|
Viadarma, il bègari, andava
innanzi a piedi, scalzo, semplicemente vestito del duti tradizionale dei
poveri indiani, che è una lunga e larga fascia di stoffa, girata intorno alle
reni e ricadente fino al ginocchio. Il viaggiatore, europeo all'aspetto, chiuso
in un tutto vestito di pannolano grigio, lo seguiva in carrozza.
Come potessero andar di pari,
con mezzi tanto diversi di locomozione, vi sarà facilmente chiarito da due
notizie, di poco momento per la storia. La strada era pessima, e la carrozza, che
meglio sarebbe di chiamare col suo vero nome di carretta, era tirata, non già
da cavalli (che il viaggiatore non ne aveva trovati a Sciolapur) ma da due
bianchi zebù, specie di buoi dalle gobbe penzoloni e dalle corna attorcigliate.
Anche il viaggiatore andava
molto a piedi. Ma il caldo era stato soffocante, quel giorno, e l'arco di
foglie di palmizio che coronava il veicolo aveva attirato con dolce lusinga il
viaggiatore sotto le sue ombre ospitali, accanto alle sue armi e alle sue
valigie, che riposavano nel fondo. «Riposavano» è un modo di dire, perché più
veramente sobbalzavano ad ogni tratto, secondo le scosse più o meno forti della
carretta, fra i sassi e gli avvallamenti della strada.
Una strada cattiva, anzi
pessima, come vi ho detto, era quella da Sciolapur a Secanderabad, prima
stazione importante entro i felicissimi stati del Nizam, dopo aver passata la
frontiera al villaggio di Alland e fatte in tre giorni le debite fermate a
Kalburga e Malcaira, per dar la muta ai quadrupedi. Per altro, essa era
altrettanto sicura da cattivi incontri, essendo corsa abbastanza regolarmente
dalla vettura postale del governo inglese, guardiano e protettore del Nizam, e
continuamente vigilata dai cànsama, addetti alle stazioni di posta, o
dai bègari, guide fornite da ogni capo di villaggio per cui dovessero
passare i forestieri, specialmente gli europei.
Dopo tutto, il nostro
viaggiatore non era pauroso; la consuetudine del pericolo lo aveva agguerrito,
ed egli, piuttosto che audace, poteva dirsi temerario. Amava la vita e il suo
campo necessario, che è questo povero globo; ma a patto di spender la prima a
girare il secondo. «Restare, soffrire; digerir male, forse.» Così mutava, e in
verità con poca riverenza per Guglielmo Shakespeare, la profonda osservazione
di Amleto. Donde vi sarà facile argomentare che il nostro viaggiatore non fosse
inglese, quantunque indossasse il tutto vestito di pannolano grigio e portasse
il cappello di feltro foggiato ad elmetto, bucherellato nella testiera e
fasciato di un bianco velo che simulava il turbante.
Il paese, sui confini del Nizam,
non era bello a vedersi. C'è anche la sua parte di brutto nell'India pastinaca,
come la chiamavano gli antichi; e la jungla, per cui ci figuriamo che
debba intendersi la boscaglia indiana, non è tutta di liane e bambù, di banani
e mangifere: più sovente è sterpeto, giuncaia, deserto piano e monotono, senza
un filo di verde. La campagna che il nostro viaggiatore percorreva da due
giorni, non offriva che linee basse ed uniformi, interrotte qua e là da massi e
scaglioni di pietra biancastra. Solo nelle vicinanze dei villaggi
s'incominciava a vedere qualche poco di campo, coltivato a grano turco e
frumento; e allora sbucava timidamente dal fondo giallo della pianura una
capanna d'agricoltore, attorniata da pochi alberi magri e da qualche cespuglio
di kalam. Il kalam, se nol sapete, è una graminacea, che nasce spontanea nei
luoghi incolti dell'India, specie sui margini de' sentieri. Il suo stelo
diritto e poroso è usato dagli Indiani come penna da scrivere; donde il suo
antichissimo nome di kalam, diventato calamus nella lingua
latina.
