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| Anton Giulio Barrili Il tesoro di Golconda IntraText CT - Lettura del testo |
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Non diciamo troppo male dell'uomo interiore in generale, né in particolare di quello che si facea vivo così fiaccamente nelle spoglie del signor duca di Marana. Se il nostro eroe dormì quella notte saporitissimamente, datene colpa alle membra, che erano stanche, e merito al letto dell'ospitalità, che era fatto di piume. Cionondimeno, il duca di Marana si svegliò per tempo; e, come si fu svegliato, sorrise benignamente della propria amatività; voglio dire di quella tenerezza di fibra, che lo aveva condotto ad innamorarsi di due donne alla fila, nel corso di ventiquattr'ore. Dopo averne sorriso, ne trovò anche la ragione e la scusa in quella novità del caso, che proprio in India, e quasi in un deserto, gli aveva fatto incontrare una dopo l'altra due donne europee, così degne di un omaggio, anche superficiale, del più libero e infiammabile tra i cuori di Spagna. Perché, infatti la signora Maud gli era piaciuta molto, a tutta prima, e un po' meno nel corso della giornata; ma questi sbollimenti graduali non gli tornavano certamente nuovi, ed egli poteva attribuirli a quella facoltà di padroneggiarsi, che formava il suo vanto. Miss Maud, dopo tutto, era una graziosa figurina, sbozzata dall'artefice, ma non ancora finita. Poteva con gli anni, e secondo l'indole del suo svolgimento fisiologico, diventare una bella signora, ed anche un manico di scopa. Queste trasformazioni di un tipo non sono mica impossibili, e neanche improbabili. Allungate nella vostra fantasia il torso della Venere di Milo, che è già tra i tipi più affusolati dell'arte, e vedrete che cosa vi diventa. Della signora Luisa non si poteva temere questa mala riuscita. Quella era una donna formata, salda ne' suoi contorni, splendida nelle sue morbidezze, soave nelle sue grazie; insomma un miracolo di finitezza, una perfezione della natura. E poi, veduta in quella pace, come una divinità che si svolge dalla sua nube e se ne forma un'aureola, non doveva far senso? Ed anche, in una certa ora del giorno, tra i penetranti effluvii di una vegetazione tropicale, far dare la volta al cervello? Fortunatamente, i raggi del sole, che spuntava glorioso dai monti di Orissa, venivano a sgombrargli la testa dai fumi di quella seconda ebbrezza, sottentrata in così poco spazio di tempo alla prima. Sorrise benignamente, come vi ho detto, e si fece un obbligo di coscienza a riconoscere che la signora Luisa era più bella che mai, e che il suo amico Laurenti era l'uomo più fortunato della discendenza di Jafet. Ma vedete capricci degli uomini fortunati! Quel Guido, che ogni buon cavaliere avrebbe invidiato, andava a perdere il suo tempo nelle scorribande scientifiche! Lasciava a casa una donna come quella, per correre dietro alle lucertole, o per chiudersi in una libreria, con certi limbelli di carta ingiallita, tutta scritta a rampini, beccare le astruserie etimologiche, sceverare la desinenza del vocabolo, il suffisso, il prefisso, l'affisso, dalla radice! - Sarebbe vero, - pensava il duca, nell'atto di uscire dal suo letto di piume, - sarebbe vero che la scienza, come l'arte, è una malattia incurabile? Malattia, no; diciamo uno di quei germi invisibili, che ci s'infiltrano nelle ossa, e invadono tutto l'organismo. Ma già, o ch'io mi ci perdo, o questo e come dir zuppa e pan molle. Il fatto sta che la scienza, come l'arte, è una bella prepotente, la quale non ammette rivalità; c'è lei e vuol bastare da sola. Del resto, chi non lo sa? Un placido possesso mette in quiete lo spirito; all'uomo bisognano gli ardori, le aspirazioni, i contrasti; ora, se è l'arte, o la scienza, che vi dà