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- Se vuol trovarsi contento, vada a Castel del Tordo. È, per la caccia, una
regione, dirò così, vergine, o per lo meno inesplorata. Il paesetto,
amenissimo, e dove ci si trova di tutto, persino le munizioni, è a quattrocento
metri, fra colline coperte di castagni e di quercie; di là i monti. Per
l'alloggio, se vuole, posso darle l'indirizzo di una brava donna, ex cuoca
d'albergo, che s'è fabbricata un villino e fa pensione a pochi villeggianti.
L'avverto che, per ragioni locali, la caccia è aperta solo nel mese di ottobre;
ma allora è una cuccagna. Caccia minuta, s'intende, perché i cinghiali e i
cervi sono da tempo spariti, e di essi, nei castelli dei dintorni, si
conservano solo le pelli, e le corna incise, ridotte a manichi dei coltelli da
caccia dei signorotti del Trecento. Ma tordi - lo dice il posto - e piccioni,
fringuelli, cardellini, e uccelli da passo, starne, beccacce, quaglie e
allodole, quante ne vuole. Molte lepri, anche: e, quello che più importa,
qualche fagiano e, verso l'alpe, qualche gallo di montagna.
A questo punto, il cacciatore, che coi piccoli occhi di gazza estasiati
ascoltava il suo amico di trattoria, si scosse e domandò:
- Scusi, lei è cacciatore?
L'altro capì, e rise cordialmente.
- No, no, non le racconto frottole: e se le parlo di Castel del Tordo è
perché mia moglie ci va a villeggiare. A caccia, se Dio vuole, una sola volta
mi ci hanno condotto certi amici, da queste parti: e siccome sapevo come la
cosa andava a finire, invece del fucile mi armai di bastone, e le allodole le portai
già cotte, comprate alla rosticceria.
Ottobre. Il cacciatore è arrivato alla stazione sotto Castel del Tordo, e
invece di prendere la corriera, che in pochi minuti sale al paese, un po' per
allenarsi, un po' per istinto di esplorazione, preferisce fare a piedi la
salita; con Bob, il cane, che non domanda di meglio.
Il bagaglio, che consiste solo in una borsetta con un po' di biancheria di
ricambio, è molto leggero, la strada facile, il tempo fresco, anzi nuvoloso. E
tutto il paesaggio, coi suoi poggi verdi rigati di gelsi, e poi di cipressi, e
impellicciati, in cima, di castagneti; coi casolari di selci; il fiume scarso
che scende bonario di scalino in scalino, indugiandosi a fare qualche ghirigoro
intorno ad allegre famigliuole di pesciolini, tutto, insomma, ha un colore di
presepe, accentuato dalle figure che lo animano. Scendono file di muli neri,
carichi di sacchi di carbone, aizzati da neri carbonai che hanno gli occhi di
diavoli buoni: salgono asinelli bigi, con sacchi di farina, e un vecchio dalla
barba bianca li guida: s'incontrano donne con fascine di legna, con secchi di
latte; una, per non perdere il tempo, fila, e il maialino che le viene appresso
come un cane, ogni tanto le tira con affetto il lembo del grembiale: e
finalmente ecco un uomo, del quale si vede solo, sotto il cappello nero, il
viso arancione, poiché tutto il resto della persona è coperto da una candida
tovaglia, allacciata sulla nuca e sulle spalle di lui da un nastro rosa. Dal
modo cauto col quale cammina, pare che, sotto la tovaglia, e appoggiandolo al
petto, egli regga un cestino con dentro qualche cosa di fragile e prezioso. E
infatti, alle donne che lo interrogano, risponde pronto:
- L'è la mia bimba, nata ieri, che conduco a battesimo.
Domanda il cacciatore:
- Ma nella vostra parrocchia non c'è l'acqua del battesimo?
- No, signor mio, non c'è: non in tutte le parrocchie la si trova: bisogna
camminare, per trovarla.
Rispondono le donne in coro:
- Eh, qui bisogna camminare.
Ed anche il cacciatore riprende il suo cammino, per trovare il gallo di
montagna.
Il primo ad annunziare che il paese è lì, alla svolta della strada, è un
cane da caccia, anzi da lepre, del colore di questa, con le zampe larghe e
vellutate: con Bob si affrontano, si annusano, pronti ad azzuffarsi.
Il cacciatore li divide, pensando: - C'è già un collega, da queste parti - e
in fondo è contento, perché un cacciatore non può vivere senza un altro
cacciatore.
Ed ecco la casa dell'ex cuoca, riconoscibile per le finestre nuove e la
loggia ancora senza ringhiera. La donna, alta e bruna, coi mobilissimi occhi
neri che dànno l'idea di due rondini in volo, corre incontro all'uomo, lo
libera del lieve fardello, lo conduce giusto nella camera del balcone,
lasciando che il cane li segua e faccia il comodo suo.