Benedette concordanze
etimologiche! Rammento che il mio maestro di sànscrito (una lingua che ho
finito a non imparare affatto) quando mi aveva messa a riscontro una parola
indiana con un'altra greca o latina, e notata la somiglianza loro, mi guardava
con una cert'aria di trionfo, soggiungendo invariabilmente: «neh, che è
difficile il sànscrito?»
Certo, col tempo e la pazienza si può giungere a tutto,
superare ostacoli che parevano a tutta prima insormontabili. Il nostro
viaggiatore, per esempio, dopo due giorni e mezzo di strada in quel paese arido
e polveroso, vedeva a mano a mano cangiarsi l'aspetto della campagna,
presentarglisi sull'orizzonte un fitto di verdura, con tetti e guglie di
minareti che scintillavano al sole.
- Viadarma! - gridò egli al suo
compagno di viaggio.
- Sahib! - rispose quell'altro,
voltandosi prontamente al cenno del forestiero.
- Che paese è quello, che si
comincia a vedere là in fondo?
- Secanderabad; - disse
Viadarma.
Il viaggiatore, che aveva già
tratto nella giornata parecchi sbadigli, mutò registro a quella notizia e
trasse invece un respiro.
- Lo credevo più lontano; -
soggiunse.
- Ed è lontano tuttavia; -
replicò Viadarma, saltando sul timone della carretta, per dare un grazioso
cenno della sua presenza ai due zebù; - abbiamo ancora due ore di cammino. -
Il cenno grazioso non era una
frustata, né una punzecchiatura, come potreste immaginare. Viadarma, seguendo
il costume del suo paese, prendeva le code dei due poveri animali e le
attorcigliava un tantino fra le dita. Lo zebù è sensibilissimo in quella
appendice del suo corpo, e, quando gli si usa un mal garbo simile, è capace di
prendere anche il galoppo, come un somaro qualunque, a cui venga appioppato un
carico di legnate.
Mentre i due cornipedi
studiavano il passo in quel modo e per quella ragione che ho detta, colui che
Viadarma aveva salutato col nome di Sahib, diede una sbirciata all'orologio.
Erano le quattro dopo il meriggio.
- Arriveremo di giorno; -
conchiuse; - meno male! -
Il rimanente della strada si
fece in silenzio; silenzio dei due bipedi, intendiamoci, mentre i quadrupedi
scalpitavano sul battuto della strada, facendo scricchiolar la carretta e
sobbalzar le valigie insieme col loro proprietario, che aveva cavato di tasca
il suo taccuino per prendere alcuni appunti, ma dovette tosto rinunziarvi, e
prendere invece un numero del Times, per leggicchiare gli annunzi.
Il corpo del giornale lo aveva
già letto, parte in strada ferrata da Bombay a Sciolapur, e parte nei primi due
giorni di quel piacevolissimo tragitto, in compagnia di Viadarma e delle sue
bestie imbizzite.
Secanderabad, ov'egli giunse
poco prima delle sei, era la stazione d'accantonamento delle soldatesche inglesi,
che avevano l'ufficio di proteggere la persona del Nizam e di vigilare in pari
tempo il governo. Il nostro viaggiatore contava di trattenervisi a dormire, ma
gli premeva anzi tutto di andare al palazzo del residente britannico, e di
ottenere una lettera commendatizia, non solamente necessaria per essere
ricevuto dal Nizam e dal suo ministro, ma per entrare nel distretto di
Haiderabad, che era la meta del suo pellegrinaggio, poco scientifico e molto
capriccioso.
Perciò, fermatosi al bungalow
il tempo necessario per fissare una camera e dar ordini pel suo desinare, si
fece condurre dal bègari Viadarma un miglio più su, fino al palazzo
della Residenza. Il paese era magnifico; si andava per una via larga, alta e
diritta, argine continuato d'un gran lago artificiale, l'Hussein Sagar, il cui
specchio azzurro carico, incorniciato nel verde dei campi circostanti,
contrastava allegramente con le cento miglia di pianura arida e brulla, che il
nostro Sahib aveva dovuto percorrere.
Diciamo, prima di continuare il
racconto, che cosa fosse quel titolo di Sahib, dato a tutto pasto dal bègari
Viadarma al suo forestiero. Ogni viaggiatore europeo, che abbia apparenza di
gran signore, ogni straniero residente in India, che eserciti qualche ufficio
autorevole, è per l'indiano della classe infima, agricoltore o artigiano, un Sahib.
