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Anton Giulio Barrili
Il tesoro di Golconda

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Viadarma, il bègari, andava innanzi a piedi, scalzo, semplicemente vestito del duti tradizionale dei poveri indiani, che è una lunga e larga fascia di stoffa, girata intorno alle reni e ricadente fino al ginocchio. Il viaggiatore, europeo all'aspetto, chiuso in un tutto vestito di pannolano grigio, lo seguiva in carrozza.

Come potessero andar di pari, con mezzi tanto diversi di locomozione, vi sarà facilmente chiarito da due notizie, di poco momento per la storia. La strada era pessima, e la carrozza, che meglio sarebbe di chiamare col suo vero nome di carretta, era tirata, non già da cavalli (che il viaggiatore non ne aveva trovati a Sciolapur) ma da due bianchi zebù, specie di buoi dalle gobbe penzoloni e dalle corna attorcigliate.

Anche il viaggiatore andava molto a piedi. Ma il caldo era stato soffocante, quel giorno, e l'arco di foglie di palmizio che coronava il veicolo aveva attirato con dolce lusinga il viaggiatore sotto le sue ombre ospitali, accanto alle sue armi e alle sue valigie, che riposavano nel fondo. «Riposavano» è un modo di dire, perché più veramente sobbalzavano ad ogni tratto, secondo le scosse più o meno forti della carretta, fra i sassi e gli avvallamenti della strada.

Una strada cattiva, anzi pessima, come vi ho detto, era quella da Sciolapur a Secanderabad, prima stazione importante entro i felicissimi stati del Nizam, dopo aver passata la frontiera al villaggio di Alland e fatte in tre giorni le debite fermate a Kalburga e Malcaira, per dar la muta ai quadrupedi. Per altro, essa era altrettanto sicura da cattivi incontri, essendo corsa abbastanza regolarmente dalla vettura postale del governo inglese, guardiano e protettore del Nizam, e continuamente vigilata dai cànsama, addetti alle stazioni di posta, o dai bègari, guide fornite da ogni capo di villaggio per cui dovessero passare i forestieri, specialmente gli europei.

Dopo tutto, il nostro viaggiatore non era pauroso; la consuetudine del pericolo lo aveva agguerrito, ed egli, piuttosto che audace, poteva dirsi temerario. Amava la vita e il suo campo necessario, che è questo povero globo; ma a patto di spender la prima a girare il secondo. «Restare, soffrire; digerir male, forse.» Così mutava, e in verità con poca riverenza per Guglielmo Shakespeare, la profonda osservazione di Amleto. Donde vi sarà facile argomentare che il nostro viaggiatore non fosse inglese, quantunque indossasse il tutto vestito di pannolano grigio e portasse il cappello di feltro foggiato ad elmetto, bucherellato nella testiera e fasciato di un bianco velo che simulava il turbante.

Il paese, sui confini del Nizam, non era bello a vedersi. C'è anche la sua parte di brutto nell'India pastinaca, come la chiamavano gli antichi; e la jungla, per cui ci figuriamo che debba intendersi la boscaglia indiana, non è tutta di liane e bambù, di banani e mangifere: più sovente è sterpeto, giuncaia, deserto piano e monotono, senza un filo di verde. La campagna che il nostro viaggiatore percorreva da due giorni, non offriva che linee basse ed uniformi, interrotte qua e da massi e scaglioni di pietra biancastra. Solo nelle vicinanze dei villaggi s'incominciava a vedere qualche poco di campo, coltivato a grano turco e frumento; e allora sbucava timidamente dal fondo giallo della pianura una capanna d'agricoltore, attorniata da pochi alberi magri e da qualche cespuglio di kalam. Il kalam, se nol sapete, è una graminacea, che nasce spontanea nei luoghi incolti dell'India, specie sui margini de' sentieri. Il suo stelo diritto e poroso è usato dagli Indiani come penna da scrivere; donde il suo antichissimo nome di kalam, diventato calamus nella lingua latina.

