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Anton Giulio Barrili
Il tesoro di Golconda

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Donna Luisa, che non vuol essere più menzionata pel casato degli Argellani, non si aspettava in quel punto la visita del duca di Marana. Al rumore che si faceva nel cortile, immaginò che Guido fosse tornato qualche ora prima dalla sua escursione. Ma presto si avvide che non doveva esser lui, udendo la voce del giardiniere, più chiassosa del solito, e cogliendo in aria un certo titolo, che il Giacomo non usava dare al padrone.

A tutta prima non le venne in mente che potesse trattarsi del duca, annunziato già due volte a' suoi amici di Paravady, senza che lo vedessero mai comparire, e certamente ancora lontano un migliaio di leghe. Pensò in quella voce che fosse il residente britannico di Secanderabad, venuto a ricambiare la visita di otto giorni addietro. Sir Giorgio Lawson era infatti l'unico europeo che potesse capitare per allora al Sahibgar, meritando dal Giacomo quel titolo sonoro di Eccellenza, che era giunto, per la finestra, all'orecchio di Luisa. Ma, d'altra parte, Giacomo aveva parlato in italiano; e la signora, pensando meglio a questa circostanzaPensandoci meglio, non giungeva a capo di nulla. E la signora Luisa era tuttavia nell'incertezza, quando il Giacomo si mostrò sul limitare del salottino.

- Signora padrona, - diss'egli, con aria trionfale; - Una visita che Lei non si aspetta di certo; il signor duca di Marana.

- Ah! - esclamò ella, alzandosi a mezzo, come se il duca di Marana fosse già per entrare.

Ma tosto si riebbe da quella scossa improvvisa, e ripigliò la sua calma apparente.

- Fatelo entrare nel salotto, - soggiunse; vengo subito. -

Il giardiniere fece un inchino e disparve. La signora Luisa, quantunque avesse lasciato credere di voler correre dietro a lui, non si mosse dalla seggiola; anzi, appoggiò il gomito al suo tavolino da lavoro, la fronte sulla palma della mano, e rimase alcuni istanti in atto di profonda meditazione. Il duca di Marana! Quante memorie, sopite nell'animo di Luisa, ridestava ad un tratto quel nome! La patria e il passato, immagini poco liete, non si erano mai presentate con tanta evidenza al suo spirito. Né lettere, né giornali, con la varietà minuta dei loro cenni, né viaggiatori europei, che ad ogni tratto giungevano a Paravady, per stringere la mano a suo marito e visitare il suo eremo di studioso indianista, potevano fare tanta impressione su lei, quanto la presenza improvvisa di quel cortese gentiluomo, da lei veduto forse quattro volte, nelle ultime settimane del suo soggiorno in quella palazzina gialla che sapete.

In quel tempo, Luisa Argellani era appena risanata. Sorretta dalla sua volontà, più che non fosse raffidata dalle sue forze, aveva combattuta e vinta una grande battaglia, non d'amor proprio, né di vanità femminile, ma, come ella diceva, di nobile orgoglio, di onesta alterezza, contro le invidie, le ingratitudini, le dimenticanze e i dispregi del mondo sciocco in cui era vissuta. Quel piccolo mondo era tornato a lei, ed essa lo aveva respinto. Un grande amore l'aveva salvata; quel grande amore doveva rapirla con sé. Era partita, aveva dimenticato. La terra è così grande, dopo tutto! Ogni cielo ha i suoi conforti, ogni paese ha la sua medicina; l'acqua di Lete è dapertutto, fuorché in casa nostra, o, per dire più veramente, ogni acqua, che sia nulla nulla lontana dalla piccola valle di lagrime in cui ci siamo crogiolati tanti anni, è acqua di Lete per noi. Ma badate, anche questo va inteso con discrezione; non si dimentica sempre così pienamente, che un cenno del passato, un testimone degli antichi affanni, non ce li possa richiamare allo spirito. E quel duca di Marana, anche annunziato più volte ed aspettato, doveva al suo primo apparire far battere con molta violenza quel povero cuore di donna. Egli l'aveva pure conosciuta laggiù, nella sua valle di lagrime; non ne ignorava certamente la storia; era stato anche in relazione, se non d'amicizia, almeno di cortesia, con quel… No, Luisa Argellani aveva disprezzato quell'uomo; Luisa Laurenti non doveva più profferire quel nome.

