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Giuseppe Cesare Abba
Da Quarto al Volturno

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    • 5. LA BATTAGLIA DI PALERMO.
      • 1. 31 maggio. Palermo. Nel Convento di San Nicola.
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5. LA BATTAGLIA DI PALERMO.

 

1. 31 maggio. Palermo. Nel Convento di San Nicola.

 

Tre giorni durò la bufera infernale, che scatenammo sopra Palermo; più di tre giorni! Chi non fu nella lotta deve essersi sentito al punto di venir pazzo. E noi eravamo partiti da Gibilrossa allegri, come ci fossimo incamminati a portar qui una festa!

Ho riveduto, da Porta Sant'Antonino, la montagna da cui scendemmo la sera del 26: e a un dipresso seppi dire il punto dove sostammo, per aspettare la notte. Fu un'attesa solenne. L'allegrezza si era mutata in raccoglimento; pareva che sopra di noi soffiasse uno spirito dall'infinito. Io mi era coricato tra due rocce calde ancora della grande arsura del giorno; e mi sentiva nelle membra un tepore così dolce, che, stando in quella specie di bara, colla faccia rivolta dove il sole se n'era andato, mi colse un malinconico desiderio d'essere bell'e morto. Poi mi invase una gioia fanciullesca e soave, a pensare che l'indomani doveva essere il giorno della Pentecoste; e mi tornò a mente, confuso ricordo di cose lette da giovinetto, che i Normanni assalirono Palermo appunto la vigilia di quella festa. Gli immaginai giganti coperti di ferro, scintillanti nella tenebrosa antichità, pronti a marciare come eravamo noi, pochi, fidenti, condotti bene; deliziosa mezz'ora di fantasticherie.

Potevano essere le sette pomeridiane, quando ci riponemmo in via, e a notte chiusa, uno dietro l'altro, ci trovammo a scendere giù per un sentiero, appena tracciato di balza in balza. Poco prima, avevamo gridato: «O a Palermo o all'inferno!» e quella ne pareva senz'altro la via. Il cielo era sereno e quieto; vietato il parlare; si aveva fame e sonno. Qualcuno, scivolando, precipitava sul compagno che aveva di sotto, questi sopra un altro, e via, tanto che, otto o dieci, ci trovammo talvolta in un fondo; e fortuna se non ci offendevamo colle nostre armi. Dopo la mezza notte eravamo nella pianura, lontano poche miglia da Palermo. I cani latravano dai casali sparsi per la campagna, e sulla nostra destra sentivamo il rumore del mare. Alcuni lumi apparivano oltre il fitto d'olivi antichi, che spandevano i rami contorti come provassero tormenti; forse erano lumi di pescatori. A sinistra, sulle alture di Monreale, splendevano fuochi innumerevoli; dinanzi a noi, nell'oscurità, udivo il passo pesante della colonna che ci precedeva. «Chi sarà all'avanguardia?» ci domandavamo a vicenda; e pregavamo che fossero i migliori tra noi, i più rotti alla guerra, affinché potessero giungere improvvisi sui primi posti del nemico e sopraffarli.

A un tratto la colonna li, dov'ero io, si commove. Si grida: «La cavalleria!». Infatti il suolo ghiaioso ripercuote un galoppo di cavalli. Ci risovvenimmo delle raccomandazioni fatteci nel partire dal campo; ma sì...! uno, due, tre si sgomentano: balenammo, rompemmo le file, e ognuno si gettò come poté nei campi, a ridosso dei muriccioli che facevano riparo alla via, o rimase cavalcioni su quelli. E nella confusione furono sparate alcune schioppettate contro un cavallo bianco, che veniva verso di noi come un fantasma. Povera bestia! portava il capitano Bovi, il quale si fece riconoscere alle grida! Cessammo quello scompiglio; ci rimproverammo tra noi, tremando che quei colpi fossero per mandare guasta ogni cosa; e tirammo innanzi vergognosi del silenzio severo del colonnello Carini.

Per quei colpi i latrati dei cani crebbero vicini, lontani, infiniti.

Passammo presso un casone immenso, addormentato o deserto; e, di a pochi passi, entrammo nella strada grande che mena a Palermo. L'aria cominciava a rinfrescarsi per l'alba imminente.

Dai gruppi di case man mano più frequenti, si affacciava la gente paurosa, guatando il nostro passaggio. Ci fu comandato di camminare a quattro a quattro; di tenerci a destra rasente i muri degli orti; poi accelerammo il passo... dalla testa della colonna s'udì una schioppettata, e un all'armi! gridato con disperazione: e allora fu un urlo terribile, un fuoco improvviso; un corri corri: «Avanti! Avanti!» entravamo nel combattimento.

Urtammo in una calca di picciotti: li rovesciammo parte negli orti, e parte li trascinammo con noi. Uno di questi, signore, forse capo squadra, accusava quelli furente, e veniva via agitando la spada. Ma in quell'ira urlò: «Diogirò sopra se stesso, fece tre o quattro passi di fianco come un ubbriaco, e cadde nel fossato, a piè di due pioppi altissimi, vicino a un cacciatore napoletano morto; forse la prima sentinella sorpresa dai nostri. Li vedo ancora. E odo quel genovese, che in quel punto dove il piombo grandinava, gridò nel suo dialetto: «Come si passa qui?». Gli rispose una palla, cogliendolo in fronte e stendendolo col cranio spezzato.

Si guadagnò un bel tratto rapidamente, ma al ponte dell'Ammiraglio trovammo una resistenza quasi feroce.