Benedette concordanze etimologiche! Rammento che il mio maestro di sànscrito (una lingua che ho finito a non imparare affatto) quando mi aveva messa a riscontro una parola indiana con un'altra greca o latina, e notata la somiglianza loro, mi guardava con una cert'aria di trionfo, soggiungendo invariabilmente: «neh, che è difficile il sànscrito

Certo, col tempo e la pazienza si può giungere a tutto, superare ostacoli che parevano a tutta prima insormontabili. Il nostro viaggiatore, per esempio, dopo due giorni e mezzo di strada in quel paese arido e polveroso, vedeva a mano a mano cangiarsi l'aspetto della campagna, presentarglisi sull'orizzonte un fitto di verdura, con tetti e guglie di minareti che scintillavano al sole.

- Viadarma! - gridò egli al suo compagno di viaggio.

- Sahib! - rispose quell'altro, voltandosi prontamente al cenno del forestiero.

- Che paese è quello, che si comincia a vedere in fondo?

- Secanderabad; - disse Viadarma.

Il viaggiatore, che aveva già tratto nella giornata parecchi sbadigli, mutò registro a quella notizia e trasse invece un respiro.

- Lo credevo più lontano; - soggiunse.

- Ed è lontano tuttavia; - replicò Viadarma, saltando sul timone della carretta, per dare un grazioso cenno della sua presenza ai due zebù; - abbiamo ancora due ore di cammino. -

Il cenno grazioso non era una frustata, né una punzecchiatura, come potreste immaginare. Viadarma, seguendo il costume del suo paese, prendeva le code dei due poveri animali e le attorcigliava un tantino fra le dita. Lo zebù è sensibilissimo in quella appendice del suo corpo, e, quando gli si usa un mal garbo simile, è capace di prendere anche il galoppo, come un somaro qualunque, a cui venga appioppato un carico di legnate.

Mentre i due cornipedi studiavano il passo in quel modo e per quella ragione che ho detta, colui che Viadarma aveva salutato col nome di Sahib, diede una sbirciata all'orologio. Erano le quattro dopo il meriggio.

- Arriveremo di giorno; - conchiuse; - meno male! -

Il rimanente della strada si fece in silenzio; silenzio dei due bipedi, intendiamoci, mentre i quadrupedi scalpitavano sul battuto della strada, facendo scricchiolar la carretta e sobbalzar le valigie insieme col loro proprietario, che aveva cavato di tasca il suo taccuino per prendere alcuni appunti, ma dovette tosto rinunziarvi, e prendere invece un numero del Times, per leggicchiare gli annunzi.

Il corpo del giornale lo aveva già letto, parte in strada ferrata da Bombay a Sciolapur, e parte nei primi due giorni di quel piacevolissimo tragitto, in compagnia di Viadarma e delle sue bestie imbizzite.

Secanderabad, ov'egli giunse poco prima delle sei, era la stazione d'accantonamento delle soldatesche inglesi, che avevano l'ufficio di proteggere la persona del Nizam e di vigilare in pari tempo il governo. Il nostro viaggiatore contava di trattenervisi a dormire, ma gli premeva anzi tutto di andare al palazzo del residente britannico, e di ottenere una lettera commendatizia, non solamente necessaria per essere ricevuto dal Nizam e dal suo ministro, ma per entrare nel distretto di Haiderabad, che era la meta del suo pellegrinaggio, poco scientifico e molto capriccioso.

Perciò, fermatosi al bungalow il tempo necessario per fissare una camera e dar ordini pel suo desinare, si fece condurre dal bègari Viadarma un miglio più su, fino al palazzo della Residenza. Il paese era magnifico; si andava per una via larga, alta e diritta, argine continuato d'un gran lago artificiale, l'Hussein Sagar, il cui specchio azzurro carico, incorniciato nel verde dei campi circostanti, contrastava allegramente con le cento miglia di pianura arida e brulla, che il nostro Sahib aveva dovuto percorrere.

