amore".
Quei del popolo seguiron <a> batter le mani palma a palma e si
affrettarono ad ascoltare sante Messe e celebrare funzioni di ringraziamento
nel tempio di santa Genoveffa.
3. [356] Ma i maleintenzionati che dirigevano le masse del popolo
l'invitarono a gridare: "Il re non può già egli solo governare saviamente
un regno; chiami in aiuto i rappresentanti del popolo, dichiari che tutti sono
eguali in faccia alla legge e abolisca i privilegi del clero e dei nobili. Chi
son dessi? Popolo, su, gridate più alto: Vogliamo la Dichiarazione dei diritti
dell'uomo e con questa la libertà di coscienza". Fu dunque proclamato il
governo costituzionale.
In Parigi era il palazzo d'Orleans che accoglieva tutti i repubblicani
fanatici, i falliti avventurieri, genovesi e piemontesi fuorusciti per delitti.
Marat ugonotto arrabbiato scriveva il giornale L'amico del popolo ed
eccitava alle stragi ed all'odio al re.
Era una vernata cruda ed una carestia affliggente. Il popolo di Parigi si adunò
in moltitudine di centomila e gridò furente: "I diritti dell'uomo! Questi
ci daranno pane? Abbasso il re!" E assalivano il palazzo reale per
trucidare il sovrano. Maria Antonietta per acquetarli venne incontro mostrando
il bambino che teneva fra le braccia, ma il popolo torse lo sguardo dicendo:
"Non vogliamo fanciulli! Vogliamo pane". - 854 -
Maria
Antonietta rispose con benevoli parole e il popolo allora sclamò: "Viva la
regina! Noi vi amiamo ancora, o nostra buona regina, ma non ci tradite
più".
Ma l'assemblea del popolo aveva con un tratto di penna cassata la carta di
Carlomagno, rispettatasi per tanti secoli, e stracciò la costituzione giurata
dal re e dal popolo nell'817 ad Aix-la-Chapelle, nella quale si diceva: "I
re comandano in nome di Dio e il voler di Dio è manifesto quando il popolo in
nome del Signore si unisce per eleggersi il sovrano di cui è privo. La podestà
temporale vien da Dio abitualmente per il popolo".
Ora il popolo francese del 1790, quando intese che obbedire al sovrano non è
come obbedire a Dio, conchiuse: "Chi ci potrà dunque comandare? Tutti gli
[357] uomini sono eguali". In dire si attentò a far succedere un
comunismo universale. Ma perintanto l'assemblea determinò così: "Lo Stato
francese sia diviso in dipartimenti e ciascun d'essi dipenda in tutto e sempre
da noi. Noi chiameremo quei del popolo quando è da sentenziare intorno ad un
reato di colpa. Il consiglio dei giurati sarà definitivo perché il sovrano è il
popolo".
Era il 4 febbraio 1790. L'assemblea promise così: "Io giuro548
<di> esser fedele alla nazione, alla legge, al re e di mantenere con
tutto il mio potere la costituzione decretata dall'assemblea generale e dal re
accettata". All'ora di sera le vie della capitale risplendevano con
generale illuminazione.
Dice l'Ecclesiastico: "Concedi al servo le pretese che ti domanda
ed egli tosto ti ridurrà a servirtù"549.
4. I mestatori del povero popolo traevano le genti <d>a
principio con dir loro: "Gridate che siamo stanchi del re. Che faremo noi
di un re il quale fa nulla e consuma cento milioni del povero popolo?
Accostatevi e vedrete". E qui mostrarongli la lista segreta del re Luigi xv. Il popolo nauseato gridò:
"Abbasso i nobili! Siamo tutti eguali in faccia alla legge!"
- 855 -
Era il 14 luglio 1790 stesso. Il vescovo d'Autun Carlo Maurizio di Talleyrand
celebrò Messa solenne in aperto all'altare della patria, circondato da trecento
preti in camice bianco. Il re, aspirando a conservare un avanzo di autorità,
venne egli stesso e parlò: "Io, re dei francesi, giuro di impiegare il
potere che mi ha delegato l'atto costituzionale dello Stato a mantenere la
costituzione decretata dall'Assemblea nazionale e da me accettata". Indi
presentò il figliuol suo dicendo: "Egli ha i medesimi sentimenti".
