Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Giuseppe Cesare Abba
Da Quarto al Volturno

IntraText CT - Lettura del testo

    • 5. LA BATTAGLIA DI PALERMO.
      • 2. Segue, 31 maggio.
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

2. Segue, 31 maggio.

 

Ma l'alba arrivò che l'ore parvero minuti, e la sveglia del secondo giorno fu data dai regi di Castellamare, che ricominciarono colle bombe. Le lanciavano misurate sul Palazzo Pretorio, sperando forse di schiacciarvi il Quartiere Generale. Ma le bombe piombavano sul convento di Santa Caterina, a un angolo della piazza. E il Generale se ne stava a piè d'una delle statue della gran fontana, dinanzi al palazzo. riceveva le notizie dai punti combattuti della città; di partivano i suoi ordini: lo vedevamo noi di tanto in tanto, passando sbalestrati ora da una parte ora dall'altra, dove ci chiamava il bisogno.

In uno di quei momenti che non ne potevamo più dalla sete, Bozzani ed io traversavamo una piazza. «Vediamo se in questa casa ci danno un sorso d'acquadissi io: e battei a un gran portone sul quale era scritto «Domicilio inglese». Fu scostato un battente, e vedemmo nel cortile una folla costernata. Entrammo. Ci venne incontro un signore che non sapeva quale accoglienza farci; ma pareva per pregarci di tornare indietro. Però sentendoci parlare, subito si mostrò cortese, ci tirò in mezzo a quella folla, fece portar acqua e vino. Bevemmo, ringraziammo e volevamo partire. Ma tutta quella gente, signore e signorine, ci furono attorno, ci prendevano le mani, ci pregavano di star a proteggerle; alcune piangevano dalla compassione per noi. Vollero i nostri nomi, e noi li scrivemmo su d'un foglietto; gran meraviglia per loro, che due soldati sapessero far tanto. Ci tempestavano di domande; e per la città che c'è? e chi vince? e quanto durerà? Santa Rosalia che spavento! «Perdonate se non vi ho fatto subito buon viso, ci diceva il signore venutoci incontro, avevano detto che eravate mostri feroci, che bevevate il sangue dei bambini, che scannavate i vecchi... Invece siete gentili».

E noi a ridere. E le donne: «E Garibaldi dov'è? È giovane, è bello, come è vestito?». Rispondevamo in quella confusione amorevole; e intanto i giovinotti ci pigliavano di mano gli schioppi, discorrevano tra loro, si accendevano in faccia, ci invidiavano; ma il vecchio con un'occhiata li teneva a segno.

Uscimmo di la colla promessa di tornare, e appena fuori vedemmo una turba alla porta d'un fornaio. «Il forno dei Promessi Sposi! - dissi a Bozzani - bisogna correre che non lo saccheggino». E corremmo. Ma quella gente non faceva tumulto; pigliava i pani, pagava e se ne andava, facendo posto ad altra gente che sopravveniva. Un signore ci disse che dal giorno innanzi la sua famiglia non aveva mangiato, colta dalla rivoluzione senza provviste in casa. E soggiungeva: «Siete arrivati così di sorpresa!».

- Però siete contenti? - gli chiesi.

- Santo Diavolo; siete i nostri liberatori!

Ce n'andammo, avviandoci ai Benedettini, dove era la nostra compagnia e ci abbattemmo nel cavallo del capitano Bovi, steso sotto un androne; quel povero cavallo che già aveva rischiato d'essere ucciso, la notte della discesa da Gibilrossa.

- Questo è il cavallo, che quello sia il padrone? - disse Bozzani, inoltrandosi verso un morto che giaceva più in . - Oh... vedi... vedi... è quel povero ragazzo che nella prima marcia da Marsala, fu messo in mezzo a noi da quel vecchio...!

Doveva essere proprio quel giovinetto. Io non lo avevo più riveduto da quella prima volta, e a trovarlo mi si mescolò il sangue con disgusto indicibile. Avessi potuto volare sulla capanna di quel vecchio, che in quel momento vidi nella pace lontana dell'orizzonte, a sentire se il cuore non gli diceva nulla!

 

* * *

 

Per le vie pareva giorno pieno. Le notizie che venivano di bocca in bocca, da tutte le parti della città, ci consolavano; i regi erano respinti sempre su tutti i punti. Le barricate, moltiplicate in ogni via, rendevano loro impossibile di rompere e tornare dentro. Sulle gronde, sui balconi, erano ammonticchiati tegoli, sassi, suppellettili d'ogni sorta; al punto in cui si era non rimaneva al nemico che incenerir la città, o lasciarla libera a noi.