- Sono arrivati altri cacciatori? - è la prima domanda del nostro.
- Punti, punti. Ma, se lei vuole, domani mio marito, che ha una carbonaia
sul monte, e si diletta anche lui di caccia, le farà compagnia.
- Bene, bene.
- Peccato che il tempo si guasti - ella dice, mentre una prima raffica di
vento sbatte gli usci della casa con rimbombo di fucilate.
Anche le imposte della loggia si spalancano, e il cane, scappato fuori a
curiosare, per poco non precipita nel vuoto.
- Domani verrà il fabbro, per mettere la ringhiera; domani -. Tutto domani:
anche una piccola riparazione ad una scarpa del cacciatore, spaccata da un
sasso della strada. Per adesso, poiché la pioggia scroscia, non c'è che da
aspettare la sera e pensare alla cena. E bene ci pensa l'agile donna, con
l'arrostire sulla graticola un pollo alla diavola.
Il grato odore richiamò l'uomo nella cucina, che per quanto nuova arieggiava
le antiche, col camino profondo, gli utensili di rame, le armi da caccia. Sì,
anche queste: anzi, per la loro quantità e varietà, per il senso di antica
amicizia che le accompagnava agli spiedi, alle graticole, alle borse per
munizioni, ai trofei di pelli e di ali imbalsamate, pareva di essere nella casa
di un guardia-caccia, in mezzo alla foresta.
E mentre il cacciatore prendeva posto davanti al camino, col cane
accovacciato ai piedi, e di fuori i castagni rombavano come tanti torrenti, la
donna spiegò il mistero:
- Che vuole? Mio padre e mio suocero, e i nonni tutti, si divertivano a
cacciare. Mio marito le racconterà le loro storie, di quando essi, nei giorni
di festa, costringevano il parroco a celebrare la messa alle tre del mattino,
per partire poi tutti assieme per la caccia.
Il marito non tornò, causa il cattivo tempo. Tutta la notte imperversò la bufera;
si placò all'alba, e la donna uscì per far aggiustare presto la scarpa del
cacciatore. Tornò, col lungo viso di berbera mortificato, ma non sorpreso.
Riportava la scarpa rotta.
- Il calzolaio è già partito a caccia.
- Anche lui?
- Bastasse! Anche il fabbro, che doveva metter la ringhiera, anche il
muratore, anche il farmacista.
- Allora posso andarci anch'io: seguirò la processione.
Ma la donna lo sconsigliò: era tardi, e gli altri cacciatori già tutti al
loro posto: correva rischio di perdersi e far cattiva figura.
Mortificato anche lui, sguarnito dei suoi distintivi, uscì per visitare il
paese. Meno male, questo sembrava disabitato, in mezzo ai suoi poggi umidi di
freddi vapori: sola nota movimentata e gagliarda, sopra la solitudine grigia
della piazza lastricata di pietre fluviali, sul frontone di una casa, era una
targa verde-castagno, con una scritta rossa:
Circolo dei cacciatori.
Egli affrettò il passo, e come un colpevole che vuol nascondersi imboccò un
viottolo, poi un altro, finché si trovò ai piedi del bosco. Tornavano le
nuvole, da tutte le parti, in lotta fra loro: i vecchi castagni brontolavano
sordamente, come frati dietro un funerale: l'ostilità e la desolazione del
luogo crescevano, nonostante il fumo dei comignoli delle ultime case dei
contadini, e l'annunzio giocondo delle galline che avevano fatto l'uovo. Si udì
anche un abbaiare di cani, e l'uomo si guardò attorno per vedere dove si era
cacciato il suo.
Invano fischiò, richiamandolo; dovette salire l'erta, scendere dalla parte
opposta; i cani abbaiavano più forte, ma nessuno si faceva avanti. Solo Bob,
eccolo finalmente: corre incontro al padrone, con un volatile in bocca: un bel
volatile grosso, fulvo, con la cresta dello stesso colore, gli speroni che
sembrano due piccole corna.
- Disgraziato, tu hai preso un pollastro!
Senza abbandonare la preda, Bob scuote la coda in segno negativo; mentre gli
occhi, sopra il furbo muso di pulcinella, gli brillano come scarabei.
Alle sue proteste si unirono quelle di una donna che pareva Marcolfa,
accorsa a chiedere l'indennizzo: che fu piuttosto rilevante, poiché si trattava
veramente di un gallo selvatico, di razza rarissima, cacciato vivo sui monti, e
allevato con cura dalla contadina.
Così, almeno, nelle sere d'inverno, racconta il cacciatore.
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