I principali del popolo finsero <di> applaudire, ma staccatisi di là si
affrettarono alle città della Francia sobillando: "Lo Stato ha bisogno di
denaro; le rendite [358] del clero e dei monasteri in caso di bisogno
sono dello Stato. Noi stipendieremo i sacerdoti e questi ne consegneranno i
loro poderi per lo Stato". E fecero così, e il popolo lasciò fare.
Compiuta quest'operazione, i rivoluzionari salutaronsi dicendo: "Ecco
schacciato l'infame, il Cristianesimo che tiene servi i popoli". Ma il
deputato Montlosier550 interruppe dicendo: "Se voi togliete ai
vescovi la croce d'oro, essi prenderanno una croce di legno, e fu una croce di
legno quella che ha salvato il mondo".
Ma i rivoluzionari ostentarono potenza e mostrarono ferocia in scacciare dai
loro conventi religiosi e religiose. Questi, deplorando l'umana malizia,
prendevano la via dell'esiglio e pregavano: "Signore, perdonate perché non
sanno quello che si facciano"551.
Non furono tampoco rispettati i trappisti, che pur sono tutto del popolo in
dissodare a costo della propria vita i campi di malaria per renderli utili
all'agricoltura. Di poi il governo rivoluzionario venne incontro ai preti e
parlò: "Che bisogno è in Francia di tanti vescovi? Ottantatré distribuiti
in altrettanti dipartimenti bastano all'uopo. E questi come sono pagati da noi,
così noi e non altri saremo a comandarli. Non è giusto che il popolo si elegga
a pastore quegli che meglio - 856 -
brama e non altri? Orsù, il re sarà
il primo ad approvare questo che noi diciamo costituzione civile del clero, e
quanto ai preti o giureranno secondo quella ovvero morranno".
5. La Francia cattolica inorridì; i più fervidi, lasciate le cose del secolo,
ritraevansi a pregare per quaranta dì in digiuno. Tutti i buoni gemevano
supplicando: "Restate con noi, o Signore, non ci punite col castigo
massimo, la perdita della fede".
Pio vi pontefice sommo tolse ad
ammonire il re Luigi così: "Voi trascinate l'intera nazione nell'errore e
nello scisma. Voi accendete le fiamme divoratrici di una guerra di
religione". E conchiuse [359] esortandolo a prender consiglio da
due vescovi reputati prudenti nella Francia. Ma questi, prudenti secondo il
secolo, dissero al re: "Che fare?... Chi può impedire la corrente che non
trascorra?... Per lo minor male reputiamo opportuno che accettiate le leggi
della costituzione civile".
Sciagura! La Francia fu all'atto di perdere la fede. I consiglieri perduti se
ne dolsero fino a morirne di cruccio o rimorso, ma intanto la corrente
ingrossò.
Addì 30 ottobre 1790 trenta vescovi firmarono uno scritto celebre con il titolo
di Esposizione dei principii sulla costituzione civile del clero, allo
scopo di ottenere la sanzione dell'autorità ecclesiastica sull'operato
dall'Assemblea nazionale. Il re approvò addì 27 novembre susseguente. Due
vescovi apostati, il Gobel, suffraganeo di Basilea, e Talleyrand, della sede
d'Autun, gridarono: "Abbiamo vinto!" Il curato apostata Gregoire
trovò 96 compagni e ripeté: "Avanti nella lotta!" Tosto incomincia il
giudizio di Dio e la depurazione del clero in Francia.
Ai primi <di> gennaio 1791 gridavasi: "I preti alla lanterna!"
Gridavasi così perché afferratili tosto si appiccavano agli uncini delle
lampade nelle pubbliche vie. Gridavasi: "I preti alla lanterna" come
un dì si gridava: "I cristiani ai leoni".
6. Ed eglino, i preti, si presentarono intrepidi. Sfidano l'ira dei persecutori
con questi detti: "Volete chiamarci ai primi secoli della Chiesa? Eccoci.
