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Ma l'alba arrivò che
l'ore parvero minuti, e la sveglia del secondo giorno fu data dai regi di Castellamare, che ricominciarono colle bombe. Le lanciavano
misurate sul Palazzo Pretorio, sperando forse di schiacciarvi il Quartiere
Generale. Ma le bombe piombavano sul convento di Santa Caterina, a un angolo
della piazza. E il Generale se ne stava a piè d'una delle statue della gran
fontana, dinanzi al palazzo. Lì riceveva le notizie dai punti combattuti della
città; di lì partivano i suoi ordini: lì lo vedevamo noi di tanto in tanto,
passando sbalestrati ora da una parte ora dall'altra, dove ci chiamava il
bisogno.
In uno di quei momenti
che non ne potevamo più dalla sete, Bozzani ed io
traversavamo una piazza. «Vediamo se in questa casa ci danno un sorso d'acqua?»
dissi io: e battei a un gran portone sul quale era scritto «Domicilio inglese».
Fu scostato un battente, e vedemmo nel cortile una folla costernata. Entrammo.
Ci venne incontro un signore che non sapeva quale accoglienza farci; ma pareva
lì lì per pregarci di tornare indietro. Però
sentendoci parlare, subito si mostrò cortese, ci tirò in mezzo a quella folla,
fece portar acqua e vino. Bevemmo, ringraziammo e
volevamo partire. Ma tutta quella gente, signore e signorine, ci furono
attorno, ci prendevano le mani, ci pregavano di star lì a proteggerle; alcune
piangevano dalla compassione per noi. Vollero i nostri nomi, e noi li scrivemmo
su d'un foglietto; gran meraviglia per loro, che due soldati sapessero far
tanto. Ci tempestavano di domande; e per la città che c'è? e chi vince? e
quanto durerà? Santa Rosalia che spavento! «Perdonate se non vi ho fatto subito
buon viso, ci diceva il signore venutoci incontro, avevano detto che eravate
mostri feroci, che bevevate il sangue dei bambini,
che scannavate i vecchi... Invece siete gentili».
E noi a ridere. E le
donne: «E Garibaldi dov'è? È giovane, è bello, come è vestito?». Rispondevamo
in quella confusione amorevole; e intanto i giovinotti
ci pigliavano di mano gli schioppi, discorrevano tra loro, si accendevano in
faccia, ci invidiavano; ma il vecchio con un'occhiata li teneva a segno.
Uscimmo di la colla
promessa di tornare, e appena fuori vedemmo una turba alla porta d'un fornaio.
«Il forno dei Promessi Sposi! - dissi a Bozzani -
bisogna correre che non lo saccheggino». E corremmo. Ma quella gente non faceva
tumulto; pigliava i pani, pagava e se ne andava, facendo posto ad altra gente
che sopravveniva. Un signore ci disse che dal giorno innanzi la sua famiglia
non aveva mangiato, colta dalla rivoluzione senza provviste in casa. E
soggiungeva: «Siete arrivati così di sorpresa!».
- Però siete contenti? -
gli chiesi.
- Santo Diavolo; siete i
nostri liberatori!
Ce n'andammo, avviandoci
ai Benedettini, dove era la nostra compagnia e ci abbattemmo nel cavallo del
capitano Bovi, steso sotto un androne; quel povero cavallo che già aveva
rischiato d'essere ucciso, la notte della discesa da Gibilrossa.
- Questo è il cavallo,
che quello sia il padrone? - disse Bozzani,
inoltrandosi verso un morto che giaceva più in là. - Oh... vedi... vedi... è
quel povero ragazzo che nella prima marcia da Marsala, fu messo in mezzo a noi
da quel vecchio...!
Doveva essere proprio
quel giovinetto. Io non lo avevo più riveduto da quella prima volta, e a
trovarlo là mi si mescolò il sangue con disgusto indicibile. Avessi potuto
volare sulla capanna di quel vecchio, che in quel momento vidi nella pace
lontana dell'orizzonte, a sentire se il cuore non gli diceva nulla!
* * *
Per le vie pareva giorno
pieno. Le notizie che venivano di bocca in bocca, da tutte le parti della
città, ci consolavano; i regi erano respinti sempre su tutti i punti. Le barricate,
moltiplicate in ogni via, rendevano loro impossibile di rompere e tornare
dentro. Sulle gronde, sui balconi, erano ammonticchiati tegoli,
sassi, suppellettili d'ogni sorta; al punto in cui si era non rimaneva al
nemico che incenerir la città, o lasciarla libera a noi.
