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Facciamo a parlarci chiaro. Miss
Maud, quel giovine pioppo d'Inghilterra, trapiantato sulle rive del lago
d'Hussein, non meritava forse un pensiero del duca di Marana? Per quindici o
sedici ore di seguito non si era egli occupato di lei, ritraendone qualche idea
più soave, qualche sentimento più gentile del solito?
Miss Maud, o Maddalena, se vi
piace meglio, doveva essere per lui come una di quelle care figurine che
s'incontrano qua e là, per mezzo alle noie del mondo, in qualche fermata più o
meno breve, che la loro presenza abbellisce e che aiuta ad imprimere nella
mente. Quanti grilli non saltano in capo! Quanti castelli in aria non si vanno
architettando! Lì per lì, si vagheggiano perfino certe combinazioni, che non
dispiacerebbero neanche al sindaco e al parroco, ma che per contro farebbero
rimaner molto male i vagheggini del luogo. Per fortuna di questi signori, si
tira via; le idee sfumano, i castelli in aria svaporano, i grilli
s'addormentano; sole, quelle graziose figurine rimangono impresse nell'animo,
come certi cenni a matita nel taccuino.
Amabili figurine! non c'è
viaggiatore che non ci abbia le sue. Ulisse, che fu il più celebre di tutti, si
trovò fra' piedi una Circe e parecchie Sirene, non c'è che dire; ma s'imbattè
anco in Nausicaa, e l'immagine vereconda della figliuola d'Alcinoo rimane fra
le cose più leggiadramente poetiche dell'Odissea. Anche in ciò siamo tutti pari
ad Ulisse; più sentiamo la poesia ai queste apparizioni, quanto più siamo
provati alle battaglie e ai disinganni dei cuore. Si ha mestieri di questi
tuffi nella fontana di giovinezza, e si rammentano, poi, come il beone rammenta
le frasche di pino, vedute lungo la strada. Il paragone è volgare ma infine,
anche noi non si è veduta la frasca, all'insegna della felicità? E che importa
se non ci siamo fermati? Anche il vedere contenta, e forse più dell'avere.
La vita è una sequela di vedute;
varietà, sempre varietà, che ha in fondo la sazietà, dicono i malinconici.
Fortunatamente, per avvederci di ciò, bisogna giungere al tandem;
ora, quando si è giunti laggiù, si è anche molto avari delle proprie
cognizioni. La qual cosa mi fa ricordare il viaggio degli iniziati a certi
misteri dell'antichità. Andavano, per lunghe vie sotterranee, in mezzo a
pericoli e voci di minaccia, fino ad una porta di bronzo, che si apriva al loro
passaggio e dietro a loro si richiudeva. Giungevano finalmente nell'adito
sacro, dove li aspettava il grande arcano. E che cos'era il grande arcano, di
grazia? Probabilmente un vecchio giornale e una ciabatta scompagnata. Ma
nessuno, tornando, osava dire elle cosa avesse veduto; e la discrezione degli
uni manteneva la curiosità, eccitava il coraggio degli altri.
Ma lasciamo in disparte gli
antichi misteri e gli antichi iniziati. Dobbiamo andare a Paravady per dove si
è incamminato il signor duca di Marana.
Guido Laurenti non si aspettava
certamente la visita del suo amico d'un giorno. Sta bene che la visita era
stata promessa; ma non tutte le promesse si mantengono, e quella, poi, aveva
tutta l'aria d'essere stata fatta per chiasso, e rinnovata per abbondanza di
cuore. Infatti, il signor duca l'aveva rinnovata, in una sua lettera di
risposta a Guido Laurenti, che, da buon cavaliere, appena giunto in India e
piantate le sue tende colà, si era creduto in obbligo di mandargli un saluto.
Ma a quella rinnovazione aveva tenuto dietro un lungo silenzio. Il signor duca,
per allora, correva le poste su tutte le strade ferrate d'Europa; metodo più
comodo, non c'è che dire, e che fa capo a stazioni molto più divertenti.
