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Giuseppe Cesare Abba
Da Quarto al Volturno

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    • 10. L'INCONTRO DI TEANO.
      • 5. Caserta, 9 novembre. Sera.
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5. Caserta, 9 novembre. Sera.

 

Oggi il Palazzo reale guatava il viale che gli si protende dinanzi lontano lontano, e pare che voglia arrivare sino a Napoli; guatava le file dei battaglioni rossi distese sotto i grandi alberi immobili e cupi sotto il cielo basso. Doveva venire il Re a passare in rassegna tutto l'esercito garibaldino, un dodicimila che stavamo con l'armi al piede, in ordine di parata. Si aspettava! Il Re sarebbe arrivato verso le due, lo avrebbe annunziato il cannone. E intanto nelle file si parlava, e passavano delle novelle bizzarre, motti, arguzie, cose da poema e da commedia. Udii persino delle volgarità. Ma non v'era allegrezza. Anche le nuvole, calando sempre più, mettevano non so che freddo, e l'ora, passando, portava stanchezza. Certi Veneti del mio battaglione dicevano sottovoce che quando fosse passato il Re, sarebbe stato bello circondarlo, pigliarselo, menarlo nei monti, e di fargli dichiarar la guerra per Roma e Venezia. Che fossero visi da farlo? Alcuni sì; i più dicevano per dire. Ma nel più vivo di quei discorsi s'udirono le trombe dalla destra della lunga linea. Attenti... il Re!

I battaglioni si composero, si allinearono, i cuori battevano, chi amava, chi no. Poi venne giù una cavalleria trottando... Ah! quello che cavalcava alla testa non era il Re: era Lui col cappello ungherese, col mantello americano, e insieme a Lui tutte camicie rosse. Quel cappello calcato giù sulle sopracciglia segnava tempesta. Vennero, passarono, lasciando un grande sgomento, arrivarono in fondo al viale, diedero di volta, ripassarono come un turbine, sparirono. E poco appresso i battaglioni furono messi in colonna di plotoni.... pareva che si dovesse marciare a qualche sbaraglio, tutti si era pronti... Così si andò verso il Palazzo reale, a sfilare dinanzi al Dittatore piantato sulla gran porta, come un monumento. E si sentiva che quella era l'ultima ora del suo comando. Veniva la voglia di andarsi a gettar a' suoi piedi gridando: Generale, perché non ci conducete tutti a morire? La via di Roma è , seminatela delle nostre ossa! - Ma la guerra civile? Ma la Francia?... L'anno scorso fummo così amici con la Francia!

Il Generale, pallido come forse non fu visto mai, ci guardava. S'indovinava che il pianto gli si rivolgeva indietro e gli allagava il cuore. Non so neppur uno di quelli che stavano vicino a lui. Che cosa contavano in quel momento? Lui, lui solo: non vidi nulla. Ora odo dire che il Generale parte, che se ne va a Caprera, a vivere come in un altro pianeta; e mi par che cominci a tirar un vento di discordie tremende. Guardo gli amici. Questo vento ci piglierà tutti, ci mulinerà un pezzo come foglie, andremo a cadere ciascuno sulla porta di casa nostra. Fossimo come foglie davvero, ma di quelle della Sibilla, portasse ciascuna una parola: potessimo ancora raccoglierci a formar qualcosa che avesse senso, un ; povera carta! rimani pur bianca... Finiremo poi. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 




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