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Di tanto in tanto mio padre imbastiva certe speculazioni che, mezzo poeta
com'egli era, naturalmente gli riuscivano sempre male. L'ultima era stata una
piantagione di aranci e limoni; solo il muro del recinto, poiché bisognava
salvare solidamente l'aureo prodotto, era costato migliaia di lire. Le
pianticelle già ben sviluppate, venute dal loro paese natìo, furono collocate
in bell'ordine nelle buche profonde foderate di concime; un uomo rimase a
guardarle; un altro calò di peso, a furia di andar su e giù in cerca d'acqua
per innaffiarle: il tempo passò, e delle piante non si sentì che il profumo
delle foglie; poi anche queste si ammalarono, di tisi e di rogna, e solo un arancio,
dopo qualche anno, diede due frutti che, fra i rami ormai neri e nudi, parvero
due brage in un focolare di sterpi spenti.
Adesso era la volta del sommacco. Ancora non so bene di che si trattasse, e
cerco la spiegazione della parola. Sommacco, pianta della famiglia delle
Anarcardiacee, la cui corteccia si adopera a conciar pelli.
Questa volta con le piante, o i semi, venne anche un uomo che si intendeva
della loro coltivazione. A quanto pare la faccenda andò così bene che mio
padre, lasciato ogni altro affare, decise di ampliare e intensificare la
coltivazione. Trovò anzi un socio: un conciatore di pelli, che si era
arricchito col suo mestiere, e adesso possedeva terre e faceva studiare il suo
unico figlio, al quale, forse per far dimenticare il cattivo odore delle
concerie paterne, era stato imposto il nome di Giglio.
Questo Giglio cominciò a fiorire nella mia fantasia dodicenne con tutto il
profumo mistico e sensuale, con tutto lo slancio ed il puro e carnoso sbocciare
verso il cielo, del fiore al quale era stato rubato il nome. Ma l'eroe, il
quale aveva sì o no sedici o diciassette anni, poiché frequentava ancora il
Liceo, mi piaceva sopratutto perché portava gli occhiali.
Or dunque quell'anno, prosperando l'azienda, ed in vista di larghi guadagni,
mio padre prese la scusa di andare a curarsi di un principio di dolori
artritici, in una piccola stazione termale di proprietà di un suo amico, per
condurre tutta la famiglia in villeggiatura. Si lasciò in casa la vecchia serva
patriarcale, e si prese in sua vece una ragazzona agreste e ardente come un
corbezzolo sanguinante di frutti.
Quando si arrivò alla famosa stazione termale, lei sola, delle donne, non si
sgomentò nel vedere che si trattava di una casa solitaria e malandata, in pieno
deserto, senz'altra popolazione che i pastori dei dintorni, uno dei quali, al
servizio del proprietario della sorgente, ci consegnò le chiavi. Si respirava
intorno l'odore nauseante e l'umidità calda dell'acqua solforosa; il tutto però
si sperdeva nella grande aria di fuori, nell'estate primaverile dell'altipiano
fiorito di asfodeli e di verbasco.
La casa era stata messa tutta a nostra disposizione, e con meraviglia ci si
accorse che dentro, come nelle case delle fate in mezzo al bosco, nulla mancava
per viverci comodamente: neppure il latte ed il coscio d'agnello offerti dal
pastore; neppure le tovaglie ed i quadri, dei quali ricordo una verdognola
Madonna della Solitudine, con un grande vestito ed un manto che parevano una
capanna di frasche, e che ci accolse come la Signora del luogo.
La serva aprì le finestre ed esplorò tutte le stanze: si sentivano risonare
i suoi passi sui pavimenti di legno, ed i suoi gridi di soddisfazione: gridi
che, quando ella penetrò nella soffitta, si cambiarono in richiami di soccorso.
Si andò su, di corsa, a vedere.
Nella soffitta, aperta a tutti i venti, le civette avevano fatto i loro
nidi: ed in uno di questi, più leggiadro e perfetto di un panierino di giunchi,
si vedevano le uova, piccole e giallognole come susine.
Che bella vita cominciò! Con tanta sorgente in casa, bisognava però fare
chilometri di strada per trovare l'acqua da bere. La ragazza ci andava
volentieri, e, se occorreva, si spingeva fino al paese meno lontano, per le
provviste. Per camminare meglio aveva liquidato le scarpe, verso le quali
nutriva un odio personale, ed i suoi larghi piedi di creta scivolavano sul
fieno secco e la polvere come nel loro elemento naturale. Quando tornava con
l'anfora umida sul capo, e piano piano la reclinava poi tra le braccia per
farci bere, sembrava davvero la statua di una fonte silvana. La preoccupazione
dell'acqua e dei viveri, era la sola che riempiva il vuoto luminoso di quei
giorni di vita beatamente animale. Si stava giorno e notte all'aperto, e solo
il lontano scampanìo delle greggie, sperdute fra i ginepri e gli asfodeli,
ricordava che laggiù esistevano altri esseri ed altri interessi diversi dai
nostri.
Io poi avevo trovato un nascondiglio dietro la casa, una rovina di cisterna,
ricoperta di rampicanti campestri; e ci stavo dentro con la soddisfazione
barbarica dell'uomo primitivo che ha trovato la sua caverna. Nascondersi, per
nascondere a sé stessi la realtà esteriore e inventarsene una per proprio uso e
consumo, non è questo il segreto della vera felicità?