Noi siamo nati cattolici, apostolici,
- 857 -
romani;
vogliamo morire in questa fede e non lo potremmo prestando il giuramento che
voi ci chiedete"552. Sia lode al clero di Francia! La grandissima
maggioranza di sacerdoti fu costante. Alcuni che erano freddi si riebbero.
Pochissimi apostatarono.
Sovrat<t>utto si distinsero in
fermezza i sacerdoti della Vandea, la quale vivamente ricordò le missioni di
Fénélon553.
7. [360] Il Thiers ha questo: "La religione è l'abitudine della
vita; hanno piena confidenza sul prete, ed ecco la religione della rivoluzione
nella Vandea". Chiamavanli briganti i vandesi fedeli, ma essi impugnando
l'arme della fede trionfavano. Erano paesani grossamente vestiti. Portavano
fucili da caccia, pistole, pale, forche, un rosario alla cintura e un'immagine
del sacro Cuore sul cappello ed al petto. I fedeli di una parrocchia formavano
una compagnia e quelli di un distretto un battaglione.
In Francia erano molte parrocchie uffiziate da preti apostati554 che
con molto stento si richiamarono fra i scapestrati che in più parti d'Europa
entrarono non chiamati al santuario.
I vandesi dovendo combattere si inginocchiavano e ricevevano l'assoluzione dai
loro sacerdoti. Se il tempo permettevalo, si accostavano alla santa Comunione,
indi sfidavano il combattimento. In iscorgere lo scoppio del cannone essi
buttavansi a terra e sol<l>evandosi
rapidi correvano incontro agli inimici e li costringevano con arma nuda. Mano a
mano poi che guadagnavano una città, tosto vi aprivano le chiese al culto
sacro. Fra tutti si distinse certo Lescure, detto il santo di Poitù, il quale
veniva dal campo, viaggiava con scarpe di legno ed era generale in capo delle
truppe di Vandea555.
- 858 -
I nobili in questa provincia mal si prestavano, ma se un di loro si rifiutava,
le giovani contadine li facevano vergognare con mandare loro una conocchia a
filare.
Più tardi, soldati di Napoleone vincitori in Olanda, nel Belgio, in Alemagna,
dicevano che le guerre combattute con quelle nazioni erano guerre da fanciulli,
ma questa dei vandesi chiamavanla guerra da giganti. I vandesi non poterono
essere sommessi da veruno finché non venne loro assicurata la libertà di
professare liberamente la cattolica fede.
8. [361] Le truppe della Rivoluzione minacciavano di invadere ogni
ordine di cittadini e questi tolsero in buona parte ad esulare
sovrat<t>utto in Germania. I
par<r>oci ed i vescovi fedeli
erano incontrati con rispetto come confessori della fede. I nobili per lo più
mancavano di fervore e si abbandonavano in braccio ai godimenti ed erano di
poco buon esempio alle popolazioni tedesche. Emigravano in grandissima copia,
sperando <di> ordinarsi al di fuori per assalire poi la Francia
rivoluzionaria e rimetterla all'andamento primiero. Le potenze limitrofe temevano
per la vita di Luigi xvi, ma
dicevano: "Ciascuno in casa sua, ciascun per sé". E siccome Luigi era
parente della casa di Borbone, che dominava altresì a Napoli, in Sicilia, nella
Spagna e nel Nuovo Mondo, così dicevano; "Non è gran male che venga fiaccata
una dinastia, la quale potrebbe agognare ad ingrandirsi sul terreno
altrui". Oltreché Russia e Prussia erano eretiche e scismatiche e le altre
parti d'Europa macchiate del delitto d'indifferenza in fatto di religione.
Però quale aiuto poteva omai attendere la Chiesa dalle nazioni d'Europa?
9. Addì 20 giugno556 1791 Luigi xvi
provossi per isfuggire, ma raggiunto fu dichiarato decaduto omai.