Diciamo, prima di continuare il racconto, che cosa fosse quel titolo di Sahib, dato a tutto pasto dal bègari Viadarma al suo forestiero. Ogni viaggiatore europeo, che abbia apparenza di gran signore, ogni straniero residente in India, che eserciti qualche ufficio autorevole, è per l'indiano della classe infima, agricoltore o artigiano, un Sahib. E ciò per contrapposto al titolo di Topa, con cui si distinguono gli europei di minor levatura, prendendo il nome da Topi, che significa un cappello a cupola tonda, quello che in Italia, a Firenze, si direbbe paiolino.

Anche ad un signore, ad un Sahib, è permesso di portare il topi, il paiolino; ma non importa, egli non sarà mai chiamato col dispregiativo di cappelluccio. Già, bisogna ricordare che in India ogni persona di riguardo suol portare il cappello ad elmetto, od anche a pioppino, fatto coi filamenti disseccati dell'agave, coperto di tela bianca, foderato di tela verde per tutto il giro della tesa, e ravvolto per metà in un velo di mussolina, i cui lembi svolazzano sulle spalle. A queste forme ambigue, tra il cappello e il turbante, chi non riconoscerebbe il Sahib?

Torniamo al viaggiatore. Assorto nella contemplazione di quel piccolo paradiso, egli giunse fino a mezzo della spianata che si stendeva davanti al palazzo della Residenza britannica, senza pensare alla forma meschina del suo veicolo. Ma d'altra parte, perché avrebbe dovuto vergognarsene? Non si capitava mica a Trafalgar Square, né all'imboccatura di Regent Street. Si era in India, dove gli equipaggi signorili son rari, e in una parte dell'India dove la mail-cart, la carrozza di posta, già costosissima per ogni borsa meglio fornita, non si trova tutti i giorni, a comodo d'un viaggiatore frettoloso. Il nostro Sahib aveva anche l'esempio di molti signori, amanti di viaggiare a piccole tappe, che preferivano alla mail-cart l'umile carretta, coperta con una stoia di palme, e tirata da una coppia di buoi.

Sceso a terra d'un balzo, il Sahib si avviò speditamente all'entrata del palazzo, se pure è lecito di chiamare con tal nome una casa a due piani, circondata da una tettoia all'altezza del primo piano, a cui si ascendeva per quattro o cinque scalini. Sotto la verandah, ai due lati dell'ingresso, si vedevano alcuni soldati inglesi, mezzo vestiti all'indiana. Il Sahib, appena saliti i gradini che mettevano al vestibolo, ne vide un altro, tutto vestito di rosso, specie di veterano trasformato in usciere.

- Parliamo al gambero cotto; - diss'egli tra sé.

Indi, avvicinatosi all'usciere, gli domandò nel più puro inglese di Piccadilly.

- Si può parlare con sir Giorgio Lawson?

- Suo Onore non è visibile; - rispose asciutto il veterano.

- Quando potrò vederlo? Ho da chiedergli un salvocondotto

- Le ore d'ufficio son passate; - replicò quell'altro; - anche il cancelliere, signor Partridge, è uscito. Vostra Signoria può passare domattina alle otto.-

Il viaggiatore stette alquanto sovra pensiero, come uomo a cui torni inaspettato il contrattempo; ma poi fece l'atto di chi si rassegna, non potendo aver altro.

- Sta bene, - diss'egli, - tornerò domattina. Intanto, favorite di consegnare queste carte a Suo Onore… appena sarà visibile per la sua gente. -

Così dicendo cavò il portafoglio e ne trasse fuori una lettera. Era una commendatizia data a lui per sir Giorgio Lawson dal governatore di Bombay. Vi aggiunse il suo biglietto di visita, a cui diede la pieghettina d'uso sopra uno degli angoli, e consegnò il tutto nelle mani dell'usciere.

Il veterano aveva data una sbirciatina al biglietto di visita, che portava il nome del viaggiatore abbastanza lungo, sormontato da una corona di cinque fioroni.

- Vostra Grazia sarà servita; - rispose egli, mettendosi alla posizione del soldato senz'armi, e recando la mano al berretto.

Sua Grazia, poiché bisogna dirgli così, diede una voltata sui tacchi e si avviò alla scalinata.

