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La tavola di sir Giorgio Lawson,
quantunque non offrisse nulla di straordinario alla vista, recava l'impronta di
una severa eleganza. Rammentate che siamo in Inghilterra; dovendosi riconoscere
per tale, non solamente la casa di un residente britannico, ma ogni luogo in
cui si trovino inglesi raccolti a famiglia, con tutti i loro usi e costumi, da
cui non è facile che vogliano separarsi.
A proposito d'usi e costumi,
alla tavola di sir Giorgio durava quella consuetudine delle famiglie inglesi,
che fu già nostra, ma che noi abbiamo perduta da un pezzo, avendola forse per
troppo semplice e primitiva, di certi uffici di vigilanza quasi materna
assegnati alla padrona di casa. Ci sono de' piatti che non passano in giro;
dipendono da lei, che fa le parti e lo distribuisce, o le fa distribuire; e ciò
con una regolarità ammirabile, con una semplicità che non manca di grandezza, e
può valere assai meglio della fastosa parata di cinque o sei servitori
affaccendati a servirvi.
Mi dicono che questa usanza si
vada perdendo anche nel Regno Unito; ed è male, a mio credere. La famiglia non
può stare, non può prosperare, senza un pochino di patriarcato; e questa usanza
patriarcale è una di quelle che dànno il tono alla vita domestica. Chi crede
che la moda debba soverchiare in ogni cosa, s'inganna. La dignità non è sempre
con la moda. Cedrico il Sassone, co' suoi servi seduti alla gran tavola padronale
di quercia, non ci scapita punto di grandezza, anche a paragone del duca di
Wellington.
Roba vecchia, si dirà; veniamo
al tempo presente. Ai due capi della tavola sedevano i due coniugi, lady
Evelina e sir Giorgio; il duca di Marana, l'ospite, alla destra di lady
Evelina, e alla sinistra di miss Maud, che dava la destra a suo padre.
Dall'altro lato di sir Giorgio era miss Elena, la damigella di compagnia, e tra
questa e lady Evelina, il vezzoso Lionello Edgeworth, che saettava d'occhiate
la cuginetta miss Maud.
Il duca di Marana, scambiando
parole con tutti i commensali, e per conseguenza voltandosi spesso alla sua
destra, notò che la cuginetta serbava un contegno lodevole, e non sfuggiva né
cercava gli sguardi del vezzoso Lionello. Doveva esser fredda, e poco
espansiva; almeno, a giudicarne dal primo aspetto. Rispondeva brevemente, quasi
a monosillabi, ma senz'aria di sciocca timidezza. Il duca di Marana argomentò
che i discorsi avviati in principio di tavola le piacessero poco; o che,
avendoci poco a vedere, non ci trovasse nulla ad aggiungere.
Con un viaggiatore a mensa, di
che parlare, se non di viaggi? Il duca di Marana era stato lungamente in
Inghilterra; questo s'indovinava dalla scioltezza con cui parlava la lingua di
Byron. E di questo gli fece complimento sir Giorgio.
- Dopo tutto, voi siete un
poliglotta, signor duca; - gli disse; - le lingue d'Europa vi sono tutte
familiari, e da qualche vostra parola ho potuto capire che ne conoscete anche
qualcheduna dell'Asia.
- Ah, l'indostano, volete dire,
sir Giorgio? Per timore o per forza, ho dovuto impararlo, nel mio primo viaggio
alle regioni del sole. Occasione e necessità sono due grandi maestre.
- Ma voi riposerete un giorno da
questi viaggi continui, e darete alla patria gli ultimi servigi di un uomo sperimentato.
- Sir Giorgio, vi prego, non mi
parlate di servire la patria con la mia esperienza. C'è un modo di servirla,
che non patisce eccezioni, e che fortunatamente non ci è mai contrastato da
nessuno: quello di servirla con pericolo della vita. Ma di questo, grazie a
Dio, la Spagna non ha oggi mestieri. Ogni altro servizio, di politica interna,
di amministrazione, e via discorrendo, lasciamolo pure in disparte; non è fatto
per me, né per molti che la pensano come me.
