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5. LA BATTAGLIA DI
PALERMO.
Tre giorni durò la bufera
infernale, che scatenammo sopra Palermo; più di tre giorni! Chi non fu nella
lotta deve essersi sentito al punto di venir pazzo. E noi eravamo partiti da Gibilrossa allegri, come ci fossimo incamminati a portar
qui una festa!
Ho riveduto, da Porta Sant'Antonino, la montagna da cui scendemmo la sera del 26:
e a un dipresso seppi dire il punto dove sostammo,
per aspettare la notte. Fu un'attesa solenne. L'allegrezza si era mutata in
raccoglimento; pareva che sopra di noi soffiasse uno spirito dall'infinito. Io
mi era coricato tra due rocce calde ancora della grande arsura del giorno; e mi
sentiva nelle membra un tepore così dolce, che, stando in quella specie di
bara, colla faccia rivolta là dove il sole se n'era andato, mi colse un
malinconico desiderio d'essere bell'e morto. Poi mi
invase una gioia fanciullesca e soave, a pensare che l'indomani doveva essere
il giorno della Pentecoste; e mi tornò a mente, confuso ricordo di cose lette
da giovinetto, che i Normanni assalirono Palermo appunto la vigilia di quella
festa. Gli immaginai giganti coperti di ferro, scintillanti nella tenebrosa
antichità, pronti a marciare come eravamo noi, pochi, fidenti, condotti bene;
deliziosa mezz'ora di fantasticherie.
Potevano essere le sette
pomeridiane, quando ci riponemmo in via, e a notte chiusa, uno dietro l'altro,
ci trovammo a scendere giù per un sentiero, appena tracciato di balza in balza.
Poco prima, avevamo gridato: «O a Palermo o all'inferno!» e quella ne pareva
senz'altro la via. Il cielo era sereno e quieto; vietato il parlare; si aveva
fame e sonno. Qualcuno, scivolando, precipitava sul compagno che aveva di
sotto, questi sopra un altro, e via, tanto che, otto o dieci, ci trovammo
talvolta in un fondo; e fortuna se non ci offendevamo colle nostre armi. Dopo
la mezza notte eravamo nella pianura, lontano poche miglia da Palermo. I cani
latravano dai casali sparsi per la campagna, e sulla nostra destra sentivamo il
rumore del mare. Alcuni lumi apparivano oltre il fitto d'olivi antichi, che
spandevano i rami contorti come provassero tormenti; forse erano lumi di
pescatori. A sinistra, sulle alture di Monreale, splendevano fuochi
innumerevoli; dinanzi a noi, nell'oscurità, udivo il passo pesante della
colonna che ci precedeva. «Chi sarà all'avanguardia?» ci domandavamo a vicenda;
e pregavamo che fossero i migliori tra noi, i più rotti alla guerra, affinché
potessero giungere improvvisi sui primi posti del nemico e sopraffarli.
A un tratto la colonna
li, dov'ero io, si commove. Si grida: «La
cavalleria!». Infatti il suolo ghiaioso ripercuote un galoppo di cavalli. Ci
risovvenimmo delle raccomandazioni fatteci nel partire dal campo; ma sì...!
uno, due, tre si sgomentano: balenammo, rompemmo le file, e ognuno si gettò
come poté nei campi, a ridosso dei muriccioli che facevano riparo alla via, o
rimase cavalcioni su quelli. E nella confusione
furono sparate alcune schioppettate contro un cavallo bianco, che veniva verso
di noi come un fantasma. Povera bestia! portava il capitano Bovi, il quale si
fece riconoscere alle grida! Cessammo quello scompiglio; ci rimproverammo tra
noi, tremando che quei colpi fossero per mandare guasta ogni cosa; e tirammo
innanzi vergognosi del silenzio severo del colonnello Carini.
Per quei colpi i latrati
dei cani crebbero vicini, lontani, infiniti.
Passammo presso un casone immenso, addormentato o deserto; e, di là a pochi
passi, entrammo nella strada grande che mena a Palermo. L'aria cominciava a
rinfrescarsi per l'alba imminente.
Dai gruppi di case man
mano più frequenti, si affacciava la gente paurosa, guatando il nostro
passaggio. Ci fu comandato di camminare a quattro a quattro; di tenerci a
destra rasente i muri degli orti; poi accelerammo il passo... dalla testa della
colonna s'udì una schioppettata, e un all'armi! gridato con disperazione: e
allora fu un urlo terribile, un fuoco improvviso; un corri corri:
«Avanti! Avanti!» entravamo nel combattimento.
Urtammo in una calca di
picciotti: li rovesciammo parte negli orti, e parte li trascinammo con noi. Uno
di questi, signore, forse capo squadra, accusava quelli furente, e veniva via
agitando la spada. Ma in quell'ira urlò: «Dio!» girò
sopra se stesso, fece tre o quattro passi di fianco come un ubbriaco,
e cadde là nel fossato, a piè di due pioppi altissimi, vicino a un cacciatore
napoletano morto; forse la prima sentinella sorpresa dai nostri. Li vedo
ancora. E odo quel genovese, che in quel punto dove il piombo grandinava, gridò
nel suo dialetto: «Come si passa qui?». Gli rispose una palla, cogliendolo in
fronte e stendendolo là col cranio spezzato.
Si guadagnò un bel tratto
rapidamente, ma al ponte dell'Ammiraglio trovammo una resistenza quasi feroce.
