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Passavano baldi su certi
stalloni neri, carboni accesi gli occhi, le criniere che davano sui petti.
Tenevano alte le teste guardandoci appena, avevano gli schioppi a tracolla,
pistole e pugnali a cintola, nastri essi ai cappelli e all'arnese delle
cavalcature. Il capo che camminava innanzi non mi tornava nuovo. I Villafratesi che discorrevano con noi li guardavano incerti
tra il salutarli e non badarli; ma mi accorsi che qualcuno ammiccò, qualche
altro scambiò con essi quei certi cenni, raggrinzamenti della fronte, d'una
guancia, del mento, diavolerie, che a costoro bastano per un discorso.
- Chi sono quei sette?
chiesi ad un signore.
- Patriotti,
signorino, non avete visto? Hanno i tre colori.
Un altro lo guardò bieco:
un lampo.
Intanto quei sette giunti
in capo al borgo misero i cavalli a trotto serrato.
Ma dal quartiere del
Generale uscì fuori un tenente spronando dietro di loro, e presto lo vedemmo
tornare con quei sette disinvolti, beffardi, accigliati. Il tenente gli aveva
presi colla pistola alle tempie del capoccia, pronto se non avessero
obbedito...
Ci affollammo in quella
casa dov'era già un gran brusio, e potemmo udire la voce del generale Türr corrucciato pronunciare il nome di Santo Mele.
- Santo Mele? dissi io,
ma costui è quel birbante che avevamo prigioniero al Passo di Renna, e che gli
riuscì a fuggire. Berrebbe il sangue, ladro, assassino!
A quest'antifona
il signore che aveva detto bene di quei sette sparì senza neanche dirmi: Bacio
la mano.
Udimmo bisbigliare:
Consiglio di guerra subitaneo; e comparve il maggiore Spangaro,
un uomo d'età seria, già brizzolato capelli e barba, ufficiale nella difesa di
Venezia. Presiederà il Consiglio.
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