- È lecito di chiederne la
ragione?
- Oh, ve la dico subito. Perché
nessuno dei vostri concittadini vi crede disinteressato, solamente animato dal
desiderio del pubblico bene. Non ci avete pensato mai, alla prima accusa che vi
fanno?
- Veramente, ne fanno parecchie;
- osservò sir Giorgio, accompagnando la frase con un fine sorriso; - ma un uomo
serio, che guarda davanti a sé, non deve curarsene punto. Del resto,
l'ambizione, poiché di questa accusa m'immagino che voi intendiate parlare,
l'ambizione è un sentimento lodevole, quando ci sia la coscienza del proprio
valore.
- Egregiamente, - replicò il
duca di Marana; ma tutti dicono questo per sé, anche coloro che sanno benissimo
di non valere un bel nulla. Perché, infine, l'uomo si conosce più che non
credano i filosofi, e non c'è bisogno della massima di Biante. Era Biante,
l'autore della massima? Non mi ricordo. Mettiamo un savio della. Grecia. Ne
hanno dette tante, quei sette Savi, che c'è proprio da confondersi. Ora io dico
che tutti gli uomini sono benissimo disposti a concedersi il diritto d'ogni
ambizione, ma ugualmente disposti a trovare che essa è un torto negli altri.
- Il fatto è vero; - disse sir
Giorgio; - ma l'esempio è buono per tutti. Lasciar cantare, bisogna, e seguitar
la sua strada. Persuadetevi, dunque.
- Ho il dispiacere di non
potervi accontentare; - disse di rimando il duca. - Reso inutile un argomento,
me ne resta un altro, e d'indole assai più personale. Ho un'ambizione davvero,
a dirvela qui in confidenza; quella di stare a vedere le cose di questo mondo
dall'alto.
- Come si vede la terra dalla
navicella di un globo aerostatico! - esclamò ridendo sir Giorgio. Parlatene
allora a mia figlia, che muore dal desiderio di andare in pallone.
Miss Maud si fece tutta rossa a quello
scherzo del babbo, che richiamava su lei l'attenzione dell'ospite.
- Ah, la signorina ama le forti
commozioni? Non so darle torto; - disse il duca di Marana. - Ma io, per vedere
la vita, ci ho qualche cosa di meglio: l'imperiale di una diligenza.
- Ed è meglio? - chiese miss
Maud, tirata a suo mal grado nella conversazione.
- Notate, signorina, ho detto
per vedere la vita; prosa con prosa. Anch'io amo i viaggi in aria, ma per altre
sensazioni che essi procacciano all'uomo; non per vedere la terra che fugge,
sibbene il cielo che si avvicina.
- Meno male, questa è poesia; -
notò il residente.
- Sicuro, e la signorina
meritava questo intermezzo; - rispose il galante spagnuolo. - Ma torniamo alla
prosa. Per veder bene le cose di questo mondo, e filosofarci sopra, l'imperiale
di una diligenza è il luogo più adatto. Io ne ho fatto l'esperimento; e lo
avrete fatto anche voi, mio nobile signore. Non vi è occorso mai di passare,
così appollaiato, di buon mattino, nel bel mezzo d'un paese, città di
provincia, o villaggio, che si svegliava in quel punto? Una finestra si apriva
e vedevate nel vano un signore che prendeva la sua prima boccata d'aria fresca,
appena sceso da letto. Perché si vestiva quell'uomo? Per far colazione; poi per
ricever seccature e darne a sua volta; rifare dei conti, mandare avanti una
lite, recarsi in piazza, leggere il suo giornale al caffè, tagliare i panni
addosso a qualcheduno. Roba di tutti i giorni, ristretta in un gruppo di case;
ire, passioni, sopraccapi: e tutto questo, perché? Per ottenere l'appoggio del
tale, soppiantare il tal altro, metter mano nelle cose del comune, amministrare
l'opera pia, vincere un puntiglio, buscarsi una croce, in attesa di quella gran
falciatura… Domando scusa, non sono discorsi da farsi a quest'ora. E intanto
che l'uomo si prepara a questa bella giornata, una delle trecento
sessantacinque dell'anno, che si rassomigliano tutte, la diligenza passa con
gran fragore di ruote, e il viaggiatore sovr'essa. L'unica cosa buona che ci
sia in quel paese l'ha goduta lui, senza contorno di noie; ed è la prospettiva
del villaggio, chiusa tra due masse di verde, sotto un cielo di zaffiro. C'era
una curiosità da osservare? un monumento da ammirare? una poetica rovina da
copiare con due tratti di matita? Ha osservato, ha ammirato, ha copiato, ed è
partito a tempo da quel grazioso nido di vespe. La vita, è un passaggio, si è
detto; passiamo dunque, è il meglio che ci si possa fare.