Sulla via, sugli archi,
sotto il ponte e negli orti circostanti, strage alla baionetta. L'alba
spuntava, tutti si aveva non so che di selvaggio nel volto. Padroni del ponte
vi fummo trattenuti da un fuoco terribile, fulminato da un muro, sul quale, nel
fumo, biancheggiavano i budrieri incrociati d'una lunga fila di fanteria. Lì un
cacciatore ferito dava del capo contro al muricciuolo
del ponte per fracellarselo: ma Airenta
pietoso lo tirò discosto, poi, colla sua calma che non cambia mai, continuò a
sparare contro a quella fila. La quale, assalita forse di fianco, spariva;
mentre un po' di cavalleria caricava i nostri a sinistra, e n'era respinta e
ricacciata per la campagna. Faustino Tanara, quell'ufficiale dei bersaglieri, pallido, ardito e bello,
veniva tempestando con un manipolo da quella parte; con lui, incalzati,
incalzando, ci addensammo al crocicchio di Porta Termini, spazzato dalle
cannonate d'una nave che tirava a rotta, e dal fuoco d'una barricata di fronte
a noi.
Come turbine lo avevano
già attraversato i più audaci dei nostri, sotto gli occhi di Garibaldi, che
vidi là a cavallo, mirabile di sicurezza e di pace in faccia. Gli stava accanto
Türr. Tuköry era caduto
poco prima ferito; ed io lo avevo udito dir con dolcezza a due che volevano
trasportarlo in salvo: «Andate, andate avanti, fate che il nemico non venga a
pigliarmi qui». Nullo era già dentro con una mano di bergamaschi,
balzato di là dalla barricata col suo cavallo poderoso tra i regi fuggenti; a
Porta Sant'Antonino l'assalto riusciva pure: ma noi
più fortunati fummo d'un lancio alla Fieravecchia.
Allora una campana cominciò a suonare a stormo, e fu salutata con alte grida di
gioia, come una promessa tenuta.
- Ma che cosa fanno i
Palermitani, che non se ne vede? - chiesi ad un popolano che sbucò da una porta
armato di daga.
- Eh, signorino, già tre
o quattro volte, all'alba, la polizia fece rumore e schioppettate, gridando
viva l'Italia, viva Garibaldi. Chi era pronto veniva giù, e i birri lo
pigliavano senza misericordia.
- Oh!... E i Palermitani
ora han paura d'un nuovo tranello?...
Con quel popolano demmo
entro pei vicoli sino a via Maqueda. Là, solitudine e
cannonate dall'un dei capi, tirate forse contro un giovinotto
che si sfogava a calpestare un'insegna reale strappata giù dal portone d'un
gran palazzo. Passammo in un altro vicolo... Dio, che visione!
Aggrappate colle mani che
parevano gigli, a una inferriata poco alta ma ampia, sopra un archivolto cupo,
tre fanciulle vestite di bianco e bellissime ci guardavano mute.
Ci arrestammo ammirando.
- Chi siete?
- Italiani. E voi?
- Monacelle.
- Oh poverette!
- Viva Santa Rosalia!
- Viva l'Italia!
Ed esse a gridare: «Viva
l'Italia!» con quelle voci soavi da salmo, e ad augurarci vittoria. Le vedrò
sempre cosi come gli angeli dipinti dal Beato di Fiesole.
Entrammo in piazza Bologni, già occupata da un centinaio dei nostri. Il
Generale, sulla gradinata d'un palazzo, stava interrogando due prigionieri, che
piangevano come fanciulli.
- Volete tornare coi
vostri? Tornate pure!... - diceva loro il Generale: ed uno fece atto
d'andarsene, l'altro restò. Quello tentennò un poco, poi volle rimanere anche
lui. Erano Calabresi, giovani; parevano stupiti di non essere stati fatti a
brani.
Appena Garibaldi sedé
nell'atrio del palazzo, rimbombò là dentro una pistolettata. «L'hanno
assassinato!» urlammo noi dalla piazza, e ci affollammo alla porta. Non era
nulla. Gli si era scaricato un colpo della pistola che portava a cintura, e la
palla gli avea sforacchiato i calzoni, sopra il collo
del piede. Ci rassicurammo. In quel momento arrivò Bixio.
Lo avevo visto poco prima
lanciarsi tempestando addosso ad uno che, vedendolo ferito, aveva osato
pregarlo di ritirarsi: e buon per colui che trovò una porta da ripararvisi. Era
fuoco in faccia, impugnava un mozzicone di sciabola, si piantò dinanzi a noi e:
«Su! venti uomini di buona volontà... tanto tra mezz'ora saremo tutti morti;
andiamo al Palazzo Reale!». E contò i venti che già partivano con lui. Senonché fu chiamato dal Generale, obbedì, ed entrò nell'atrio
a consiglio. V'erano già alcuni signori palermitani e un prete; la città
cominciava a scuotersi, a ruggire sordamente; da Castellamare
si udì uno scoppio; la prima bomba rombò nell'aria e cadde, e fu una
imprecazione che parve riempire il cielo.
Da quel momento campane a
stormo per tutto, e una bomba lanciata ogni cinque minuti, pausa funebre e
crudele. Verso le tre pomeridiane, i cittadini cominciavano a rovesciarsi per
le vie! Noi, un po' scorati nelle prime ore, pigliavamo animo. Sorgevano le barricate:
uomini e donne lavoravano arditamente; cadeva una bomba, tutti a terra;
scoppiava: «Viva Santa Rosalia!» e tutti su a lavorare da capo. Così venne
notte. Il castello cessò di tirare: i regi occupavano la parte alta della
città; noi il resto; a Palazzo Pretorio s'era piantato il Quartiere Generale; i
donzelli del Municipio, colle giubbe rosse, si affaccendavano, giovani e
vecchi, per il Dittatore. Intanto nuove squadre entravano da Porta Termini, ne
vennero tutta la notte; e noi la invocavamo lunga, per riposarci e prepararci
all'evento.
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