Sulla via, sugli archi, sotto il ponte e negli orti circostanti, strage alla baionetta. L'alba spuntava, tutti si aveva non so che di selvaggio nel volto. Padroni del ponte vi fummo trattenuti da un fuoco terribile, fulminato da un muro, sul quale, nel fumo, biancheggiavano i budrieri incrociati d'una lunga fila di fanteria. un cacciatore ferito dava del capo contro al muricciuolo del ponte per fracellarselo: ma Airenta pietoso lo tirò discosto, poi, colla sua calma che non cambia mai, continuò a sparare contro a quella fila. La quale, assalita forse di fianco, spariva; mentre un po' di cavalleria caricava i nostri a sinistra, e n'era respinta e ricacciata per la campagna. Faustino Tanara, quell'ufficiale dei bersaglieri, pallido, ardito e bello, veniva tempestando con un manipolo da quella parte; con lui, incalzati, incalzando, ci addensammo al crocicchio di Porta Termini, spazzato dalle cannonate d'una nave che tirava a rotta, e dal fuoco d'una barricata di fronte a noi.

Come turbine lo avevano già attraversato i più audaci dei nostri, sotto gli occhi di Garibaldi, che vidi a cavallo, mirabile di sicurezza e di pace in faccia. Gli stava accanto Türr. Tuköry era caduto poco prima ferito; ed io lo avevo udito dir con dolcezza a due che volevano trasportarlo in salvo: «Andate, andate avanti, fate che il nemico non venga a pigliarmi qui». Nullo era già dentro con una mano di bergamaschi, balzato di dalla barricata col suo cavallo poderoso tra i regi fuggenti; a Porta Sant'Antonino l'assalto riusciva pure: ma noi più fortunati fummo d'un lancio alla Fieravecchia. Allora una campana cominciò a suonare a stormo, e fu salutata con alte grida di gioia, come una promessa tenuta.

- Ma che cosa fanno i Palermitani, che non se ne vede? - chiesi ad un popolano che sbucò da una porta armato di daga.

- Eh, signorino, già tre o quattro volte, all'alba, la polizia fece rumore e schioppettate, gridando viva l'Italia, viva Garibaldi. Chi era pronto veniva giù, e i birri lo pigliavano senza misericordia.

- Oh!... E i Palermitani ora han paura d'un nuovo tranello?...

Con quel popolano demmo entro pei vicoli sino a via Maqueda. , solitudine e cannonate dall'un dei capi, tirate forse contro un giovinotto che si sfogava a calpestare un'insegna reale strappata giù dal portone d'un gran palazzo. Passammo in un altro vicolo... Dio, che visione!

Aggrappate colle mani che parevano gigli, a una inferriata poco alta ma ampia, sopra un archivolto cupo, tre fanciulle vestite di bianco e bellissime ci guardavano mute.

Ci arrestammo ammirando.

- Chi siete?

- Italiani. E voi?

- Monacelle.

- Oh poverette!

- Viva Santa Rosalia!

- Viva l'Italia!

Ed esse a gridare: «Viva l'Italia!» con quelle voci soavi da salmo, e ad augurarci vittoria. Le vedrò sempre cosi come gli angeli dipinti dal Beato di Fiesole.

Entrammo in piazza Bologni, già occupata da un centinaio dei nostri. Il Generale, sulla gradinata d'un palazzo, stava interrogando due prigionieri, che piangevano come fanciulli.

- Volete tornare coi vostri? Tornate pure!... - diceva loro il Generale: ed uno fece atto d'andarsene, l'altro restò. Quello tentennò un poco, poi volle rimanere anche lui. Erano Calabresi, giovani; parevano stupiti di non essere stati fatti a brani.

Appena Garibaldi sedé nell'atrio del palazzo, rimbombò dentro una pistolettata. «L'hanno assassinatourlammo noi dalla piazza, e ci affollammo alla porta. Non era nulla. Gli si era scaricato un colpo della pistola che portava a cintura, e la palla gli avea sforacchiato i calzoni, sopra il collo del piede. Ci rassicurammo. In quel momento arrivò Bixio.

Lo avevo visto poco prima lanciarsi tempestando addosso ad uno che, vedendolo ferito, aveva osato pregarlo di ritirarsi: e buon per colui che trovò una porta da ripararvisi. Era fuoco in faccia, impugnava un mozzicone di sciabola, si piantò dinanzi a noi e: «Su! venti uomini di buona volontà... tanto tra mezz'ora saremo tutti morti; andiamo al Palazzo Reale!». E contò i venti che già partivano con lui. Senonché fu chiamato dal Generale, obbedì, ed entrò nell'atrio a consiglio. V'erano già alcuni signori palermitani e un prete; la città cominciava a scuotersi, a ruggire sordamente; da Castellamare si udì uno scoppio; la prima bomba rombò nell'aria e cadde, e fu una imprecazione che parve riempire il cielo.

Da quel momento campane a stormo per tutto, e una bomba lanciata ogni cinque minuti, pausa funebre e crudele. Verso le tre pomeridiane, i cittadini cominciavano a rovesciarsi per le vie! Noi, un po' scorati nelle prime ore, pigliavamo animo. Sorgevano le barricate: uomini e donne lavoravano arditamente; cadeva una bomba, tutti a terra; scoppiava: «Viva Santa Rosalia!» e tutti su a lavorare da capo. Così venne notte. Il castello cessò di tirare: i regi occupavano la parte alta della città; noi il resto; a Palazzo Pretorio s'era piantato il Quartiere Generale; i donzelli del Municipio, colle giubbe rosse, si affaccendavano, giovani e vecchi, per il Dittatore. Intanto nuove squadre entravano da Porta Termini, ne vennero tutta la notte; e noi la invocavamo lunga, per riposarci e prepararci all'evento.

 

 




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