- Se tutti potessero, milord! -
entrò a dire lady Evelina. - Se non si facesse altro che viaggiare!
- Ah, signora! Ecco il guaio, il
punto debole del mio sistema. Non tutti possono viaggiare; ma chi può, bene o
male, chi non ha vincoli, non dovrebbe far altro.
- Già, non aver vincoli! Ma
viene un giorno che la solitudine pesa non fate, milord, il torto al nostro
sesso, di credere che un gentiluomo come voi possa star senza una gentile
associata.
- No certamente, non lo farò. Ma
il trovar l'associata non è la cosa più facile di questo mondo. Vedete, milady;
per me, viaggiatore impenitente, ci vorrebbe una rondine, ma senza quell'amore
alla grondaia, che trattiene qualche volta le rondini. Ora, è della donna il
regnare nella famiglia, ed anche in terra lontana, passato un lungo tratto di
mare, edificarvi il grazioso suo nido.
Così dicendo, il duca di Marana
faceva un amabile inchino alla padrona di casa. Lady Evelina, cui andava
diritto il complimento, gli rispose con un sorriso e con un cenno del capo,
come avrebbe fatto un corcontento di gesso, leggermente cullandosi sulla
rotonda sua base.
- Comprendo che rinunzierete
all'associata; - diss'ella; - ma almeno un associato… un amico…
- Ah, milady! L'amico è una cosa
rara, un caso nella vita, un fenomeno, un'eccezione. Parlo, s'intende, di un
amico che si sacrifichi per noi, come noi ci sacrificheremmo per lui; non parlo
dell'uomo di cuore, che si è conosciuto alla prova, pel quale sentiamo una
profonda simpatia e che rivediamo volentieri ogni qual volta se ne offra
l'occasione. Ecco, per esempio, di questi amici io ne ho uno, per cui faccio
appunto il mio secondo viaggio nell'India.
- Per un amico?
- Per un amico, milady.
- Ma questo è un fatto anche più
raro; chiamiamolo a dirittura un miracolo; - osservò ridendo lady Evelina. -
Dovevate essere molto intrinseci!
- Non tanto; ci siamo parlati a
mala pena due volte. L'ho conosciuto e mi è fuggito dagli occhi, per recarsi a
vivere in India. Per altro, ho avuto il tempo di promettergli una visita, e son
venuto a mantenergli la mia promessa. Non è un bel fatto, milady?
- Voi lo dite celiando, signor
duca; ma è un bel fatto, davvero. E in qual provincia dell'India è ora l'amico
vostro?
- Nel Nizam, non lungi di qui,
sebbene la difficoltà di andare avanti senza una lettera di sir Giorgio me lo
faccia parere lontano. Ecco del resto un indugio felice; - soggiunse il duca di
Marana, con la sua solita galanteria. - Egli me lo perdonerà, dopo avermi
aspettato tre anni; anzi se sapesse dove io mi trovo in questo punto,
m'invidierebbe di certo.
Il corcontento rispose con un
altro cenno del capo. Miss Maud, che non aveva da vederci nulla, non facendo
lei gli onori di casa, chinò gli occhi sul piatto, ma non potè astenersi dal
pensare che il duca di Marana era molto gentile. Lionello Edgeworth trovò in
quella vece che lo spagnuolo chiacchierava troppo; ma, non essendo il caso di
pubblicare la sua scoperta, né di consolarsi del suo silenzio negli occhi della
bionda cugina, si rassegnò all'ufficio di finire la sua porzione di plum
pudding, che era veramente squisito.