Due anni dopo, Guido Laurenti
aveva ricevuto una seconda lettera del duca. «Siete vivo? gli domandava il
Marana. Io sono ancora di questo mondo e penso sempre a voi, quantunque i
vapori postali della Peninsular non ve ne facciano testimonianza. Ma che
volete? Il pensiero vola, attraversando lo spazio; la mano è pigra e rimette
ogni cosa al domani. San Paolo ha detto qualche cosa di simile; lo spirito è
pronto, la carne è inferma. Ed io, sebbene non infermo nel senso materiale del
vocabolo, lo sono fino ad un certo segno, per questa indolenza di viaggiatore
emerito, che sa girare un milione di volte intorno ad una risoluzione energica,
e si dà un gran moto per non giungere a capo di nulla. Vedete, per esempio; so
andare da una estremità all'altra dell'Europa, ma non mi risolvo mai a tornare
in Asia, per la semplicissima ragione che un viaggio simile dovrebbe essere
preceduto da una gita in Castiglia, dove mi chiamano alcune faccende
domestiche. Fate che io abbia il coraggio di andare fin là, e allora, dato
sesto alle cose mie, potrò venire da voi. Perché io rammento sempre la mia
promessa; vi son debitore d'una visita, e qui non c'è ombra di dubbio.»
Un altro anno era passato, e il
duca di Marana aveva finalmente presa la risoluzione di tornare in Ispagna. Era
andato in Castiglia, senza cedere alla tentazione di una fermata a Madrid, dove
pure aveva lasciato tanti amici e tante memorie della prima giovinezza. Sapete
che Madrid non era più luogo per lui. Colà era stato ferito, in quel modo che
si era degnato di accennare egli stesso, in una sua conversazione con la
signora Argellani. Mi direte che le ferite d'amore sono come tutte le altre; se
ne muore, o si risana. Per altro, anche quando si risana, la cicatrice resta, e
nella cicatrice un senso di dolore, superficiale fin che vorrete, ma pur sempre
noioso. Ora, in certe ferite morali, la superficie è rappresentata dalla nostra
vanità. Si è guariti nel profondo, ma la superficie reca i segni del male; la
pelle vi è tutta cincischiata, bollata di bianco, gelosa al tatto, e non ama il
solletico.
Come raccontarvi la storia di
questa ferita, che il duca di Marana non amava di lasciar scorgere alla gente?
L'amore e la vanità erano stati colpiti ad un punto. La sua bella, una vera
marchesa d'Amaeguì per le grazie esteriori, non lo aveva mica posposto ad un
grande di Spagna di prima classe; no certo, la cosa non sarebbe stata neanche
possibile, perché grande di Spagna, di prima classe, e magari due volte, per
due titoli diversi, lo era già lui. Tutt'al più sarebbe stato il caso di fare
un baratto.
Ma il guaio si era che la
marchesa d'Amaeguì aveva posposto il grande di Spagna, il gentil cavaliere, ad
una primera espada del circo, ad un audace e ruvido cacciatore di tori.
Altro che serenate e duelli per lei, come avrebbe voluto il poeta dell'Andalusa!
La bella non amava le serenate; il duca, dal canto suo, non poteva farsela a tu
per tu con quell'uomo. Aveva maledetta la perfida, come si usa nei melodrammi,
e non era rimasto più un giorno a Madrid.
Ho detto che non amava lasciar
scorgere la sua ferita alla gente. Infatti, non vi accennava mai, o molto da
lontano, parlando sui generali, come un uomo che ha sofferto la parte sua, e
dichiara, fino a tanto che può, di non voler soffrire dell'altro. Imitiamo il
suo riserbo, e non andiamo più in là. Il poco che si è lasciato trapelare basti
a dar la ragione di quella ripugnanza che il duca di Marana sentiva per una
dimora d'oltre un giorno a Madrid. Recatosi ne' suoi possedimenti di Castiglia,
aveva incominciato per la primissima volta ad esercitare l'ufficio di padrone,
ad occuparsi di affitti, di piantagioni, di tagli, di restauri e via
discorrendo. Le cose che si fanno per la prima volta riescono sempre un po'
difficili, e il duca di Marana aveva dovuto fare il suo tirocinio anche nel
mestier di padrone. Poi, come avviene a chi è sempre stato fuori di casa, su
per le diligenze delle vie provinciali o per le carrozze di strada ferrata, che
un po' di sosta al focolare domestico gli torna come una benedizione di Dio,
specie se il focolare domestico è rappresentato da un bel castello del
quattrocento, restaurato nel seicento e abbellito nell'ottocento, con una larga
distesa di boschi e bandite di caccia, il duca di Marana prese gusto alla sua
vita di gentiluomo campagnuolo e per otto mesi alla fila non parlò più di
viaggi.
