-5-
Donna Luisa, che non vuol essere
più menzionata pel casato degli Argellani, non si aspettava in quel punto la
visita del duca di Marana. Al rumore che si faceva nel cortile, immaginò che
Guido fosse tornato qualche ora prima dalla sua escursione. Ma presto si avvide
che non doveva esser lui, udendo la voce del giardiniere, più chiassosa del
solito, e cogliendo in aria un certo titolo, che il Giacomo non usava dare al
padrone.
A tutta prima non le venne in
mente che potesse trattarsi del duca, annunziato già due volte a' suoi amici di
Paravady, senza che lo vedessero mai comparire, e certamente ancora lontano un
migliaio di leghe. Pensò in quella voce che fosse il residente britannico di
Secanderabad, venuto a ricambiare la visita di otto giorni addietro. Sir
Giorgio Lawson era infatti l'unico europeo che potesse capitare per allora al Sahibgar,
meritando dal Giacomo quel titolo sonoro di Eccellenza, che era giunto, per la
finestra, all'orecchio di Luisa. Ma, d'altra parte, Giacomo aveva parlato in
italiano; e la signora, pensando meglio a questa circostanza… Pensandoci
meglio, non giungeva a capo di nulla. E la signora Luisa era tuttavia
nell'incertezza, quando il Giacomo si mostrò sul limitare del salottino.
- Signora padrona, - diss'egli,
con aria trionfale; - Una visita che Lei non si aspetta di certo; il signor
duca di Marana.
- Ah! - esclamò ella, alzandosi
a mezzo, come se il duca di Marana fosse già per entrare.
Ma tosto si riebbe da quella
scossa improvvisa, e ripigliò la sua calma apparente.
- Fatelo entrare nel salotto, -
soggiunse; vengo subito. -
Il giardiniere fece un inchino e
disparve. La signora Luisa, quantunque avesse lasciato credere di voler correre
dietro a lui, non si mosse dalla seggiola; anzi, appoggiò il gomito al suo
tavolino da lavoro, la fronte sulla palma della mano, e rimase alcuni istanti
in atto di profonda meditazione. Il duca di Marana! Quante memorie, sopite
nell'animo di Luisa, ridestava ad un tratto quel nome! La patria e il passato,
immagini poco liete, non si erano mai presentate con tanta evidenza al suo
spirito. Né lettere, né giornali, con la varietà minuta dei loro cenni, né
viaggiatori europei, che ad ogni tratto giungevano a Paravady, per stringere la
mano a suo marito e visitare il suo eremo di studioso indianista, potevano fare
tanta impressione su lei, quanto la presenza improvvisa di quel cortese
gentiluomo, da lei veduto forse quattro volte, nelle ultime settimane del suo
soggiorno in quella palazzina gialla che sapete.
In quel tempo, Luisa Argellani
era appena risanata. Sorretta dalla sua volontà, più che non fosse raffidata
dalle sue forze, aveva combattuta e vinta una grande battaglia, non d'amor
proprio, né di vanità femminile, ma, come ella diceva, di nobile orgoglio, di
onesta alterezza, contro le invidie, le ingratitudini, le dimenticanze e i
dispregi del mondo sciocco in cui era vissuta. Quel piccolo mondo era tornato a
lei, ed essa lo aveva respinto. Un grande amore l'aveva salvata; quel grande
amore doveva rapirla con sé. Era partita, aveva dimenticato. La terra è così
grande, dopo tutto! Ogni cielo ha i suoi conforti, ogni paese ha la sua
medicina; l'acqua di Lete è dapertutto, fuorché in casa nostra, o, per dire più
veramente, ogni acqua, che sia nulla nulla lontana dalla piccola valle di
lagrime in cui ci siamo crogiolati tanti anni, è acqua di Lete per noi. Ma
badate, anche questo va inteso con discrezione; non si dimentica sempre così
pienamente, che un cenno del passato, un testimone degli antichi affanni, non
ce li possa richiamare allo spirito. E quel duca di Marana, anche annunziato
più volte ed aspettato, doveva al suo primo apparire far battere con molta
violenza quel povero cuore di donna. Egli l'aveva pure conosciuta laggiù, nella
sua valle di lagrime; non ne ignorava certamente la storia; era stato anche in
relazione, se non d'amicizia, almeno di cortesia, con quel… No, Luisa Argellani
aveva disprezzato quell'uomo; Luisa Laurenti non doveva più profferire quel
nome.