Ma poi viene la noia, e si ha bisogno di tornare all'aperto, in cerca di
quello che non si trova. Dopo qualche giorno di quella ferma vita pastorale, si
cominciarono a sentire sbadigli, e qualcuno domandò se non si era portato un
mazzo di carte. No, non si era portato, ma la provvidenza, o il diavolo che, a
quanto affermava il pastore custode della casa, è stato il primo fabbricante di
carte da gioco, ne mandò un bel mazzo nuovo, quel giorno stesso, per mano di un
personaggio che mise in subbuglio la nostra flemmatica colonia.
Era il figlio del socio di mio padre, il bellissimo Giglio dagli occhi di
cristallo.
Questi occhi non si degnarono di posarsi su di me; ed anche i miei,
corrucciati e diffidenti, non si volgevano mai a guardare il giovane Adone; ma
la sua sfolgorante presenza era dentro di me, come quella di Dio nei fedeli che
hanno fatto la comunione: per la gioia del suo arrivo, anzi, andai a
nascondermi nella cisterna. Sapevo che egli veniva per parte del padre, con
certe comunicazioni dell'azienda, come un corriere di affari, insomma: cosa che
a me non importava: per me egli era un inviato del cielo; il principe della
casacca azzurra coi bottoni di lapislazzuli; il Sogno e l'Ideale.
Fu quel giorno che la ghiandaia, che si posava ogni tanto su una quercia davanti
al mio rifugio, e veniva giù famigliarmente se io le buttavo qualche mollica di
pane, mi apparve come un uccello meraviglioso: le sue ali erano di platino,
orlate dello stesso azzurro del cielo; e quando svolazzò giù come pattinando
per la china dell'aria, per afferrare il pezzo di biscotto che io le portavo,
mi sembrò che mi chiamasse per nome, invitandomi a volare con lei.
Bisognò invece rientrare per la cena. L'odore grasso delle anguille in
graticola si univa a quello dello zolfo, per soffocare il profumo della sera
campestre; nella saletta da pranzo il lume era insolitamente già acceso, e i
ragazzi giocavano a carte. Io rimango fuori; li vedo ancora, attraverso
l'inferriata della finestra, piegati ed assorti come a giocare una partita
tragica. Di tanto in tanto uno si solleva, striscia la carta sulla tavola, poi
scoppia in un grido belluino: ha vinto. La partita ricomincia; finché la serva
scalza, col viso che fa concorrenza alla luna piena sorgente sulla riva
dell'altipiano, non entra con una colonna di piatti fra le mani, e senza tante
scuse invita i giocatori a sgomberare.
Si cena: anche lui mangia, e come! Ed è anche buongustaio. Dice:
- A me, un tempo, delle pernici piaceva solo il petto: adesso neppure
quello. Se non è condito con una buona salsa, sa di stoppa.
Un tempo. Vuol dire che gli anni e l'esperienza hanno raffinato i suoi
sensi: e quest'impressione, sebbene me lo allontani ancora di più nella realtà,
lo rende più rispettabile nel sogno.
Tre giorni egli rimase con noi. Andò con la serva e i ragazzi al paese, e lì
si fece prestare una chitarra. Allora la festa fu completa; le partite a carte,
alle quali adesso prendeva parte rumorosa la serva, si seguivano alle
strimpellate sentimentali, o queste accompagnavano quelle.
Venne il pastore, con doni del suo ovile; passò un pescatore di fiume e
lasciò, per poche lire, un trofeo di trote infilzate crudelmente per la triste
bocca ad un giunco. Nella cucina c'è odore di dolce, ed il mio cuore si fonde
per la crema d'oro pallido rimescolata dalle piccole mani materne, quando, di
fuori della finestra dalla quale spio, sento che mio padre, appena uscito dal
bagno ed ancora avvolto nell'accappatoio bollente, dice, accennando all'ospite
ed a me:
- Fra cinque o sei anni li faremo sposare.
Io corro ancora, smarrita, coi capelli che si sono sciolti per la gioia
paurosa del mistero annunziato dal verbo paterno. La ghiandaia mi chiama: non
ho nulla da darle: le mando un bacio col bocciolo delle dita chiuse: essa
sbatte le ali frullando il verde della quercia e vola via con uno sghignazzare
da mascalzone.
I ragazzi si contendevano la chitarra, che passava rassegnata, gemendo
flebilmente, dall'uno all'altro. Il campo delle partite a carte, l'ultimo
giorno, rimase all'ospite e alla serva. Seduti uno per parte dello spigolo
della tavola ricoperta di un tappeto in carattere, verde pisello, essi
giocavano un po' distratti, come ascoltando le note dello strumento per
regolarsi sulla carta da gettare. La ragazza, insolitamente silenziosa, mi pare
un'altra. Appoggiata alla mensola della credenza, io li guardo con un
sentimento già umano di gelosia, e per fare qualche cosa svolgo e riavvolgo il
filo di un gomitolo: ma anch'io ascolto una musica lontana, che va e viene,
vibrando attraverso un filo svolto e riavvolto come quello che le mie dita
tormentano: forse il filo del destino. D'un tratto il gomitolo mi scappa dalle
mani; silenzioso ma come vivo corre sul pavimento, fin sotto la tavola dove i
due fanno il loro gioco senza badare ad altro. Io mi piego e seguo il filo che
mi è rimasto fra le dita, spinta da un senso incosciente di scoperta, come
quando in sogno si cerca qualche cosa di indefinito: finché non vedo il
gomitolo fermo, sgomento e malizioso a guardare le gambe tozze e i polverosi
piedi scalzi della serva serrati fra le gambe eleganti e i piedi ben calzati
del giocatore.
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