E ciò per contrapposto al titolo di Topa, con cui si distinguono gli
europei di minor levatura, prendendo il nome da Topi, che significa un
cappello a cupola tonda, quello che in Italia, a Firenze, si direbbe paiolino.
Anche ad un signore, ad un Sahib,
è permesso di portare il topi, il paiolino; ma non importa, egli non
sarà mai chiamato col dispregiativo di cappelluccio. Già, bisogna ricordare che
in India ogni persona di riguardo suol portare il cappello ad elmetto, od anche
a pioppino, fatto coi filamenti disseccati dell'agave, coperto di tela bianca,
foderato di tela verde per tutto il giro della tesa, e ravvolto per metà in un
velo di mussolina, i cui lembi svolazzano sulle spalle. A queste forme ambigue,
tra il cappello e il turbante, chi non riconoscerebbe il Sahib?
Torniamo al viaggiatore. Assorto
nella contemplazione di quel piccolo paradiso, egli giunse fino a mezzo della
spianata che si stendeva davanti al palazzo della Residenza britannica, senza
pensare alla forma meschina del suo veicolo. Ma d'altra parte, perché avrebbe
dovuto vergognarsene? Non si capitava mica a Trafalgar Square, né
all'imboccatura di Regent Street. Si era in India, dove gli equipaggi signorili
son rari, e in una parte dell'India dove la mail-cart,
la carrozza di posta, già costosissima per ogni borsa meglio fornita, non si
trova tutti i giorni, a comodo d'un viaggiatore frettoloso. Il nostro Sahib
aveva anche l'esempio di molti signori, amanti di viaggiare a piccole tappe,
che preferivano alla mail-cart l'umile carretta,
coperta con una stoia di palme, e tirata da una coppia di buoi.
Sceso a terra d'un balzo, il
Sahib si avviò speditamente all'entrata del palazzo, se pure è lecito di
chiamare con tal nome una casa a due piani, circondata da una tettoia
all'altezza del primo piano, a cui si ascendeva per quattro o cinque scalini.
Sotto la verandah, ai due lati dell'ingresso, si vedevano alcuni soldati
inglesi, mezzo vestiti all'indiana. Il Sahib, appena saliti i gradini che
mettevano al vestibolo, ne vide un altro, tutto vestito di rosso, specie di
veterano trasformato in usciere.
- Parliamo al gambero cotto; -
diss'egli tra sé.
Indi, avvicinatosi all'usciere,
gli domandò nel più puro inglese di Piccadilly.
- Si può parlare con sir Giorgio
Lawson?
- Suo Onore non è visibile; -
rispose asciutto il veterano.
- Quando potrò vederlo? Ho da
chiedergli un salvocondotto…
- Le ore d'ufficio son passate;
- replicò quell'altro; - anche il cancelliere, signor Partridge, è uscito.
Vostra Signoria può passare domattina alle otto.-
Il viaggiatore stette alquanto
sovra pensiero, come uomo a cui torni inaspettato il contrattempo; ma poi fece
l'atto di chi si rassegna, non potendo aver altro.
- Sta bene, - diss'egli, -
tornerò domattina. Intanto, favorite di consegnare queste carte a Suo Onore…
appena sarà visibile per la sua gente. -
Così dicendo cavò il portafoglio
e ne trasse fuori una lettera. Era una commendatizia data a lui per sir Giorgio
Lawson dal governatore di Bombay. Vi aggiunse il suo biglietto di visita, a cui
diede la pieghettina d'uso sopra uno degli angoli, e consegnò il tutto nelle
mani dell'usciere.
Il veterano aveva data una
sbirciatina al biglietto di visita, che portava il nome del viaggiatore
abbastanza lungo, sormontato da una corona di cinque fioroni.
- Vostra Grazia sarà servita; -
rispose egli, mettendosi alla posizione del soldato senz'armi, e recando la
mano al berretto.
Sua Grazia, poiché bisogna
dirgli così, diede una voltata sui tacchi e si avviò alla scalinata.
