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È stato sentenziato che ai
turbamenti dell'animo sia efficace rimedio il lavoro. Disgraziatamente l'ospite
del Sahibgar di Paravady non poteva guarire del suo male, neanche curandolo
da bel principio, perché non sapeva come occupare il suo tempo.
Guido Laurenti studiava molte
ore della giornata; un po' disponeva in ordine di battaglia le sue legioni
d'insetti, o preparava gli scheletri de' suoi uccelli rari; un po' classificava
le radici etimologiche del suo benedetto sànscrito. Un lavoro somigliava
all'altro. La radice è l'ossatura, lo scheletro della parola.
Giacomo faceva con molta
coscienza il giardiniere, e, per le necessità della casa, anche un po'
l'ortolano. Qualche volta aiutava il signor Guido ne' suoi lavori; di storia
naturale, s'intende, non già nella estrazione delle radici etimologiche, poiché
il brav'uomo non masticava la lingua dei Veda, e neanche le sue derivazioni,
salvo quel tanto di dialetto indostano, che i lettori rammentano. Del resto,
con Giacomo si potevano barattare quattro parole; non già passare cinque o sei
ore del giorno.
Don Fernando, in quelle quattro
o cinque ore che correvano tra la colazione e il pranzo, non sapeva proprio
dove dare del capo. Non gli restava dunque più altro (vedete disgrazia!) che
tener compagnia alla signora Luisa. Fare accanto a lei così lunghe fermate, era
veramente un po' troppo; ma egli era tanto disoccupato, e la signora tanto
gentile, che a fare diverso ci sarebbe voluto un misantropo, anzi peggio, un
misògino di tre cotte.
La signora, di solito, nelle ore
più calde del mattino, stava seduta a ricamare, o a lavorare di maglia sotto
l'atrio, dove il sole non penetrava ancora co' suoi raggi, e dove il fogliame
delle bignonie, arrampicate sugli archi e ricadenti a festoni, manteneva un po'
di frescura. Qualche volta capitava il giardiniere, per dare un ragguaglio, o
ricevere un ordine; di tanto in tanto si vedeva Guido, che non voleva aver
l'aria di lasciar troppo solo il suo ospite, ma che non sapeva rinunziare alle
sue occupazioni, e dopo pochi minuti di sosta coglieva un pretesto per
rientrare in casa e richiudersi nel suo sancta sanctorum. L'unico che
stesse fermo al posto, vicino alla ricamatrice, era lui, il duca di Marana.
Chiacchierava più allegramente che poteva; intanto, assorbiva il veleno. Dolce
veleno che si assorbe dagli occhi! Quella figura elegante di donna, raccolta
nel suo lavoro senza rigidezza soverchia, quel ricco volume di capegli neri,
che avevano tutte le morbidezze della seta e si offrivano a tutti gli amorosi
capricci della luce, quella soave fermezza di contorni, quei riflessi dorati
della carnagione, donde trasparivano i bei colori di una vita rigogliosa, erano
tante vedute, tante adorazioni per lui.
Ma le adorazioni volgono
all'inedia; dànno il capogiro, se non si sfogano con la parola. E il duca di
Marana non poteva dirne nulla, neanche per via di perifrasi! Contemplava e
taceva, oppure parlava d'altro; ma, in certi casi, anche il parlar d'altro è tacere,
e ne ha tutte le noie.
- Fate qualche cosa, don
Fernando, - gli disse la signora, in un momento che la conversazione era più
languida dell'usato. - Non siete pittore? Disegnate.
- Oh Dio! ci ho avuto per cinque
anni il maestro; ma ne ho ricavato così poco profitto!
- Non importa; provate.
- Obbedisco; - disse il duca.
E andò nella sua camera a
prendere un albo, in cui egli soleva, a ore perse, buttar giù qualche schizzo a
matita.
