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Giuseppe Cesare Abba
Da Quarto al Volturno

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    • 5. LA BATTAGLIA DI PALERMO.
      • 3. 31 maggio.
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3. 31 maggio.

 

Eravamo pronti. Solenne ora questo mezzodì! Ma l'armistizio fu prolungato. Fino all'alba del tre giugno potremo riposare, lavorare, prepararci, e se sarà per soccombere, la città lascierà una pagina che commoverà tutto il mondo per il bene d'Italia.

 

* * *

 

Il Generale ha fatto un giro per la città, dove ha potuto passare a cavallo. La gente si inginocchiava, gli toccavano le staffe, gli baciavano le mani. Vidi alzare i bimbi verso di lui come a un Santo. Egli è contento. Ha veduto delle barricate alte fino ai primi piani delle case; otto o dieci ogni cento metri di via. Ora sì che possiam dire d'aver tutto il popolo dalla nostra! Siamo perduti in mezzo a questa moltitudine infinita che ci onora, ci retta, ci scalda d'amore.

 

* * *

 

Non v'è più dubbio. Simonetta è morto. Abbiamo incontrato un picciotto con una camicia a riquadri rossi e bianchi... Margarita lo fermò.

- Dove hai preso codesta camicia?

- L'ho levata ad un morto.

- Dove?

- Ai Benedettini.

- Vieni con noi!

Un buco nella camicia mostrava che il povero amico nostro fu colpito al cuore. Morì quel candido e forte giovane, senza uno di noi vicino, da dirgli: «Ne parlerai a mio padre

Corremmo ai Benedettini, cercammo: nulla. Non si sa nemmeno dove l'abbiano sepolto!

Mancano tanti altri di tutte le compagnie, che non sappiamo se siano morti, o feriti in qualche casa. Giuseppe Naccari, quel giovane alto con quella faccia da dipingere, che in marcia era la delizia della mia squadra, ha combattuto sino all'ultimo, senza andar a vedere i suoi, che l'aspettavano dall'esilio, qui in Palermo, chi sa da quanto. E ieri l'altro una palla lo colpì di sotto in su, mentre faceva fuoco da un campanile; gli entrò in un fianco, gli traversò dentro il petto, gli uscì da una spalla. Dicono che ne morrà. È venuto a cadere sulla soglia di casa sua.

 

 




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