Dio sa quanto sarebbe rimasto
ancora, se la paura, dal livido aspetto, non avesse bussato alle porte. Il
castello di Marana aveva un vicinato pericoloso; il castellano s'era lasciato
andare a qualche visita, non aveva evitato qualche incontro più o meno
fortuito. Fino a tanto gli parve che tutto ciò non uscisse dai limiti di uno
scherzo, e di una galanteria cavalleresca, rimase. Appena si avvide che le cose
volgevano il tenero, e che egli poteva rimaner preso alla tagliuola, come un
lupo disceso in mal punto dalle sue solitudini alpestri, fece bravamente le
valigie e via da capo; il viaggiatore la vinceva di bel nuovo sul gentiluomo
campagnuolo.
Due o tre giorni prima di
lasciare il castello di Marana, aveva scritto un a lettera al suo amico
Laurenti. - «Chi sa? gli diceva. Un giorno o l'altro càpito in India e mi calo
sul vostro eremo di Paravady, come un avvoltoio in cerca di preda. Ho fame e
sete di libertà, di pace; e qui, nei campi aviti, non ho trovato né l'una né
l'altra. Aspettatemi, dunque, amico Laurenti; questa volta è l'ultima
definitiva. Ma no, ora che ci penso, non mi aspettate; l'avvoltoio ha da
piombare alla sua ora e quando meno ci si pensa.»
Questa improvvisata del suo
amico spagnuolo, Guido Laurenti l'aveva aspettata sei mesi con un certo
desiderio; al settimo si era seccato; all'ottavo non ci pensava già più. - Ho
capito, aveva detto tra sé; il duca di Marana si ricorda di me tutti gli anni
bisestili. -
Del resto, se l'amicizia tra
Guido Laurenti e il duca di Marana era schietta, non era altrimenti profonda.
Si poteva dire di essa ciò che si dice d'un vino generoso, ma giovane: peccato
che non abbia vent'anni! Nata in mezzo alle cerimonie di società, aveva avuto a
battesimo la stima sincera e il desiderio scambievole di piacere, ma a questi
ottimi principii era mancata l'occasione di rassodarsi. E l'uno e l'altro
potevano adunque vedersi con giubilo, dopo molti anni di separazione, ma,
altresì rimanere per molti anni separati senza rammarico.
I pessimisti dicono essere
queste le amicizie migliori. Certo, son quelle che durano di più, non avendo
modo di guastarsi. - Se andassi a far le vacanze a Napoli! diceva un tale, che
aveva qualche giorno da godere in libertà. Sarebbe una buona occasione per stringer
la mano a quel caro Fulgenzio, che non vedo più da nove anni. - Ma accadde che
il pensiero di star troppo a lungo in un viaggio gli facesse mutar proposito, e
prendere invece la strada di Torino. Quel caro Fulgenzio è ancora là che lo
aspetta.
Sì, ma quando due amici di
quella fatta s'incontrano, come si ristringe bene quel vincolo che soltanto la
lontananza aveva rallentato, senza che le gelosie, gli sdegni e i rancori
c'entrassero per nulla! Come è limpida e fresca la corrispondenza affettuosa di
due cuori, nelle cui pieghe riposte non si cela il pensiero d'un torto ricevuto
e male perdonato, o non bene dimenticato! Che importa, se quell'amico non si è
sentito il prepotente bisogno di vederlo, per otto o dieci anni di seguito?
Sono anni colmati di miserie, avvelenati da malumori, in cui egli non ha avuta
la minima parte. Ben vengano adunque i dieci anni.
Tra Guido Laurenti e il duca di
Marana non ne erano corsi che quattro. C'era dunque dell'altro da poter
aspettare.