Seduto a pochi passi da lei, il
nostro pittore si diede con molta gravità, ma con poca attenzione, a copiare un
pezzo di quella scena campestre che aveva davanti agli occhi. Ma la frappa non
era il suo forte; mutò dunque registro, e, sbirciando ad ogni tanto la signora,
ne disegnò il soave profilo sulla carta. Era una ragazzata, ne convengo; ma
gl'innamorati, come i cavalieri novellini, pèrdono qualche volta le staffe.
Tuttavia, ragazzata com'era, non
gli andò male. La signora, ad un certo punto, si era alzata per avvicinarsi a
lui e dare una guardata al disegno. Proprio in quel punto il pittore stava con
la matita ombreggiando la bocca della sua figurina.
- Ben disegnato; - diss'ella,
con una benevola serietà - ma somiglia poco.
Il pittore era colto in
flagranti; ma non mancava di spirito; e si salvò con lo spirito.
- Aspettate; - rispose egli; -
dò l'ultimo tocco.
E tirata una curva, i cui capi
venivano a congiungersi tra le labbra della figura, ci scrisse dentro, a guisa
di leggenda: «somiglio poco».
- Adesso, è proprio lei -
conchiuse; - non ci mancava che questo.
La signora Luisa diede in una
sonora risata. Le pareva di vedere una di quelle figure del trecento, alle
quali i mal pratici autori facevano uscire le parole di bocca, dipinte su d'un
nastro bianco, perché ne indicassero ad un tempo la persona e l'azione, non
potuta esprimere convenientemente per virtù di pennello.
In questo modo, volgendola in
celia, rimediava Don Fernando alla sua ragazzata. Quindi, voltata la pagina, si
pose a fare dell'altro, e copiò, con tutta quella diligenza che seppe, una
ciocca di bignonia.
- Ecco un fiore che non
protesterà per la poca somiglianza; - diss'egli.
La donna gentile chiese di
vedere il disegno; e il duca di Marana si mosse per accostarsi a lei e metterle
sott'occhio la pagina del suo albo. Ne seguì quel che potete immaginarvi
facilmente, cioè a dire che egli, dovendo chinarsi molto, si trovò col viso a
due dita, o poco più, dalla bruna testa di lei. Una ciocca di quei morbidi
capegli, che egli sbirciava con tanto desiderio, per effetto di un moto
improvviso di quella testa, venne a sfiorargli la guancia. Era un caso; ma
poteva non esserlo. Comunque fosse, il tocco di quei capegli lo aveva sentito,
la scintilla elettrica era scoccata e gli percorreva tutte le fibre. Sentì che
perdeva il cervello, e si rialzò prontamente, diede una scossa di capo e
ritornò al suo posto. Ma non poteva far nulla, e richiuse il suo albo.
Cinque minuti dopo, usciva dal Sahibgar,
col fucile ad armacollo, tanto per avere un pretesto di muoversi. Teucro, un
bel cane levriero, che girandolava nel parco, lo vide, e in quattro salti lo
raggiunse sul ponte. Il duca di Marana andava a caccia, e Teucro, a cui le
occasioni capitavano di rado, volle approfittare di quella. Bisognava vederlo,
come saltava, dimenando allegramente la coda, appena si avvide, dal tacito
assenso del cacciatore, che la sua compagnia non tornava sgradita.
Il duca di Marana, per altro, si
curava poco delle dimostrazioni di gratitudine di Teucro, e non pensava affatto
a servirsi del suo fucile da caccia.
- È evidente che io sono matto;
me ne andrò; - diceva egli tra sé, volgendo i passi verso la macchia dei
baniani, ma senza occuparsi di seguitare la strada battuta. - Bisogna essere
onesti, lasciare i sofismi da banda. Egli non ama più lei, è chiaro; almeno, si
può giurare che non ci mette più la decima parte dell'ardore d'una volta. E
lei? Lei è serena e tranquilla, come una donna per bene, che si è rassegnata da
un pezzo, e trova le sue consolazioni nella pace domestica. Già, a queste calme
non giungono che le donne. Sovrabbondanza di linfa, dicono i medici. Ma io,
frattanto, io, che cosa voglio, di grazia? E che figura ci fo? Eccomi al quarto
giorno, e già cotto, che non c'è più bisogno di rivoltarmi. Prevedo che ne farò
qualcheduna delle mie, se pure non mi accadrà di peggio. Perché il peggio
sarebbe proprio di vincermi, come Scipione Africano, e di passare, senza alcun
merito, per un mezzo imbecille.