- Permettete; - gridava intanto
sir Giorgio, con l'aria di un uomo che afferra un'idea per aria; - non è
spagnuolo, il vostro amico?
- No, è italiano.
- Dovrebb'essere allora il
filologo di Paravady.
- Filologo! veramente, il mio
amico è naturalista, e si chiama…
- Laurenti; - disse sir Giorgio,
terminando la frase. È anche naturalista, ma da un anno si è dato specialmente
agli studi filologici.
- Lo conoscete?
- Non di persona, finora; ma
abbiamo avuto occasione di scambiarci qualche lettera. Passano per le mie mani
le sue eccellenti memorie alla Società Asiatica di Calcutta e le raccolte
geologiche mandate da lui, di tanto in tanto, al Museo reale di Londra. Lavora
assai, il vostro signor Laurenti, ed ha trovata qui una ricca miniera.
- Una miniera! di diamanti,
forse? Questo dovrebb'essere il luogo.
- Dico così per modo di dire,
quantunque, come avete osservato benissimo, siamo appunto nel paese dei
diamanti. La miniera di cui parlo è tutta scientifica, e si chiama il munder
di Paravady. Il signor Laurenti, col pretesto di studiare l'antica lingua dei
Veda, è entrato in grande dimestichezza coi bramini, che lo hanno, sto per
dire, come uno dei loro. Egli è oramai diventato un sanscritista di prima
forza, come lo era il nostro Jones.
- Non mi meraviglio di questa trasformazione;
- notò il duca di Marana. - Il mio amico era dotto e studioso come un
benedettino dei tempi andati. Ed anche la solitudine…
- Sì, dite bene, - ripigliò sir
Giorgio, - la solitudine obbliga a cavar profitto dal tempo. Che si fa qui, se
non si studia? Si dorme, è vero; ma il dormire, in questi paesi tropicali, a
lungo andare, non è più un sollievo. Anche a Secanderabad si studia. La mia
signora si è data alla botanica…
- Oh, per aver cura di un
piccolo giardino! - interruppe lady Evelina.
- È sempre botanica; - disse sir
Giorgio. - Miss Elena, poi, e mia figlia, si occupano di zoologia domestica;
mio nipote Lionello di zoologia selvatica, perché si smania di andare alla
caccia delle tigri.
- E voi, sir Giorgio?
- Io sono l'unico ozioso; fo il
diplomatico. Ma andiamo a prendere il caffè, sotto la verandah. La luna
dev'essere già apparsa, a quest'ora, e il lago di Hussein, a lume di luna, è
uno spettacolo incantevole. Non è vero, miss Maud?
Così dicendo, il faceto sir
Giorgio offriva con paterna amorevolezza il braccio alla sua diletta figliuola.
Il duca di Marana, balzato in piedi al primo cenno, aveva già offerto il suo a
lady Evelina. Il giovine Edgeworth, che avrebbe dato così volentieri il braccio
alla cugina, si contentò di offrirlo a miss Elena.
L'Hussein Sagar, che si stendeva
placidamente in un largo specchio davanti alla residenza britannica, era bello
a vedersi in quell'ora, mezzo nascosto nell'ombra e mezzo illuminato dal disco
rossiccio della luna, librato sull'orizzonte, poco sopra ad una massa di alberi
che ne incoronava le sponde. Il firmamento, non ancora signoreggiato dalla luce
diffusa dell'astro notturno, appariva del colore dell'indaco, e le stelle,
occhi d'Indra, scintillavano sulla vôlta azzurra. Una pace severa; quasi religiosa,
regnava tutto intorno, consentendo all'orecchio di cogliere i suoni più lievi
della notte, il susurro delle acque, increspate da un timido soffio, e gli echi
lontani della foresta. Perché la vita non tace mai, chi voglia ascoltarne i
battiti, e la notte è piena di arcane voci. Al duca di Marana tornarono in
mente i bei versi del suo Zorilla; ed anche a lui parve d'intendere
los mil ruidos
Que pueblan los espacios con
misteryoso son.
