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Per la via che facemmo da
Marsala al Pioppo, e poi essi dal Pioppo in una volata, sono giunti qua
sessanta giovani condotti da Carmelo Agnetta.
Navigarono da Genova a Marsala, su d'un guscio che si chiama l'Utile, dove avran dovuto stare pigiati peggio che i negri menati
schiavi. Che senso quando sbarcarono a Marsala, dopo essere stati col cuore a
un filo per tanti giorni; e poi quando passarono vicino ai nostri colli di Calatafimi! Avranno pensato ai morti che vi lasciammo, con
la malinconia di non averli conosciuti vivi. Ma quando arrivarono a questa
Palermo mezza rovinata, debbono aver sentito l'animo crescere irato, e avranno
tesa la mano ognuno guardando innanzi e dicendo a qualcuno laggiù: «Ci
vedremo!».
Hanno portato due
migliaia tra schioppi e schioppacci, e munizioni da
guerra e i loro cuori. C'è Odoardo Fenoglio veneto da
Oderzo amico mio, sfolgorante ufficiale della brigata Pavia, che ho visto e
abbracciato ai quattro Cantoni; c'è Cavalieri, c'è Frigerio,
tutti valenti e gentili e colti, arrivati in tempo, per onorare la salma di Tuköry che oggi porteranno a seppellire.
* * *
C'eravamo tutti, fino i
feriti che hanno potuto venir fuori dalle case, dagli spedali,
tutti! Türr, figura tagliata nel ferro, non fatta a
mostrar dolore, camminava alla testa del corteo, dimesso, accorato, parea condotto a morire. Dalle finestre piovevano fiori sul
feretro, su noi; e dai fiori e dalle foglie di lauro veniva un odore che mi
faceva il senso di un soave morire. Si aggiungevano il silenzio della folla, e
gli atti delle donne bianche, inginocchiate sui balconi e piangenti. Era uno
sgomento che pareva avesse pigliato fin le pietre. Vidi certi dei nostri, duri
e invecchiati a ogni sorta di prove, andar innanzi con faccia sbigottita,
spenta. Rodi e Bovi, due mutilati antichi, parevano sonnambuli. Maestri, che
ebbe un braccio troncato a Novara, e che pur da Novara corse a Roma dov'ebbe il
moncherino spezzato un'altra volta da una scheggia francese, il povero mio
Maestri da Spotorno, semplice e prode come i popolani
delle nostre marine liguri, piangeva. E piangevo anch'io. Un momento che mi si
strinse più il core, mi pregai con certa voluttà acre, non mai provata, mi
pregai d'essere chiuso in quel feretro abbracciato col morto. Oh! star nella
bara con tanto ancora di vita da sentirsi portato lentamente, indovinando le
vie, le finestre sotto cui si passa, le faccie di
quei che guardano e accompagnano fin dove possono con gli occhi e poi col
pensiero! La folla fa ala... parlano a voce bassa... che diranno? cade
qualcosa... saranno fiori.
Ma la marcia funebre
prorompe alta nell'aria, e vien sin fra i quattro
assi, con certi acuti stridori di trombe, con certi gemiti di flauti che si
mutano in lacrime.
Anche Adolfo Azzi morì son sette giorni! Come
stava là sul Lombardo nelle ultime ore del mare, colle braccia potenti al
timone, con gli occhi in Bixio che di sul cassero fulminava l'anima tra Marsala
vicina e le navi che ci inseguivano nere come leonesse nel deserto! Lo veggo ancora e lo vedrò finché io viva, con quella faccia
sfidatrice e quieta, con quelle spalle ampie, scamiciato ed erto i pettorali
fatti per ricevervi la morte da eroe. Invece fu colto in una coscia. Gli entrò
la palla e ruppe, e in cinque giorni il povero Azzi
morì!
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