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Ho fatto tutta la marcia
con Telesforo Catoni che sin da Marsala desideravo d'aver amico. Egli era della
compagnia Cairoli e studiava leggi a Pavia. Ha nella persona qualche cosa che
attrista; non si sa perché, ma si sente certa compassione di lui. Una
capigliatura nera lussureggiante; un par d'occhi che saettano, grandi,
eloquenti; una testa che potrebbe essere piantata su d'un atleta; e invece una
esilità di membra, un torso tenue che a un soffio dovrebbe piegare. Eppure non
è stato addietro un passo, mai. Sta quasi sempre solo; adora Foscolo e il carme
dei Sepolcri che sa a memoria, e se ne pasce come d'un cibo leonino. Camminando
meco recitava i versi di Maratona, che detti da lui, nella notte, in mezzo alla
colonna che marciava, mi parvero i più belli, i più forti da Dante in qua.
Cantoni ha molto del foscoliano, e chi ponesse il suo
ritratto per frontespizio nell'Ortis, ognuno direbbe che certo il povero Jacopo
fu così. Ha diciannove anni, è Mantovano come Nuvolari,
come Gatti, come Boldrini, tutta gente bizzarra e
valente, che hanno un po' del Sordello.
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