Mentre il duca di Marana faceva
così i suoi dilemmi, andando a casaccio per la jungla, gli venne veduto
il cane che si fermava di schianto. Le abitudini del cacciatore ruppero il filo
al monologo.
- Che diavolo ha veduto, il
cane? - diss'egli, togliendosi di spalla il fucile.
Teucro non si muoveva; cogli
occhi fissi guardava una ventina di passi più in là, nella direzione di un
cespuglio di bambù.
Il duca di Marana guardò egli
pure da quella parte e non tardò a scoprire l'argomento della speculazione di
Teucro.
- Un serpente! - esclamò. - È un
cobra, perdinci! non sembra un professore, con quel paio d'occhiali sul
naso? Sta fermo, Teucro; - bisbigliò; - ora te lo aggiusto io.
Il cane volse la testa, per
dargli un'occhiata d'intelligenza, e subito si rivolse a guardare il serpente,
che rizzava il capo e gonfiava le membrane del collo, su cui erano disegnati i
due cerchi neri, che al duca di Marana avevano suggerito il paragone degli
occhiali.
Il serpente aveva veduto il
cacciatore, e metteva il suo fischio di battaglia, molto somigliante al
chiocciare delle galline. Ma il duca di Marana non gli diè tempo di avviare la
sua musica sinistra; puntò l'animale e lasciò andare la botta. Il rettile si
contorse, nello spasimo della ferita, indi si abbandonò sul terreno.
Avvicinatosi, il duca di Marana
riconobbe un cobra, detto anche naga o cobra sanp dagli indiani,
ma dei più lunghi che avesse veduto mai, perché misurava intorno a due metri.
Il naga, o
cobra-capello, o, se vi piace meglio, il serpente dagli
occhiali, è dei più velenosi che si conoscano. Il suo morso, contro il quale
non s'è ancora trovato un antidoto che valga, dà la morte in meno d'un quarto
d'ora. Ho detto dei più velenosi, ma non il più velenoso. Infatti, c'è in India
un serpentello, «piccolo e nero come gran di pepe» non più lungo di venti
centimetri, il cui morso vi spedisce ad patres in novantasei minuti
secondi. Gli inglesi, perciò, lo chiamano minute snakee nessun nome e
più meritato di questo.
Il duca esaminò a suo bell'agio
la strana conformazione del rettile, a cui certe escrescenze della pelle,
enfiandosi tutto intorno al collo, nei momenti di furore, parevano regalar
l'amminicolo d'un cappuccio, niente affatto necessario in quel clima. Appunto
in quella parte del corpo, e sotto uno di quei cerchi che somigliavano tanto
agli occhiali, lo aveva colpito la palla del cacciatore.
Teucro si era avvicinato anche lui,
ma senza andare un passo più oltre del duca. I serpenti non erano il fatto suo.
Ammirava l'impresa cinegetica, ma non s'accostava a fiutare la vittima. Al duca
di Marana tornò in mente un discorso, fatto qualche giorno prima con Guido. Sì,
davvero, egli esordiva nell'ufficio eroico di purgar l'India dai mostri. Per
allora, non si trattava che d'un cobra-capello; ma un altro
giorno poteva essere una pantera, una tigre, un rinoceronte. Teseo e Piritoo,
rammentati da lui, avevano trovato un successore.
Questo ricordo chiamò un sorriso
di compiacenza sulle labbra del duca. E poiché bisognava che gli amici del
Sahibgar giudicassero della sua valentia, cavato di tasca un coltello, tagliò
un ramo di bambù, per servirsene come d'una pertica, a trascinare il serpente
sul margine della strada.