Il triste momento era passato. La signora Laurenti scosse la sua bella testa e si alzò, per andare nel salotto.

Il mio amor proprio d'autore mi fa sperare che nessuno mi domanderà qui il ritratto della signora Laurenti. Il viso di un ovale perfetto, la fronte prominente, mezzo nascosta da due liste di capegli neri e lucenti, le grandi sopracciglia arcate che scendevano sulle nere pupille, il naso grecamente diritto, le labbra sottili e soavemente disegnate, son tutte cose che i miei lettori conoscono, fin da quando ho descritte loro le sembianze di una bella anemica. Perché mi farei a ripeterle? Ripeterò soltanto che la bella anemica era guarita, per soggiungere che i colori della salute animavano il suo volto, e quei colori prendevano forza da certi riflessi dorati, di cui ho già detta la causa, descrivendo in queste pagine un'altra figura di donna. Si è detto che il bronzo, co' suoi luccicori, rammorbidisce i contorni d'una statua e le conferisce come un aspetto di vita. Similmente, quella leggerissima velatura d'oro che il sole indiano distende sulla carnagione delle donne europee, in certa guisa scaldandone i toni, le fa comparire più belle.

Il duca di Marana rimase per alcuni istanti immobile e quasi estatico a contemplarla. E qui non c'è nulla che debba parervi poco naturale. Egli l'aveva pure contemplata ed ammirata prima d'allora, e potete anche credere che gli piacesse molto, come gliene erano piaciute già tante, in ogni paese d'Europa. Per fortuna, l'uomo non ha da perdere la ragione per tutte le donne che gli piacciono. La natura provvida ci risparmia le impressioni incancellabili, e ci consente in quella vece i benefizi del tempo che passa, delle occasioni che ci allontanano. Qualche volta le occasioni ravvicinano, e un bel viso torna a piacere; se occorre, piace anche più della prima volta. Ed anche questo è naturale. Non avviene egli d'innamorarsi d'una donna, che, incontrata qualche anno prima, aveva fatta poca sensazione, o nessuna? Questione di luce, dicono i pittori; varia disposizione d'animo, sentenziano i filosofi a un tanto la dozzina.

La signora Luisa si accorse benissimo della grata impressione che la sua vista faceva sull'animo del duca di Marana; anzi, se debbo dirvi tutto, riconobbe che si trattava d'un senso di ammirazione, altrettanto ingenua quanto profonda. Ma di ciò non si dolse, e mi piace di farvene avvertiti. Anche la donna che vada meno soggetta a peccare di vanità, ama esser bella e parer tale alla gente; e poiché la bellezza è l'ornamento naturale della donna, mettete pure che non se ne sia mai stata nessuna al mondo che si augurasse, anche per causare una domanda di matrimonio spiacevole, di parer brutta, o di riuscire antipatica. Certe cose si dicono, ma non si pensano. Colei che maledisse la sua bellezza, se pure c'è stata, aveva certamente sofferte molte persecuzioni del sesso forte, e si trovava in una di quelle condizioni critiche, le quali oramai sono rarissime nella vita reale, quantunque piaccia ai poeti di metterle frequentemente in scena, per cavarne i loro effetti drammatici. Ma perché quelle condizioni, oltre che rarissime, sono sempre eccezionali, non vanno invocate nel caso presente, contro la signora Luisa Laurenti, che era bella, lo sapeva, e, senza ombra di vanità, poteva rallegrarsi di parerlo.

- Signor duca, - diss'ella, concedendo la sua mano al viaggiatore, che la baciò con cerimoniosa galanteria, - siate il benvenuto tra noi. Guido sarà molto felice, quando ritornerà a casa e troverà il suo amico, che egli non sperava già più di vedere.

- In verità, mi sono fatto aspettare un po' troppo, - rispose il duca di Marana. - Ma non avevo promesso? O prima o dopo, avrei fatto il miracolo. La prova è questa, che sono venuto; lo stesso ritardo dimostra che niente poteva farmi dimenticare dell'amico. Anelavo a questo viaggio, come il credente anela alle gioie del paradiso. Ed è proprio il paradiso che ho trovato in questa valle di Paravady. Dovevo immaginarmelo, del resto, sapendo dalle antiche leggende che il paradiso era in India.