Il triste momento era passato.
La signora Laurenti scosse la sua bella testa e si alzò, per andare nel salotto.
Il mio amor proprio d'autore mi
fa sperare che nessuno mi domanderà qui il ritratto della signora Laurenti. Il
viso di un ovale perfetto, la fronte prominente, mezzo nascosta da due liste di
capegli neri e lucenti, le grandi sopracciglia arcate che scendevano sulle nere
pupille, il naso grecamente diritto, le labbra sottili e soavemente disegnate,
son tutte cose che i miei lettori conoscono, fin da quando ho descritte loro le
sembianze di una bella anemica. Perché mi farei a ripeterle? Ripeterò soltanto
che la bella anemica era guarita, per soggiungere che i colori della salute
animavano il suo volto, e quei colori prendevano forza da certi riflessi
dorati, di cui ho già detta la causa, descrivendo in queste pagine un'altra
figura di donna. Si è detto che il bronzo, co' suoi luccicori, rammorbidisce i
contorni d'una statua e le conferisce come un aspetto di vita. Similmente,
quella leggerissima velatura d'oro che il sole indiano distende sulla carnagione
delle donne europee, in certa guisa scaldandone i toni, le fa comparire più
belle.
Il duca di Marana rimase per
alcuni istanti immobile e quasi estatico a contemplarla. E qui non c'è nulla
che debba parervi poco naturale. Egli l'aveva pure contemplata ed ammirata
prima d'allora, e potete anche credere che gli piacesse molto, come gliene
erano piaciute già tante, in ogni paese d'Europa. Per fortuna, l'uomo non ha da
perdere la ragione per tutte le donne che gli piacciono. La natura provvida ci
risparmia le impressioni incancellabili, e ci consente in quella vece i
benefizi del tempo che passa, delle occasioni che ci allontanano. Qualche volta
le occasioni ravvicinano, e un bel viso torna a piacere; se occorre, piace
anche più della prima volta. Ed anche questo è naturale. Non avviene egli
d'innamorarsi d'una donna, che, incontrata qualche anno prima, aveva fatta poca
sensazione, o nessuna? Questione di luce, dicono i pittori; varia disposizione
d'animo, sentenziano i filosofi a un tanto la dozzina.
La signora Luisa si accorse
benissimo della grata impressione che la sua vista faceva sull'animo del duca
di Marana; anzi, se debbo dirvi tutto, riconobbe che si trattava d'un senso di
ammirazione, altrettanto ingenua quanto profonda. Ma di ciò non si dolse, e mi
piace di farvene avvertiti. Anche la donna che vada meno soggetta a peccare di
vanità, ama esser bella e parer tale alla gente; e poiché la bellezza è
l'ornamento naturale della donna, mettete pure che non se ne sia mai stata
nessuna al mondo che si augurasse, anche per causare una domanda di matrimonio
spiacevole, di parer brutta, o di riuscire antipatica. Certe cose si dicono, ma
non si pensano. Colei che maledisse la sua bellezza, se pure c'è stata, aveva
certamente sofferte molte persecuzioni del sesso forte, e si trovava in una di
quelle condizioni critiche, le quali oramai sono rarissime nella vita reale,
quantunque piaccia ai poeti di metterle frequentemente in scena, per cavarne i
loro effetti drammatici. Ma perché quelle condizioni, oltre che rarissime, sono
sempre eccezionali, non vanno invocate nel caso presente, contro la signora
Luisa Laurenti, che era bella, lo sapeva, e, senza ombra di vanità, poteva
rallegrarsi di parerlo.
- Signor duca, - diss'ella,
concedendo la sua mano al viaggiatore, che la baciò con cerimoniosa galanteria,
- siate il benvenuto tra noi. Guido sarà molto felice, quando ritornerà a casa
e troverà il suo amico, che egli non sperava già più di vedere.
- In verità, mi sono fatto
aspettare un po' troppo, - rispose il duca di Marana. - Ma non avevo promesso?
O prima o dopo, avrei fatto il miracolo. La prova è questa, che sono venuto; lo
stesso ritardo dimostra che niente poteva farmi dimenticare dell'amico. Anelavo
a questo viaggio, come il credente anela alle gioie del paradiso. Ed è proprio
il paradiso che ho trovato in questa valle di Paravady. Dovevo immaginarmelo,
del resto, sapendo dalle antiche leggende che il paradiso era in India.