questi benefici stimoli, voi amate la scienza, o l'arte, vi concedete a lei anima e corpo. Povere donne, al paragone di queste divinità esclusive! Poveri amori, che non hanno più nulla di arcano da offrire in pascolo all'avidità curiosa di questo bel matto, che è l'uomo! - Il duca di Marana aveva finito di vestirsi, ma stava ancora filosofando (segno di grande tranquillità d'animo, diranno i lettori), allorquando gli venne udito un gran rumore di passi frettolosi e di voci allegre, che si avvicendavano giù nel viale del Sahibgar. Si affacciò alla finestra per vedere; ma la frappa delle magnolie e delle muse paradisiache gl'impediva di distinguere le persone. Per contro, udiva meglio le voci, e non tardò a riconoscere quella di Guido Laurenti, che rispondeva ai saluti del Giacomo, barattando con lui domande e notizie, come fa un padrone di casa, che ritorni fra la sua gente, dopo qualche giorno di assenza. L'amicizia proruppe dal petto del duca di Marana in un grido stentoreo, che fece rizzar la testa a Guido Laurenti. - Ah! - gridò egli, uscendo frettoloso all'aperto; - siete voi, signor duca? Che fortuna è la mia! Aspettate, vengo subito da voi. - No, scendo io, scendo io! - rispose il duca di Marana. E levatosi dalla finestra, corse fuori dal suo quartierino, per fare a precipizio le scale. Lascio da banda gli abbracciamenti e le grida, le strette di mano e le parole spezzate, tutte dimostrazioni d'amicizia naturalissime dopo alcuni anni di separazione, e più calde, più rumorose in terra straniera, dove un amico, ed anche un semplice conoscente, vi sembra l'immagine della patria lontana. Cessata la furia, i due amici si guardarono l'un l'altro. Erano un tantino invecchiati ambedue, se pure a quell'età si poteva parlar di vecchiezza; ma Guido Laurenti aggiungeva a quell'aria di virilità qualche cosa di selvatico. Ed anche qui la parola va intesa con discrezione; mettete che sembrasse un po' rustico, un po' meno elegante di quello che era parso quattro anni prima al duca di Marana. Il cambiamento non era forse che superficiale, e piuttosto da attribuirsi al suo arnese da cacciatore e a tanti amminicoli, che facevano pensare al postino e al merciaiuolo ambulante. Guido Laurenti aveva sempre, come suol dirsi, un occhio al cane e l'altro alla macchia; la filologia non gli faceva dimenticare la storia naturale. Chi avesse aperto il suo zaino, la borsa che portava ad armacollo, la sporta che tenevano i suoi servi indiani, avrebbe trovato un saggio dei tre regni della natura, pietre, erbe, uccelli rari, insetti, e che so io; tutta roba che passò prontamente dalle sue mani a quelle del Giacomo, il suo bravo e fedele aiutante. Libero da tanti impicci, Guido afferrò di bel nuovo le mani del duca. - Come sono contento di vedervi! Siete finalmente arrivato, don Fernando mio! Lascio i titoli da banda se permettete, quantunque siamo nel paese delle caste… - Nel paese delle caste lascierete anche il Don; - interruppe il duca di Marana; - se no, dal canto mio, vi chiamerò sempre l'illustre Laurenti, il dotto indianista. - Ah, sapete già queste inezie? Luisa vi ha raccontato… - No; - disse il duca, che in quel punto chiedeva involontariamente a sé stesso come mai la signora non fosse ancora comparsa; - me ne ha parlato il residente inglese di Secanderabad. - Sir Giorgio Lawson. Dovevo immaginarmelo. Egli è molto cortese con me, quantunque non ci siamo ancora conosciuti di persona. Amico mio, che fare, in questi luoghi, se non si studia? Capitandoci da solo, avrei seguito il vostro consiglio, di osservare correndo. Ma ero accompagnato, e non ho avuto altra cura che di appendere il mio nido. La vita sedentaria ha portati i suoi frutti, mi ha appiccicate tutte le passioni del suo stato. Leggo, commento, traduco i libri antichi