- Per altro, assai lontano di qui, nell'isola di Ceylan; - disse ridendo la signora Luisa; - a Paravady non c'è che la pace e l'amicizia.

- E le par poco, signora? Per queste due fortune, si potrebbe anche rinunziare… all'isola di Ceylan.

Con quel caro matto del duca di Marana non la si poteva vincereimpattare. La signora Luisa accettò il complimento con un grazioso cenno del capo.

- Ha fatto bene a venire; - diss'ella. - E se la solitudine non l'annoia, se ha voglia di studiare, di esplorare, qui troverà un lavoro già bene avviato.

- Porterò un aiuto mal pratico, ma pieno di buona volontà; - rispose il duca di Marana. - E qui si studia sempre? È la regola del convento? Già, dove è il signor Guido Laurenti, non c'è posto per l'ozio.

- Guido non perde il suo tempo; Lei lo conosce; ha la febbre delle ricerche scientifiche. Per ora, siamo in filologia.

- Ho bene udito parlarne a Secanderabad. E Lei, signora, si associa al marito?

- Col desiderio e nulla più, signor duca. La donna è fatta per governo della casa. Ma a proposito di casa, Ella ha da vedere il suo quartierino.

- Già preparato?

- Sempre. Non le ho detto che s'aspettava da lungo tempo?

Così dicendo, la donna gentile si alzò, facendogli cenno di seguirla.

Dal salotto, in cui era stato ricevuto il duca di Marana, si usciva in un corridoio, che metteva alle scale del piano superiore. Lassù erano due porte a riscontro; per una si entrava nello studio di Guido Laurenti, dall'altra nel quartierino assegnato al futuro ospite, quartierino composto di tre camere, e arredato con elegante semplicità.

Il duca di Marana notò con piacere che le sue valigie e le sue armi erano già deposte nell'anticamera. Entrato nel suo salottino, diede una sbirciata alla finestra, donde potè scorgere tutta la campagna, e una parte della valle per cui si dilungava la Godavery in una striscia d'argento. La prospettiva era bellissima e il duca si promise di goderne, specie nelle ore del mattino, poiché la finestra guardava dalla parte di tramontana, e non c'era pericolo di cuocersi al sole.

- E adesso, - gli disse la signora Luisa, vada pure nella sua camera; occupi il suo nido. È sotto il tetto, come quel delle rondini. Ma, come ha veduto, la casa non ha che due piani.

- Ci starò egregiamente; con quella vista magnifica!

- Badi, per altro, di non perdersi nella contemplazione. Fra poco sarà l'ora del pranzo.

- Oh, non dubiti, fo le cose alla svelta. Intanto, mi permetta che io la riaccompagni.

- No, non lo permetto; - diss'ella con piglio di benevola autorità. - L'ho condotto io quassù perché un uomo come Lei, che percorre duemila leghe per venire a abitare gli amici, non si fa accompagnare dal servitore. Ma qui le cerimonie finiscono…oppure, - soggiunse la signora, vedendo che il duca di Marana non si disponeva ad obbedirla, sono ammesse soltanto quelle di Lord… non rammento più il nome. Come si chiamava quell'ambasciatore d'Inghilterra che andò alla corte di Luigi XIV?

- Signora, - disse il duca di Marana, con aria di sublime candore, - non lo so neppur io

- Meglio così; la sua memoria non farà scomparire la mia. Facciamo conto di sapere il nome del personaggio; la storia può raccontarsi ugualmente. Questo ambasciatore giungeva a Versaglia preceduto dalla fama di primo cerimoniere d'Europa. - Vedremo, - disse il re, che in quella scienza pretendeva di saperla più lunga di tutti. E lo mise alla prova, appena si presentò alla corte, offrendogli di visitare il palazzo, meraviglia delle meraviglie, che aveva creata da poco tempo l'architetto Mansart. C'era un uscio da passare; il re lo indicò gentilmente con un cenno della mano all'ambasciatore.

- Rammento, adesso; - interruppe il duca. L'ambasciatore non fece complimenti; s'inchinò e passò, per ubbidienza, davanti al re. Coi re… e con le regine, la migliore delle cerimonie è quella di obbedire; non è vero?

- Proprio così.