- Che cosa vi dicevo io? Non è
grazioso, di sera, il nostro Hussein Sagar? - disse sir Giorgio, battendo
amichevolmente della mano sulla spalla del suo ospite.
- Vi risponderò come Wellington
alla battaglia di Waterloo: splendid! Ci sarebbe da non muoversi più dal
vostro palazzo.
- Palazzo! palazzo! Non ci fate
insuperbire, signor duca; chiamatelo bungalow.
- Lo chiamerò, con vostra
licenza, il tempio della generosa ospitalità e della schietta amicizia. E lo
rimpiangerò lungamente, non dubitate.
- Anche in cammino per Paravady?
- E perché no? Anche in cammino
per Paravady. La vista di un amico non ci dee rendere ingrati verso degli
altri. A proposito di Paravady, non sarà mica troppo lontano da Haiderabad?
- Sei ore di strada, verso
tramontana. Potreste anche andarci senza toccare Haiderabad; ma non vi
converrà, perché soltanto nella capitale del Nizam troverete le guide.
Quantunque, - soggiunse il degno gentiluomo, - ora che ci penso, una scorta
sicura potrei darvela io.
- Mandare un drappello ai
soldati, a scortare una misera carretta! - esclamò ridendo il duca di Marana. -
Mi prenderanno per uno dei tanti Nana Sahib apocrifi, che sbucano da ogni parte
del Bengala e che bisogna condurre in prigione, come se si trattasse del vero.
Ma sapete, sir Giorgio, che son rimasto molto confuso quest'oggi, capitando
alla vostra residenza in quel meschino equipaggio, mentre la signorina scendeva
dal suo elegante palanchino?
- Di che cosa vi date pensiero,
milord! - esclamò lady Evelina. - In questi paesi, e per sentieri così cattivi
come i nostri, non si può andare altrimenti.
- Ed erano così belli, quei due
zebù - osservò miss Maud. - Avevano occhi così intelligenti!
- Signorina, d'ora in poi amerò
gli zebù; - rispose il duca, parlando a mezza voce, mentre miss Maud gli
offriva il caffè.
La fanciulla arrossì, ma nessuno
ne ebbe a far caso. Quel rossore, dopo tutto, poteva passare per un effetto di
luna.
- Dunque, siamo intesi; -
ripigliava sir Giorgio; accetterete la scorta della residenza. La Spagna non
ricuserà le offerte della vecchia Inghilterra.
- La vecchia e nobile
Inghilterra potrebbe mettere il colmo alle sue cortesie, - rispose il duca, sul
medesimo tono di celia amichevole, - venendo fino a Paravady, nella persona di
sir Giorgio Lawson.
- Eh, - disse il residente, - si
potrebbe fare anche questo. Ho pure una visita da restituire; e non io
solamente. Sono appena otto giorni che il vostro amico è passato di qui, in
occasione d'una gita alle rovine di Mahablechvar, ed è stato con la sua signora
a cercare di noi. Disgraziatamente io non ero alla residenza, e le mie signore
erano andate con Lionello agli uffici domenicali, nella nostra cappella di
Secanderabad. I gentili passeggieri non hanno veduto che il mio cancelliere.
Quel bravo signor Partridge! È ancora tutto scombussolato dalla vista della
signora Laurenti.
- Dicono che sia molto bella; -
entrò ad osservare miss Maud, con un tuono di voce che domandava risposta.
- Veramente, un occhio di sole;
- si affrettò a rispondere il duca; - una bellezza italiana, come se ne vedono
poche, anche in Italia.
- Ah, ah, vi cogliamo in flagranti
di entusiasmo; - esclamò lady Evelina. - Il viaggiatore frettoloso discende
dall'imperiale e s'infiamma per qualche cosa. -
Il duca di Marana sorrise a
quell'attacco gentile.
- Quando è necessario, milady,
perché no? La signora Laurenti è una donna da fermare anche un viaggiatore… che
si ferma; - soggiunse egli, appoggiando sulla pausa. - Il mio amico ha trovata
la compagna, viaggiatrice come lui. Amico fortunato! Ma bisogna anche dire, ad
onor suo, che quella fortuna egli se l'è guadagnata. Conosco la storia de' suoi
amori, ed è veramente poetica.