- Per altro, assai lontano di
qui, nell'isola di Ceylan; - disse ridendo la signora Luisa; - a Paravady non
c'è che la pace e l'amicizia.
- E le par poco, signora? Per
queste due fortune, si potrebbe anche rinunziare… all'isola di Ceylan.
Con quel caro matto del duca di
Marana non la si poteva vincere né impattare. La signora Luisa accettò il
complimento con un grazioso cenno del capo.
- Ha fatto bene a venire; -
diss'ella. - E se la solitudine non l'annoia, se ha voglia di studiare, di
esplorare, qui troverà un lavoro già bene avviato.
- Porterò un aiuto mal pratico,
ma pieno di buona volontà; - rispose il duca di Marana. - E qui si studia
sempre? È la regola del convento? Già, dove è il signor Guido Laurenti, non c'è
posto per l'ozio.
- Guido non perde il suo tempo;
Lei lo conosce; ha la febbre delle ricerche scientifiche. Per ora, siamo in
filologia.
- Ho bene udito parlarne a
Secanderabad. E Lei, signora, si associa al marito?
- Col desiderio e nulla più,
signor duca. La donna è fatta per governo della casa. Ma a proposito di casa,
Ella ha da vedere il suo quartierino.
- Già preparato?
- Sempre. Non le ho detto che
s'aspettava da lungo tempo?
Così dicendo, la donna gentile
si alzò, facendogli cenno di seguirla.
Dal salotto, in cui era stato
ricevuto il duca di Marana, si usciva in un corridoio, che metteva alle scale
del piano superiore. Lassù erano due porte a riscontro; per una si entrava
nello studio di Guido Laurenti, dall'altra nel quartierino assegnato al futuro
ospite, quartierino composto di tre camere, e arredato con elegante semplicità.
Il duca di Marana notò con
piacere che le sue valigie e le sue armi erano già deposte nell'anticamera.
Entrato nel suo salottino, diede una sbirciata alla finestra, donde potè
scorgere tutta la campagna, e una parte della valle per cui si dilungava la
Godavery in una striscia d'argento. La prospettiva era bellissima e il duca si
promise di goderne, specie nelle ore del mattino, poiché la finestra guardava
dalla parte di tramontana, e non c'era pericolo di cuocersi al sole.
- E adesso, - gli disse la
signora Luisa, vada pure nella sua camera; occupi il suo nido. È sotto il
tetto, come quel delle rondini. Ma, come ha veduto, la casa non ha che due
piani.
- Ci starò egregiamente; con
quella vista magnifica!
- Badi, per altro, di non
perdersi nella contemplazione. Fra poco sarà l'ora del pranzo.
- Oh, non dubiti, fo le cose
alla svelta. Intanto, mi permetta che io la riaccompagni.
- No, non lo permetto; -
diss'ella con piglio di benevola autorità. - L'ho condotto io quassù perché un
uomo come Lei, che percorre duemila leghe per venire a abitare gli amici, non
si fa accompagnare dal servitore. Ma qui le cerimonie finiscono…oppure, -
soggiunse la signora, vedendo che il duca di Marana non si disponeva ad
obbedirla, sono ammesse soltanto quelle di Lord… non rammento più il nome. Come
si chiamava quell'ambasciatore d'Inghilterra che andò alla corte di Luigi XIV?
- Signora, - disse il duca di
Marana, con aria di sublime candore, - non lo so neppur io
- Meglio così; la sua memoria
non farà scomparire la mia. Facciamo conto di sapere il nome del personaggio;
la storia può raccontarsi ugualmente. Questo ambasciatore giungeva a Versaglia
preceduto dalla fama di primo cerimoniere d'Europa. - Vedremo, - disse il re,
che in quella scienza pretendeva di saperla più lunga di tutti. E lo mise alla
prova, appena si presentò alla corte, offrendogli di visitare il palazzo,
meraviglia delle meraviglie, che aveva creata da poco tempo l'architetto
Mansart. C'era un uscio da passare; il re lo indicò gentilmente con un cenno
della mano all'ambasciatore.
- Rammento, adesso; - interruppe
il duca. L'ambasciatore non fece complimenti; s'inchinò e passò, per
ubbidienza, davanti al re. Coi re… e con le regine, la migliore delle cerimonie
è quella di obbedire; non è vero?
- Proprio così.
