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Sulla porta d'un
convento, come un mendico! La città sembra desolata dalla pestilenza. Qualche
cencioso gironza per le vie e chiede l'elemosina a
noi. Il nostro campo è là fuori, ma oggi non allegro come gli altri giorni.
Stamane mi destai che tutti si alzavano,
e in quella luce crepuscolare, pareva la risurrezione dei morti.
In fondo all'orizzonte
quietava il mare plumbeo. Palermo accennava appena d'essere, contro la massa
scura di Monte Pellegrino; e in faccia a noi una nebbiolina bianca da Palermo
al Pioppo. Quando spuntò il sole alle nostre spalle, rovesciando lunghe per il
pendio del monte l'ombre dei nostri corpi, tutto parve provasse un fremito, e
ci abbracciavamo tra noi.
La nebbia sfumò. Allora
si vide uscire da Monreale una colonna di soldati; avanzare densa e sicura per
la via che mena a Pioppo; occuparla tutta quanta è lunga. E non finiva mai,
sebbene la testa fosse già entrata nei boschi, per venire a Parco.
A questa volta verranno
davvero! si diceva; e intanto i nostri del genio cominciarono a lavorare
frettolosi, per costruire una batteria. Le compagnie furono schierate sulla
strada.
Si aspettava in silenzio,
e pareva di sentire il passo di quella schiera infinita, lontana.
La moschetteria cominciò
laggiù sotto Parco. Sostennero il primo urto i Carabinieri genovesi: ma mentre
tutto pareva preparato per tener fermo là dove eravamo, passò il Generale collo
Stato Maggiore, colle Guide, di galoppo, un turbine, e noi subito dietro di
loro a passo di corsa.
Si camminava così a rotta
un tratto, poi si rallentava un poco, poi si ripigliava. Vidi molti per
l'affanno buttarsi a terra disperati, altri piangevano dal dolore: qualcuno
narrava che i borbonici, incendiato Parco, e rotti i Carabinieri genovesi, ci
venivano alle spalle furiosi colla cavalleria, e che presto ci sarebbero stati
addosso. S'aggiungeva che il nerbo di quella colonna sono Bavaresi, mercenari
briachi, che vogliono farla finita. La ritirata era un lutto, e quasi pareva
una fuga.
La strada che da Parco
conduce qui alla Piana dei Greci, serpeggia lungo tratto in mezzo a montagne
scoscese. Divorammo quel tratto sin dove, cessando di salire, la strada porta
piana a scoprire questa città in seno alla valle. Trafelati, sfiniti dal
digiuno, arsi dal sole, riposammo cogli occhi in questo fondo; ma a un punto
stavano tre Guide a cavallo, piantate in mezzo alla via, e arrivando là ci
fecero pigliare a destra il monte grigio, squallido, a petto. Altre Guide
appostate su per i greppi, gridavano, per animarci, che il Generale era in
pericolo: e noi a salire, a salire verso la vetta, donde s'udiva una tromba
suonare la diana con angoscia.
Arrivammo a cinque, a
dieci, come si poteva: il Generale era lassù da un pezzo. In faccia, su d'un
altro monte, quello che sovrasta il nostro campo di ieri, i cacciatori
napoletani schierati sparavano contro di noi, e i loro proiettili ci
fischiavano sopra come serpenti. Alcuni Carabinieri genovesi rispondevano a
quel fuoco; noi, coi nostri schioppi inutili, stavamo a guardare.
Durò quel gioco di schioppettate
forse un'ora; poi i cacciatori napoletani cominciarono a ritirarsi, e sparirono
di là dalla cresta della montagna.
Allora ci ritirammo noi
pure, per la stessa via fatta a salire, augurando a monte Campanaro che possa
sprofondare tanto giù nell'abisso, quanto sorge alto e sfacciato nell'aria.
Si dice che il generale
nemico avesse ideato di varcare i due monti, sperando di far a tempo, occupare
Piana dei Greci prima che noi vi arrivassimo, e di qui ributtarci,
perseguitandoci fino a Palermo. Ma Garibaldi lo prevenne con miracolosa
prontezza. Ora si pensa che smessa l'idea, ci verrà dietro, per la strada
militare, percorsa da noi quasi fuggendo.
Ho inteso che alcuni dei
nostri rimasero prigionieri al Parco, e che uno d'essi è Carlo Mosto, fratello
del Comandante dei Carabinieri. Pare che sia anche ferito, e si teme che tutti
saranno fucilati!
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