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4. DA CALATAFIMI A
PALERMO.
Da Calatafimi
a qui fu una camminata allegra, per campagne fiorenti. Ma dappertutto vi era
traccia della sconfitta che facemmo toccare ai regi: zaini, berretti, bende
insanguinate buttate lungo la via. All'alba partendo si cantava; poi, tra per
quella vista e per il sole che si alzò a schiacciarci, si tacque e si tirò
innanzi come ombre. Verso le dieci, ci abbattemmo in certe belle carrozze,
mandate ad incontrarci come gran signori. Alcamo era vicina. Nelle carrozze
v'erano gentiluomini lindi e lucenti, che fecero le accoglienze al Generale;
mentre, allo sbocco dei sentieri, si affollavano dai campi molte donne campagnuole, confidenti e senza paura di noi. Alcune si
segnavano devotamente; una ne vidi con due bambini sulle braccia inginocchiarsi
quando il Generale passò; e uno dei nostri ricordò le Trasteverine
d'undici anni or sono, che lo chiamavano il Nazzareno.
Entrammo in Alcamo alle
undici. È bella questa città, sebbene mesta; e all'ombra delle sue vie par di
sentirsi investiti da un'aria moresca. Le palme inspiratrici
si spandono dalle mura dei suoi giardini; ogni casa pare un monastero; un paio
d'occhi balenano dagli alti balconi; ti fermi, guardi, la visione e sparita.
Prima che noi
giungessimo, si diceva che i regi erano sbarcati numerosi e furibondi a Castellamare, ma che subito erano tornati a imbarcarsi. Non
si parla più di questa mossa, ma si vedono laggiù in alto due navi. Potrebbero
essere da guerra.
* * *
Fummo in cinque da un
signore che ci volle a forza in casa sua, e vi desinammo. Che gentilezza d'uomo
in quest'isola solitaria: ma che ingenua ignoranza
delle cose d'Italia! Egli non ci tenne nascoste le sue figliuole, che ci
guardavano ansiose e ci parlavano come a conoscenti antichi.
- Di dove siete? chiedeva
il loro babbo a Delucchi.
- Genovese.
- E voi? volgendosi a
Castellani.
- Da Milano.
- Ed io da Como, -
rispondeva senza aspettare d'essere interrogato Rienti,
che ha la testa come uno di quegli angeloni ricciuti
e paffuti, che si veggono scolpiti, coll'ali aperte, ai corni degli altari.
- Che bei paesi devono
essere i vostri! Ma perché siete vestiti così da paesani? Via, dite la verità,
siete soldati piemontesi. No? E allora come avete fatto a vincere tanti
Napoletani? Passarono di qui che era una pietà a vederli. Non arriveranno a
Palermo la metà.
Poi il discorso cadde
sulla guerra dell'anno scorso. Quel signore pareva nato ieri. Credeva appena
che Vittorio Emanuele fosse davvero al mondo. Intanto s'era bevuto, e qualcuno
menzionò Ciullo d'Alcamo, e la dolce canzone, e si
parlò, anche di Bari, di Puglia, e della sfida di Barletta. L'ospite
trasecolava a sentirci parlare di tante cose: non ci voleva più lasciar uscire;
e quando potemmo andarcene senza disgustarlo, le sue figliuole ci porsero la
mano. Baciammo rispettosi e timidi, e ce ne venimmo via con un po' di
scompiglio nel cuore.
* * *
Il tuono brontolava cupo
di là dai monti; tutti si affollavano giù al mare, credendo che fosse il rombo
del cannone. «Palermo è insorta, corriamo a Palermo!». Ma poi sovra i monti si
levarono certi nuvoloni scuri, un temporale che
svanì.
* * *
Si diceva
misteriosamente, dall'uno all'altro, che il Generale ha perduto la speranza di
riuscire contro i trentamila soldati che il Borbone
ha nell'isola; che la nostra colonna sarà disciolta; che ognuno sarà lasciato
libero di cavarsi come potrà da questo passo. L'annunzio fu un lutto. Ma era
una falsa voce, o forse un gioco che ci viene dal nemico.
* * *
Quel frate che ci segue
sin da Salemi, vuole spandere un'aura di religiosità
sopra di noi. Lo vidi poco fa partirsi per tornare a Calatafimi.
- «Colonnello Catini, disse passando al mio Comandante, domani dirò messa sovra
un avello tricolorato! Dopo tornerò con voi».
* * *
Alcuni che rimasero
addietro, per ferite leggere toccate a Calatafimi, ci
raggiunsero qui. Narrano le sofferenze dei nostri compagni ricoverati a Vita.
Non si sa come, le piaghe ingangreniscono; i medici
si struggono intorno ai sofferenti, ma la morte li toglie loro di mano.
Francesco Montanari da Mirandola, quell'amico del
Generale che celiava con lui a Talamone, è morto dei
primi.
E se è vero, capisco le
parole che disse il frate partendo per Calatafimi, fa
un'ora. Mi fu detto che i nostri morti giacciono ancora insepolti sui colli del
Pianto Romano!
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