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Da otto giorni non mi riusciva di prendere la penna in mano. Tutto era buono
per favorire questa separazione: il caldo, le mosche, il mal di denti; ma sopratutto
l'esistenza, in quei dintorni, di un «magneta» che, per essere locale e
dilettante, non la cedeva a quelli professionisti e di fama mondiale. Questo
magnetizzatore io non lo conoscevo, né lui mi conosceva; ma sapevamo l'uno
dell'altro per sentito dire: lui perché il mio nome era apparso nella gazzetta
del luogo; io perché da due mesi che si villeggiava lassù, tutte le persone che
avvicinavo, grandi e piccole, dotte e ignoranti, non parlavano che di lui. Si
chiamava il cavalier Zucchi; e uno spirito ancora spregiudicato, ancora non
convinto dei miracoli dell'ipnotizzatore, diceva che la popolazione, indigeni e
forestieri, soffriva di una zucchite acuta.
Io e questo signore eravamo i soli personaggi del luogo che non assistevamo
agli esperimenti, e dunque ancora non tocchi dall'epidemia. Di giorno in
giorno, però, i riferimenti delle meraviglie operate dallo Zucchi si facevano
impressionanti e quasi allarmanti.
Egli aveva preso di mira specialmente i membri più giovani delle famiglie
dei villeggianti: ragazzi estenuati dai recenti esami, signorine che si
lasciavano attrarre dai suoi occhi favolosi come da quelli di un loro
particolare innamorato: dai primi, fra le altre cose, si faceva consegnare i
portafogli invero non troppo forniti; alle seconde imponeva di indovinare la
data, la provenienza ed anche il contenuto delle lettere che si trovavano nelle
tasche degli astanti. Doppiamente bendato, egli, poi, ritrovava gli oggetti più
piccoli, accuratamente nascosti; indovinava l'ora, il minuto, il secondo degli
orologi montati a caso ed in segreto dai suoi soggetti; svelava il pensiero
delle donne isteriche, ed a queste riusciva ancora ad imporre di non sentire
più i loro disturbi.
Una sera fece zimbello suo e del pubblico un nostro ospite adolescente, che
per il resto della notte e il giorno dopo fu colto da emicrania e vertigini
preoccupanti.
- Zucchite acuta, zucchite letargica - diceva il signore incredulo.
Io feci purgare il ragazzo e gli proibii di ritornare agli esperimenti: ma
il cavalier Zucchi, che aveva trovato in lui uno dei suoi più efficaci
soggetti, tentò di attirarlo ancora: allora io mi lasciai scappare parole
sgarbate a suo riguardo.
Egli però non era uomo da offendersi, e mi mandò a dire che anche a distanza
avrei sentito gli effetti della sua potenza.
Infatti il giorno stesso mi venne un gran mal di denti. Qui bisogna dire
però che la nostra casa era in mezzo al bosco: uno di quei graziosi «villini
affondati in mezzo al verde», la cui fotografia, riprodotta sulle cartoline
illustrate, serve di réclame al luogo. C'era accanto una fontana con pretese
artistiche, buona per l'acqua fresca, ma che attirava le zanzare crudeli. Posto
incantevole, umido e malsano, dunque; e all'umidità della casa fu attribuito
subito il mal di denti; e al mal di denti e alle zanzare i primi sintomi di
ripugnanza a toccare la penna. Ma no, che non era ripugnanza; piuttosto
impotenza. La penna è lì, coricata accanto al fido calamaio, sul tappeto il cui
verde sbiadito va a sconfinare col verde vivo della persiana socchiusa e con
quello denso dei castagni immobili pesanti sul cielo di smalto: è lì, e aspetta
la mano materna che la prenda. Ma questa preferisce sostenere il peso della
testa gonfia di pensieri; e non si muove, non si muoverà più per il resto del
giorno, forse dell'anno.
Eppure l'inspirazione non manca; la nitida cartella è lì, come una vergine
sposa che aspetta: tutto è pronto per il rito creatore. Ma la mano non può
muoversi.
Ancora una volta mi torna in mente il dramma di un nostro colono. Era un
giovine aitante, coraggioso, senza pregiudizi: tanto che aveva preferito ad una
sua giovane fidanzata povera, una vedova ricca.
- Fa pure, - dice la fanciulla abbandonata: - la vedova ti ha stregato coi
suoi quattrini; ma io ti preparo una fattura che ti impedirà di essere uomo con
tua moglie.