In quel mentre, un palanchino,
portato da quattro uomini vestiti di bianco, era venuto a fermarsi davanti
all'ingresso. Ne discendevano due donne, giovani ambedue, ma molto diverse all'aspetto;
una di mediocre apparenza, non bella, vestita con molta semplicità, tipo di
damigella di compagnia; l'altra di forme eleganti, bionda, cogli occhi azzurri,
la carnagione bianca vermiglia leggermente dorata dai raggi del sole indiano.
Un bel riflesso d'oro aggiunge bellezza alle donne bionde, e, se volete, anche
alle brune. Consiglio a tutte le belle un viaggetto in India; torneranno
indorate.
La fanciulla, discesa per la
prima, si era subito voltala indietro, per dare amorevolmente la mano alla sua
damigella di compagnia. Il Sahib ne argomentò che avesse buon cuore e
non fosse punto orgogliosa. Come vengono certe idee? Come le sensazioni, da cui
molte volte esse nascono. E non era naturale che il forestiero, notando la
diversità di condizione che appariva evidente tra quelle due donne, rilevasse
da quell'atto amorevole una prova di buon cuore?
Un'occhiata della biondina venne
a mutargli immediatamente il corso delle idee. Sentiva una certa compiacenza
vedendo quella giovine signora che aiutava la sua damigella di compagnia a
discendere dal palanchino; ma l'interna allegrezza gli si cangiò in un
sentimento di vergogna, o meglio, se la vergogna vi par troppo nel caso
presente, di confusione. La giovine signora aveva rivolti gli occhi alla
carretta; peggio ancora, si era fermata tre minuti secondi a guardarla; quindi,
volgendosi all'ingresso della casa, aveva scorto il giovinotto, ne' suoi abiti
di viaggiatore, mentre egli poneva il piede sul primo scalino. Quel
ravvicinamento di due cose, che in verità non erano distanti sei metri l'una
dall'altra, e ben dimostravano in quel luogo la loro affinità, fece pentire il Sahib
di essersi presentato alla residenza di Secanderabad con un veicolo così poco decente.
Rincresce sempre di sfigurare in presenza di una bella signora, anche quando
non si è conosciuti da lei e si crede molto ragionevolmente di non averla a
incontrare una seconda volta sulla faccia del globo.
Il saluto che egli fece da buon
cavaliere, nel passarle daccanto, riuscì molto impacciato; cosa strana, per un
uomo che meritava il titolo di Vostra Grazia, dall'usciere della Residenza
britannica. Ma quella carretta tirata da una coppia di buoi, quegli abiti
sciatti e polverosi, e chi sa, probabilmente anche la faccia, nera di qualche
diavoleria, come a dire di una combinazione naturalissima di sudore e di
polvere, non erano fatti per concedergli molta padronanza di sé. Davanti ad una
bella donnina succede sempre così. Si è in un deserto, e si vorrebbe apparire
azzimati, come se allora allora si uscisse dalla bottega del parrucchiere, sul
noto marciapiede, nella città del domicilio legale. Togliete la presenza della
donna, e a quelle inezie non ci si pensa più. A che si perderebbe il tempo in
certe caricature? Non pure la compagnia dei proprii simili, ma neanche la
solitudine più certa e più cara, meriterebbe un sacrificio di quella fatta. Non
c'è notizia nei sacri libri, che Adamo, avanti la creazione della donna,
usasse, magari Dio, lavarsi la faccia.
La signora guardò il
viaggiatore, ma non saprei dirvi se vedesse tutte le brutte cose che egli
pensava di avere sulla persona; indi, risposto al suo saluto con un mezzo
inchino, andò verso la scalinata. Quando sua Grazia il Sahib giunse alla sua
misera carretta di viaggio e si volse per dare una sbirciata alla biondina,
essa era già nel vestibolo, e il viaggiatore non ebbe altra consolazione che
quella di vedere per l'ultimo lembo la veste grigia (grigia come il suo tutto
vestito) della damigella di compagnia.
- Andiamo ora al bungalow!
- gridò egli, con piglio sdegnoso, mentre si adagiava sotto l'arco della sua
stoia, che non era in verità un arco di trionfo, neanche posticcio, quantunque
fosse intessuto di palme.