di questo popolo rimbarbarito, le sue sublimi leggende, che furono i primi fiori della civiltà. Sono a capofitto nei primi periodi della flora umana, come vedete, e non esco dalla storia naturale, anche facendo il filologo. - Mi duole, - osservò il duca di Marana, che io, digiuno di studi preliminari, non potrò seguitarvi. - Se ci fate l'onore di restare, ci sarà anche lavoro per voi, non dubitate; - disse Guido sorridendo. - Ci ho il fatto vostro. - Che cosa? Debbo purgare queste jungle dai mostri? Non sono Teseo, né Piritoo; ma infine, sono un cacciatore passabile; spendetemi pure per tale. - Oh, ci sarà dell'altro, per tenervi desto, - rispose Laurenti, - quantunque una caccia alla tigre, di tanto in tanto, non manchi neppur essa di attrattive. In quel momento, un lieve rumore di passi, accompagnato dal fruscio d'una veste di mussolina, si udì sotto l'atrio. La signora Luisa, bella come l'aurora, appariva dall'intercolonnio, che, per continuar la metafora, poteva fare le veci del classico «balzo d'Oriente». - Chi è che parla di tigri? - diss'ella, avvicinandosi. - Vorreste offrire questo brutto spasso al signor duca, a mala pena arrivato tra noi? - No, cara amica, non gli facevo questa offerta; vi prego di crederlo; - rispose Laurenti, muovendole incontro. Il duca di Marana notò che Guido le dava del voi e le baciava la mano. - Che cerimonia! - diss'egli tra sé. - Ci sarebbe mica un principio di freddezza? A buon conto, freddezza o no, una parte di quella cerimonia l'avrebbe ripetuta volentieri anche lui. Ma ciò che era stato naturalissimo il giorno addietro, nell'atto di presentarsi alla signora Laurenti, non era più ammissibile allora. Fece dunque un inchino e si contentò di una leggera stretta di mano; usanza britannica, riveduta e corretta. La giornata passò in mille chiacchiere, e in un continuo andirivieni da un punto all'altro del Sahibgar. Da ambe le parti bisognava porsi al fatto di ogni cosa; il duca aveva da prendere possesso di tutte le abitudini de' suoi ospiti; questi, a lor volta, da metterlo in confidenza, perché si trovasse subito come in casa sua, per tutto quel tempo che gli fosse piaciuto di rimanervi. Dopo le cure del presente, vennero gli accenni al passato. Per esempio, il duca di Marana dovette raccontare tutto quello che aveva fatto in quegli ultimi anni; e come vi sarà facile d'immaginare, don Fernando sorvolò su molti punti, fermandosi con burlesca gravità sulle parti noiose. Quel giorno ebbero a pranzo un nuovo convitato, Lacmana, il savio Mahunt del tempio di Paravady. Era un curioso personaggio, mite ne' suoi discorsi, ma poco venerando d'aspetto, con quel colore di bronzo, e quei pochi peli grigi, ispidi e corti, che gli tenevano luogo di barba. Lacmana non beveva che acqua, e, come si narra dal profeta Daniele, non mangiava che cibi vegetali. Il pranzo di casa Laurenti era composto in guisa da far trovare il fatto suo a quel pitagorico indiano, senza che per lui dovessero far penitenza anche gli stomachi europei. Guido rispettava molto le consuetudini del vecchio bramino. Se non si fosse trattato che della propria persona, egli stesso non avrebbe ordinato altro pranzo che d'erbe. - Che volete? - diceva egli al duca, in un momento che erano rimasti soli in disparte. - Ognuno fa quel che gli torna meglio. Poi, tutte le religioni hanno il loro pregio, storico e morale; hanno servito la parte loro, consolando miserie, sollevando spiriti abbattuti. Respingiamo le prepotenze, opponiamoci alle usurpazioni, è ufficio e debito nostro; ma rispettiamo quei culti, da cui tante anime derivano una pace, che noi non sapremmo dar loro con le nostre negazioni, più o meno scientifiche. Credete a me, Fernando; non sono gli spiriti tormentati, quelli che vagheggiano i grandi concetti