In quel mentre, un palanchino, portato da quattro uomini vestiti di bianco, era venuto a fermarsi davanti all'ingresso. Ne discendevano due donne, giovani ambedue, ma molto diverse all'aspetto; una di mediocre apparenza, non bella, vestita con molta semplicità, tipo di damigella di compagnia; l'altra di forme eleganti, bionda, cogli occhi azzurri, la carnagione bianca vermiglia leggermente dorata dai raggi del sole indiano. Un bel riflesso d'oro aggiunge bellezza alle donne bionde, e, se volete, anche alle brune. Consiglio a tutte le belle un viaggetto in India; torneranno indorate.

La fanciulla, discesa per la prima, si era subito voltala indietro, per dare amorevolmente la mano alla sua damigella di compagnia. Il Sahib ne argomentò che avesse buon cuore e non fosse punto orgogliosa. Come vengono certe idee? Come le sensazioni, da cui molte volte esse nascono. E non era naturale che il forestiero, notando la diversità di condizione che appariva evidente tra quelle due donne, rilevasse da quell'atto amorevole una prova di buon cuore?

Un'occhiata della biondina venne a mutargli immediatamente il corso delle idee. Sentiva una certa compiacenza vedendo quella giovine signora che aiutava la sua damigella di compagnia a discendere dal palanchino; ma l'interna allegrezza gli si cangiò in un sentimento di vergogna, o meglio, se la vergogna vi par troppo nel caso presente, di confusione. La giovine signora aveva rivolti gli occhi alla carretta; peggio ancora, si era fermata tre minuti secondi a guardarla; quindi, volgendosi all'ingresso della casa, aveva scorto il giovinotto, ne' suoi abiti di viaggiatore, mentre egli poneva il piede sul primo scalino. Quel ravvicinamento di due cose, che in verità non erano distanti sei metri l'una dall'altra, e ben dimostravano in quel luogo la loro affinità, fece pentire il Sahib di essersi presentato alla residenza di Secanderabad con un veicolo così poco decente. Rincresce sempre di sfigurare in presenza di una bella signora, anche quando non si è conosciuti da lei e si crede molto ragionevolmente di non averla a incontrare una seconda volta sulla faccia del globo.

Il saluto che egli fece da buon cavaliere, nel passarle daccanto, riuscì molto impacciato; cosa strana, per un uomo che meritava il titolo di Vostra Grazia, dall'usciere della Residenza britannica. Ma quella carretta tirata da una coppia di buoi, quegli abiti sciatti e polverosi, e chi sa, probabilmente anche la faccia, nera di qualche diavoleria, come a dire di una combinazione naturalissima di sudore e di polvere, non erano fatti per concedergli molta padronanza di sé. Davanti ad una bella donnina succede sempre così. Si è in un deserto, e si vorrebbe apparire azzimati, come se allora allora si uscisse dalla bottega del parrucchiere, sul noto marciapiede, nella città del domicilio legale. Togliete la presenza della donna, e a quelle inezie non ci si pensa più. A che si perderebbe il tempo in certe caricature? Non pure la compagnia dei proprii simili, ma neanche la solitudine più certa e più cara, meriterebbe un sacrificio di quella fatta. Non c'è notizia nei sacri libri, che Adamo, avanti la creazione della donna, usasse, magari Dio, lavarsi la faccia.

La signora guardò il viaggiatore, ma non saprei dirvi se vedesse tutte le brutte cose che egli pensava di avere sulla persona; indi, risposto al suo saluto con un mezzo inchino, andò verso la scalinata. Quando sua Grazia il Sahib giunse alla sua misera carretta di viaggio e si volse per dare una sbirciata alla biondina, essa era già nel vestibolo, e il viaggiatore non ebbe altra consolazione che quella di vedere per l'ultimo lembo la veste grigia (grigia come il suo tutto vestito) della damigella di compagnia.

- Andiamo ora al bungalow! - gridò egli, con piglio sdegnoso, mentre si adagiava sotto l'arco della sua stoia, che non era in verità un arco di trionfo, neanche posticcio, quantunque fosse intessuto di palme.

