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Carlo Goldoni
Il cavaliere e la dama

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Scena Undicesima. Don Flaminio ed Anselmo

 

Anselmo - Ora sono da lei, signor mio garbato. Le pare stravaganza che un mercante abbia ad insegnare le creanze a lei, ch'è nato nobile?

Don Flaminio - Certamente; e mi pare anche una temerità il dirlo.

Anselmo - Le dirò, i cavalieri onesti e propri, che conoscono il loro grado e san trattare da quei che son nati, non hanno bisogno di apprendere a trattare civilmente da chi che sia; ma i cavalieri di nome, e che si abusano unicamente del titolo, non son degni di stare a fronte d'un mercante onorato, come son io.

Don Flaminio - Olà, temerario che siete. Vi farò pentire di tanta audacia. Io sono cavaliere e voi siete un vile mercante, un uomo plebeo.

Anselmo - Un vil mercante, un uomo plebeo? Se ella sapesse cosa vuol dir mercante, non parlerebbe così. La mercatura è una professione industriosa, che è sempre stata ed è anco al d'oggi esercitata da cavalieri di rango molto più di lei. La mercatura è utile al mondo, necessaria al commercio delle nazioni, e a chi l'esercita onoratamente, come fo io, non si dice uomo plebeo; ma più plebeo è quegli che per avere ereditato un titolo e poche terre, consuma i giorni nell'ozio e crede che gli sia lecito di calpestare tutti e di viver di prepotenza. L'uomo vile è quello che non sa conoscere i suoi doveri, e che volendo a forza d'ingiustizie incensata la sua superbia, fa altrui conoscere che è nato nobile per accidente, e meritava di nascer plebeo.

Don Flaminio - Così parlate, e non temete di provocarmi?

Anselmo - Parlo così, perché V.S. ha provocato me. Parlo schietto, da uomo franco, senza suggezione, perché non ho da dar niente a nessuno. Io non ho timore delle sue bravate, perché gli uomini onorati della mia sorta si sanno far portar rispetto. Padron mio, la riverisco. (parte)

Don Flaminio - Vecchio prosontuoso insolente! Due staia di quel grano che tu hai ricusato, bastano per pagare coloro che ti fiaccheranno le spalle. (parte)

 

 




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