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La bionda Cristina stava affacciata alla ringhiera di ferro della sua
prigione, a meditare sul suo triste destino: ma bisogna subito dire che questa
prigione consisteva in una stanzetta piena d'aria e di luce, una specie di
belvedere coperto, con quattro finestroni che si aprivano sui quattro punti
cardinali della torre di una grande villa, anzi di un surrogato di castello, in
riva al mare.
Grande e bello era il mare, in quella sera del tardo agosto, e le paranze,
appena partite per la pesca, vi si avanzavano lentamente a coppie, quasi
leziose, come ballerini in una sala dove ancora non è cominciata la danza: ma
grande e bellissima era anche, dal lato opposto, la campagna, con la festa
delle vigne cariche d'uva, i prati arati, alle cui zolle l'arancione del
tramonto dava tinte di rame; e, in fondo, le muraglie verdi dei pioppi
scintillanti di occhi di rubino. Nell'orto sotto la villa, in un campo di
lattughe tenere, i susini rossi, coi rami completamente filigranati di frutti,
davano l'idea di alberi di corallo in un fondo marino.
Tutto questo non impediva alla bella Cristina di credersi la donna più
infelice del mondo, chiusa nella torre per espiare un delitto non commesso, o
dal marito geloso: e chiusa vi era, dal marito, ma perché ella non se ne
andasse in giro, lasciando aperta la villa, della quale erano custodi.
Il marito, che oltre al custodire la villa, faceva l'ortolano, era andato in
città per un suo affare, imponendo alla moglie di vigilare dall'alto della
torretta sull'orto e l'entrata della casa: e per essere più sicuro l'aveva
chiusa a chiave, consegnando poi questa chiave a Panfilio, il vecchio contadino
che coltivava l'orto vicino al suo. Ella lo sapeva, e aveva voglia di urlare,
di spaventare i vicini, di richiamare gente. «Figlio di un boia, figlio di un
cane, malandrino e somaro», erano i titoli più educati fra quelli che in quel
momento ella dava al marito; e gli augurava la mala morte, o per lo meno di
rompersi uno stinco; o che arrivassero davvero i ladri e saccheggiassero l'orto
e la villa: lei avrebbe finto di svenire, per stare zitta.
Nulla però di tutto questo succedeva: sulla spiaggia pulita e argentea come
un vassoio passavano le belle bagnanti, coi vestiti di fioraliso ai cui lembi
le ondine spumanti pareva tentassero un assalto fraterno: dall'altra parte i
ragazzi dei contadini si divertivano a far ragliare il giovane asino in amore
di Panfilio; tutti ridevano e si agitavano; lei sola era prigioniera di quel
serpente, figlio di un boia impiccato da un altro boia. E propositi di vendetta
la consolavano. Alla prima occasione, come del resto spesso faceva, sarebbe
scesa a godersi un bagno, col suo costume rosso, comprato di nascosto del
marito: costume a maglia, che richiamava l'ammirazione ingorda dei vecchi
peccatori della spiaggia; e, sempre offrendosi l'occasione, sarebbe anche
andata in pattìno, con qualche giovinetto rematore, spingendosi in alto mare e
dicendo le solite sciocchezze, non del tutto innocenti, che abbondavano sulle
sue labbra tinte con la carta rossa: parole, diceva suo marito, che sembravano
albicocche ed erano patate. E avrebbe lasciato aperta la villa, per dare una
lezione a lui, che la trattava come un cane perché figlio di un cane era lui.
D'un tratto sbadigliò, e accorgendosi che aveva fame sentì la sua rabbia
aumentare. Era l'ora di cena, poiché, come di solito i contadini, lei e il
marito andavano a letto presto; e a questo ricordo ella provò un improvviso
sgomento. Egli non aveva mai tardato tanto a rincasare: qualche incidente gli
doveva esser dunque accaduto. Le imprecazioni ch'ella gli invocava le caddero
ai piedi, come cambiate in pietre roventi; poi caddero anche gl'improperî; e
dal subbuglio nebbioso dei suoi cattivi pensieri la figura del marito emerse
vittoriosa, ritornando ad essere quella di Giollo, il giovinottone forte e
rosso come un toro: un toro che sotto il petto velloso nascondeva un cuore di
agnello.
Ed ecco ch'ella si scolorì tutta, anche nelle mani, come si scoloriva il
cielo sopra il mare: e sentì freddo, e sentì paura. Adesso, davvero, il senso
della solitudine e della prigionia le gelò il cuore: vide il fumo salire dal
camino di Panfilio, vide una stella, poi un'altra, impigliarvisi dentro,
maliziose e dorate come gli occhi del gatto che gioca col gomitolo; e si
attortigliò anche lei ai ferri della ringhiera, col proposito di buttarsi giù
se fra cinque minuti Giollo non tornava.