Mentre egli attendeva a quella
occupazione, udì una voce che lo chiamava da lungi. Si volse e riconobbe Guido
Laurenti, che veniva alla corsa, seguito dal giardiniere e da due servi
indiani, tutti armati di carabina.
- Che cos'è stato? - gridò
Laurenti, avvicinandosi - Ero disceso per cercarvi, e mi hanno detto che
eravate uscito con Teucro. Subito dopo ho udito il colpo. Ma perché
arrischiarvi da solo nella jungla? Mi avete fatto tremare.
- E perché? - domandò lo
spagnuolo, con aria di sublime spensieratezza. - Ne ho già fatte tante, di
queste corse solitarie!
- Non dico di no; ma infine…
L'ospite ha il debito d'invigilare, ne convenite? Ma vediamo un poco; a che
cosa avete tirato?
- Ecco il trofeo; - disse il
duca, stendendo la sua canna di bambù, e scuotendo il rettile in modo da farne
ammirare la lunghezza.
- Un cobra, e veramente
magnifico; - osservò Guido, chinandosi a terra, per aprire la bocca del
serpente coll'uncino del suo coltello a più lame. Ha ancora intatto il
serbatoio del veleno. Studieremo; - conchiuse il naturalista; - Un cobracapello
col dente intatto non si trova mica ogni giorno. Peccato che ci abbia questo
sdrucio nel collo! Si sarebbe potuto conservare tutto intiero.
- Era l'unico punto di mira un
po' largo che avessi, a venti passi di distanza; - disse il duca di Marana,
scusandosi.
- Infatti, non è la cosa più
facile, di colpire giusto un serpente, tirandogli a palla; - notò Guido
Laurenti. - Ricevete le mie congratulazioni, Fernando; siete un prezioso
compagno di caccia. Ne faremo qualcheduna, non dubitate, sebbene a Luisa questi
passatempi non piacciano troppo, e anch'io, salvo l'utile della scienza, non ci
trovi un gusto matto. Ma il paese non offre null'altro di meglio, e voi, a stare
così inoperoso, potreste annoiarvi. Anzi, per dirla schietta, - soggiunse
Guido, ridendo, - mi pare…
- Che cosa?
- Che non sia più il caso del
condizionale. Voi vi annoiate, Fernando; è indicativo presente.
- No, vi giuro!
- Che non è presente, né indicativo?
- Che non è vero; - ribattè il
duca di Marana.
- Grazie; - ripigliò Guido
Laurenti. - Ma siccome la cosa è sempre possibile, anche in compagnia d'amici,
bisognerà provvedere in tempo utile; non vi pare? Amico Fernando, alle corte,
volete fare qualche cosa, per occupare le vostre giornate?
- Sì, perdio, datemi il còmpito;
- gridò il duca di Marana con impeto. - Dovreste anzi rammentare che mi avevate
promesso…
- Sicuro, avevo promesso; ma poi
ci ho pensato su, e mi è parso… due ragioni mi hanno trattenuto…
- Mica una! due?
- Proprio due; la prima, che io
forse vi avrei proposto una fatica inutile; la seconda… e questa è più grave,
badate!.. la seconda, che non era da offrire a voi, ricco sfondato, di andare
alla scoperta d'un tesoro.
- Lasciamo stare il ricco
sfondato; - disse il duca di Marana; - ma come può essere fatica inutile la
ricerca d'un tesoro?
- Certo, se il tesoro non
esiste. Infatti, io non posso giurarvi che ci sia.
- Dove, questo tesoro?
- Qui vicino.
- Ah; ho capito, siamo nei pressi
di Golconda, e si tratterà del tesoro di Golconda; - disse il duca, ridendo.
- Sicuramente, ma non lo
confondete con quello del Nizam, che si conserva appunto nella fortezza, a
poche miglia di qui. Vi parlo del vero e antico tesoro di Golconda, che Aureng
Zeb, impadronitosi del paese, non ha potuto rinvenire, per quanti sforzi abbia
fatti.
