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1. ALLA VIGILIA DELLA «GRANDE IMPRESA».
Le ciance saranno finite. Se ne intesero
tante che parevano persino accuse. - Tutta Sicilia è in armi; il Piemonte non
si può muovere; ma Garibaldi? - Trentamila insorti accerchiano Palermo: non
aspettano che un capo, Lui! Ed egli se ne sta chiuso in Caprera? - No, è in Genova.
- E allora perché non parte? - Ma Nizza ceduta? dicevano alcuni. E altri più
generosi: - Che Nizza? Partirà col cuore afflitto, ma Garibaldi non lascierà la
Sicilia senza aiuto.
I più generosi hanno indovinato.
Garibaldi partirà, ed io sarò nel numero dei fortunati che lo seguiranno.
Poco fa, parlavo di quest'impresa
coll'avvocato Petitbon. Egli che l'anno scorso, nella caserma dei cavalleggieri
d'Aosta, pregava con noi che nascesse la rivoluzione nel Pontificio o nel Napoletano,
dacché Villafranca aveva troncata la guerra in Lombardia, non potrà venire con
noi, e si affligge. Ha la madre ammalata. Ci lasciammo colla promessa di
rivederci domani, e se ne andò lento e scorato, per via dei Genovesi. Mentre io
stavo a guardarlo, mi venivano di lontano, per la notte, rumori d'ascie e di
martelli. E li odo ancora. Ma i cittadini non si lagneranno della molestia,
perché la fretta è molta. Si lavora anche di notte a piantare abetelle, a
formar palchi, a curvar archi trionfali, per la venuta di re Vittorio. Verrà
dunque il Re desiderato fra questo popolo, che, ora sei anni, vide cadere Carlo
terzo duca, pugnalato in mezzo alla via. Io era allora scolaro di quattordici
anni, e ricordo il racconto che dell'orribile caso ci fece il padre maestro
Scolopio. Frate raro, biasimava l'uccisore ma non lodava l'ucciso.
Che Carlo terzo fosse quel duca, che,
prima del quarantotto, fu in Piemonte ufficiale di cavalleria? Se fu, vi lasciò
tristo nome. Intesi narrare che una notte, in Torino, due ufficiali burloni, di
gran casato, amici suoi, lo affrontarono per celia. Pare che ne restasse così
atterrito, che i due dovettero palesarsi, tanto che non morisse dalla paura. E
allora egli minacciò che guai a loro, se un dì fossero capitati a passare per i
suoi Stati. - Se mai, rispose uno dei due, pianteremo gli sproni ne' fianchi ai
cavalli, e salteremo di là da' tuoi Stati senza toccarli. - Povero Duca! Ora
ne' suoi Stati viene Vittorio. Gran fortunato questo Principe! Chi vuol fare
qualcosa per la patria, sia pure non amico di re, deve contentarsi di dar
gloria a lui. Parma gli farà grandi accoglienze, e noi non saremo più qui.
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