- Vada dunque sola, Vostra Maestà, - ripigliò il duca, inchinandosi, - e accetti l'omaggio del primo cerimoniere… dell'Asia. -

Rimasto solo nel suo quartierino, il duca di Marana pose ogni sollecitudine intorno alla sua persona. Il viaggiatore, per solito, è svelto in questi negozi; la necessità è una grande maestra. Frattanto egli rideva, pensando che per la seconda volta, nel corso di ventiquattr'ore, egli guadagnava il suo pranzo con una di quelle frettolose restaurazioni della propria superficie. Del resto, era anche la seconda volta, nel corso di ventiquattr'ore, che egli faceva quella fatica per una bella donna. Ma come la seconda vinceva la prima! E come sarebbe stato necessario raddoppiare le sue cure, per comparire più elegante del solito! Perché, infine, non ci si atteggia sempre a conquistatori; ma la vicinanza di una bella signora ci spinge istintivamente a fare qualche cosa di più dell'ordinario, a dare con maggior garbo il nodo alla cravatta, a guardarci ancora una volta nello specchio, a ravviarci i capegli sull'uscio, a presentarci con uno scorcio di vita, che in ogni altra occasione non ci verrebbe neanche al pensiero. Così è; il pavone fa la ruota; l'uomo si atteggia come può, con le penne del sarto. Felice lui, se queste gli bastano, e non gli bisogna, per esempio, di metter mano alle tinture del parrucchiere.

Il duca di Marana, niente più azzimato di quello che fosse il giorno prima, in casa del residente britannico, si presentò nella sala da pranzo. C'erano tre posti a tavola; omaggio al padrone di casa, che era assente, ma che poteva giungere da un momento all'altro.

- Non è una cosa molto allegra, di pranzar così soli; - disse la signora Luisa indicando al duca il posto più vicino a lei; - ma poiché Guido non poteva prevedere la sua venuta, si contenti della poca compagnia.

Il duca voleva risponderle un complimento dei soliti; ma si trattenne. Per quel giorno, e nello spazio di un'ora, ne aveva detti già troppi.

- Consoliamoci pensando agli assenti, - rispose egli con enfasi, - e benediciamo la scienza, a cui essi sacrificano queste ore di pace domestica.

La conversazione, tra due persone in poca intimità fra loro, ha i suoi momenti di languore, anche quando una di queste persone ha molta affabilità e l'altra una grande scioltezza di parola. Per rompere uno di quei silenzi, che accennava di voler durare un po' troppo, la donna gentile chiese al duca di Marana a che cosa pensasse.

- Pensavo al nome di quell'ambasciatore… - rispose egli, tanto per dire qualche cosa; - Un nome che ho qui sulla lingua e che non vuole uscirmi di bocca.

- Davvero? - esclamò la signora Luisa. - Ma che cosa le importa più, ora?

- Come curiosità storica, m'importa sicuramente. Non avviene anche a Lei, signora, di stillarsi il cervello intorno ad un nome che non vien fatto di ricordare?

- A me, no; - rispose la signora Luisa; - e gliene dico la ragione. Un nome che sfugge non merita la fatica di corrergli dietro.

- C'è della filosofia, in ciò ch'Ella dice; - osservò il duca, che aveva la mente occupata da pensieri confusi, e si aggrappava a quel filo per tener vivo il discorso.

- Filosofia! Oh, non faccia questo onore ad una osservazione naturalissima. Del resto, guai a noi, se dovessimo ricordarci di tutto. La memoria tenace non è sempre un benefizio. Per fortuna, qui in India, e in un genere di vita così diverso dall'antico, si ha il diritto di rinunziare a quella facoltà pericolosa.

- E di non pensare più a nulla; dice bene. Anch'io ho provata questa dolcezza, nel mio primo viaggio in queste latitudini. Ma veda un po' che stranezza di caso; appena ritornato in Europa, mi tornò la memoria di centomila noie e dispiaceri, che qui mi parevano sciocchezze, bambinerie

- Ma adesso che è tornato in India

- Adesso dimentico da capo, e quasi quasi… veda dove son capace di arrivare! quasi quasi non rammento già più quello che ho fatto ieri.

- Questo poi, è troppo; - gridò la signora, ridendo di gran cuore a quella scappata del suo ospite. - Se la va di questo passo, a rivederci domani!