Guido, che abbiamo conosciuto
modesto e studioso solitario nel suo osservatorio campestre, aveva speso bene
in quei quattro anni il suo tempo. Ciò che aveva cominciato a fare per suo
diletto e quasi a tacita giustificazione dell'ozio nella sua antica dimora,
seguitò a fare, ma seriamente, nel suo nuovo soggiorno. La botanica e
l'entomologia, alternate con qualche altro ramo di scienze naturali,
ripigliarono il comando in casa sua, non sì tosto ne ebbe una. Era sbarcato a
Bombay, ma non per trattenersi colà. Chi non si dà al traffico non ha nulla a
fare, nulla a vedere sulla costa. Guido Laurenti si avanzò dentro terra, e in
una delle parti meno esplorate dell'India, quantunque sia tanto vicina alle
famose caverne di Ellora, visitate da tutti i viaggiatori, ed abbia tanta fama
in Europa dal nome di Golconda, celebre pe' suoi diamanti e per le sue
fantastiche regine, in prosa del Florian e in musica del Donizetti.
Il luogo gli era forse piaciuto
pel nome e per le memorie artistiche ond'era accompagnato; fors'anche per la
maggior solitudine che esso gli prometteva. Comunque sia, il fatto sta che
deliberò di fermarcisi. Accadde che un signore europeo, il quale si era
fabbricato un villino nei dintorni di Paravady, col proposito di finirci la
vita, mutasse opinione da un giorno all'altro, proprio come avvenne a quel
santo Menna, della Gallia romana, che si annoiò di star sigillato in un muro,
dopo averci passato quarant'anni della sua vita, non tenendo fuori che le mani
e la testa, per prendere il cibo dalla pietà dei fedeli e qualche infreddatura dalla
misericordia de' cieli. Il villino era piaciuto a Luisa, e tanto bastò perché
Guido Laurenti, come il centurione di Camillo, piantasse le insegne colà,
profferendo il suo giudizio: «hic manebimus optime»
S'intende che una casa non è mai
interamente nostra, se non quando l'abbiamo aggiustata a nostro modo,
abbellita, ritoccata, e quasi rifatta di pianta. Guido Laurenti aggiustò,
abbellì, ritoccò, rifece la sua, specie per quanto si atteneva al giardino.
Anche quella era botanica.
Ma l'India non è un paese come
tutti gli altri; portentosa nelle sue forme (direi quasi mostruosa, se il
vocabolo non fosse tirato ad un senso poco piacevole) essa è prepotente nelle
sue attrazioni. E in quella guisa che si nasce poeti per finire avvocati, Guido
Laurenti, andato in India botanico, entomologo, naturalista insomma, davanti ai
ruderi di quella civiltà che conta i secoli a varie diecine, divenne archeologo
e linguista. Lo studio, necessario per lui, del dialetto indostano, lo condusse
su su, di idioma in idioma, fino alla lingua madre, la prima e la più nobile
del ceppo ariano, che ha germogliata, per esempio, la nostra e la tedesca. Pare
impossibile, ed è semplicemente vero.
Quei monumenti colossali delle antiche
religioni di Budda e di Brama, a cui la stirpe invaditrice di Maometto ha
inutilmente contrapposte le cupole dorate e i minareti svelti delle sue vuote
moschee, svelarono a Guido Laurenti un mondo ignoto. Non dimentichiamo tuttavia
che il primo effetto fu quello di confondergli maledettamente la testa. Ma a
grado a grado si raccapezzò; riconobbe le differenze dei riti; sceverò gli
attributi dalle essenze particolari degli dèi; notò i legami e le derivazioni
dei simboli; volle risalire alle fonti, trovò le antichissime memorie
dell'umanità, e le prime relazioni naturali (che non furono tutte di paura,
come vorrebbe il poeta latino) degli uomini con Dio.