ed operano le grandi cose nel mondo. - Brigadier, vous avez raison; - disse il duca di Marana, abbracciandolo; - vi giuro che non riderò dei pasti pitagorici del nostro amico Lacmana. - Se sapeste che tesori di bontà, sotto quella scorza di bronzo! - continuò Guido Laurenti. Io lo credo un uomo di alto ingegno, che nel silenzio delle sue meditazioni è risalito alla fonte delle cose, ed ha spogliato il vero di tutti i suoi molesti involucri. Negli usi della vita egli è ciò che deve essere un mahunt, un bramino, il quale non vuol rinunziare, per una soddisfazione d'amor proprio, a quegli uffici di carità, che solamente in quella sua veste potrebbe esercitare tra i suoi compaesani. Per dirvela in poche parole, egli ha certamente sceverato lo spirito dalla legge, ma senza rinnegare la lettera. - Degno Lacmana! Voi me lo fate avere in gran reverenza. - Poveretto! È un solitario che piange tra le rovine; - ripigliò Guido Laurenti, che non sapeva distaccarsi da quel tema. - La sua patria, dopo tanti secoli di gloria e di felicità, cadde in balìa dei Musulmani; oggi è quasi tutta in mano agli Inglesi. Il suo tempio si va sgretolando di giorno in giorno, senza speranza di restauri. La sua fede regnava un tempo su quattrocento milioni d'uomini; la riforma di Sakia Muni gliene ha rubati trecento; agli altri la servitù politica e la miseria tolgono ogni importanza nel mondo; né quella fede può sperare un ritorno alla sua prima grandezza. Le forme hanno soffocate le idee; i simboli si sono irrigiditi nella pietra; non c'è più modo di scioglierli. Quella fede non ha più scismi, che pure varrebbero a dimostrare la sua vitalità, come i polloni dimostrano la potenza non esaurita dell'albero. Si può scindere in sètte, in gruppi, in manipoli, come avviene a tutte le scuole, a tutti i partiti, quando si offuschi il pensiero ordinatore, e manchi, con l'occasione, la voce autorevole per raccoglier le file. La parola di Brama, in cui crede quell'uomo, non è più che un'eco perduta tra i secoli. Vi ho detto che ogni cosa è rovina intorno a lui. Trovi almeno in questa sua solitudine chi gli ragioni con amore della sua vecchia fede e gliene esalti le grandezze. - Capisco; - disse il duca di Marana: - perché egli si consoli, come un nobile spiantato si consola della sua miseria presente, ricordando che mill'anni addietro un suo antenato salvava col proprio ardimento la Spagna. - Né più né meno; - rispose Guido Laurenti. - Tutte le grandezze e tutte le miserie si rassomigliano, in questo culto e in queste consolazioni. È un canto da aggiungere al poema sui «piaceri della memoria». - La conversazione si era fatta grave, anzi, per dirvela schietta, come la sentiva il duca di Marana, un pochettino noiosa. Ma già, quei benedetti scienziati, quando ci si mettono… quando ci si mettono, credete pure che non lo fanno col pensiero di smettere. Per fortuna, arrivò la signora Luisa a rompere il filo delle dotte considerazioni. - In verità, - pensò il duca, mentre si volgeva alla bella liberatrice col più amabile de' suoi sorrisi, - se non ci fosse la dama, mi troverei qui come un pesce fuor d'acqua. Siamo giusti, per altro; Guido ragiona benissimo; e in questa pace… filosofica, son io, proprio io, che ho voluto venirci. Rassegniamoci a fare il quarto. Chi non sta al giuoco di famiglia, non ha a far altro di meglio che andarsene. - Con queste savie riflessioni il signor duca di Marana mise in pace il suo cuore. Cioè, no, scusate, volevo dire il suo spirito. - Orbene, - diceva intanto la signora Luisa, avvicinandosi, - che cosa fate voi altri? Ci avete del segreti che una signora non possa udire? - Signora, si chiacchierava di religione indiana; - rispose il duca, chinando umilmente la testa. - Ah, il discorso prediletto di Guido, che vuol farsi