- Tesoro nascosto e certamente
custodito dai soliti draghi; - osservò il duca di Marana.
- Questo non so; ma comunque
sia, voi non avete paura dei draghi; - replicò Guido Laurenti, sul medesimo
tono di celia amichevole.
- No, per san Giorgio! Ma
ditemi, amico, parlate sul serio? C'è da tentare un'impresa di questa fatta?
- Sì, e non la credo neppure
così fantastica, come a tutta prima potrebbe sembrare.
- E in che modo siete venuto a
sapere di questo tesoro nascosto?
- Nel modo più semplice, in quel
modo che ho saputo di tanti altri tesori… linguistici, entrando in grazia del
vecchio Lacmana. Il sant'uomo è un pozzo di cognizioni. Non è solamente
l'unico, tra i sacerdoti del suo munder, che legga e capisca i Veda; è
anche l'unico che abbia rovistato in tutti gli scartafacci del convento, e
conosca un pochino la storia del suo paese. Suppongo, per altro, che il cenno
di questo tesoro, egli non lo abbia desunto dai manoscritti, ma lo tenga per
tradizione orale, dal suo antecessore.
- Capisco; si tratterà d'un
segreto passato di priore in priore, e Dio sa come ridotto! Del resto, se vi
siete persuaso voi, perché non avete anche incominciate le indagini?
- Prevedevo l'osservazione; -
disse Guido Laurenti; - ma anch'io ci avevo due ragioni per non farlo.
- Sentiamo la prima.
- Eccovela subito: l'indole de'
miei studi, che non mi permette di darmi ad un lavoro, il quale assorbirebbe
tutto il mio tempo, e chi sa poi con qual frutto!
- Questa dovrebb'essere la
seconda; - notò argutamente il Marana. - Avevate paura di non riuscire;
confessatelo.
- Mio Dio, sì. Poiché mi sono
stabilito in questo angolo di terra, non mi ci vorrei procacciare disillusioni.
Voi non avete occupazioni più grate; siete qui di passaggio… almeno, se non
cambiate proposito; che in tal caso, potete immaginarlo, sarebbe una fortuna
per me. -
Qui fu pel duca di Marana il
caso di dir grazie a sua volta.
- L'impresa mi piace; - osservò egli,
dopo aver soddisfatto a quell'obbligo di cortesia. - Veniamo ai particolari.
- Son lunghi a dirsi; né io, qui
su due piedi, saprei metterli insieme. Volete che facciamo meglio? Si va dal mahunt
e se ne ragiona con lui.
- Andiamo pure; ma subito?
- Certamente; sono adesso le
undici, - disse Guido Laurenti, dando un'occhiata al suo orologio. - In
mezz'ora siamo al convento. -
Quindi, avvicinandosi al
giardiniere, che stava coi due servi indiani avvolgendo il serpente in una
cesta improvvisata di frasche, gli diede incarico di avvertire la signora.
- Diamo una corsa fino al munder
di Paravady; - soggiunse; - saremo di ritorno per l'ora del pranzo. Il cobra lo
porterete su nello studio, collocandolo con garbo sulla mia tavola di marmo,
che non si sciupi la testa.
- La testa è questa volta il
meglio del pesce; - notò il giardiniere, usando di quella confidenza che il suo
padrone amava tanto di dargli. - Vossignoria vuol fare qualche esperienza sul
veleno?
- Sicuro, poiché la vescichetta
è rimasta sana; fate dunque attenzione. Provveduto in quel modo al trasporto
della sua preda scientifica, Guido Laurenti si rivolse al duca.
- Vedete? È stata una vera
fortuna, e mi darà l'occasione di una analisi chimica, che da qualche tempo
avevo disegnato di fare. Ho certe idee sul veleno animale!…
- Beato voi che studiate sempre
e ne sapete il modo; - esclamò il duca di Marana. - Io sono invece uno
scioperato.