- Sahib, - gli disse umilmente il conduttore, parlando nel dialetto indostano, che il viaggiatore masticava abbastanza bene, - tu non sei molto contento della tua visita?

- L'ufficio della Residenza è chiuso; mi tocca aspettare fino a domani; - rispose il Sahib, dando così la ragione del suo malumore. - Andiamo, via, spicciati.

Viadarma, che era balzato sul timone, luogo a dir vero un pochettino ristretto ed incomodo, ma su cui egli stava fermo e tranquillo come un ammiraglio sopra il suo ponte di comando, afferrò le code che sapete, e diede una giratina, che fu subito intesa. La carretta fece il suo mezzo giro sulla spianata e ripigliò fragorosamente la strada per cui era venuta. Mezz'ora dopo si fermava davanti al bungalow, e il viaggiatore entrava nella camera a lui assegnata., facendovi trasportare le sue valigie e le sue carabine.

Mentre egli si spolvera e si una riasciacquata alle mani e alla faccia, diciamo brevemente che cosa sia il bungalow. Ha questo nome in India ogni abitazione europea, fabbricata in una forma adatta al clima tropicale del paese. Ma i viaggiatori chiamano più propriamente così, abbreviando il nome di Dak-bungalow, la casa delle poste, che fa in pari tempo servizio d'albergo. In queste case, costrutte ad ogni stazione, sulle strade principali dell'India, si alloggiano i viaggiatori europei. Ognuna di esse ha due quartierini, composti d'una camera da letto, d'un camerino e d'una stanza da bagno. Gli arredi sono semplicissimi; un kànsama, o servitore, addetto alla casa, provvede e ammannisce quel po' di ristoro che i viaggiatori domandano. L'alloggio, non il vitto, si paga una rupia al giorno (mezzo scudo e non più); ma bisogna andarsene dopo ventiquattr'ore, se capita un altro forestiero. Donde si vede che il luogo non somiglia punto ai nostri alberghi d'Europa, dove si può star molto, ma non è ugualmente permesso di spender poco. Altra differenza tra i nostri alberghi e i dak-bungalow. in quelli si ha da fare i conti con una mezza dozzina di persone, che hanno tutte, o vantano di avere, diritto alla mancia; in questi non si corre altro pericolo che di trovare un boa constrictor raggomitolato in un angolo, od una pantera appiattata sotto il letto. Ma, affrettiamoci a dirlo, per non togliere la riputazione ai bungalow, queste noie non s'incontrano dappertutto, né sempre.

Un colpo dato discretamente sull'uscio con le nocche delle dita interruppe il viaggiatore nelle sue occupazioni.

- Avanti! - diss'egli, che già l'aveva finita con l'abluzione e lavorava a ricomporsi il nodo della cravatta.

La parola era stata pronunziata in inglese, come doveva essere in una stazione di posta, tenuta da ufficiali di Sua Maestà britannica. Ma una parola sola, e di uso tanto comune, poteva anche essere intesa da un indiano come Viadarma, il quale viveva in relazione continua coi padroni dell'India.

- Ah, sei tu? - esclamò il viaggiatore, vedendo comparire il suo bègari. - Che cosa vuoi?

- Sahib, - disse umilmente Viadarma, - sei tu rimasto contento di me?

- Sì; - gli rispose il Sahib, col medesimo accento che avrebbe adoperato per dirgli di no.

- Se tu fai conto di proseguire per Haiderabad, - ripigliò Viadarma, - non posso io condurti fin ? … ed anche più oltre? -

L'immagine della carretta si disegnò davanti agli occhi del viaggiatore e gli fece torcere il viso in una maniera molto significativa.

- Non conoscerai la strada; - replicò egli, cercando un pretesto per liberarsi.

- L'ho già fatta un centinaio di volte; e poi, di qui alle mura di Haiderabad, non sono che quattro coss. -

Il coss è una misura di distanza, usata in India, equivalente a tre chilometri, o poco meno.