Ed egli, infatti, ogni volta che si avvicinava alla sposa, si sentiva come
legato. Le sue mani non riuscivano a toccarla, le labbra gli pendevano inerti,
anche le palpebre si rifiutavano di funzionare: la fattura della fanciulla
offesa aveva tale potenza che, per quanto egli affermasse di non crederci, lo
avvinceva e dominava.
Nella mia penna sdraiata sul verde melanconico del tappeto mi pareva di
rivedere il contadino buttato sull'erba del campo della vedova, avvilito e
vinto. A che gli servivano le ricchezze, la gioventù, la sua stessa forza, la
sua volontà di vita?
A che servivano più, alla mia penna, la mia voglia di scrivere, il mio
bisogno di rivivere, sia pure con umiltà, sulla cartella pallida anch'essa per
la sua vana attesa? La mano non si muove, non si muoverà mai più per scrivere.
E va bene per il primo giorno: ma il secondo, il terzo? Il caldo diminuisce,
le mosche vengono massacrate da un potente specifico: la nevralgia guarita da uno
specifico più potente ancora. Quelli che non hanno più potenza sono il mio
bisogno e la mia volontà di lavorare. Lavorare! Non lasciar cadere il giorno
come un seme sterile: lavorare, sia pure modestamente, sia pure solo per
esprimere quest'ambascia misteriosa e nuova, che grava sul mio essere come una
minaccia di morte.
Impossibile. La penna è lì, la cartella è qui, come uno specchio appannato
che non dovrà più riflettere la luce dei miei occhi: la mano sinistra si
allunga a toccarle, quasi per assicurarsi che esistono, ma la destra non si
stacca dalla guancia, e tutta la testa vi si appoggia con desolazione.
Intanto osservavo che, da quando era cominciata la mia strana malattia,
nessuno più mi parlava dell'ipnotizzatore. Era passato di moda, o si riposava?
Io non domandavo di lui, anche perché mi pareva che gli altri, a loro volta, mi
osservassero o conoscessero il mio tragico e ridicolo segreto.
Durò otto giorni, la curiosa faccenda: all'ottavo giorno, prima di mettermi
a sedere davanti al fatale scrittoio, mi ricordai di aver imparato, molti anni
prima, ai tempi del contadino fatturato, uno scongiuro potentissimo contro i
disastri del genere. Perché anche allora esistevano, e come!, i fenomeni del
sesto senso: la volontà forte che s'impone alla volontà debole; la donna
invidiosa che toccò i miei lunghi capelli, e questi in pochi giorni mi caddero;
il vecchione che, con parole magiche, impose alle volpi di non penetrare oltre
nella vigna; il sacerdote che scacciò i demoni dalla fanciulla isterica; e, infine,
più formidabile e utile di tutti, l'uomo che coi suoi indizî sonnambolici,
aiutava a ritrovare i ladri e gli assassini.
Lo scongiuro che mi era stato insegnato in segreto e sotto giuramento di non
trasmetterlo a nessuno, consisteva in una catena di atroci imprecazioni,
sacrilegamente mescolate a preghiere alla Vergine e ai serafini. Provo a
ripeterlo, ma non mi riesce: il tempo lo ha cancellato dalla mia memoria.
Allora mi viene in mente di sostituirlo col sesto senso: con la volontà ferma
di vincere quella dell'incantatore.
Chiusi gli occhi e pensai a lui: e mi parve di vederlo, come lo descrivevano
i suoi soggetti, piccolo, diabolico, con un frac verdognolo, gli occhi belli e
lucidi come quelli della civetta, il viso scarnificato dall'alcool e dall'incipiente
follìa.
- Cavaliere, - gli dico, - mi fa il santo piacere di lasciarmi in pace? No?
Badi che anch'io avrei la forza di augurarle un male, ma un male grande.
Gli occhi di civetta mi fissavano, lusinghieri, equivoci e veramente
affascinanti: io sostenevo il loro sguardo coi miei occhi chiusi, e sentivo
come una fiamma sollevarmi i capelli e avvilupparli con sé in una sola torcia.
Non parlo più col mio avversario, ma egli deve sentire il riflesso bruciante
della mia volontà. Perché i suoi occhi si chiudono come alla luce di un lampo.
Io riapro i miei e mi pare di svegliarmi da un incubo. Superstizione, fantasia?
Il fatto è che l'incantesimo fu rotto.
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