Allora all'Assemblea costituente fu sostituita l'Assemblea legislativa, nella
quale operavano con macchina infernale le - 859 -
conventicole dei
giacobini e dei cordiglieri. Quando si ode che in più luoghi la persona dei re
è assalita a morte, volevasi una repubblica universale. I rivoluzionari si
rinfocolano. I borghesi sans culottes sono in armi. Le fazioni della
Assemblea costituente e della Legislativa si schierano in due partiti detti dei
girondini e dei montanari o della Montagna.
Dumouriez, eletto fra <i> girondini, disse in separarsi da Luigi xvi: "Io abbandono questa
spaventevole [362] città. Non sento che un dispiacere ed è quello che
voi vi siete in pericolo". "Sì certamente -- rispose con un sospiro
il sovrano -- Dio mi è testimonio che io non voglio che la salute della
Francia... Io mi aspetto la morte e la perdono loro anticipatamente". Da
questo momento Luigi xvi è un
confessore della fede. Ben presto un drappello di scherani entra nel palazzo
della Tuileries. Erano genovesi e piemontesi banditi e assassini di Avignone, che
venivano sotto la condotta di Jourdan Tagliatesta. I palagi della Tuileries
furono svaligiati, le guardie trucidate. Addì 14 agosto 1791 Luigi xvi con la regina, un figlio ed una
figlia e con la sorella propria fu incarcerato nelle prigioni del Tempio.
Furono sospesi i poteri del re. Entro 15 giorni tutti gli ecclesiastici che
ancor non avevano giurato sono obbligati a scegliersi l'esiglio ovvero la
fedeltà alla repubblica.
10. In Parigi fu proscritto dal comune l'abito ecclesiastico, i metalli delle
campane e dei crocefissi furono fusi per estrarne cannoni. Furono strappate le
argenterie dalle chiese. Il popolo mostrò malcontento, ma per non incontrar
disturbi lasciò fare.
Nel municipio di Parigi dominavano Robespierre e Marat. I soldati della rivoluzione
avevano portato le armi al di fuori e n'ebbero delle sconfitte. Per
isfogarsene, i radicali di Parigi pesavano la mano sopra gli ecclesiastici ed i
fedeli, che presero a imprigionare per torturarli.
Nelle carceri del convento dei carmelitani erano fra gli altri l'arcivescovo di
Arles, l'oracolo delle assemblee <del clero>557 di Francia, ed il
vescovo di Beauvais, amendue illustri
- 860 -
per
pietà e per dottrina. Il vescovo d'Arles invitato a fuggire rispose: "Caro
mio, io vi ringrazio della vostra buona volontà558. Sono innocente; se
fuggissi potrebbero credermi colpevole. La volontà del Signore si adempia in
tutto!" Quando intese che i [363] carnefici omai erano vicini
soggiunse: "Ebbene, se il buon Dio chiede la nostra vita, il
sacrificio dev'essere intiero".
Con il vescovo di Beauvais era il proprio fratello, il vescovo di Saintes.
Questi in vedersi separato sclamò: "Signori, io sono sempre stato unito a
mio fratello nella più stretta amicizia, e oggidì assai più pel mio
attaccamento alla medesima causa. Poiché il suo amore per la religione e il suo
orrore559 per lo spergiuro formano tutto il suo delitto, io vi supplico
di credere che io non sono meno colpevole di lui. Mi sarebbe inoltre impossibile
veder mio fratello condotto in prigione e non andare a tenergli compagnia. Io
chiedo adunque di essere condotto con lui e di dividere la sua sorte".
Disponevasi pure a morire il re Luigi xvi.
Addì 10 agosto diceva Hébert560: "Il re è nei migliori sentimenti,
è rassegnato perfettamente a quello che piacerà al Signore di ordinare".
Addì 16 luglio già aveva detto: "Io non mi aspetto più nulla dagli uomini,
recatemi le consolazioni celesti".
Addì 26 agosto l'Assemblea legislativa comandò che i preti fedeli, come
congiuratori, fossero deportati. Dicevasi: "Voi dovete uscir dal
dipartimento nel termine fissato dalla legge. Voi godrete della tranquillità
del vostro culto e noi cesseremo di temerlo. Poiché se noi vi lasciassimo in Francia,
voi fareste come Mosè, levereste le mani al cielo mentre noi combatteremmo...