- Raccontatela. - scappò detto a
miss Maud.
- Volentieri, signorina; è una
storia semplice, come un idillio. Lui medico e naturalista, lei ammalata. Il
medico, novellino, fece la prima e l'ultima sua cura; e fu un male per l'arte
di Galeno, perché la cura riuscì portentosa. La signora guarì, ma s'innamorò
del medico, come il medico s'era innamorato di lei. Ambedue lasciarono la loro
città, donde alcune tristi memorie allontanavano lei, e dove egli non aveva
nulla che potesse trattenerlo. Ecco la storia, ridotta a' suoi minimi termini;
l'idillio, sciolto nelle poche sue fila. Ma bisognerebbe ritesserlo con tutti i
suoi episodi, con tutti i suoi graziosi nonnulla, por gustarlo davvero:
bisognerebbe mettere in azione la delicatezza somma di quelle due anime, di
quelle due sensitive; la loro volontaria solitudine in un ambiente che non era
fatto per essi; il silenzio modesto di lui, che nascondeva dignitosamente un
acuto dolore; il contegno nobilissimo di lei, che non voleva e non doveva
mostrar subito d'intenderlo; insomma, un piccolo dramma psicologico, che si può
scrivere, ma non si può raccontare, senza fargli perdere la sua cara
freschezza, il suo profumo di eletta poesia.
- La vostra pittura, signor
duca, mi raddoppia il desiderio di conoscere il signor Laurenti e la sua bella
compagna; - disse allora sir Giorgio.
- Ve l'ho già proposto,
andiamoci insieme. Non avete accennato al debito di contraccambiare una visita?
- Sì, andiamo; - gridò miss
Maud, con un ardore che il duca di Marana non si sarebbe mai aspettato da lei.
- Figliuola mia, è presto detto;
- rispose gravemente sir Giorgio. - Appunto in questi giorni ho molte faccende
da sbrigare. L'ufficio di residente non è una cosa da nulla; - soggiunse, rivolgendosi
al duca. - Del resto, voi andate a vedere i vostri amici d'Italia dopo qualche
anno di separazione, ed è giusto che andiate solo. Ci sono tante cose da dire,
quando ci si rivede in tali condizioni, che il sopraggiungere di altre persone
è proprio un guastare la festa.
- Sarebbe un accrescerla; - notò
il duca di Marana. - Ma via, non insisterò. Posso almeno annunziare la visita?
- Questo sì, ed aggiungere che
essa non è solamente un obbligo di educazione per me, in ricambio di cortesia,
ma anche di gratitudine internazionale. Come cittadino inglese, e
rappresentante del mio governo in quest'angolo del globo, sarò felicissimo di
stringere la mano al signor Guido Laurenti.
- E di stritolargliela; - pensò
il duca di Marana, che ricordava le strette poderose del suo ospite.
Ma, come potete immaginarvi,
egli tenne quella arguzia involontaria per sé.
- Andrò dunque ambasciatore
britannico a Paravady. - rispose invece allegramente; - superbo della vostra
scorta, ma niente superbo del mio equipaggio.
- Volete il palanchino?
- No, non ci mancherebbe altro;
lo sfonderei col peso delle mie valigie e della mia armeria ambulante. -
La lingua batte dove il dente
duole, e il duca di Marana batteva sempre su quel tasto della carretta, che lo
aveva fatto sfigurare davanti alle dame. Segno, direte voi, che egli pensava
molto a miss Maud; ma questo come si concilia col fatto, che la ragazza, veduta
da vicino, gli era sembrata men bella? A questo proposito, mi pare di avervi
già detto con che gusto e con che soddisfazione egli gettasse quel po' d'acqua
sui primi ardori, parendogli così di trovarsi più tranquillo e più franco. Ma
in fin de' conti, gli piaceva sempre quel giovane pioppo. E là, vedendolo a
lume di luna, in quella pace notturna, disegnarsi sulla prospettiva di quel
lago dai riflessi d'argento, il duca di Marana ricascava nel tenero.