 

* * *

 

Si diceva, il mattino del ventinove, che il Corpo consolare avesse protestato, e che le navi da guerra raccolte nella rada minacciassero di mandare in aria Castellamare, se il barbaro lanciar di bombe non fosse cessato. Chiacchiere. Il castello tirava più rabbioso che mai, e già centinaia di case erano ruinate, seppellendo gente chi sa quanta. Sarà lungo il pianto che terrà dietro alla febbre di questi giorni. Ripiegammo a Porta Montalto, dove stava a guardia il colonnello Carini. Quel bastione l'avea preso d'assalto Sirtori, con pochi della sesta e della settima compagnia: e i regi giacenti attorno morti erano tanti, che ancora non so capire chi gli abbia potuti uccidere.

Il Carini mi mandò al Palazzo Pretorio per munizioni. Vi trovai il Sirtori. Munizioni non ve ne dovevano essere, perché egli mi disse di rispondere al Carini, che il bastione si doveva conservarlo difendendolo all'arma bianca.

A Palazzo Pretorio mi parve regnasse un po' di sconforto. Chi sa che notizie v'erano? Eppure la città oramai era tutta sollevata e risoluta a ogni estremo, piuttosto che a rivedere nel proprio seno il nemico. Me ne tornai al Carini colle mani vuote: egli capì e tacque. Più tardi mi rimandò. In Piazza Pretoria v'era tal folla che, come dice il Manzoni, un granello di miglio non sarebbe caduto a terra. Il Dittatore dal balcone a sinistra, quasi sull'angolo di via Maqueda, finiva un discorso di cui colsi le ultime parole: «... Il nemico mi ha fatto delle proposte che io credei ingiuriose per te, o popolo di Palermo; ed io sapendoti pronto a farti seppellire sotto le ruine della tua città, le ho rifiutate!».

Non vi può essere paragone che basti a dare un'idea di quel che divenne la folla, a quelle parole. I capelli mi si rizzarono in capo, la pelle mi si raggrinzò tutta all'urlo spaventevole e grande che proruppe dalla piazza. Si abbracciavano, si baciavano, si soffocavano tra loro furiosi; le donne più degli uomini mostravano il disperato proposito di sottoporsi a ogni strazio. «Grazie! Graziegridavano levando le mani al Generale; e dal fondo della piazza gli mandai anch'io un bacio. Credo che non sia mai stato visto sfolgorante come in quel momento da quel balcone: l'anima di quel popolo pareva tutta trasfusa in lui.

Ma alla sera, verso le dieci, lo rividi cupo, agitato, a piè di quella statua dove passava le notti. Mi aveva chiamato il tenente Rovighi, per mandarmi a portare un ordine. Il Generale mi pose colle proprie mani un foglietto, tra la canna e la bacchetta dello schioppo, mi comandò di farlo leggere a tutti i Capi-posto che avrei trovati sino a Porta Montalto, e che giunto lo lasciassi al colonnello Carini. Mi avviai col cuore stretto. Il primo Capo-posto che trovai fu Vigo Pelizzari. Gli porsi il biglietto. Egli lo lesse, si turbò un poco, me lo ridiede; ma senza dir nulla a' suoi che gli si affollarono intorno. Tirai innanzi, bruciando dal desiderio di conoscere il contenuto di quel foglio, potevo leggerlo, non osai. Dal colonnello Carini cui lo rimisi per ultimo, seppi poi che v'era scritto: «Dicesi che siano sbarcati ottocento Tedeschi, ultima speranza del tiranno. In caso d'attacco da forze soverchianti, ritiratevi al Palazzo Pretorio». Carini non si mostrò guari commosso per la notizia; mi rimandò colla ricevuta del foglio; ed io me ne rivenni pensando con dolore, come una mano di stranieri potessero mettere in forse le sorti della città e nostre. Ma, arrivando al Palazzo Pretorio, trovai il Generale già mutato d'umore. Discorreva con Rovighi dicendo che sperava di farla finita l'indomani; che al Palazzo Reale i regi non avevano più munizioni da bocca, che non potevano più comunicare né col castello né colla marina.