Non vi date pena di ciò. Voi sarete sempre più ricchi di Gesù Cristo, il quale
non aveva dove posare il capo"561.
Venne intanto il giorno due settembre. I prigioni nei Carmelitani dovevano
essere martirizzati. I carnefici occultando il feroce intendimento li fecero
pranzare lietamente dicendo: - 861 -
"Oggi vi condurremo ad una
amena passeggiata". Erano duecento. Non appena furono nel giardino del
convento, una masnada di assassini [364]li incontrò gridando furiosi:
"Scellerati! Ecco alla perfin il momento di punirvi". I sacerdoti si
inginocchiano e si danno l'ultima benedizione. L'arcivescovo d'Arles sclama
alto: "Il momento del nostro sacrificio è venuto, sottomettiamoci e
ringraziamo Dio". Vennero anzitutto presso all'arcivescovo d'Arles
gridando: "Sei tu dunque l'arcivescovo d'Arles?" Rispose: "Sì,
sono io". E quelli: "Ah, scellerato, sei dunque tu che hai fatto
versare il sangue di tanti patrioti d'Arles?" In dire gli scagliano un
colpo al capo ed altro alle spalle e un terzo ai fianchi, finché cade
riparandosi colla mano destra. Allora gli spaccano il capo e
levandogli562 da tasca l'oriuolo il mostrano quasi in aria di trionfo.
Di subito furono martirizzati quasi tutti gli altri. Il vescovo di Beauvais
ebbe fratturate le gambe e gli altri furono mutilati in diverse maniere. Fu
salva a gran mercé la vita all'abate Dutillot perché tirato tre volte il
gril<l>etto del fucile la miccia
non prese fuoco.
Il commissario Violet tenne d'occhio qualche altro e con industria salvollo. Un
sacerdote ferito riparò entro una specie di nicchia e dimorava ivi nascosto.
Quando consumato dalla febbre che gli cagionavano tante ferite sclamò:
"Datemi a bere o la morte almeno", il meschinello fu salvo. Sclamava
poi lo stesso commissario Violet: "Io mi perdo, io trasecolo563,
non vi comprendo nulla, e tutti quelli che avessero potuto veder la cosa non ne
sarebbero meno stupiti di me. I vostri preti andavano alla morte colla stessa
allegrezza che se fossero andati a nozze".
Ai Carmelitani furono trucidate 244 persone. La plebe quando seppe che l'abate
Lhomond, professore nel collegio del cardinale Lemoine, era pure in pericolo,
venne gridando: "Conservate il nostro santo". E l'ottennero.
11. [365] I carnefici com'ebbero gustato il sangue dei preti
- 862 -
a Parigi, corsero nell'altre città di Reims, di Meaux564,
di Lione e vi commisero stragi sanguinose. A Reims il sindaco attendeva per
salvare la vita al curato di San Giovanni, Stefano Pacquot, e diceva agli
scherani: "Che volete fare? Questo vecchio non è degno della vostra
collera. Egli è un buon uomo, che è pazzo, ha perduta la testa, il fanatismo
gli ha alterato le idee". Ma il
par<r>oco alzò la voce a dire:
"No, signore, la mia testa non fu mai più libera né la mia mente più
presente a se stessa... Chi è di voi che mi darà il colpo di morte?... Ah,
permettete che vi abbracci per la felicità che mi procurate".
Insieme coi preti furono macellati in molto numero ricchi e nobili. Ma il più
erano evasi riparando in Germania o nell'Inghilterra. I sacerdoti che furono
nella Inghilterra molto cooperarono perché assai di quella nazione si
rendessero cattolici. Si costituì un comitato che raccolse un milion di lire
per soccorrere ai profugi che vi erano in numero di 4000.
12. Intanto nella Francia seguivasi <a> predicare l'odio ai re. Gregoire
declamava: "I re sono nell'ordine morale ciò che i mostri nell'ordine
fisico. La storia dei re è il martirologio delle nazioni... Io domando che sia
messa ai voti la proposta che sia abolita l'autorità regia". La
Convenzione nazionale <ap>provò
e attese per condannare Luigi xvi.