bramino nel munder di Paravady! - esclamò la donna gentile. Guido sorrise, come un uomo che sa stare alla celia. Ma il duca di Marana potè credere che sorridesse come un uomo che sta volentieri con le proprie idee, né ama discuterle in una frivola conversazione col bel sesso. - Amica mia, - disse Guido Laurenti, senza uscire dal suo tono di affabilità riguardosa, ma anche senza far contro alla supposizione del suo ospite, - persuadevo Fernando a non ridere di certe abitudini del mahunt, che non può certamente cambiarle a quest'ora. - Sì, poveretto; - rispose la signora Luisa; - egli, per dirvene un'altra, si è ritirato or ora nel parco, a recitare la sua preghiera serale. E mi ha lasciata sola, come vedete. - Cosa che non è punto galante da parte sua, come non lo sarebbe da parte nostra, se non ci affrettassimo a rimediarvi; - disse il duca di Marana, offrendo il braccio alla signora. - Rientriamo, se vi piace; - ripigliò la donna gentile, volgendo il passo verso la casa. - Il nostro bramino… in erba, ha da finire questa sera una memoria per la Società asiatica di Calcutta. Domani passerà la mail-cart, che va alla stazione di Secanderabad; non è vero, Guido? - Sicuro; - rispose questi; - ma poco mi resta da fare, e avrò tempo domattina. - A proposito di Secanderabad, - entrò a dire il duca di Marana, - ho dimenticato di annunziarvi la visita di sir Giorgio Lawson e della sua famiglia. Uno di questi giorni saranno qui certamente. - Saremo lietissimi di riceverli, - rispose la signora. - Dicono che la figliuola del residente sia molto bella. La conosce lei, signor duca? - L'ho veduta, sì; ma non mi sembra che sia un miracolo di bellezza. È lunga e smilza come una cavalletta. - Disse proprio così, il signor duca degnissimo. A mala pena ebbe profferito quel suo giudizio, se ne pentì, come ci si pente tutti di una volgarità, o di una leggerezza, che ci sia sfuggita di bocca. Ma oramai era detta, e non tornava più indietro. Compatite il signor duca, pensando che un oratore, foss'anche Demostene, non è sempre sublime. - Già, - osservò argutamente la signora Luisa, - lei che ha la memoria fresca delle bellezze d'Europa, sarà ancora di gusto difficile. - Oh, la prego a credere che non è per questo - gridò il duca di Marana. E avrebbe aggiunto tanto volentieri: - i termini di paragone possono trovarsi anche in India, ad un passo da me. - Ma il signor duca non si sentiva più così libero nelle sue galanterie; quando si è tocchi nel cuore, si sente una grande necessità di custodire la lingua, di esser discreti, specie quando non ci si trova a quattr'occhi. - Ho detta la cosa come la sento. Ma, dopo tutto, miss Lawson può anche piacere. Primo punto, è simpatica; è poi d'umor gaio e non manca di spirito; inoltre, ha un fare schietto ed ingenuo che innamora. - Ho capito; - entrò a dire Guido Laurenti; è il caso di rifarsi al proverbio: chi sprezza compra. Voi l'amerete, Fernando. - L'osservazione di Guido piacque assai poco al suo nobile amico. Il quale, come potete argomentar da per voi, incominciava ad entrare nello stadio psicologico del volere e disvolere in un punto solo, ma non amava neanche di comparire, lì per lì, davanti alla signora Luisa, come un cavaliere impegnato. - Io vado da un eccesso all'altro; - rispose egli allora, salvandosi con una celia. - Ma voi caro Laurenti, non vi mettete nel mezzo, dove, a quanto dicono i pratici, si trova la verità. - Basta, vedremo la signorina, poiché Lei, signor duca, ci annunzia la visita dei Lawson;- disse, a modo di conchiusione, la donna gentile. - Fra tre o quattro giorni; - soggiunse il duca. - Anche sir Giorgio aveva qualche faccenda del suo ufficio da sbrigare, per l'arrivo della mail-cart; se no, sarebbe venuto ieri con me. Sarei stato l'introduttore; non sono