Paravady, più fortunata di tanti
paesi del Deccan, che si trovarono esposti alla furia conquistatrice e
struggitrice di Aureng Zeb, serbava ancora il suo tempio, il suo munder,
da non confondersi con la daghoba, che è tempio buddistico, e con la pagoda,
che è cinese e siamese, ne potrebbe giustamente usarsi, per indicare un
edifizio dedicato al culto braminico. Il munder, vecchio di duemil'anni,
se non forse di più, minacciava in alcuni punti rovina; gli dèi di pietra si
reggevano male, così mutilati e scamozzati dal tempo; anche il collegio dei
bramini era ridotto a pochi cultori dei Veda, e non tutti sapienti. Ma c'era un
buon priore un sant'uomo che credeva ancora alla vitalità del culto di Visnù e
al suo trionfo finale e che frattanto custodiva con religiosa cura i papiri
della libreria del convento cantando gli inni ammirabili dei Rigveda e
ripetendo i canti sublimi del Mahabàrata.
Il nostro Guido Laurenti non
aveva mostrato nessuna ripugnanza per quelle divinità, che la rompevano con
tutte le leggi dell'anatomia e con tutte le distinzioni delle specie
zoologiche. Se una di esse portava fieramente invece di naso una proboscide
d'elefante e un'altra cento braccia invece di due, questa tre teste dove c'è
posto a mala pena per una, e quella cento mammelle penzoloni dal seno e dai
fianchi, Guido Laurenti non ne faceva le meraviglie e non gridava alla mostruosità,
rammentando che i Greci, questi maestri del bello, non avevano temuto di
figurarsi Argo con cent'occhi, Cerbero con tre teste, Briareo con cento braccia
e Cibele con un visibilio di capezzoli; tutte forme simboliche, da intendersi
con discrezione, come quelle che dovevano rappresentare ad un popolo bambino le
forze molteplici, vive ed operanti, della natura immortale.
D'altra parte, egli discendeva
dalla stirpe di Jafet, non già da quella di Cam, maledetto per aver riso di
qualche debolezza paterna. Andava anzi un pochino più oltre dei moderni
cavalieri, che non vogliono si manchi di rispetto alla memoria dei padri;
rispettava anche le vecchie forme in cui s'era adagiata la fede giovanile dei
nonni e degli arcibisnonni, trovandoci un tesoro di consolazioni celesti.
Certo, anche lui offendevano le superstizioni, le divozioni cieche alla parte
estrinseca dei culti, le supine adorazioni che non sanno sceverare il concetto
dal mito; ma a questi difetti della ignoranza, che in tutti i tempi e presso
tutti i popoli è sempre vissuta accanto alla scienza sua nemica e alla mezza
scienza sua alleata, a questi difetti, dico, non ci vedeva rimedio fuorché
nella civiltà, in quella civiltà che molti credono nata già grande ed armata,
come Minerva dal cervello di Giove, ma che egli riconosceva come una lontana
derivazione di quelle grandi teogonie, che oggi si volgono in celia dal volgo;
di quelle grandi teogonie, in cui, dai solenni colloqui di Ariona con Crisna,
all'amore immenso e alla fede ingenua di Sita, erano già dipinte con artistica
evidenza, non superata più mai, tutte le più nobili curiosità dello spirito e
tutti i più delicati sentimenti del cuore.
Che dirvi di più, senza
riuscirvi noioso? Lacmana, il mahunt del tempio di Paravady, aveva preso
ad amare quel suo giovane vicino europeo. A lui, osservatore curioso, ma non
irriverente, dei simboli indiani, cultore volenteroso e felice della sacra
lingua dei Veda, aveva dischiusi liberalmente i tesori della sua scienza. Guido
Laurenti s'era messo in quella via per capriccio letterario; ci aveva preso
gusto, ed era diventato un indianista feroce.
Cotesto vi spiegherà ciò che
diceva di lui il residente britannico di Secanderabad, accennando ad alcune
importanti memorie inviate alla Società Asiatica di Calcutta. Guido Laurenti
aveva studiati a fondo i libri liturgici del bramanismo, commentati i Purana,
trovata e fatta conoscere ai dotti una nuova raccolta d'inni, che non erano
compresi nel Rigveda. Una sua trascrizione dello Tsciorapanta,
poemetto in lingua pracrita, non ancora conosciuto, faceva chiasso allora tra
gl'indianisti di Europa.