- Vuol dire che non mi ricorderò di quest'oggi? No, mia gentile signora: questo sarà tra gl'impossibili. -

La conversazione procedeva su questo tono, mezzo scherzosa e mezzo grave, come dovrebbero essere tutte le conversazioni delle persone a modo. Infatti, perché si chiacchiera? Non già per dire solamente delle sciocchezze, né per far pompa di cognizioni profonde. E tra un uomo e una donna, poi, di che si condisce il discorso, quando esso non deve, o non può, volgere al tenero? Uno scherzo gentile, un omaggio in forma di complimento, ed anche una attenzione sostenuta che mostri il desiderio di piacere, sono eccellenti preliminari; ma possono ugualmente servire per chi voglia ottenere la stima, e per chi voglia conquistare l'affetto. Nel caso del duca di Marana, la stima era già ottenuta; mettete dunque che egli lavorasse per abitudine.

Del resto, bisognava anche ammazzare il tempo. E si trovò anche un modo migliore di ammazzarlo, quando la signora Luisa venne a parlare delle cure con cui ella e Guido si erano accomodati a vivere in quell'angolo ignorato dell'India. Entrava anche in scena il Giacomo, quel prezioso compagno di viaggio, che aveva fatto prodigi di buona volontà e d'intelligenza operosa. La scelta di Paravady era stata determinata dalla occasione propizia di quel villino, già fatto e posto in vendita dal suo proprietario. Ci si erano trovati bene, anche per la vicinanza del tempio braminico, che a tutta prima si sarebbe potuta credere una grande molestia. Il mahunt Lacmana, con la sua amorevolezza pel dotto forestiero, aveva procacciata al Sahibgar la benevolenza degli indiani, assai più che non avesse fatto l'incentivo del guadagno, in tutti quei lavori di sterro e di piantagione, che occorrevano ai nuovi abitatori del luogo. Que' poveri Sudra lavoravano pel sahib Laurenti con un giubilo da non dirsi a parole. Se a lui fosse saltato il ticchio di fabbricare una piramide come quella di Cheope, certamente le loro braccia non sarebbero bastate, perché il villaggio di Paravady era piccolo; ma è certo del pari che nessuno avrebbe detto di no, e tutti si sarebbero messi al lavoro, non mossi da altro che dal desiderio di compiacere al Sahib.

Notate che nel villaggio di Paravady, dopo l'arrivo di Guido Laurenti, non si era più conosciuta la miseria nelle sue forme atroci. L'indiano vive con una giumella di riso, bollito nell'acqua, senza neanche aggiungervi un pizzico di sale. Ma anche a contentarsi in questo modo, vengono le stagioni in cui si può morire di fame; cosa triste, assai triste, chi paragoni la inedia e la mortalità di quella povera gente, con tanta sua pochezza di bisogni, e con quella sua medesima rassegnazione nel soffrire.

Il pensiero di quella fortuna che era capitata ai poveri abitanti di Paravady e che essi certamente attribuivano alla misericordia di Indra, il dio della vôlta azzurra, esaltò la mente del duca di Marana, che, in mezzo a tutte le sue debolezze di gran signore e alle sue scapataggini di uomo che viaggiava per passatempo, aveva intelletto d'amore per tutte le belle cose e per tutti i nobili esempi.

- M'immagino - diss'egli - che Paravady avrà anche la sua scuola.

- Sicuramente; - rispose la signora Luisa; e ne prendono cura due panditi dello stesso collegio presieduto dal vecchio Lacmana.

- Due panditi! - esclamò il duca. - I savi dell'India, appartenenti alle classi superiori, pensano dunque ai loro fratelli dell'infima classe?

- È un miracolo operato da Guido; - disse la signora, con molta semplicità. - Prima di tutto, bisogna notare che lo stato di servitù in cui sono caduti da duecent'anni gl'indiani di questa provincia, davanti ai loro conquistatori musulmani, ha recata una certa confusione nelle vecchie spartizioni di caste. Si è sempre fratelli, quando si soffre insieme. Guido, del resto, ha persuaso il suo vecchio amico della necessità di istruire i ragazzi nella lettura dei sacri testi, come avviene alla preghiera, e ha fatto venire egli stesso da Calcutta i libri e sillabarii stampati. Era il meno che potesse fare, in ricambio di tutti i manoscritti della biblioteca, che il mahunt Lacmana ha messi a sua disposizione. Poi, bel bello, ha cercato di aggiungere all'insegnamento un po' di storia generale, specialmente moderna. La confusione è inevitabile, ma la buona volontà accomoda tutto.

