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Il capitano Faustino Tanara solo, ritto su d'un poggiolo, guardava co' suoi piccoli occhi l'orizzonte largo; pareva un
aquilotto che stesse cercando una direzione per provarsi a volare. Sulla sua
faccia ride l'anima franca e ardita, ma non v'è mai allegrezza piena. Eppure la
certezza d'essere amato da tutti dovrebbe fargli gettare sprazzi di luce dal
core. Che dolce natura! Il più meschino soldato gli è carissimo, persin Mangiaracina, un siciliano
di non so che borgo dell'Etna, testone che pare un maglio in una parrucca fatta
di pelle d'orso, e ha gli occhi sotto certe grotte, da dove guardano come due
malandrini appostati. Un dì vidi Tanara in collera,
stanco di Mangiaracina che butta le gambe come un
ippopotamo e fa rompere il passo alla compagnia. Gli prese l'orecchio e
pizzicando gli disse: «Ma tu perché ci sei venuto con noi; e l'Italia che se ne
deve fare della carnaccia tua?». Mangiaracina
gli si empirono gli occhi di lacrime, e guardando il suo Capitano come fosse
stata la Madonna, umile e dolce rispose: «Cabedano,
ci aggio 'no core anch'io». Tanara gli strinse la
mano.
Egli ha trent'anni. In battaglia si trasforma. La sua persona
nervosa guizza, scatta, squarcia come saetta nelle nubi. Allora tutti lo
ammirano; si teme di vederlo l'ultima volta: dopo si rincantuccia malinconico;
non gli si può cavare una parola.
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