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| Giuseppe Cesare Abba Da Quarto al Volturno IntraText CT - Lettura del testo |
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3. Giardini, 28 luglio.Aci Reale, Giarre, Giardini, tre cittadette che il mare le vuole e l'Etna le tira a' suoi piedi come schiave. Si va, si va e sempre questo monte che non finisce mai di mutare aspetti, sempre quelle sue falde fresche d'ombre che uno le gode con gli occhi, tirando innanzi a camminare divorato dal sole, nella strada gialla, polverosa di lava, sulla quale danza un calore che a stender la mano par di palparlo, rete dì metallo infocato. A destra, fin dove può l'occhio, un azzurro di mare che non somiglia punto a quel di Liguria, né a quello là di Marsala. È il nostro bel mare, per tutto, ma qui ha trasparenze profonde, lontane, direi successive come i cieli di Dante. Forse ha senso di godimento sotto questo sole che gli penetra sin nel fondo; perché in quest'ora di mezzodì ha quasi un'aria di infinita bontà. Mi fiderei di dire che vi si può camminare sopra a piedi asciutti, e a guardarlo m'entra nell'anima la soavità squisita di cose intese da fanciullo, i cieli, i laghi, le buone genti di Galilea. Ma là, oltre quell'ultima linea che altrove par finire in un balzo pauroso alla fantasia, s'indovinano terre come queste e più deliziose. La Grecia non poté, non potrebbe essere che laggiù. Par di sentire un profumo d'antico e un suono da quella parte venuto in qua nell'aria, nell'acque; dolce oggi come allora quando Virgilio cantava gli amori dell'Alfeo con l'Aretusa.
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E Sant'Alessio è un fortino lì sulla via, fatto anticamente per dar da ridere ai barbareschi. Non v'è una guardia, ma quel vecchio cannone da quella balestriera come parca che ammiccasse! Raveggi, passando meco a pié del forte, mi disse: «Ecco il mio sogno! Aver quarant'anni e più ed esser messo qui con quattro veterani slombati. Me ne starei sdraiato ora su d'uno spalto ora d'un altro, guardando il mare attento attento, invecchiando adagio adagio, bevendo a sorsi la vita, il vino e le fantasticherie della mia testa».
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