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7. DA MILAZZO A
MESSINA.
Dov'è, che cosa è
Milazzo? Sono corso a vedere la carta; eccolo tra Cefalù
e il Faro, una lingua sottile, che si inoltra e par che guizzi nel mare.
D'oggi in là quel po' di
terra scura, col castello di cui sento parlare, non mi verrà mai vista con la
fantasia tra l'acque azzurre, senza che la visione si mescoli di file rosse
correnti come rivi di sangue in mezzo al verde dei fichi d'India, pei canneti,
nel letto secco dei torrenti, sulla riva del mare torrida e bianca. Medici, Cosenz, Fabrizi, profili austeri
balenarono qua e là: non li conosco, ma ormai gli eroi so immaginarli, so come
Garibaldi li fa. E vedrò passare, quasi fuga di forsennati in mezzo ai nostri,
un gruppo di cavalli napoletani. Che vogliono, dove vanno? Intorno al Dittatore
appiedato si fa un cerchio di quei cavalli, un arco di spade, di lancie turbina su di lui, suona fino ai più lontani del
campo un urlo di gioia, di ferocia borbonica; ah quello può essere il momento
che salvi la corona a Sofia! Ma Missori e Statella sentono che nel gran poema questo sarà il loro
canto: e dalla pistola girante del Lombardo gentile, dalla spada del Siracusano cavalleresco, esce la morte meravigliosa.
Fuggite, o lancieri! Il vostro capitano vi condusse da Messina promettendo la
testa del Leone, ma non lo vedrete più. Cadde dal suo cavallo colla gola
tagliata dal Dittatore. Egli è nella polvere. E Garibaldi dal Veloce che venne
fulminando per l'alto mare ad offrirsi, torna a mettersi nella battaglia colle
sue grandi ispirazioni di marinaio.
Il canto del poema finirà
narrando del vecchio castello, dei fuggenti a ricoverarvisi,
di Bosco, inutile prode, che avrà per grazia del Dittatore spada e cavallo,
mentre che ne uscirà patteggiato. E al Veloce, sopraggiunto, come fosse stata
l'anima del morto Magiaro, si darà il nome di Tuköry,
l'eroe di Porta Termini.
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