Non vi sarà difficile
d'immaginare che tutto ciò gli dava agio ad attendere senza troppa impazienza
la visita del duca di Marana. E poiché, dopo otto mesi di aspettazione, non ci
pensava già più, quella visita doveva riuscirgli una improvvisata davvero.
Il fido cronometro del duca
segnava le cinque del pomeriggio, quando il suo possessore vide rizzarsi
davanti a sé la gran mole del tempio di Paravady, sulla riva sinistra di un
piccolo corso d'acqua, che portava il suo umile tributo al Godavery, al maggior
fiume del Dekkan.
- Ah, finalmente! - gridò il
duca di Marana, udito dal comandante della scorta com'egli fosse giunto al
termine del suo viaggio. - Se piace a Dio, questo è il santuario dove
scioglierò il mio voto. Ma dove sarà questo villino, questo bungalow
dell'amico Laurenti? -
Poco stante la carovana faceva
il suo ingresso trionfale nel gaum, o villaggio, di Paravady. Si prese
lingua da un bisti, in cui vi è lecito di riconoscere un acquaiuolo.
- Il Sahibgar? -
diss'egli. - È laggiù, dietro a quella macchia di baniani.
Mi duole di trattenervi ancora
per via, mentre sarete impazienti, come il duca, di giungere a porto. Ma debbo
dirvi anzi tutto che questo Sahibgar è un composto di due parole, la
prima delle quali vi è nota, e la seconda la intenderete, quando io vi avrò
detto che tutt'e due, unite, significano: la casa del signore europeo. Quanto
al baniano, da non confondersi col banano, è desso il nome del fico d'India, ficus
indica, albero maestoso, che ha il privilegio di riprodursi, gettando dai
rami certi suoi filamenti, che mettono radice nel suolo e crescono a mano a
mano in forma d'alberi nuovi. Rami che salgono, rami che scendono, vi fanno una
confusione pittoresca, vi danno l'aspetto di una foresta vergine. I frutti,
poi, non nascono dal sommo dei rami; spuntano qua e là, a ciocche, come le
ciliege, dalle rugosità dei tronchi. Le foglie sono larghe e tondeggianti, d'un
bel verde carico e lucente. Gl'indiani credono che proprio di queste vestissero
la loro nudità vergognosa i nostri progenitori, ed aggiungono che dalla calata
dei rami in forma di colonne, derivassero il concetto e la forma delle
primitive abitazioni. Racconto e passo.
Il duca di Marana aveva seguita
la via indicatagli dall'acquaiolo. Costeggiata la macchia dei baniani, era
giunto alla vista di una valletta, o, per dir meglio, di una conca di verdura,
in mezzo a cui sorgeva una graziosa casina bianca a due piani, sormontata da un
attico che in parte nascondeva il tetto, e fors'anche serviva di parapetto ad
un terrazzo che correva torno torno alla cima. L'edifizio constava di due ali,
che s'incontravano ad angolo retto, volgendo l'insenatura a levante, e questa
disposizione appariva intesa a far sì che il giardino, attiguo alla casa,
avesse i primi raggi del sole, offrendo un luogo di riposo, al fresco, nelle
ultime ore del giorno. L'aspetto del villino non avea nulla d'indiano, tranne
forse un vestibolo, sorretto da colonne, e ornato sul cornicione da quel tritume
di fregi, di sporgenze, di sottoquadri e di linee spezzate, che è nello stile
dell'architettura bengalese. Del resto, la fabbrica non si vedeva tutta
intiera; sbucava da un colmo di piante d'ogni specie, come a dire di baniani,
di cocchi e di muse paradisiache. Non mancavano neppur le magnolie, necessario
contorno di una casa che era abitata dalla signora Luisa Argellani.
Era un parco, e sembrava di
vedere una di quelle selve tropicali in cui mille generazioni di piante si
confondono liberamente e fioriscono alla luce del sole, mentre le liane sottili
s'intrecciano di ramo in ramo, e le glicini e le bignonie portano a maturare le
loro ciocche capricciose sulle vette degli alberi; donde un'allegra ridda di
colori, che potrebbe dirsi il sorriso della natura, quando l'eterna
trasformatrice della materia lavora per sé, non curandosi punto di questa
famiglia ingrata e stizzosa che è nata dal suo grembo. E qui forse tornerebbe
inutile il soggiungere che si parla degli uomini.