- Se lo sapesse la società de Propaganda fide! e quell'altra dell'insegnamento della Bibbia! -gridò il duca di Marana, vedendo nella scuola di Paravady l'evidente omaggio reso da un europeo alle credenze paesane. - Ma già, c'è chi va piano e va lontano, e c'è poi chi vuol saltare e si fiacca il collo. Io ammiro senza restrizioni questo metodo d'insegnamento, che non può destare sospetti e non deve incontrar resistenza. Dopo tutto, a ognuno la sua fede, quando non sia quella degli antropofagi. Sebbene, - prosegui egli, ravvedendosi, - l'antropofagia debba riconoscersi come l'apogèo della civiltà. Essa comincia dove finisce la filantropia. Gli estremi si toccano, e noi, in Europa, ci andiamo bellamente accostando alla filantropofagia. S'incomincia dalla politica, ma si prevede già dove andremo a finire. Per disgrazia, non tutti i nemici son carne da bistecche.

- E per fortuna non siamo ora in Europa; - ripigliò la signora Luisa, mettendo fuori un sospiro di contentezza. - Qui è lecito di vivere ancora nella filantropia, e di scavarcisi dentro una nicchia per la propria felicità. -

Il pranzo era finito e la signora offerse al suo ospite di uscire in giardino a prendere il caffè. Era la consuetudine di tutti i giorni; non s'andava lontano dalla sala, il cui uscio metteva per l'appunto in giardino, né fuori dal cerchio luminoso della lampada, che pendeva dal soffitto per rischiarare la tavola. Quella conclusione del pranzo all'aperto, con la grata frescura della notte, piaceva molto a Guido, che amava un pizzico di poesia in tutte le cose della vita, e godeva di vedere la luce della lampada rinfrangersi capricciosamente nel ricco fogliame delle magnolie, di cui poneva in evidenza qua e le candide bocce odorose, e andarsi a spegnere nelle acque dormenti di una vasca, su cui tremolavano le aperte corolle del loto, occhi della immortale natura, vigilanti nell'ombra.

Ma il signor Guido, in quell'ora, vegliava lontano da casa sua, e il posto accanto alla tavola di marmo era occupato per quella sera da un altro. Il quale, da viaggiatore buongustaio, centellando la sua tazza di moka, poteva fare un artistico raffronto tra una notte in riva all'Hussein Sagar, con un bel lume di luna tremolante sulle acque, e una notte in quel fidato recesso di Paravady, che offriva in un medesimo punto i lieti chiarori della casa e le profondità misteriose del bosco. Laggiù si espandeva lo spirito, qui si raccoglieva in sé stesso. Ma, sia che si raccolga o si espanda, lo spirito non viaggia egli sempre, e non trova, in mezzo alle soavi penombre, le ineffabili voluttà dell'ignoto?

Seduto colà, nella mezza luce e nella pace profonda di quel paradiso indiano, il duca di Marana meditava sulla bizzarria del suo caso. Dopo aver fatto tanto cammino per abbracciare l'amico Laurenti, e non pensando che a lui, si trovava solo, al fianco della signora Luisa, una delle più meravigliose bellezze che egli avesse mai vedute in dieci anni di corse capricciose pel mondo. Tutto ciò era abbastanza naturale; eppure, gli sembrava strano, e domandava a sé stesso: - chi ci vedesse in questo momento, dal buco proverbiale della solita serratura, che cosa penserebbe di noi? -

Rise, facendo questa osservazione. Ma il suo era un risolino a fior di labbra, uno di quei risolini stentati, con cui una certa ipocrisia, molto male dissimulata, tenta di rianimare il nostro coraggio, o di deludere la nostra vigilanza. Gran furbo, quell'uomo interiore! Poi, quando s'accorge di essersi volontariamente ingannato, e di non poter stare più a lungo sulla negativa, fa un atto d'impazienza, rovescia tutta la colpa sul destino e va a letto.

A letto, sicuro; e il più delle volte gli riesce di dormire.

 

 




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