- Via, non lo sarete più;
troverete i diamanti di Gundwana, l'ultimo e sventurato principe indigeno di
Golconda. Frattanto udrete la storia, che è molto interessante, e basterà per
innamorarvi dell'opera.
- Lo sono già; - rispose il
duca; - e impaziente, come tutti gli innamorati. Andiamo dunque. -
Giacomo e i due servi indiani si
erano avviati al Sahibgar. Guido Laurenti e il duca di Marana, riusciti sul
sentiero, andarono verso Paravady, costeggiando la macchia dei baniani.
Don Fernando, in cuor suo, e
senza sviscerar l'argomento, sentiva che quella proposta di Guido Laurenti era
una di quelle vie del destino, le quali, appunto per esserci aperte in un
momento di perplessità, debbono seguirsi animosamente. Aveva la scusa per
trattenersi, magari per vivere un anno laggiù; e tutto ciò mentre egli stava
meditando di andarsene! In verità, il destino la sapeva più lunga di lui;
bisognava fidarsi al destino.
Attraversato il villaggio di
Paravady, in mezzo alle riverenze di quei poveri Sudra, che veneravano il Sahib
Laurenti come la provvidenza del luogo, i due amici andarono costeggiando il
ruscello, fino alla imboccatura del ponte, davanti a cui torreggiava il munder,
con l'attiguo convento braminico.
Il tempio offriva agli occhi dei
riguardanti una massa conica smisurata, stretta all'intorno da grossi pilastri,
che, a mano a mano innalzandosi e accompagnando le linee generali del
monumento, si trasformavano in torri, sormontate da cupole, e lavorate a
traforo, come altrettanti merletti. L'edifizio sorgeva su d'una piattaforma
bastionata, che lo faceva crescere di maestà, e si prolungava sulla fronte in
un atrio magnifico, a cui si ascendeva per una grande scalinata di pietra. Lo
spettacolo di quella architettura farraginosa era ammirabile, specie ad una
certa distanza, donde non si potevano scorgere i guasti del tempo; ma anche
avvicinandosi, e vedendo quei bianchi scaglioni rotti e sgretolati in più
luoghi, quelle colonne istoriate i cui simboli non si lasciavano più indovinare
attraverso le sfaldature della pietra, il munder di Paravady, dedicato a
Mahadeva, il gran dio, il dio ottimo massimo degli Indiani, appariva pur sempre
una meraviglia dell'arte.
Il duca di Marana, come sapete,
aveva già corsa l'India da un capo all'altro, e non era più il caso per lui di
sgranar gli occhi davanti a quelle grandezze architettoniche, o a quei
bassirilievi in cui le tre persone della trinità indiana, espresse in cento
forme, secondo le varie incarnazioni, davano saggio delle loro intestine
discordie, rispondenti a quelle delle varie sètte in cui si era spezzata da
quindici secoli la grande unità religiosa e politica dell'India braminica.
Salita la gradinata e fatta la
elemosina ad un gussaìno, religioso mendicante, che stava accoccolato sotto
l'atrio, facendo pompa dei suoi cenci e delle coroncine attorcigliate in più
giri intorno al suo cappello aguzzo, i due amici entrarono nel tempio. Un
ragazzo, addetto al servizio dell'altare, li condusse attraverso le arcate,
involte in una religiosa penombra, fino all'uscio dell'appartamento di Lacmana.
Il vecchio mahunt stava
assorto nella preghiera del mezzogiorno e non parve neanche accorgersi della
loro presenza. Ma, poiché ebbe finito le sue invocazioni al Mahadeva, cangiò
subito d'aspetto e di modi, e si affrettò a spargere l'acqua di rose sulle mani
e sulla barba dei suoi visitatori.
Dico barba, genericamente, ma vi
prego di credere che i due visitatori del vecchio Lacmana portavano soltanto i
mustacchi.
Dopo le cerimonie accennate, il mahunt
di Paravady volle far vedere ai due giovani il tempio, nobile testimonianza
delle glorie celesti di Mahadeva. La cortesia di Lacmana era tutta per don Fernando.