- Sahib, - gli disse umilmente
il conduttore, parlando nel dialetto indostano, che il viaggiatore masticava
abbastanza bene, - tu non sei molto contento della tua visita?
- L'ufficio della Residenza è
chiuso; mi tocca aspettare fino a domani; - rispose il Sahib, dando così la
ragione del suo malumore. - Andiamo, via, spicciati.
Viadarma, che era balzato sul
timone, luogo a dir vero un pochettino ristretto ed incomodo, ma su cui egli
stava fermo e tranquillo come un ammiraglio sopra il suo ponte di comando,
afferrò le code che sapete, e diede una giratina, che fu subito intesa. La
carretta fece il suo mezzo giro sulla spianata e ripigliò fragorosamente la
strada per cui era venuta. Mezz'ora dopo si fermava davanti al bungalow,
e il viaggiatore entrava nella camera a lui assegnata., facendovi trasportare
le sue valigie e le sue carabine.
Mentre egli si spolvera e si dà
una riasciacquata alle mani e alla faccia, diciamo brevemente che cosa sia il bungalow.
Ha questo nome in India ogni abitazione europea, fabbricata in una forma adatta
al clima tropicale del paese. Ma i viaggiatori chiamano più propriamente così,
abbreviando il nome di Dak-bungalow, la casa delle
poste, che fa in pari tempo servizio d'albergo. In queste case, costrutte ad
ogni stazione, sulle strade principali dell'India, si alloggiano i viaggiatori
europei. Ognuna di esse ha due quartierini, composti d'una camera da letto,
d'un camerino e d'una stanza da bagno. Gli arredi sono semplicissimi; un kànsama,
o servitore, addetto alla casa, provvede e ammannisce quel po' di ristoro che i
viaggiatori domandano. L'alloggio, non il vitto, si paga una rupia al giorno
(mezzo scudo e non più); ma bisogna andarsene dopo ventiquattr'ore, se capita
un altro forestiero. Donde si vede che il luogo non somiglia punto ai nostri alberghi
d'Europa, dove si può star molto, ma non è ugualmente permesso di spender poco.
Altra differenza tra i nostri alberghi e i dak-bungalow.
in quelli si ha da fare i conti con una mezza dozzina di persone, che hanno
tutte, o vantano di avere, diritto alla mancia; in questi non si corre altro
pericolo che di trovare un boa constrictor raggomitolato in un angolo,
od una pantera appiattata sotto il letto. Ma, affrettiamoci a dirlo, per non
togliere la riputazione ai bungalow, queste noie non s'incontrano
dappertutto, né sempre.
Un colpo dato discretamente
sull'uscio con le nocche delle dita interruppe il viaggiatore nelle sue
occupazioni.
- Avanti! - diss'egli, che già
l'aveva finita con l'abluzione e lavorava a ricomporsi il nodo della cravatta.
La parola era stata pronunziata
in inglese, come doveva essere in una stazione di posta, tenuta da ufficiali di
Sua Maestà britannica. Ma una parola sola, e di uso tanto comune, poteva anche
essere intesa da un indiano come Viadarma, il quale viveva in relazione
continua coi padroni dell'India.
- Ah, sei tu? - esclamò il
viaggiatore, vedendo comparire il suo bègari. - Che cosa vuoi?
- Sahib, - disse umilmente
Viadarma, - sei tu rimasto contento di me?
- Sì; - gli rispose il Sahib,
col medesimo accento che avrebbe adoperato per dirgli di no.
- Se tu fai conto di proseguire
per Haiderabad, - ripigliò Viadarma, - non posso io condurti fin là? … ed anche
più oltre? -
L'immagine della carretta si
disegnò davanti agli occhi del viaggiatore e gli fece torcere il viso in una
maniera molto significativa.
- Non conoscerai la strada; -
replicò egli, cercando un pretesto per liberarsi.
- L'ho già fatta un centinaio di
volte; e poi, di qui alle mura di Haiderabad, non sono che quattro coss.
-
Il coss è una misura di
distanza, usata in India, equivalente a tre chilometri, o poco meno.
