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Alla fine l'han saputo dove eravamo, e nella notte i borbonici si sono
avvicinati. All'alba, in fretta in furia, fummo messi in movimento e salimmo
quassù. Un buon braccio potrebbe scagliare una pietra di qui sui tetti di
Parco. Abbiamo sotto di noi il Calvario e il cimitero a mezza costa; veggo le pietre sulle quali sedemmo ieri, con frate
Carmelo. Quel monaco mi ha lasciato un non so che turbamento; vorrei rivederlo.
Staremo a campo qui,
tutto il giorno, e forse anche domani. Che cosa si attende? Che significa
questo aggirarsi intorno a Palermo, come farfalle al lume?
Maestose le rupi che
abbiamo a ridosso e a destra. Indescrivibile la vista di faccia. Chi nasce qui
non si lagni d'essere povero al mondo, che anche con una manata d'erba è un bel
vivere, se si hanno occhi per vedere e cuore per sentire.
* * *
È giunto un giovane
gentiluomo Palermitano, che all'aspetto crederei fratello del colonnello
Carini. Alto, biondo, robusto come lui. Si chiama Narciso Cozzo. Venne ben
armato e ci seguirà, mettendosi nella mia compagnia. Anch'egli parla della
città impaziente, è pronta ad insorgere. Se la gioventù di Palermo è del suo
sentire, non v'ha dubbio che non ci attenda il trionfo.
* * *
Coi cannocchiali si
scoprono grossi drappelli di soldati, accampati sotto le mura di Palermo. A
vederli muoversi in quel silenzio laggiù, uno dice: «Ma non verranno essi un dì
o l'altro ad assalirci?».
* * *
Una colonna di regi si
avanza cauta, per la pianura, sino alle falde del monte che abbiamo a destra,
diviso da noi solo dal letto asciutto d'un torrentello
gramo. Dalla altissima vetta della montagna si udì uno straziante grido
d'allarmi, e un gran fumo montò nero dal culmine nell'aria pura e calda del
tramonto. Noi pigliammo le armi. Ed ecco laggiù, laggiù, dove la pianura
finisce, cominciarono le schioppettate.
Una squadra d'insorti,
appiattati tra le rocce, faceva testa ai regi, che tentavano guadagnare la
falda del monte. Garibaldi stette un po' a guardare, poi fece discendere Bixio colla
sua compagnia fino al cimitero lì sotto a noi; e comandò a Carini di occupare
la vetta di questo colle, che, disse, sarebbe luogo di grande combattimento.
Noi eravamo pronti; la scaramuccia laggiù si faceva via via
più viva; sulla rupe lassù quel fumo si alzava ancora, ma sottile e bianco.
Le schioppettate a un
tratto si diradarono, e la colonna che voleva forzare quella squadra di insorti
indietreggiò per i campi; poi disparve nel fitto di aranci e di olivi che si
stende fino a Palermo.
* * *
Si fa notte. Sovra ogni
vetta di questo immenso semicerchio, si accendono fuochi fino a Monte
Pellegrino; tanti, che pare la notte di San Giovanni. E Palermo li vede, e
forse spera che questa sia l'ultima notte della sua servitù.
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