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Giuseppe Cesare Abba
Da Quarto al Volturno

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    • 4. DA CALATAFIMI A PALERMO.
      • 1. Alcamo, 17 maggio. Sulla soglìa d'una chiesetta, quasi in riva al mare.
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4. DA CALATAFIMI A PALERMO.

 

1. Alcamo, 17 maggio. Sulla soglìa d'una chiesetta, quasi in riva al mare.

 

Da Calatafimi a qui fu una camminata allegra, per campagne fiorenti. Ma dappertutto vi era traccia della sconfitta che facemmo toccare ai regi: zaini, berretti, bende insanguinate buttate lungo la via. All'alba partendo si cantava; poi, tra per quella vista e per il sole che si alzò a schiacciarci, si tacque e si tirò innanzi come ombre. Verso le dieci, ci abbattemmo in certe belle carrozze, mandate ad incontrarci come gran signori. Alcamo era vicina. Nelle carrozze v'erano gentiluomini lindi e lucenti, che fecero le accoglienze al Generale; mentre, allo sbocco dei sentieri, si affollavano dai campi molte donne campagnuole, confidenti e senza paura di noi. Alcune si segnavano devotamente; una ne vidi con due bambini sulle braccia inginocchiarsi quando il Generale passò; e uno dei nostri ricordò le Trasteverine d'undici anni or sono, che lo chiamavano il Nazzareno.

Entrammo in Alcamo alle undici. È bella questa città, sebbene mesta; e all'ombra delle sue vie par di sentirsi investiti da un'aria moresca. Le palme inspiratrici si spandono dalle mura dei suoi giardini; ogni casa pare un monastero; un paio d'occhi balenano dagli alti balconi; ti fermi, guardi, la visione e sparita.

Prima che noi giungessimo, si diceva che i regi erano sbarcati numerosi e furibondi a Castellamare, ma che subito erano tornati a imbarcarsi. Non si parla più di questa mossa, ma si vedono laggiù in alto due navi. Potrebbero essere da guerra.

 

* * *

 

Fummo in cinque da un signore che ci volle a forza in casa sua, e vi desinammo. Che gentilezza d'uomo in quest'isola solitaria: ma che ingenua ignoranza delle cose d'Italia! Egli non ci tenne nascoste le sue figliuole, che ci guardavano ansiose e ci parlavano come a conoscenti antichi.

- Di dove siete? chiedeva il loro babbo a Delucchi.

- Genovese.

- E voi? volgendosi a Castellani.

- Da Milano.

- Ed io da Como, - rispondeva senza aspettare d'essere interrogato Rienti, che ha la testa come uno di quegli angeloni ricciuti e paffuti, che si veggono scolpiti, coll'ali aperte, ai corni degli altari.

- Che bei paesi devono essere i vostri! Ma perché siete vestiti così da paesani? Via, dite la verità, siete soldati piemontesi. No? E allora come avete fatto a vincere tanti Napoletani? Passarono di qui che era una pietà a vederli. Non arriveranno a Palermo la metà.

Poi il discorso cadde sulla guerra dell'anno scorso. Quel signore pareva nato ieri. Credeva appena che Vittorio Emanuele fosse davvero al mondo. Intanto s'era bevuto, e qualcuno menzionò Ciullo d'Alcamo, e la dolce canzone, e si parlò, anche di Bari, di Puglia, e della sfida di Barletta. L'ospite trasecolava a sentirci parlare di tante cose: non ci voleva più lasciar uscire; e quando potemmo andarcene senza disgustarlo, le sue figliuole ci porsero la mano. Baciammo rispettosi e timidi, e ce ne venimmo via con un po' di scompiglio nel cuore.

 

* * *

 

Il tuono brontolava cupo di dai monti; tutti si affollavano giù al mare, credendo che fosse il rombo del cannone. «Palermo è insorta, corriamo a Palermo!». Ma poi sovra i monti si levarono certi nuvoloni scuri, un temporale che svanì.

 

* * *

 

Si diceva misteriosamente, dall'uno all'altro, che il Generale ha perduto la speranza di riuscire contro i trentamila soldati che il Borbone ha nell'isola; che la nostra colonna sarà disciolta; che ognuno sarà lasciato libero di cavarsi come potrà da questo passo. L'annunzio fu un lutto. Ma era una falsa voce, o forse un gioco che ci viene dal nemico.

 

* * *

 

Quel frate che ci segue sin da Salemi, vuole spandere un'aura di religiosità sopra di noi. Lo vidi poco fa partirsi per tornare a Calatafimi. - «Colonnello Catini, disse passando al mio Comandante, domani dirò messa sovra un avello tricolorato! Dopo tornerò con voi».

 

* * *

 

Alcuni che rimasero addietro, per ferite leggere toccate a Calatafimi, ci raggiunsero qui. Narrano le sofferenze dei nostri compagni ricoverati a Vita. Non si sa come, le piaghe ingangreniscono; i medici si struggono intorno ai sofferenti, ma la morte li toglie loro di mano. Francesco Montanari da Mirandola, quell'amico del Generale che celiava con lui a Talamone, è morto dei primi.

E se è vero, capisco le parole che disse il frate partendo per Calatafimi, fa un'ora. Mi fu detto che i nostri morti giacciono ancora insepolti sui colli del Pianto Romano!

 




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