Un sentiero aperto in mezzo alla
jungla e fiancheggiato da due siepi di nim, pianta comunissima in
quelle regioni e il cui succo lattiginoso è reputato un eccellente febbrifugo,
conduceva evidentemente al Sahibgar. Il duca di Marana seguì quella traccia
senz'altro. A mano a mano che si avvicinava, la foresta assumeva un aspetto più
regolare; ad un certo punto, il parco si tramutava in giardino, di cui già si
vedevano i vasi in fila e le aiuole. Il parco, per altro, non aveva muro di
cinta; e di questa mancanza, che sarebbe stata grave in ogni luogo solitario
d'Europa, egli vide ben presto la giustificazione, in una fossa larga e
profonda che correva tutto intorno a quel piccolo paradiso. Il muro di cinta
per fermo non sarebbe bastato, in un paese che poteva esser corso da tigri e
pantere, senza contare i boa, i pitoni e i cobracapelli, che non sono certo una
gradevole compagnia per nessuno e che si vedono anche mal volentieri da lungi.
Per quella fossa profonda, le
cui pareti erano stagliate a piombo, il Sahibgar diventava una specie di fortezza,
inaccessibile ad ogni specie di animali malefici, compreso il prossimo nostro.
Anche la strada, che correva tra le due siepi, giunta a pari del ciglio esterno
del fosso, si mutava in un ponte levatoio. Sul far della notte il ponte era
alzato, e il Sahibgar si trovava naturalmente custodito da ogni brutta
sorpresa, senza mestieri di scolte.
Il duca di Marana stava ancora
sull'ingresso del ponte, ammirando quel savio sistema di difesa, allorquando
gli vennero veduti due uomini che attraversavano il viale interno. Erano due
braccianti, ma vestiti un po' meglio che non usassero i Sudra, perché, alla
corta gonnella di tutti i loro simili, aggiungevano una sopravveste di cotone.
Se non fosse stato il color della pelle, che aveva tutti i luccicori del bronzo,
si sarebbero potuti scambiare per due servi europei.
- Prenderò lingua da questi, che
certamente appartengono alla casa; - disse il duca di Marana tra sé.
Era già balzato dalla carretta,
che, secondo il suo parere, non doveva inoltrarsi di più. E veduto che appunto
quei due si erano fermati a guardare il corteggio, con quell'aria di curiosità
grave, quasi malinconica, che contraddistingue gl'indiani, il viaggiatore si
avanzò fino a mezzo del ponte.
- Abita qui il sahib Laurenti? -
chiese egli, parlando la lingua indostana.
Prima che uno degli interrogati
avesse potuto rispondere, comparve all'ingresso del ponte un terzo personaggio.
Era un vecchio di sessant'anni, o giù di lì, vestito all'europea. Europeo lo
diceva la carnagione, che, sebbene abbronzata dal sole, lasciava trasparire il
bianco. La faccia non portava traccia di peli, ma piuttosto di qualche colpo di
rasoio; segno che il vecchio si radeva la barba da sé, ma senza avere la
pazienza necessaria per una operazione di quella fatta. Costui era vestito del
tutto all'europea; ma non argomentate da ciò che fosse vestito del tutto,
perché, quantunque avesse in testa un cappello di paglia, ultimo capo del
vestiario in ogni paese d'Europa, andava attorno in maniche di camicia.
- Il sahib Laurenti abita
qui; - rispose egli in cattivo indostano, prendendo la parola per gli altri
due. - Chi è che domanda di lui?
Ma egli aveva appena pronunziate
queste parole, che mandò al diavolo l'indostano, quell'assaettato indostano che
gli faceva nodo alla gola, e continuò in italiano:
- Chi vedo? Il signor duca di
Marana!
- Ah! - esclamò il duca,
felicissimo di essere stato riconosciuto. - Ma voi chi siete, brav'uomo?
