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Ippolito Nievo va
solitario sempre guardando innanzi, lontano, come volesse allargare a occhiate
l'orizzonte. Chi lo conosce, viene in mente di cercare collo sguardo dov'ei si
fissa, se si cogliesse nell'aria qualche forma, qualche vista di paese della
sua fantasia. Di solito s'accompagna a qualcuno delle Guide: Missori, Nullo, Zasio, Tranquillini; ed oggi era con Manci,
a cui veggo negli occhi i laghi del Tirolo verde, ov'ei nacque.
Quando incontro costoro, vestiti ora d'un uniforme di garbo un po' ungherese,
bello, già illustrato nel quarantanove dalla cavalleria di Masina in Roma, io
mi sento nascere di dire: «Uno di voi mi vorrete in groppa quando galopperete
per i campi nella battaglia?». Vorrei provare a un di quei cuori il mio. E
sceglierei Manci, che mi pare un cavaliero
non ancora vissuto in nessun poema. Non è l'Eurialo di Virgilio, non quell'altro dell'Ariosto; è un non so che di moderno,
nemmeno: è una gentilezza dell'avvenire.
Con Manci
veggo sovente quel Damiani,
che, se fossi scultore, getterei in bronzo, lui e il suo cavallo, alti,
piombati sopra un viluppo di teste e di braccia, quale mi rimase impresso a Calatafimi nel momento della bandiera. In Palermo, nel
secondo giorno del bombardamento, lo vidi appoggiato a uno stipite d'un gran
portone del palazzo Serra di Falco in Piazza Pretoria, forse là pronto pel
Generale, perché nel portico scalpitava il suo cavallo sellato. - Quella era la
faccia di Calatafimi. Mentre che io passai, egli
parlava tra sé. E mi parve che guardasse ora il palazzo dov'era il Dittatore,
ora il convento di Santa Caterina lì allato, che ardeva dal tetto e vi cadevano
le bombe. Forse pensava come avrebbe potuto salvare Garibaldi, se uno di quei
mostri fosse piombato pochi passi più oltre...
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