- Vada dunque sola, Vostra
Maestà, - ripigliò il duca, inchinandosi, - e accetti l'omaggio del primo
cerimoniere… dell'Asia. -
Rimasto solo nel suo
quartierino, il duca di Marana pose ogni sollecitudine intorno alla sua
persona. Il viaggiatore, per solito, è svelto in questi negozi; la necessità è
una grande maestra. Frattanto egli rideva, pensando che per la seconda volta,
nel corso di ventiquattr'ore, egli guadagnava il suo pranzo con una di quelle
frettolose restaurazioni della propria superficie. Del resto, era anche la
seconda volta, nel corso di ventiquattr'ore, che egli faceva quella fatica per
una bella donna. Ma come la seconda vinceva la prima! E come sarebbe stato
necessario raddoppiare le sue cure, per comparire più elegante del solito!
Perché, infine, non ci si atteggia sempre a conquistatori; ma la vicinanza di
una bella signora ci spinge istintivamente a fare qualche cosa di più
dell'ordinario, a dare con maggior garbo il nodo alla cravatta, a guardarci
ancora una volta nello specchio, a ravviarci i capegli sull'uscio, a
presentarci con uno scorcio di vita, che in ogni altra occasione non ci
verrebbe neanche al pensiero. Così è; il pavone fa la ruota; l'uomo si atteggia
come può, con le penne del sarto. Felice lui, se queste gli bastano, e non gli
bisogna, per esempio, di metter mano alle tinture del parrucchiere.
Il duca di Marana, niente più
azzimato di quello che fosse il giorno prima, in casa del residente britannico,
si presentò nella sala da pranzo. C'erano tre posti a tavola; omaggio al padrone
di casa, che era assente, ma che poteva giungere da un momento all'altro.
- Non è una cosa molto allegra,
di pranzar così soli; - disse la signora Luisa indicando al duca il posto più
vicino a lei; - ma poiché Guido non poteva prevedere la sua venuta, si contenti
della poca compagnia.
Il duca voleva risponderle un
complimento dei soliti; ma si trattenne. Per quel giorno, e nello spazio di
un'ora, ne aveva detti già troppi.
- Consoliamoci pensando agli
assenti, - rispose egli con enfasi, - e benediciamo la scienza, a cui essi
sacrificano queste ore di pace domestica.
La conversazione, tra due
persone in poca intimità fra loro, ha i suoi momenti di languore, anche quando
una di queste persone ha molta affabilità e l'altra una grande scioltezza di
parola. Per rompere uno di quei silenzi, che accennava di voler durare un po'
troppo, la donna gentile chiese al duca di Marana a che cosa pensasse.
- Pensavo al nome di
quell'ambasciatore… - rispose egli, tanto per dire qualche cosa; - Un nome che
ho qui sulla lingua e che non vuole uscirmi di bocca.
- Davvero? - esclamò la signora
Luisa. - Ma che cosa le importa più, ora?
- Come curiosità storica,
m'importa sicuramente. Non avviene anche a Lei, signora, di stillarsi il
cervello intorno ad un nome che non vien fatto di ricordare?
- A me, no; - rispose la signora
Luisa; - e gliene dico la ragione. Un nome che sfugge non merita la fatica di
corrergli dietro.
- C'è della filosofia, in ciò
ch'Ella dice; - osservò il duca, che aveva la mente occupata da pensieri confusi,
e si aggrappava a quel filo per tener vivo il discorso.
- Filosofia! Oh, non faccia
questo onore ad una osservazione naturalissima. Del resto, guai a noi, se
dovessimo ricordarci di tutto. La memoria tenace non è sempre un benefizio. Per
fortuna, qui in India, e in un genere di vita così diverso dall'antico, si ha
il diritto di rinunziare a quella facoltà pericolosa.
- E di non pensare più a nulla;
dice bene. Anch'io ho provata questa dolcezza, nel mio primo viaggio in queste
latitudini. Ma veda un po' che stranezza di caso; appena ritornato in Europa,
mi tornò la memoria di centomila noie e dispiaceri, che qui mi parevano
sciocchezze, bambinerie…
- Ma adesso che è tornato in
India…
- Adesso dimentico da capo, e
quasi quasi… veda dove son capace di arrivare! quasi quasi non rammento già più
quello che ho fatto ieri.
- Questo poi, è troppo; - gridò
la signora, ridendo di gran cuore a quella scappata del suo ospite. - Se la va
di questo passo, a rivederci domani!