* * *
Si diceva, il mattino del
ventinove, che il Corpo consolare avesse protestato, e che le navi da guerra
raccolte nella rada minacciassero di mandare in aria Castellamare,
se il barbaro lanciar di bombe non fosse cessato. Chiacchiere. Il castello
tirava più rabbioso che mai, e già centinaia di case erano ruinate,
seppellendo gente chi sa quanta. Sarà lungo il pianto che terrà dietro alla
febbre di questi giorni. Ripiegammo a Porta Montalto,
dove stava a guardia il colonnello Carini. Quel bastione l'avea
preso d'assalto Sirtori, con pochi della sesta e
della settima compagnia: e i regi giacenti là attorno morti erano tanti, che
ancora non so capire chi gli abbia potuti uccidere.
Il Carini mi mandò al
Palazzo Pretorio per munizioni. Vi trovai il Sirtori.
Munizioni non ve ne dovevano essere, perché egli mi disse di rispondere al
Carini, che il bastione si doveva conservarlo difendendolo all'arma bianca.
A Palazzo Pretorio mi
parve regnasse un po' di sconforto. Chi sa che notizie v'erano? Eppure la città
oramai era tutta sollevata e risoluta a ogni estremo, piuttosto che a rivedere
nel proprio seno il nemico. Me ne tornai al Carini colle mani vuote: egli capì
e tacque. Più tardi mi rimandò. In Piazza Pretoria v'era tal folla che, come
dice il Manzoni, un granello di miglio non sarebbe
caduto a terra. Il Dittatore dal balcone a sinistra, quasi sull'angolo di via Maqueda, finiva un discorso di cui colsi le ultime parole:
«... Il nemico mi ha fatto delle proposte che io credei ingiuriose per te, o
popolo di Palermo; ed io sapendoti pronto a farti seppellire sotto le ruine della tua città, le ho rifiutate!».
Non vi può essere
paragone che basti a dare un'idea di quel che divenne la folla, a quelle
parole. I capelli mi si rizzarono in capo, la pelle mi si raggrinzò tutta
all'urlo spaventevole e grande che proruppe dalla piazza. Si abbracciavano, si
baciavano, si soffocavano tra loro furiosi; le donne più degli uomini
mostravano il disperato proposito di sottoporsi a ogni strazio. «Grazie! Grazie!»
gridavano levando le mani al Generale; e dal fondo della piazza gli mandai
anch'io un bacio. Credo che non sia mai stato visto sfolgorante come in quel
momento da quel balcone: l'anima di quel popolo pareva tutta trasfusa in lui.
Ma alla sera, verso le
dieci, lo rividi cupo, agitato, lì a piè di quella statua dove passava le
notti. Mi aveva chiamato il tenente Rovighi, per
mandarmi a portare un ordine. Il Generale mi pose colle proprie mani un
foglietto, tra la canna e la bacchetta dello schioppo, mi comandò di farlo
leggere a tutti i Capi-posto che avrei trovati sino a Porta
Montalto, e che giunto là lo lasciassi al colonnello
Carini. Mi avviai col cuore stretto. Il primo Capo-posto
che trovai fu Vigo Pelizzari. Gli porsi il biglietto.
Egli lo lesse, si turbò un poco, me lo ridiede; ma senza dir nulla a' suoi che gli si affollarono intorno. Tirai innanzi,
bruciando dal desiderio di conoscere il contenuto di quel foglio, potevo
leggerlo, non osai. Dal colonnello Carini cui lo rimisi per ultimo, seppi poi
che v'era scritto: «Dicesi che siano sbarcati ottocento Tedeschi, ultima
speranza del tiranno. In caso d'attacco da forze soverchianti, ritiratevi al
Palazzo Pretorio». Carini non si mostrò guari commosso per la notizia; mi
rimandò colla ricevuta del foglio; ed io me ne rivenni pensando con dolore,
come una mano di stranieri potessero mettere in forse le sorti della città e
nostre. Ma, arrivando al Palazzo Pretorio, trovai il Generale già mutato
d'umore. Discorreva con Rovighi dicendo che sperava
di farla finita l'indomani; che al Palazzo Reale i regi non avevano più
munizioni da bocca, che non potevano più comunicare né col castello né colla
marina.
Mi rallegrai fino in
fondo all'anima, e stanco morto mi rannicchiai là vicino, col picchetto di
guardia.
