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Fra venti anni, speriamo anche trenta, la vecchia nonna Grazia dirà alla sua
bella nipotina Grace, figlia di suo figlio e di una nuora inglese o americana,
o magari gagliarda e fiera ciociara:
- Tu, mia carissima, ieri nel pomeriggio hai pregato la tua mamma di
accompagnarti a fare uno spuntino nella pineta di Cervia, vicina a quella
famosa di Ravenna: in un'ora e tre quarti, per via aerea, siete arrivate
felicemente lassù. Tua mamma, che ha ancora qualche goccia di romanticheria nel
suo sangue generoso, voleva scendere nell'antica casetta dei nonni, sul margine
della verde-azzurra Cervia dantesca; tu hai preferito il grande albergo della
pineta, ed hai anche ballato: verso sera, già eravate a casa, fresche e lievi
come piccioni viaggiatori. Ai miei tempi, invece! Sai quante ore ci volevano
per andare da Roma a Cervia? Dieci, ed anche dodici. Dodici ore, dico, e tre
trasbordi. La prima volta che si dovettero fare questi tre trasbordi, il nonno
tuo non me lo disse che al momento della partenza, per non destarmi spavento e,
sopratutto, non decidermi a non partire. Ma poi le cose andarono bene. Io avevo
preparato un cestino di provviste per una ragione che ti spiegherò poi: e
dentro questo cestino, bene avvolte nella carta oleata, oltre le classiche uova
sode e il salame e il pollo, ci si trovavano le tenere membra arrostite di una
squisita lepre che, col relativo rosmarino, mi era stata regalata da una
giovanissima scrittrice, proprietaria di fattorie e boschi, allora alle sue
prime armi, adesso celebre in tutto il mondo. Si tratta della nostra buona
amica Midi. Perché il prezioso cestino e la domestica che lo portava non
andassero sperduti nella confusione dei trasbordi, ci si prese il lusso di farli
viaggiare con noi, in seconda classe: per la verità, aggiungo che la donna la
volli io, al mio seguito, perché aiutasse meglio il tuo caro nonno a caricarmi
sul treno.
Tutto, dunque, andò bene: eravamo noi soli nello scompartimento, ed a misura
che si saliva l'Appennino dorato di ginestre, mi pareva di ringiovanire, di
esser bella come tutto è eternamente bello in questa nostra sempre giovane
Italia. A Falconara, primo trasbordo, il vento del mare ci accolse festoso, più
che un fanciullo che va incontro ai suoi genitori; a Rimini, secondo trasbordo,
con fermata di due ore, tutta la chiara città, e la spiaggia e il cielo di vero
zaffiro, tutto fu nostro; a Bellaria, il nonno esclamò: «Ecco la villa di
Alfredo Panzini!». E si stette in silenzio, come pregando.
Ma questo viaggio, cara la mia Grace, è un portento di rapidità in confronto
a quello mio primo. Il mio primo viaggio, se non contiamo quelli sui plaustri
latini, ai tempi della mia beata infanzia, lo feci in diligenza: e fu il più
bello della mia vita. Si andava da Nuoro, gagliardo cuore di Sardegna, a
Casteddu Mannu, Cagliari, Karalis fenicia, per la celebre festa di Santo
Efisio, ai primi di maggio. Avevo undici anni. La festa della primavera e
quella della mia fanciullezza coincidevano dunque con la sagra del grande Santo
sardo.
Bellissima era la diligenza, tutta lucidata a nuovo, con le ruote solari che
non minacciavano pericoli di sgonfiamento: e i due cavalli bai che la tiravano
non chiedevano altro che di camminare, sdegnando le frustate, anche se amichevoli,
del vetturale in costume. E bella era la bisaccia, con dentro due cestini, che
zio Andrea portava: bisaccia tessuta a mano, come un arazzo, coi motivi
simbolici, in rosso e blu, e verde e giallo-oro, tramandati forse dalle
ricamatrici di Babilonia: e dentro i cestini ogni ben di Dio. Ecco, perché, per
il viaggio a Cervia, la tua previdente nonna, o maliziosa e deliziosa Grace,
aveva preparato il cestino con le provviste: non per avarizia, ma per quella
forza dell'abitudine atavica che vince ogni altra potenza umana.
Mai compagni di viaggio furono più amabili e cari dei nostri: oltre zio
Andrea, che aveva gli occhi del colore del solfato di rame, per cui tutte le
donne brune della contrada lo adoravano, c'era il suo inseparabile amico
Antonio, pallido e fibroso come un nerbo di bue; e, fra gli altri, il
carpentiere ziu Conchedda, dalla bella testa di sacerdote pagano, che faceva,
oltre i carri, le più misteriose stregonerie; ma era allegro, e la sua voce
tenorile incantava, più che le sue fatture, le clienti che ricorrevano a lui
per le loro beghe amorose.