I cinque minuti passano, e Giollo non torna. Si sentivano, sì, nella strada
ovattata di sabbia, i biroccini tornare, e le voci dei loro padroni che
aizzavano i cavalli; ma, fra tutte, quella del suo uomo taceva. Allora si mise
a gridare:
- Panfilio, Panfilio!
L'asinello innamorato le rispose con scherno: pareva le dicesse:
- Sta bene lì, capricciosa e scervellata che altro non sei. Abbastanza hai
vagabondato ieri, per orti e spiagge, a far la civetta con tutti, mentre
Giollone lavorava per te. Per questo egli oggi ti ha chiusa nella stia, come un
galletto pazzo. Ben ti sta, ben ti sta.
E lei, a sua volta, replicò con un gemito, che poteva anche essere di
pentimento: poiché in quel nuovo muoversi del suo cuore ella si rivedeva
servetta, anzi sguattera, nella cucina dei signori che in quel tempo venivano
ancora a villeggiare nel castello; e ricordava come Giollo, anche lui al loro
servizio, l'avesse pescata dal lavandino, ripulendola come lei ripuliva i bei
piatti di porcellana bionda.
Ma lei, a poco a poco, si era dimenticata di tutto; si era mascherata e
ubbriacata come a carnevale, rendendo infelice il suo benefattore.
- Giollo, Angelo, angelo mio, perdonami...
Egli non rispondeva; non ritornava; forse non sarebbe tornato mai più. E, quasi
per avvalorare questo presagio di sventura, uno splendore rosso, simile a
quello che a sera annunzia il turbine per il giorno dopo, sfolgorò ad
occidente, riportando sulle cose la luce del tramonto; ma una luce esasperata e
demoniaca. Ella balzò, con gli occhi verdi di follìa. C'era un incendio,
laggiù: si sentivano urli e richiami: un mugolare di bestie, un correre di
gente. Anche l'asino riprese a ragliare: altri risposero: tutto il luogo parve
colto dal brivido del pericolo mostruoso. Nel suo terrore incosciente, anche la
donna pensò che il fuoco poteva arrivare fino a lei e arrostirla viva sulla
graticola della ringhiera. E ricominciò a gridare chiamando Panfilio.
Nessuno le rispose. Dalla casa del contadino vide però uscire un essere
strano, una grande cavalletta, che saltava agitando le ali nella luce cremisi
dell'incendio. Era il vecchio che con due frasche correva ad aiutare a spegnere
il fuoco.
E solo quando il fuoco fu spento, giù, nel silenzio stupito della strada, si
sentì finalmente la calma e un po' nasale voce di Giollo. Egli parlava con
Panfilio, e si fermò un momento da lui per riprendere la chiave. Solo allora
Cristina si rinfrancò, anzi ebbe un moto felino di rivolta; e attese in armi il
marito ritardatario. Ma egli non aveva fretta: rimise a posto le sue cose, poi
salì, con un passo pesante da vero carceriere.
- Ho fatto tardi, - disse, cercando di scusarsi, - perché mi sono fermato ad
aiutare a spegnere l'incendio, giù dai Pagnini. Quelle sono disgrazie! -
aggiunse, ma come per conto suo. - Tutto, tutto hanno perduto, i Pagnini: il
grano, la paglia, il fieno: una vacca s'è ustionata, un bambino pure, e questo
forse se ne va all'altro mondo. La vecchia sembra impazzita: l'abbiamo tenuta a
forza, perché voleva buttarsi nel pozzo. Ohé, quelle sono davvero disgrazie,
cara la mia gente!
Parlava calmo, con la sua voce un po' nasale, ma, pure nel buio, mentre gli
sentiva addosso un odore fumoso di tizzone spento nell'acqua, la moglie lo
trovava d'improvviso cambiato. Anche lui, sì; come se anche lui avesse passato
un'ora di spavento e corso un pericolo.
- Ohé, quelle sono disgrazie - andò ripetendo, mentre scendevano la scaletta
della torre; e si volgeva verso la moglie, come per aggiungere: «In confronto,
le nostre beghe sono roba da ridere».
Non lo diceva; lei però lo capiva, e stava incerta se chiedergli o no
perdono, come si era proposta nel momento del terrore. Il ricordo del brutto
momento la decise per il no: così, un'altra volta, se al buon Giollo tornava il
ticchio di volerla chiudere in casa, per farglielo passare ella gli avrebbe
ricordato la disgrazia dei Pagnini.
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