Altri pretesti da metter fuori, il Saihb non ne aveva. Perciò rimase un istante perplesso, senza rispondere al ragionamento di Viadarma. Sarebbe dunque tornato a far mostra di sé in quel meschino equipaggio? Per fortuna, la strada maestra proseguiva dal suo bungalow fino alle porte di Haiderabad, senza passare davanti al palazzo della Residenza.

- Oh, sono uno sciocco, io! - pensò egli, irritato da quella scusa che il suo amor proprio gli aveva suggerita. - Perché ho veduto qui d'improvviso, in mezzo alla barbarie, un ritaglio di eleganza europea, ho da vergognarmi di viaggiare in un carro da buoi? Che cosa sarebbe di meglio una carrozza, in questi paesi? Lo scigram? Sicuro, bella roba, lo scigram! Una vettura quadra, stangata e sgangherata, con un odore di morchia che mette la nausea. Il dak-hari? Un carrozzone sdruscito, polveroso e pieno d'unto, come i nostri delle vie provinciali. Vedete in che sciocchezze mi perdo io!

Viadarma stava in sull'ali, davanti a lui, aspettando la sua risoluzione.

- Sahib, - diss'egli con un tono di voce che mirava ad intenerirlo, - non accetterai tu i miei poveri servigi?

- Sì, resta; - conchiuse il viaggiatore, dando un'alzata di spalle che mandava in aria molti dubbi e molte vanità; - partiremo domattina, se questo maledetto residente sarà reperibile. -

Maledetto residente! Il viaggiatore disse proprio «maledetto» senza conoscerlo ancora di veduta, e nemmeno di riputazione. Era vecchio, o giovane, questo signor residente? Era un babbo, o un marito? Il viaggiatore non ci pensò più che tanto; poteva dire a sua scusa che questo signore lo condannava a passare una notte e a perdere una mattinata in Secanderebad, dove non c'era niente da vedere. E ci fosse anco stato da vedere il tempio e il naso del dio Ganesa, che ha tra gli occhi e la bocca una proboscide di elefante, o la tomba di Aureng Zeb, il grande imperatore dei Mogol, non ora questa una buona ragione perché egli dovesse fermarsi, e perché il signor residente dovesse obbligarcelo, con le sue ore d'ufficio. Il nostro viaggiatore aveva disegnato di andare fino ad Haiderabad, ed anche un pochettino fuori di strada… per fare una visita… per mantenere una vecchia promessa. Ora, converrete meco, che, quando si è promesso di andare a far visita a qualcheduno, e che la gita è un po' fuori di mano, tra il 17° e il 18° grado di latitudine Nord e il 76° e il 77° di longitudine dal meridiano di Parigi, è ben lecito di seccarsi…a Secanderabad.

Viadarma si accorse che il Sahib non era intieramente di buon umore, e fatto un inchino profondo, si ritirò, per andare nella sua stanza, molto più umile di quella del viaggiatore. Il disgraziato dormiva accanto alle sue bestie, dopo aver mangiata la sua scodella di riso, che è il cibo dei poveri indiani; quando gl'indiani hanno il cibo, s'intende.

Era appena uscito, che dovette ritornare.

- Sahib!

- Che cos'è - gridò il viaggiatore spazientito.

- Indra ti assista, mio buon padrone; ecco un messo della Residenza, che certamente ti porta qualche buona notizia.-

Il viaggiatore trattenne un moccolo che già minacciava di prorompere, e fece due passi verso l'uscio, per ricevere il messo. Era questi il gambero cotto, più cotto del solito, perché al rosso dell'abito si aggiungeva il rosso delle guancie. Il veterano aveva fatta una corsa arrangolata, sperando di raggiungere il viaggiatore a mezza via; ma oltre che egli si era messo in cammino dieci minuti dopo la partenza del forestiero dal palazzo, c'era stata la corsa dei due zebù, che avevano percorso quel tratto di strada al galoppo.