Intanto domandava Malesherbes al re: "Se vi esigliano, dove bramereste
approdare?" Ed egli: "In Svizzera". E di nuovo interrogò
Malesherbes: "Se vi richiamassero, ritornereste voi?" E Luigi
rispose: "Per inclinazione no, ma per dovere sì, alla condizione però che
la religione cattolica sia riconosciuta come la dominante e che avvenendo un
fallimento della nazione, esso venga imputato al potere usurpatore".
Il
re nella solennità del santo Natale 1792 descrisse il suo testamento, che fu
come l'atto di nascita [366]al cielo. Disse fra l'altre: "Se mio
figlio ha la sciagura di diventar re, perdoni la morte mia... Egli si
sacrifichi per il bene dei suoi sudditi. Io perdono di cuore a tutti".
Ai 15 gennaio 1793 i deputati dell'Assemblea nazionale in - 863 -
numero
di 791 si adunavano per decidere sulla vita e sulla morte del re. Mano a mano
che entravano i capi della nazione, i rivoluzionari armati
sus<s>urravano all'orecchio
loro: "Una delle due, o la testa del re o la vostra stessa".
Luigi xvi non aveva colpa di
sorta; per condannarlo bisognava violare gli statuti della costituzione e i
diritti565 dell'uomo, ma non importa. Il presidente, come Caifasso,
s'alzò a dire: "Convien che uno muoia perché sia salvo il
popolo"566, e così con 387 voti condannarono il proprio re al
supplizio. La sua morte fu determinata per il giorno 21 dello stesso mese. Di
poi l'assemblea pronunziò: "La nazione francese, sempre grande e sempre
giusta, si occuperà della sorte della sua famiglia, sarà permesso a Luigi
Capeto di vederla e di comunicare col prete di sua scelta".
Luigi xvi bramò essere assistito
dall'abate di Firmont, prete irlandese. Il sovrano della Francia emise un
sospiro e disse: "Perdonate la mia debolezza". Indi continuò:
"Ora attendiamo a ciò che è assolutamente necessario, la salvezza
dell'anima. Scrivete allo arcivescovo di Parigi che io muoio nella sua
comunione".
Verso sera comunicò per l'ultima volta con la moglie, con la sorella, con i
figli. Fu un Calvario di desolazione. La figlia cadde svenuta. Il re sclamò:
"Ah, debbo io dunque amare ed essere così teneramente amato!" Alfine
si accommiatò, prese poi sonno e dormì l'ultima notte meglio che gli assassini
suoi. Allo indomani si comunicò per l'ultima volta e ascoltò la santa Messa
leggendo divotamente il suo libro. Finché, venuto il corteo, egli si accompagnò
al luogo del [367] supplizio.
La città di Parigi era come una capitale morta. Due gendarmi il vollero legare.
L'abate di Firmont gli disse: "Sire, ecco l'ultima somiglianza con Gesù
Cristo!" Il re salì i gradini e con voce animata parlò: "Francesi, io
muoio innocente! Perdono agli autori della mia morte; prego Dio che il mio
sangue non ricada mai sulla nazione. Io desidero che la mia
- 864 -
morte...". E qui Santerre l'interruppe gridando: "Io
non vi ho condotto qui per arringare, ma per morire". Tosto rumoreggiarono
i tamburri, i carnefici alzavano la spada. Il sacerdote sclamò: "Figlio di
san Luigi, sali al cielo!" Erano dieci ore e 22 minuti coll'orologio della
Tuilerie.
13. Non fu tampoco risparmiata la famiglia dello infelice sovrano. Maria
Antonietta condannata pregò: "Mio figlio non cerchi mai di vendicar la
nostra morte... Muoio nella religione cattolica, apostolica, romana. Domando
perdono a Dio. Non so se sieno sacri ministri, e trovandosi non so se sarebbero
sicuri, ond'io muoio implorando sola la clemenza del Signore". Aveva 37
anni di vita. Il figlio di lei, giovinetto infermiccio, fu dato al ciabattino
Simon, compagno a Robespierre, perché abbrutisse il figlio di sessanta re.