- Vuol dire che non mi ricorderò
di quest'oggi? No, mia gentile signora: questo sarà tra gl'impossibili. -
La conversazione procedeva su
questo tono, mezzo scherzosa e mezzo grave, come dovrebbero essere tutte le
conversazioni delle persone a modo. Infatti, perché si chiacchiera? Non già per
dire solamente delle sciocchezze, né per far pompa di cognizioni profonde. E
tra un uomo e una donna, poi, di che si condisce il discorso, quando esso non
deve, o non può, volgere al tenero? Uno scherzo gentile, un omaggio in forma di
complimento, ed anche una attenzione sostenuta che mostri il desiderio di
piacere, sono eccellenti preliminari; ma possono ugualmente servire per chi
voglia ottenere la stima, e per chi voglia conquistare l'affetto. Nel caso del
duca di Marana, la stima era già ottenuta; mettete dunque che egli lavorasse
per abitudine.
Del resto, bisognava anche
ammazzare il tempo. E si trovò anche un modo migliore di ammazzarlo, quando la
signora Luisa venne a parlare delle cure con cui ella e Guido si erano
accomodati a vivere in quell'angolo ignorato dell'India. Entrava anche in scena
il Giacomo, quel prezioso compagno di viaggio, che aveva fatto prodigi di buona
volontà e d'intelligenza operosa. La scelta di Paravady era stata determinata
dalla occasione propizia di quel villino, già fatto e posto in vendita dal suo
proprietario. Ci si erano trovati bene, anche per la vicinanza del tempio
braminico, che a tutta prima si sarebbe potuta credere una grande molestia. Il mahunt
Lacmana, con la sua amorevolezza pel dotto forestiero, aveva procacciata al Sahibgar
la benevolenza degli indiani, assai più che non avesse fatto l'incentivo del
guadagno, in tutti quei lavori di sterro e di piantagione, che occorrevano ai
nuovi abitatori del luogo. Que' poveri Sudra lavoravano pel sahib Laurenti con
un giubilo da non dirsi a parole. Se a lui fosse saltato il ticchio di
fabbricare una piramide come quella di Cheope, certamente le loro braccia non
sarebbero bastate, perché il villaggio di Paravady era piccolo; ma è certo del
pari che nessuno avrebbe detto di no, e tutti si sarebbero messi al lavoro, non
mossi da altro che dal desiderio di compiacere al Sahib.
Notate che nel villaggio di
Paravady, dopo l'arrivo di Guido Laurenti, non si era più conosciuta la miseria
nelle sue forme atroci. L'indiano vive con una giumella di riso, bollito
nell'acqua, senza neanche aggiungervi un pizzico di sale. Ma anche a
contentarsi in questo modo, vengono le stagioni in cui si può morire di fame;
cosa triste, assai triste, chi paragoni la inedia e la mortalità di quella
povera gente, con tanta sua pochezza di bisogni, e con quella sua medesima
rassegnazione nel soffrire.
Il pensiero di quella fortuna
che era capitata ai poveri abitanti di Paravady e che essi certamente
attribuivano alla misericordia di Indra, il dio della vôlta azzurra, esaltò la
mente del duca di Marana, che, in mezzo a tutte le sue debolezze di gran
signore e alle sue scapataggini di uomo che viaggiava per passatempo, aveva
intelletto d'amore per tutte le belle cose e per tutti i nobili esempi.
- M'immagino - diss'egli - che
Paravady avrà anche la sua scuola.
- Sicuramente; - rispose la
signora Luisa; e ne prendono cura due panditi dello stesso collegio
presieduto dal vecchio Lacmana.
- Due panditi! - esclamò
il duca. - I savi dell'India, appartenenti alle classi superiori, pensano
dunque ai loro fratelli dell'infima classe?
- È un miracolo operato da
Guido; - disse la signora, con molta semplicità. - Prima di tutto, bisogna
notare che lo stato di servitù in cui sono caduti da duecent'anni gl'indiani di
questa provincia, davanti ai loro conquistatori musulmani, ha recata una certa
confusione nelle vecchie spartizioni di caste. Si è sempre fratelli, quando si
soffre insieme. Guido, del resto, ha persuaso il suo vecchio amico della
necessità di istruire i ragazzi nella lettura dei sacri testi, come avviene
alla preghiera, e ha fatto venire egli stesso da Calcutta i libri e sillabarii
stampati. Era il meno che potesse fare, in ricambio di tutti i manoscritti
della biblioteca, che il mahunt Lacmana ha messi a sua disposizione.
