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Oggi il Palazzo reale guatava
il viale che gli si protende dinanzi lontano lontano,
e pare che voglia arrivare sino a Napoli; guatava le file dei battaglioni rossi
distese sotto i grandi alberi immobili e cupi sotto il cielo basso. Doveva
venire il Re a passare in rassegna tutto l'esercito garibaldino, un dodicimila
che stavamo con l'armi al piede, in ordine di parata. Si aspettava! Il Re
sarebbe arrivato verso le due, lo avrebbe annunziato il cannone. E intanto
nelle file si parlava, e passavano delle novelle bizzarre, motti, arguzie, cose
da poema e da commedia. Udii persino delle volgarità. Ma non v'era allegrezza.
Anche le nuvole, calando sempre più, mettevano non so che freddo, e l'ora,
passando, portava stanchezza. Certi Veneti del mio battaglione dicevano
sottovoce che quando fosse passato il Re, sarebbe stato bello circondarlo,
pigliarselo, menarlo nei monti, e di là fargli dichiarar la guerra per Roma e
Venezia. Che fossero visi da farlo? Alcuni sì; i più dicevano per dire. Ma nel
più vivo di quei discorsi s'udirono le trombe dalla destra della lunga linea.
Attenti... il Re!
I battaglioni si
composero, si allinearono, i cuori battevano, chi amava, chi no. Poi venne giù una cavalleria trottando... Ah! quello
che cavalcava alla testa non era il Re: era Lui col cappello ungherese, col
mantello americano, e insieme a Lui tutte camicie rosse. Quel cappello calcato
giù sulle sopracciglia segnava tempesta. Vennero, passarono, lasciando un
grande sgomento, arrivarono in fondo al viale, diedero di volta, ripassarono
come un turbine, sparirono. E poco appresso i battaglioni furono messi in
colonna di plotoni.... pareva che si dovesse marciare a qualche sbaraglio,
tutti si era pronti... Così si andò verso il Palazzo reale, a sfilare dinanzi
al Dittatore piantato là sulla gran porta, come un monumento. E si sentiva che
quella era l'ultima ora del suo comando. Veniva la voglia di andarsi a gettar a' suoi piedi gridando: Generale, perché non ci conducete
tutti a morire? La via di Roma è là, seminatela delle nostre ossa! - Ma la
guerra civile? Ma la Francia?... L'anno scorso fummo così amici con la Francia!
Il Generale, pallido come
forse non fu visto mai, ci guardava. S'indovinava che il pianto gli si
rivolgeva indietro e gli allagava il cuore. Non so neppur
uno di quelli che stavano vicino a lui. Che cosa contavano in quel momento?
Lui, lui solo: non vidi nulla. Ora odo dire che il Generale parte, che se ne va
a Caprera, a vivere come in un altro pianeta; e mi par che cominci a tirar un
vento di discordie tremende. Guardo gli amici. Questo vento ci piglierà tutti,
ci mulinerà un pezzo come foglie, andremo a cadere ciascuno sulla porta di casa
nostra. Fossimo come foglie davvero, ma di quelle della Sibilla, portasse
ciascuna una parola: potessimo ancora raccoglierci a formar qualcosa che avesse
senso, un dì; povera carta! rimani pur bianca... Finiremo poi. . . . . . . . .
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