Altri pretesti da metter fuori,
il Saihb non ne aveva. Perciò rimase un istante perplesso, senza rispondere al
ragionamento di Viadarma. Sarebbe dunque tornato a far mostra di sé in quel
meschino equipaggio? Per fortuna, la strada maestra proseguiva dal suo bungalow
fino alle porte di Haiderabad, senza passare davanti al palazzo della
Residenza.
- Oh, sono uno sciocco, io! -
pensò egli, irritato da quella scusa che il suo amor proprio gli aveva
suggerita. - Perché ho veduto qui d'improvviso, in mezzo alla barbarie, un
ritaglio di eleganza europea, ho da vergognarmi di viaggiare in un carro da
buoi? Che cosa sarebbe di meglio una carrozza, in questi paesi? Lo scigram?
Sicuro, bella roba, lo scigram! Una vettura quadra, stangata e
sgangherata, con un odore di morchia che mette la nausea. Il dak-hari?
Un carrozzone sdruscito, polveroso e pieno d'unto, come i nostri delle vie
provinciali. Vedete in che sciocchezze mi perdo io!
Viadarma stava in sull'ali,
davanti a lui, aspettando la sua risoluzione.
- Sahib, - diss'egli con un tono
di voce che mirava ad intenerirlo, - non accetterai tu i miei poveri servigi?
- Sì, resta; - conchiuse il
viaggiatore, dando un'alzata di spalle che mandava in aria molti dubbi e molte
vanità; - partiremo domattina, se questo maledetto residente sarà reperibile. -
Maledetto residente! Il
viaggiatore disse proprio «maledetto» senza conoscerlo ancora di veduta, e
nemmeno di riputazione. Era vecchio, o giovane, questo signor residente? Era un
babbo, o un marito? Il viaggiatore non ci pensò più che tanto; poteva dire a
sua scusa che questo signore lo condannava a passare una notte e a perdere una
mattinata in Secanderebad, dove non c'era niente da vedere. E ci fosse anco
stato da vedere il tempio e il naso del dio Ganesa, che ha tra gli occhi e la
bocca una proboscide di elefante, o la tomba di Aureng Zeb, il grande
imperatore dei Mogol, non ora questa una buona ragione perché egli dovesse
fermarsi, e perché il signor residente dovesse obbligarcelo, con le sue ore
d'ufficio. Il nostro viaggiatore aveva disegnato di andare fino ad Haiderabad,
ed anche un pochettino fuori di strada… per fare una visita… per mantenere una
vecchia promessa. Ora, converrete meco, che, quando si è promesso di andare a
far visita a qualcheduno, e che la gita è un po' fuori di mano, tra il 17° e il
18° grado di latitudine Nord e il 76° e il 77° di longitudine dal meridiano di
Parigi, è ben lecito di seccarsi…a Secanderabad.
Viadarma si accorse che il Sahib
non era intieramente di buon umore, e fatto un inchino profondo, si ritirò, per
andare nella sua stanza, molto più umile di quella del viaggiatore. Il
disgraziato dormiva accanto alle sue bestie, dopo aver mangiata la sua scodella
di riso, che è il cibo dei poveri indiani; quando gl'indiani hanno il cibo,
s'intende.
Era appena uscito, che dovette
ritornare.
- Sahib!
- Che cos'è - gridò il
viaggiatore spazientito.
- Indra ti assista, mio buon padrone;
ecco un messo della Residenza, che certamente ti porta qualche buona notizia.-
Il viaggiatore trattenne un
moccolo che già minacciava di prorompere, e fece due passi verso l'uscio, per
ricevere il messo. Era questi il gambero cotto, più cotto del solito, perché al
rosso dell'abito si aggiungeva il rosso delle guancie. Il veterano aveva fatta
una corsa arrangolata, sperando di raggiungere il viaggiatore a mezza via; ma
oltre che egli si era messo in cammino dieci minuti dopo la partenza del forestiero
dal palazzo, c'era stata la corsa dei due zebù, che avevano percorso quel
tratto di strada al galoppo.