Poi, bel bello, ha cercato di aggiungere all'insegnamento un po' di storia
generale, specialmente moderna. La confusione è inevitabile, ma la buona
volontà accomoda tutto.
- Se lo sapesse la società de
Propaganda fide! e quell'altra dell'insegnamento della Bibbia! -gridò il
duca di Marana, vedendo nella scuola di Paravady l'evidente omaggio reso da un
europeo alle credenze paesane. - Ma già, c'è chi va piano e va lontano, e c'è
poi chi vuol saltare e si fiacca il collo. Io ammiro senza restrizioni questo
metodo d'insegnamento, che non può destare sospetti e non deve incontrar
resistenza. Dopo tutto, a ognuno la sua fede, quando non sia quella degli
antropofagi. Sebbene, - prosegui egli, ravvedendosi, - l'antropofagia debba
riconoscersi come l'apogèo della civiltà. Essa comincia dove finisce la
filantropia. Gli estremi si toccano, e noi, in Europa, ci andiamo bellamente
accostando alla filantro…pofagia. S'incomincia dalla politica, ma si prevede
già dove andremo a finire. Per disgrazia, non tutti i nemici son carne da
bistecche.
- E per fortuna non siamo ora in
Europa; - ripigliò la signora Luisa, mettendo fuori un sospiro di contentezza.
- Qui è lecito di vivere ancora nella filantropia, e di scavarcisi dentro una
nicchia per la propria felicità. -
Il pranzo era finito e la
signora offerse al suo ospite di uscire in giardino a prendere il caffè. Era la
consuetudine di tutti i giorni; non s'andava lontano dalla sala, il cui uscio
metteva per l'appunto in giardino, né fuori dal cerchio luminoso della lampada,
che pendeva dal soffitto per rischiarare la tavola. Quella conclusione del
pranzo all'aperto, con la grata frescura della notte, piaceva molto a Guido,
che amava un pizzico di poesia in tutte le cose della vita, e godeva di vedere
la luce della lampada rinfrangersi capricciosamente nel ricco fogliame delle
magnolie, di cui poneva in evidenza qua e là le candide bocce odorose, e
andarsi a spegnere nelle acque dormenti di una vasca, su cui tremolavano le
aperte corolle del loto, occhi della immortale natura, vigilanti nell'ombra.
Ma il signor Guido, in
quell'ora, vegliava lontano da casa sua, e il posto accanto alla tavola di
marmo era occupato per quella sera da un altro. Il quale, da viaggiatore
buongustaio, centellando la sua tazza di moka, poteva fare un artistico
raffronto tra una notte in riva all'Hussein Sagar, con un bel lume di luna
tremolante sulle acque, e una notte in quel fidato recesso di Paravady, che
offriva in un medesimo punto i lieti chiarori della casa e le profondità
misteriose del bosco. Laggiù si espandeva lo spirito, qui si raccoglieva in sé
stesso. Ma, sia che si raccolga o si espanda, lo spirito non viaggia egli
sempre, e non trova, in mezzo alle soavi penombre, le ineffabili voluttà
dell'ignoto?
Seduto colà, nella mezza luce e
nella pace profonda di quel paradiso indiano, il duca di Marana meditava sulla
bizzarria del suo caso. Dopo aver fatto tanto cammino per abbracciare l'amico
Laurenti, e non pensando che a lui, si trovava solo, al fianco della signora
Luisa, una delle più meravigliose bellezze che egli avesse mai vedute in dieci
anni di corse capricciose pel mondo. Tutto ciò era abbastanza naturale; eppure,
gli sembrava strano, e domandava a sé stesso: - chi ci vedesse in questo
momento, dal buco proverbiale della solita serratura, che cosa penserebbe di
noi? -
Rise, facendo questa
osservazione. Ma il suo era un risolino a fior di labbra, uno di quei risolini
stentati, con cui una certa ipocrisia, molto male dissimulata, tenta di rianimare
il nostro coraggio, o di deludere la nostra vigilanza. Gran furbo, quell'uomo
interiore! Poi, quando s'accorge di essersi volontariamente ingannato, e di non
poter stare più a lungo sulla negativa, fa un atto d'impazienza, rovescia tutta
la colpa sul destino e va a letto.
A letto, sicuro; e il più delle
volte gli riesce di dormire.
|