Prima tappa fu una cantoniera, per il cambio dei cavalli. Sperduta nella
solitudine dei pascoli, ombrati qua e là dalle distese violette del puleggio in
fiore, questa piccola casa biancastra, che qualche rovina di nuraghe guardava
con disprezzo, a noi invece apparve come il palazzo delle fate; poiché intorno
vi sbocciava, con le rose canine, una ghirlanda di bellissimi marmocchi, e la
loro mamma, la moglie del cantoniere, vendeva, per pochi centesimi, ai
viaggiatori assetati, bicchierini di vernaccia, o di acquavite, o tazzine di
caffè reso innocuo dalla mescolanza con l'orzo. Ma i ricordi delle case delle
fate, lucenti d'occhi di finestre ospitali nella notte della foresta,
impallidirono al nostro arrivo a Macomer, e precisamente dopo che, smontati
dalla tiepida diligenza, si entrò in un vero palazzo illuminato a giorno; e si
fece sosta in una grande sala dove le tavole, con fiori e argenterie,
sembravano apparecchiate per un banchetto nuziale. I nostri cestini si
nascosero ben bene, nei ventri della bisaccia, vergognosi davanti alle vivande,
ai dolci e alle frutta che abbondavano sulle mense.
Era, infine, il ristorante della stazione.
Dopo di che, solo la meraviglia del treno poteva cancellare le altre
emozionanti sorprese.
E solo dopo quella del treno, l'arrivo a Cagliari, il nostro Casteddu Mannu,
il Castello Grande, la più bella e forte città del mondo, che sola può
competere con la sua rivale Sassari, gloriose metropoli entrambe, superiori a
tutti i Castelli, le Ville, i Fori antichi e moderni. Al carpentiere-mago
brillavano di fierezza gli occhi: pareva che l'incanto della radiosa città,
delle sue palme, dei suoi bastioni, delle sue torri leggendarie, lo avesse
creato lui con le sue stregonerie; zio Andrea piangeva lagrime azzurre, mentre
il suo duro amico Antonio, come al solito, lo sbeffeggiava. E quando dall'aerea
loggetta medioevale di un'antica casa della città alta, Casteddu 'e susu, si
vide per la prima volta il bel golfo veramente angelico (Golfo degli Angeli),
tutto increspato di argento, mi parve che quel movimento luminoso lo destasse
il guizzare dei pesci.
E si indossò il vestito buono, fatto dalla sarta di famiglia, la buona
Grazietta Murroni (non si fa il suo nome per réclame), la quale, in quel tempo,
usava ancora i piccoli ganci di fil di ferro dell'epoca neolitica, quelli che
lasciavano il segno della ruggine sul percalle della sottoveste: e si andò per
la città festante. Si va, si va, stretti nella nostra piccola comitiva, con le
scarpette nuove che fanno male, con la testa che, a veder tante meraviglie,
palazzi grandi, balconi fioriti, negozi di lusso, monumenti e giardini, e
bastimenti e barche, e sopra tutto la processione del Santo, che da sacerdoti e
gentiluomini in costume spagnolo viene condotto per due giorni a Pula, si
tramuta in una vera girandola.
A Pula, presso la costa, meta un tempo delle incursioni barbaresche, per
salvarle dalle quali le reliquie del prode Efisio furono rimosse dalla
primitiva chiesetta e trasportate a Cagliari, la festa dura due giorni, fra
preghiere e canti di popolo, e gioia di mare e di cielo.
Non si rimase nella città: troppe cose c'erano da vedere e da godere; e di
feste campestri, a casa nostra, ne avevamo, da maggio a novembre, una collana
doviziosa.
Stracittadini si doveva essere, in quei giorni che la nostra Capitale ci
ospitava all'ombra della sua Torre dell'Elefante. E si va, e si va, di
meraviglia in meraviglia, finché alla sera del terzo giorno, stanchi di
beatitudine, poiché si deve ancora assistere allo sparo dei fuochi d'artificio,
invece di sederci al caffè, si pensa di salire su un palco eretto in mezzo ad
una piazza. Si deve star bene, su questo palco imbandierato; e zio Andrea,
senz'altro, mi piglia per mano e va su, seguito dagli altri. Se non che un
giovane signore in tuba si affaccia dall'alto della scaletta e grida sdegnato:
- Ma chi è questa gente? Ma chi è questa gente? Via, via, rusticoni.
E noi giù frementi, a testa bassa. Umiliazione più cocente non si ebbe in
vita nostra: né ancora ci riconforta il pensiero che quello era il palco per il
Comitato della festa.
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