- Che, non mi conosce,
Eccellenza? Son Giacomo, il giardiniere, quel Giacomo…
- Ah sì, quel Giacomo che l'amico
Laurenti ha condotto con sé; - interruppe il duca; - in verità, non avrei
dovuto dimenticarlo. E rammento adesso certi bicchieri di Sciampagna…
- Che lor signori, amici del
padrone, mi mescevano con tanta generosità; - disse Giacomo, compiendo la frase.
- Ho risicato quella sera di non trovar più l'uscio di casa. Ma entri,
Eccellenza; che sta fermo sull'uscio? Giordano è legato, non dubiti.
- Chi è Giordano?
- Oh, dico così per dire. È un proverbio.
Il padrone mi canzona qualche volta, che non so levarmi il vizio di parlar
sempre per via di proverbi. A proposito del padrone, non lo troverà in casa.
- Me ne rincresce davvero.
Venire a posta da Madrid a Bombay e da Bombay a Paravady per abbracciarlo, e
non trovarlo in casa…
- Che vuole? Non aspettava la
sua visita: da due mesi ne aveva quasi deposto il pensiero. È partito ieri per
una escursione scientifica, col parroco di quella gran chiesa che avrà veduta
laggiù. Una chiesa strana, a dirgliela come sta, e un parroco anche più strano!
La chiesa si chiama munder; il parroco si chiama mahunt: la
madonna…
- Ho capito, Giacomo, ho capito;
- interruppe, ridendo, il duca di Marana. - In mezzo a questi santi vi
ritrovate male. Ma già, per voi che amate i proverbi, eccone uno che ho
imparato in Italia: paese che vai, usanza che trovi. -
Il buon Giacomo era proprio nel
suo elemento.
- Anche Lei, Eccellenza, coi
proverbi?
- Ma sì, caro amico; i proverbi
sono la sapienza dei popoli. Sapienza un po' confusionaria, se vogliamo; ma
almeno ce n'è per tutti i gusti. E quando credete che sarà di ritorno il vostro
padrone?
- Forse questa sera; ma domani
senza fallo. Così ha detto prima di partire, e quando lui dice una cosa, si può
esser sicuri, che è quella.
- Ma come si fida egli, a
correre attorno, lasciando sola in casa la signora?
- Oh, non c'è pericolo; veda
come siamo ormeggiati; - rispose il Giacomo, che non dimenticava di essere nato
in riva al mare. - Il Sahibgar, come lo chiamano questi eretici, è una
vera fortezza. Abbiamo trovato il lavoro incominciato e gli abbiamo data
l'ultima mano noi altri. Del resto, Eccellenza, anche qui la paura è più grande
del male; e, salvo i poveri indiani, che possono fare di brutti incontri,
andando soli per la jungla di notte, nessuno ha da lagnarsi delle bestie
feroci. Ma io la tengo qui sulle chiacchiere, mentre avrà bisogno di riposo,
dopo tante ore di viaggio, con questa vampa di sole.
- Oramai sono agguerrito; -
rispose il duca di Marana. - Piuttosto, mi sa mill'anni di presentare i miei
ossequii alla signora… che sarà in casa, m'immagino.
- Sicuro, e avrà molto piacere
di vederla. Si parla spesso di Lei, Eccellenza, e l'hanno anche aspettata un
bel pezzo. -
Fatte queste ciarle sul ponte,
mentre i servi indiani toglievano dalla carretta le valigie e le armi del duca,
Giacomo invitò gli uomini della scorta ad entrare, per prendere, com'era
naturale, un po' di ristoro. Il caporale accettò di buon grado l'offerta, ed
anche, sebbene dopo essersi fatto pregare un tantino, le dieci rupie che il
duca gli metteva tra le mani. Trenta lire, se nol sapeste; perché la rupia
indiana vale quanto un fiorino tedesco, due franchi e cinquanta centesimi.
Il bègari Viadarma ebbe il fatto
suo ed anche la mancia; i due zebù, pei meriti di miss Maud, due altri
pezzettini di zucchero; e il signor duca di Marana, libero da tutte queste
piccole noie del viaggiatore, si trovò finalmente in casa, per essere
annunziato alla signora Laurenti.
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