Per fortuna, doveva partire la
mattina seguente. Andato a letto, dormì i sonni del giusto, o dell'uomo che ha
le ossa rotte da tre giorni di carretta; e la mattina seguente si sentì molto
meglio, anche dalla parte del cuore.
Sir Giorgio lo trattenne a
colazione. Ma trattandosi di un'ora insolita, le signore non erano comparse.
Lady Evelina faceva dire al duca di Marana che ella sperava una sua visita, al
ritorno da Paravady, poiché il vedersi colà, in occasione della visita ai
signori Laurenti, non doveva mettersi in conto. Il duca di Marana ringraziò e
promise, com'era naturale.
Il residente aveva fatta
preparare la scorta e consegnata al suo ospite la lettera di passo fino alla
città di Haiderabad, pel caso che volesse fare una corsa fin là. Indi lo
accompagnò in persona fino al dak bungalow, dove tutto era in pronto per
la partenza. Il duca di Marana ebbe il piacere di fare quel piccolo tragitto
nel palanchino di miss Maud, e l'altro, non meno grande, di non farsi rivedere
da lei nella famosa carretta. Questa per altro, doveva esserle in qualche modo
ricordata.
- È vero; - diss'egli, palpando
le corna dei due zebù, aggiogati al suo carro trionfale; - hanno gli occhi
molto intelligenti. Sir Giorgio, direte alla signorina Maud che i suoi protetti
avranno oggi due pezzettini di zucchero. -
Il momento della separazione era
giunto; il bègari Viadarma, ritto impalato davanti alle sue bestie e tutto
orgoglioso della scorta d'onore che si concedeva alla sua carretta, aspettava
che il viaggiatore volesse salire, per balzare sul timone e dare il grido della
partenza.
- Ancora una volta, sir Giorgio,
- disse il duca di Marana, - i miei ringraziamenti sinceri per le amorevoli
vostre accoglienze, e per tutte le altre cortesie che avete voluto usare ad un
forestiero.
- Signor duca, tutti siamo
forestieri, in questo paese; - gli rispose sir Giorgio, - e tutti ci sentiamo
fratelli, qui meglio che altrove, poiché ci riconosciamo figli di una gran madre,
l'Europa. -
Compiuta questa frase sonora,
che apparteneva alla retorica delle occasioni solenni, il residente britannico
afferrò la mano del viaggiatore e gli diede una di quelle strette, che sono
davvero indimenticabili, perché lasciano il segno sulla pelle e il dolore nelle
ossa. Ma che volete? In quelle poche ore di consorzio amichevole, il degno uomo
si era innamorato senz'altro di quel perfetto cavaliere, il cui spirito,
educato dai viaggi, si era liberato da tanti pregiudizi nazionali, e la cui conversazione
era così attraente per lui.
Il corteggio finalmente si mise
in moto per la strada di Haiderabad. Ma non per andare fino alle porte della
capitale del Nizam, come sapete, poiché il duca di Marana giustamente pensò che
quella gita avrebbe potuto farla a suo agio più tardi.
La campagna non era molto
pittoresca, davanti a lui; ma la prospettiva apparve migliore, quando, usciti
dalla strada maestra, si prese un sentiero che correva a tramontana, attraverso
la jungla. Del resto, chi nol sa? in fatto di prospettiva, il nuovo è
sempre bello. La varietà; ecco l'essenziale.
E la varietà doveva essere il
debole del duca di Marana. A mano a mano che si allontanava dal lago di
Hussein, il nostro viaggiatore si sentiva più libero. Due ore dopo, era affatto
tranquillo; non immemore, per altro, né disposto alla ingratitudine.
Notate, infatti, che, giunto
appena alla prima fermata, cavò dalla scatola delle sue provviste di viaggio
due pezzetti di zucchero e li diede a mangiare ai due zebù, con grande
maraviglia del bègari Viadarma, ed anche, come credo, di quelle povere
bestie. Certo, era quella la prima volta che ritraevano qualche po' di dolcezza
dalle loro relazioni con gli uomini.
Purché ciò non le abbia condotte
a giudicarli male!
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