invece che il precursore della miracolosa bellezza. - Via, lo confessi; - ripigliò la signora; - senza esser forse miracolosa, qualche po' di senso le ha fatto. E il cavaliere che ella aveva scelto per introduttore… - Oh, l'idea del cavaliere non c'entrava per nulla; - interruppe il duca, felice di poter fare un complimento in terza persona; - sappia, signora mia, che miss Maud è innamorata… innamorata di Lei, solamente per la fama che ne corre. - Davvero? E che cosa può aver posto in giro, la fama? Miss Lawson non si sarà mica immaginata di dover trovare a Paravady l'ottava meraviglia! Dopo tutto, meglio così; ecco una ragione eccellente per farmela parere bellissima, quantunque non dovessi veder altro che una cavalletta… simpatica, come la dipinge il. suo precursore. - Una ragione eccellente! - esclamò don Fernando. - Ma, signora, e i diritti della verità? - Che le pare? Son donna anch'io, - ribattè argutamente la signora Luisa, - e un omaggio così ardente ha già per sé tutti i punti favorevoli. - Quelle parole, buttate là a caso e per mo' di chiacchiera, diedero molto da pensare al signor duca di Marana. Ci pensava ancora, finita la conversazione, quando egli si ridusse nella pace del suo quartierino. - È vero, - diceva tra sé, - amiamo sempre chi ci ama. Lo ha detto anche Dante: amor che a nullo amato amar perdona; amore non ci risparmia quest'obbligo di contraccambio. Ma badi, la signora; ecco una teorica molto pericolosa. In luogo di miss Maud potrebb'essere un certo cavaliere che so io. E se questo cavaliere le rammentasse… Suvvia, sciocco! - interruppe, mentre si sdraiava sulle morbide piume. - Vi par questo il momento e il luogo da prendere una cotta? Perché voi, non c'illudiamo, voi state davvero per prenderla; e sarà una cotta senza esempio, ve l'assicuro io, che mi ricordo di tutte le altre. - Si rizzò intanto sul gomito, e con un soffio spense il lume; indi, ripigliata la positura orizzontale, si voltò sul fianco, per dormire. Ma il sonno, ahimè, non doveva scendere così presto. - È morbido, questo letto! - proseguì. - Il letto dell'ospitalità! Ospitalità! Che c'entra questo? Chi vuol mancare a certi riguardi? Un po' di galanteria, ecco tutto; è il contorno necessario di ogni relazione amichevole. Già, come ci può essere amicizia tra uomo e donna? All'uomo si stringe la mano, si offre un sigaro, magari anche la borsa; si accompagna sul terreno, ci si batte all'occorrenza per lui. Ad una donna queste prove d'amicizia non si possono dare; si fa molto meno o molto più, secondo i casi, ma sempre un pochino di corte. - La massima gli dovette parer giusta; ma forse non poteva star ritta da sola, perché il duca, di Marana reputò necessario di rincalzarla con qualche altro argomento. - Quel Guido, come è freddo con lei! Chi l'avrebbe mai immaginato, dopo tanti bollori! Lavora, pensa, va, viene, ritorna, come un uomo che è tutto nelle sue occupazioni. Già, è un marito. Anche lei è molto tranquilla; sorride, gli dà la baia e non si tormenta troppo delle sue fughe. Se ci fosse un giovinotto, e Paravedy, si potrebbe credere… Ma qui non ho veduto che il vecchio Lacmana; non c'è neppur l'ombra d'un cugino, come laggiù, a Secanderabad. Caro, quel cugino! Aveva l'aria di vedermi volentieri come il fumo negli occhi. Ed io pensavo a dargli noia, come penso a farmi frate. Sì, la ragazza è graziosina, non dico di no; ma il matrimonio… Alla larga! Io rimarrò l'ultimo scapolo della mia generazione. Il ceppo dei Marana y Cueva morrà con me; che importa? Il nome e le tradizioni della casa andranno al secondo ramo, dei marchesi di Villaflor. Del resto, il futuro è in mente Dei. Viene un giorno, che si prende anche moglie. Noi, delle vecchie stirpi, o presto o tardi si dà la capata. Si sposa una parente più o meno