Mi rallegrai fino in fondo all'anima, e stanco morto mi rannicchiai vicino, col picchetto di guardia.

Ieri, finalmente, verso mezzodì, ricevemmo a Porta Montalto l'ordine di cessare il fuoco. Subito corsi al Palazzo Pretorio, dove trovai che l'armistizio era concluso per ventiquattr'ore, tanto che si potessero seppellire i morti. Era bell'e sottoscritto il foglio, quando capitò un prete, che mi parve quello venuto sin dal mattino del giorno 27 in piazza Bologni. Gridava al tradimento, annunziando che i Bavaresi entravano da Porta Termini. «Che Bavaresigridavamo noi. «Quelli di Bosco, che tornano da Corleone!».

Ci rovesciammo a quella volta quanti eravamo attorno, e arrivammo a Porta Termini che già i Bavaresi avevano oltrepassata una barricata. Si arrestarono vedendo un parlamentario avviarsi a loro; cessarono il fuoco; ma uno dei loro ultimi colpi sciagurati colse nel braccio sinistro, presso la spalla, il colonnello Carini. Egli cadde e fu trasportato al Palazzo Pretorio come in trionfo.

Laggiù, in fondo alla via, in mezzo a quelle facce torve di stranieri, si vedeva il colonnello Bosco aggirarsi furioso, come uno scorpione nel cerchio di fuoco. Oh s'egli avesse potuto giungere mezz'ora prima! Entrava difilato, e se ne veniva al Palazzo Pretorio quasi di sorpresa, con tutta quella gente, che aveva la rabbia in corpo della marcia a Corleone, fatta dietro le nostre ombre. Chi sa che fortuna sfuggiva di mano a questo Siciliano, giovane, ardito e ricco d'ingegno?

Nel tornare a Porta Montalto, passai con Erba dalla piazzetta della Nutrice, per vedere se vi fosse ancora quella povera morta di ieri l'altro. Non v'era più. Mentre ne parlavo ad Erba, un colombo venne a posarsi pettoruto su d'una gronda sopra.

- Gli tiro?

- Tira pure...

Meraviglioso! Il colombo venne giù senza testa, come un cencio. «Bravosentimmo gridare, e vedemmo cinque ufficiali napoletani che venivano verso di noi. «Bravo tiratoredicevano stringendo la mano ad Erba e a me, mortificato del tiro felice. Ma Erba: «Oh! non è nulla, noi codesti tiri li facciamo a volo...».

- Anche a volo! - esclamarono gli ufficiali, - ma allora siete davvero bersaglieri piemontesi?

- Che bersaglieri! - rispondemmo noi, e sempre tempestati di domande, ci lasciammo tirare da quei cinque a visitare la piazza del Palazzo Reale.

Vedemmo non so quante migliaia di soldati accampati sulla piazza. Mangiavano lattuga a manate come pecore, e ci guardavano da ammazzarci cogli occhi. Credo che se non fossimo stati così bene accompagnati, il pezzo più grosso che poteva avanzare di noi era l'orecchio. Ci inoltrammo in mezzo ad un nugolo d'ufficiali. Un vecchio colonnello, con certa barba sulle guance che pareva cotone appiccicato, rubizzo, adusto, bell'uomo, ci accolse cortese. Anch'egli voleva a forza, farci confessare per soldati di Vittorio Emanuele.

- Eh! diceva, farebbe meglio il vostro Re, se pensasse, a' casi suoi. Non avrà sempre, come l'anno scorso, i Francesi.

- Oh! meglio certamente, mille volte meglio se vi eravate voi; - disse pronto Erba - gli Austriaci li avremmo fatti andar via anche dalla Venezia.

- Che Venezia! che Austriaci! - sclamava il colonnello guardandosi attorno, accendendosi e non volendo parere.

- E se un altr'anno e voi e noi uniti riprenderemo la partita contro l'Austria, vedrete...

Il colonnello parve uno che sia per isdrucciolare e cerchi d'agguantarsi...

- Vedrete... vedrete voi, che domani sarete tutti morti! - troncò bruscamente. - Meritereste miglior fortuna, ma vi siete cacciati in questa Palermo che vi lascierà schiacciare...

- Però sino ad oggi dobbiamo lodarcene di Palermo...

- Bene, bene, lodatevene pure! - E come vide che i soldati si affollavano, temendo forse per noi, si mosse e ci fece accompagnar via.

 

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License