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Sul piano di Terranova,
tra la città e la cittadella, stanno due file di sentinelle, borboniche e
nostre. Tra le due file una ventina di passi, terreno neutrale. Le sentinelle
si guardano, appiccano discorso, tirano innanzi un pezzo, poi o si fanno il
broncio, o qualcuna dalla parte borbonica piglia la corsa e si rifugia di qua,
gridando viva l'Italia, gettando berretto, budrieri, ogni cosa; mentre una
turba di fruttaiole e di pescivendoli si fanno addosso al disertore per
divorarselo a baci. Ma alle volte i nostri tentano gli altri invano, e scappa
detta qualche impertinenza. Allora uno, due, tre borbonici lasciano andare la
schioppettata, i nostri rispondono; ed ecco un allarme generale, un suon di
tamburi e di trombe da noi e nella cittadella. Sui bastioni spuntano le teste
dei cannonieri, le miccie fumano. Ma corre un
ufficiale di Stato Maggiore, nostro, uno borbonico esce dalla cittadella; si
incontrano, si parlano, si stringono la mano, poi danno di volta e tutto è
finito. Commediole che fanno ridere, ma che a
qualcuno costano care. Stamane la cittadella tirò
persino una cannonata. La palla enorme sforò netto un casotto da doganieri, e
andò rotolando lontano lungo il molo. I nostri corsero furiosi da tutte le
parti, e vidi un mutilato giovane saltellare colla sua gamba di legno per tener
piede ai più pronti. Agitava uno schioppo colla baionetta inastata, e gridava
che era tempo di dar l'assalto.
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