lontana, per riunire cinque o sei altre castella, o altri cinque o sei quarti di nobiltà sulla testa di un erede, possibilmente di un solo; e poi, «tu ver' Gerusalemme, io verso Egitto» ognuno pensa e provvede ai fatti suoi. Alla conservazione della specie è pensato e provveduto la parte nostra. La specie! Ma perché conservarla? Merita davvero di essere conservata? - Questa domanda provocò un sorriso di compassione da parte del duca; di compassione per la specie, s'intende! - Strano- continuò. - Vo girando al misantropo. Dopo aver fatto ogni cosa per non diventarlo! Perché, infine, non sono mica andato a cercar le occasioni, ed ho sempre pensato che un leggiero, anzi superficiale, commercio con gli uomini fosse la cosa più bella e la più savia del mondo. Andare dall'uno all'altro, ma senza stringersi molto con nessuno, concedere tre dita della mano, distribuire un sorriso a tutti, che non paia troppo canzonatorio, rendere all'occorrenza un servizio, e via, senza voltarsi più indietro, che non abbiamo neanche il tempo di mostrarvisi ingrati: questa è l'arte sopraffina da usare coi proprii simili. Non vivete nella loro città; non vogate sul remo a nessuno; siete uomini d'oro. - Il ragionamento correva; e il pensiero del duca, non trattenuto da nessun fatto esteriore, correva anche più, correva a sghembo, come le saette. - Ma poi, a che serve tutto ciò? Che razza di viaggio sarebbe mai quello che non avesse una meta? Fermarsi un tratto qua e là, come a certe stazioni di strada ferrata, per prendere un brodo e bistecca, non si chiama vivere, perdio! Contrasto ci vuole, e non c'è contrasto possibile, se non si piglia amore a qualche cosa. Un affetto, siamo sempre lì. Mala cosa l'affetto, anche quando l'ispirazione è alta… anzi peggio, se l'ispirazione è alta. Non si può mica disprezzare e partire, come ho fatto io una volta. E poi, alta o bassa, degna o immeritevole, non si è mai soli vicino a lei, per quanto presto si arrivi. Tanto fa giunger tardi, col comodo suo. Ma bravo! Per vogare sul remo a un amico!.. Oh infine, che cosa sono queste sottigliezze? È proprio vero che gli si faccia sempre un dispiacere? Se chi ha un tesoro non lo cura, sembra a me che egli incoraggi tacitamente gli altri a farsi avanti. Poi, si sa, l'uomo è nato cacciatore. Ma se io mi trovassi un pochino nel caso suo? Oh bella! Se io fossi nel caso suo e annoiato parecchio della mia catena, dovrei proprio uscir fuori dei gangheri? Basterebbe che non venissero a cantarmelo negli orecchi. Sull'onor mio, se la illustrissima signora duchessa di Marana… Ecco; una duchessa di Marana è ancora di là da venire; rimanderò il caso a quando sarà venuta. Resta sempre la tesi, che è giusta… Almeno, si può difendere… - Su questa specie di compromesso, il signor duca di Marana si addormentò. Come sapete, l'animo nostro, quando non intoppa in nessuna contraddizione, trova sempre il modo di coccolarsi in quell'idea che gli piace. Del resto, anche a dover cangiare d'opinione, non era necessario di far subito. Il duca di Marana aveva tempo per dormirci su, anche a risico di non fare più in tempo. Quante cose nella vita, non vanno così? Il detto degli antichi: «vedo il bene, l'approvo, e corro al peggio» non si potrebbe intendere, senza ammettere il fatto psicologico di questo indugiarsi nella casistica delle distinzioni, nelle sottigliezze del pro e del contro, intanto che il piede si affonda, e dopo il piede il ginocchio. Questa disgrazia incoglie più facilmente ai filosofi. Rammentate Empedocle, che guardava in alto, e ruzzolò nel cratere dell'Etna. Era tardi per ritornare; il filosofo non potè più far altro che mandar su, tra i getti del vulcano, una scarpa; ultimo saggio delle sue buone intenzioni.
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