Ieri, finalmente, verso
mezzodì, ricevemmo a Porta Montalto l'ordine di
cessare il fuoco. Subito corsi al Palazzo Pretorio, dove trovai che
l'armistizio era concluso per ventiquattr'ore, tanto
che si potessero seppellire i morti. Era bell'e
sottoscritto il foglio, quando capitò un prete, che mi parve quello venuto sin
dal mattino del giorno 27 in piazza Bologni. Gridava
al tradimento, annunziando che i Bavaresi entravano da Porta Termini. «Che
Bavaresi?» gridavamo noi. «Quelli di Bosco, che tornano da Corleone!».
Ci rovesciammo a quella
volta quanti eravamo là attorno, e arrivammo a Porta Termini che già i Bavaresi
avevano oltrepassata una barricata. Si arrestarono vedendo un parlamentario avviarsi a loro; cessarono il fuoco; ma uno
dei loro ultimi colpi sciagurati colse nel braccio sinistro, presso la spalla,
il colonnello Carini. Egli cadde e fu trasportato al Palazzo Pretorio come in
trionfo.
Laggiù, in fondo alla
via, in mezzo a quelle facce torve di stranieri, si vedeva il colonnello Bosco
aggirarsi furioso, come uno scorpione nel cerchio di fuoco. Oh s'egli avesse
potuto giungere mezz'ora prima! Entrava difilato, e se ne veniva al Palazzo
Pretorio quasi di sorpresa, con tutta quella gente, che aveva la rabbia in corpo
della marcia a Corleone, fatta dietro le nostre
ombre. Chi sa che fortuna sfuggiva di mano a questo Siciliano, giovane, ardito
e ricco d'ingegno?
Nel tornare a Porta Montalto, passai con Erba dalla piazzetta della Nutrice,
per vedere se vi fosse ancora quella povera morta di ieri l'altro. Non v'era
più. Mentre ne parlavo ad Erba, un colombo venne a posarsi pettoruto su d'una
gronda lì sopra.
- Gli tiro?
- Tira pure...
Meraviglioso! Il colombo
venne giù senza testa, come un cencio. «Bravo!» sentimmo gridare, e vedemmo
cinque ufficiali napoletani che venivano verso di noi. «Bravo tiratore!»
dicevano stringendo la mano ad Erba e a me, mortificato del tiro felice. Ma
Erba: «Oh! non è nulla, noi codesti tiri li facciamo a volo...».
- Anche a volo! -
esclamarono gli ufficiali, - ma allora siete davvero bersaglieri piemontesi?
- Che bersaglieri! -
rispondemmo noi, e sempre tempestati di domande, ci lasciammo tirare da quei
cinque a visitare la piazza del Palazzo Reale.
Vedemmo non so quante
migliaia di soldati accampati sulla piazza. Mangiavano lattuga a manate come
pecore, e ci guardavano da ammazzarci cogli occhi. Credo che se non fossimo
stati così bene accompagnati, il pezzo più grosso che poteva avanzare di noi
era l'orecchio. Ci inoltrammo in mezzo ad un nugolo d'ufficiali. Un vecchio
colonnello, con certa barba sulle guance che pareva cotone appiccicato,
rubizzo, adusto, bell'uomo, ci accolse cortese.
Anch'egli voleva a forza, farci confessare per soldati di Vittorio Emanuele.
- Eh! diceva, farebbe
meglio il vostro Re, se pensasse, a' casi suoi. Non
avrà sempre, come l'anno scorso, i Francesi.
- Oh! meglio certamente,
mille volte meglio se vi eravate voi; - disse pronto Erba - gli Austriaci li
avremmo fatti andar via anche dalla Venezia.
- Che Venezia! che Austriaci!
- sclamava il colonnello guardandosi attorno,
accendendosi e non volendo parere.
- E se un altr'anno e voi e noi uniti riprenderemo la partita contro
l'Austria, vedrete...
Il colonnello parve uno
che sia lì per isdrucciolare e cerchi d'agguantarsi...
- Vedrete... vedrete voi,
che domani sarete tutti morti! - troncò bruscamente. - Meritereste miglior
fortuna, ma vi siete cacciati in questa Palermo che vi lascierà
schiacciare...
- Però sino ad oggi
dobbiamo lodarcene di Palermo...
- Bene, bene, lodatevene
pure! - E come vide che i soldati si affollavano, temendo forse per noi, si
mosse e ci fece accompagnar via.
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