- Suo Onore - diss'egli - era in giardino, quando gli ho presentata la lettera e il biglietto di visita. Egli mi ha mandato subito a cercare di Vostra Grazia, per consegnarle questo foglio. -

Così dicendo, presentava al viaggiatore una busta, donde questi fu pronto ad estrarre un pezzo quadrato di cartoncino Bristol, su cui erano, in calce al nome, poche righe di scritto. «Sir Giorgio Lawson esprime il suo rammarico al signor Duca di Marana y Cueva per non essersi trovato a riceverlo, e lo prega di volerlo favorire a pranzo. Senza cerimonie; da viaggiatore, a diplomatico imbarbarito

- A che ora il pranzo, in casa di Suo Onore? domandò il viaggiatore, di cui finalmente ci è dato conoscere il nome.

- Quando piacerà a Vostra Grazia. Fra pochi minuti giungeranno gli uomini col palanchino.

- Avrò tempo a mutar d'abiti, almeno.

- Suo Onore mi ha ordinato di aggiungere a voce che Vostra Grazia non si dia pensiero del vestito.

- Bene; ma ci possono esser signore

Il veterano stette zitto; aveva fatta l'imbasciata; il resto non era affar suo.

- Andate pure; - ripigliò il duca di Marana, vedendo di non poterne cavare più altro; - fra dieci minuti sarò pronto.

I minuti veramente furono quindici; ma tanti ce ne volevano perché sparissero i calzari di ruvido cuoio, per dar luogo agli stivalini neri, e perché la camicia di lana e il fazzoletto di seta floscia, cedessero il posto ad una camicia di tela battista e ad una cravatta bianca. Per non aver aria di esagerare, tenne il suo tutto vestito grigio, che già era spolverato a dovere, e rinunziò all'abito nero, che non mancava certamente nella valigia.

Il duca di Marana, bel cavaliere di trentasei anni, viaggiava sempre così, portando con sé, anche sull'Imalaia, tutto l'occorrente per fare una visita e per andare ad una festa da ballo. Non si sa mai, dice il proverbio.

Armato di tutto punto, il bel cavaliere chiuse le sue valigie, lasciandole in consegna al kansama, e uscì dal bungalow, felice di poter rinunziare al pranzo della cucina postale, ma più felice di avvicinarsi alla graziosa sconosciuta, che certamente apparteneva alla famiglia del suo ospite. Un pochettino di galanteria non guasta in nessun luogo del mondo; figuriamoci in India!

All'uscio del bungalow, lo aspettava una fortuna singolare. Il palanchino era quello medesimo da cui un'ora prima egli avea vista discendere la biondina, che lo avea messo di cattivo umore, così involontariamente, cogliendolo in flagranti di sordidezza e di sciatteria. Egli riconobbe subito i portatori coi loro duti bianchissimi intorno alla vita; riconobbe le cortine bianche listate d'azzurro, e le forme ampie del veicolo, entro cui potevano stare due persone comodamente.

Vedete la stranezza del caso che toccava al duca di Marana! Ma in India tutto è contrasto: il cielo che non fa gradazioni di crepuscolo fra il giorno e la notte, la tigre che entra qualche volta in una città, senza esser molestata alle porte, il boa che attraversa maestosamente un binario di strada ferrata, il fanatico che rispetta tutti gli animali che incontra e cerca di strangolare tutti gli uomini che combina per via, la caverna che è tempio, la piramide che è sepoltura, il dio che si torce una gamba e si succia beatamente il dito grosso del piede, mentre vi guarda con due occhioni di trecento carati.

Il signor duca, che oramai non chiameremo più né viaggiatore; né Sahib, si adagiò voluttuosamente sul cuscino elastico del palanchino e affondò il gomito in un guanciale di piume, donde gli veniva alle nari una grata fragranza di kiss me quick.

Ne' tempi pagani, il passaggio d'una dea si avvertiva all'odor dell'ambrosia, che restava a mezz'aria.

- Non c'è più dubbio; - pensò il duca; - rivedrò la signora, o signorina che sia. E poi? E poi niente; gli occhi avranno avuta la parte loro. La vista d'una bella bionda, nel paese delle brune, non è da disprezzarsi, perbacco! -

 

 




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