- Suo Onore - diss'egli - era in
giardino, quando gli ho presentata la lettera e il biglietto di visita. Egli mi
ha mandato subito a cercare di Vostra Grazia, per consegnarle questo foglio. -
Così dicendo, presentava al
viaggiatore una busta, donde questi fu pronto ad estrarre un pezzo quadrato di
cartoncino Bristol, su cui erano, in calce al nome, poche righe di scritto.
«Sir Giorgio Lawson esprime il suo rammarico al signor Duca di Marana y Cueva
per non essersi trovato a riceverlo, e lo prega di volerlo favorire a pranzo.
Senza cerimonie; da viaggiatore, a diplomatico imbarbarito.»
- A che ora il pranzo, in casa
di Suo Onore? domandò il viaggiatore, di cui finalmente ci è dato conoscere il
nome.
- Quando piacerà a Vostra
Grazia. Fra pochi minuti giungeranno gli uomini col palanchino.
- Avrò tempo a mutar d'abiti,
almeno.
- Suo Onore mi ha ordinato di aggiungere a voce che Vostra
Grazia non si dia pensiero del vestito.
- Bene; ma ci possono esser
signore…
Il veterano stette zitto; aveva
fatta l'imbasciata; il resto non era affar suo.
- Andate pure; - ripigliò il
duca di Marana, vedendo di non poterne cavare più altro; - fra dieci minuti
sarò pronto.
I minuti veramente furono
quindici; ma tanti ce ne volevano perché sparissero i calzari di ruvido cuoio,
per dar luogo agli stivalini neri, e perché la camicia di lana e il fazzoletto
di seta floscia, cedessero il posto ad una camicia di tela battista e ad una
cravatta bianca. Per non aver aria di esagerare, tenne il suo tutto vestito
grigio, che già era spolverato a dovere, e rinunziò all'abito nero, che non
mancava certamente nella valigia.
Il duca di Marana, bel cavaliere
di trentasei anni, viaggiava sempre così, portando con sé, anche sull'Imalaia,
tutto l'occorrente per fare una visita e per andare ad una festa da ballo. Non
si sa mai, dice il proverbio.
Armato di tutto punto, il bel
cavaliere chiuse le sue valigie, lasciandole in consegna al kansama, e
uscì dal bungalow, felice di poter rinunziare al pranzo della cucina
postale, ma più felice di avvicinarsi alla graziosa sconosciuta, che certamente
apparteneva alla famiglia del suo ospite. Un pochettino di galanteria non
guasta in nessun luogo del mondo; figuriamoci in India!
All'uscio del bungalow,
lo aspettava una fortuna singolare. Il palanchino era quello medesimo da cui
un'ora prima egli avea vista discendere la biondina, che lo avea messo di
cattivo umore, così involontariamente, cogliendolo in flagranti di sordidezza e
di sciatteria. Egli riconobbe subito i portatori coi loro duti
bianchissimi intorno alla vita; riconobbe le cortine bianche listate d'azzurro,
e le forme ampie del veicolo, entro cui potevano stare due persone comodamente.
Vedete la stranezza del caso che
toccava al duca di Marana! Ma in India tutto è contrasto: il cielo che non fa
gradazioni di crepuscolo fra il giorno e la notte, la tigre che entra qualche
volta in una città, senza esser molestata alle porte, il boa che attraversa maestosamente
un binario di strada ferrata, il fanatico che rispetta tutti gli animali che
incontra e cerca di strangolare tutti gli uomini che combina per via, la
caverna che è tempio, la piramide che è sepoltura, il dio che si torce una
gamba e si succia beatamente il dito grosso del piede, mentre vi guarda con due
occhioni di trecento carati.
Il signor duca, che oramai non
chiameremo più né viaggiatore; né Sahib, si adagiò voluttuosamente sul cuscino
elastico del palanchino e affondò il gomito in un guanciale di piume, donde gli
veniva alle nari una grata fragranza di kiss me quick.
Ne' tempi pagani, il passaggio
d'una dea si avvertiva all'odor dell'ambrosia, che restava a mezz'aria.
- Non c'è più dubbio; - pensò il
duca; - rivedrò la signora, o signorina che sia. E poi? E poi niente; gli occhi
avranno avuta la parte loro. La vista d'una bella bionda, nel paese delle
brune, non è da disprezzarsi, perbacco! -
|