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| Giuseppe Cesare Abba Da Quarto al Volturno IntraText CT - Lettura del testo |
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4. Missilmeri, 22 giugno.
Questo popolo che ci ha fatta la luminara la notte del 25 maggio, quando eravamo pochi e con poche speranze, adesso non ci riconosce più. Ma che cosa abbiamo fatto? Non lo dicono e non si può indovinarlo. Parlano, sorridono, sono gai; discorrono con noi, ma a gesti impercettibili se la intendono tra loro. Che abbiano dentro parecchie anime?
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Ora si va pigliando davvero un bel fare da soldati. Il gruppo d'ufficiali che ho visto in piazza sarebbero l'onore del primo esercito del mondo. Tutti nel bello dai venti ai trent'anni, persone salde, faccie che vi si legge il coraggio semplice e franco; medici, ingegneri, avvocati, artisti. Ma se fossero tutti come Daniele Piccinini! Che addio deve essere stato quando si partì dal padre suo! Immagino il vecchio austero sulla porta della sua Pradalunga, intento a guardare il figlio che gli ha dato le spalle, e se ne viene giù verso Bergamo, con passo da Clefta. Non l'hanno guasto né l'ozio né i vizii costui: la storia della sua giovinezza l'ha in fronte; forse più che caccie e corse su in alpe non ebbe altri spassi. A Calatafimi fu visto coprire il Generale mettendoglisi dinanzi, perché, come indossava camicia rossa, era fatto segno alle schioppettate. E in uno dei momenti che la battaglia parea volgere a male, egli tenne alto l'animo dei suoi vicini, gridando parole potenti come d'arcangelo.
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