Rimaneva Elisabetta, la sorella del re, che faceva da madre alla nipote Maria
Teresa di Francia. Addì 9 maggio 1794, citata dinanzi al tribunale, fu interrogata
così: "Elisabetta Capeto, hai tu coll'ultimo tiranno cospirato contro la
sicurezza e la libertà del popolo?... Non hai tu fatto sperare al piccolo
Capeto che succederebbe a suo padre?" Elisabetta rispose con calma e con
angelica pietà pareva sorridere quasi a vista del paradiso. Aveva trent'anni di
vita e fu sacrificata.
Non fu riparmiato Filippo, il quale benché parente del re votò per la sua morte
e rinnegando il cognome del casato assunse quello di Eguaglianza. In morire
domandò un sacerdote e parlò così: "Io perdono ad essi la mia condanna,
quantunque [368] accagionato di falsi delitti; ma io ho commesso un
delitto che merita la morte, ho contribuito a quella di un innocente, del mio
re... egli era buono al punto di perdonarmi".
Nel 1796 fu pur condannata la figlia Maria Teresa e questa in morire pregò:
"O mio Dio, perdonate a quelli che hanno fatto morire i miei
parenti".
I selvaggi volsero il loro furore anche contro alle tombe dei sovrani e ne
sparsero le loro ossa.
14. Istituirono poi un calendario nuovo ed un'era nuova che incominciava dal 22
settembre 1792. I mesi chiamavanli - 865 -
vendemmiatore, brumaio,
frimaio567... Furono istituiti cinque giorni, detti sanculottidi, per
le feste del popolo. Fu proibito loro <di> tener chiuse le botteghe nei
giorni festivi. Fu inaugurata una festa di trionfo per il voto di Voltaire che
diceva: "Schiacciamo l'infame! Bisogna strangolare l'ultimo dei re
colle budella dell'ultimo dei preti". Il tempio massimo nella
metropolitana in Parigi fu trasformato in tempio della dea Ragione.
Lione si era conservata fedele alla Chiesa. Ora i rivoluzionari minacciarono
<di> distruggerla e scrivervi sopra l'epitaffio: "Lione fece
guerra alla libertà, Lione non è più". Or Lione vive e trionfa. Vive e
trionfa con la Chiesa cattolica. Le persecuzioni degli iniqui sono il crogiuolo
entro al quale si purifica il cuore dei cristiani. Come per gli animali hanno
ansie, così per l'uomo quaggiù. In pro della Chiesa di Gesù Cristo e per la
santificazione dei santi del Signore vengono le vicende di mutazioni nei tempi
e nelle persone, finché venga la mutazione ultima, la risurrezione finale,
nella quale l'innocente perseguitato per amor della giustizia apparirà
splendidamente incoronato sul grado più sublime di beatitudine celestiale.
riflessi
1.
La storia dello indomani nostro sarà la narrazione dei fatti di ieri.
2.
[369] I tre stati in Francia addì 4 maggio 1789.
3.
Costituzione in Francia e Dichiarazione dei diritti dell'uomo. Cassazione della
carta di Carlo Magno.
4.
Costituzione civile del clero.
5.
Pio vi ammonisce Luigi xvi. Trenta vescovi firmano l'Esposizione
dei principii sulla costituzione civile del clero.
6.
Intrepidezza del clero in Francia.
7.
Guerre nella Vandea cattolica.
8.
Francesi esulano al di fuori per fortificarsi contro alla Rivoluzione.
- 866 -
9.
Luigi xvi si prova per isfuggire
ed è incarcerato.
10.
In Parigi si proscrive l'abito ecclesiastico. Prigioni e martiri illustri nel
convento de' carmelitani.
11.
Carneficine dei sacerdoti e dei cattolici nella Francia.
12.
Luigi xvi condannato. Sua morte
gloriosa.
13.
I membri della famiglia reale sono pure martirizzati.
14.
Calendario nuovo ed era nuova.
|