Guido, infatti, conosceva in ogni sua parte quell'antico edifizio, e aveva in
pratica tutti i simboli, mostruosi e gentili, della teogonia indiana, da quello
gigantesco di Siva, che aveva i primi onori là dentro, fino all'ultimo e più
sfaldato gruppo di scoltura, che adornasse le colonne del tempio.
- Il sahib Laurenti ne sa
quanto noi; - notava con una certa compiacenza il vecchio Lacmana.
Erano giunti, nella loro
passeggiata, davanti ad un bassorilievo, in cui si vedeva un leone smisurato,
che recava sulla groppa un fanciullo sorridente e teneva sotto le unghie un
uomo, una specie di gigante, il quale annaspava con le braccia, come in atto di
chieder misericordia.
- Ecco, infatti, - soggiungeva
Lacmana, - il nostro Sahib non è stato molto a riconoscere in questo
gruppo il terzo avatara di Visnù. Il dio, sotto la forma di un cinghiale, aveva
salvato il mondo, scacciando il titano Hirania Haciapa. Acscia, fratello del
titano, era tuttavia riuscito a riconquistare, con l'aiuto di Siva, un vasto
impero nel mezzogiorno, e si era dato a perseguitare gli adoratori di Visnù. Un
giorno, trovando suo figlio in atto di preghiera, gli chiese qual dio adorasse
con tanto fervore. - «Adoro, - gli rispose il fanciullo, - adoro il dio che è
Naraiana, cioè a dire il cui spirito è portato sulle acque; che è Vacondeva, il
creatore, Visnù, l'azzurro infinito, lo spirito dell'universo.» - Sdegnato di
quella risposta, il titano scagliò la sua scure contro il figliuolo; ma la
scure andò invece a colpire una colonna, da cui balzò fuori Visnù, sotto la
forma di un leone, il quale divorò il feroce titano, e innalzò in sua vece il
religioso fanciullo. Rammentate, Sahib - proseguì Lacmana volgendosi a Guido, -
rammentate il savio discorso che mi avete fatto davanti a questo bassorilievo?
- Non era veramente una grande
scoperta, la mia; disse Laurenti. - Questo onore a Visnù in un tempio dedicato
a Siva, mi è parso un omaggio accortamente fatto dal suo fondatore alla
religione dei vinti. E la fondazione del tempio di Paravady si può, per
conseguenza, far risalire al mille della nostra era cristiana, perché appunto
allora il culto di Siva, portato da' suoi seguaci, incominciò a trionfare su
quello di Visnù. Siva fu generoso col suo rivale, e ne accolse la immagine in
questa sua nuova dimora.
- Onore e gloria al Mahadeva! -
esclamò il vecchio Lacmana, inchinandosi.
- Io rammenterò invece, -
ripigliò Guido Laurenti, - che appunto per questo bassorilievo e per la
leggenda che vi è rappresentata, voi mi avete raccontata una certa storia, che
piacerebbe molto al mio amico Fernando di udire da voi.
- Ah! la storia del tesoro?
Vorrebbe il vostro amico mettersi all'impresa che avete rifiutata voi,
dispregiatore delle ricchezze?
- Non di quelle che voi
conservate su foglie di palma, mio degnissimo amico; - rispose Guido
prontamente. - Voi sapete che quelle mi attirano, occupando una parte de' miei
pensieri e del mio tempo. Ma il signor di Marana non è affaccendato al pari di
me; vuol farci la grazia di rimanere qualche mese con noi e può dedicare le sue
giornate agli scavi di Karma Vridi. Troverà, non troverà, questo importa poco;
il mio amico avrà sempre passato meno male il suo tempo.
- È questa la vostra
risoluzione, Sahib? - disse Lacmana, fissando i suoi occhietti scrutatori in quelli
del duca.
- È la mia risoluzione; -
rispose questi; - purché io sappia un visibilio di cose, che non so ancora.
L'amico Laurenti mi ha accennata l'impresa, senza entrare nei particolari.
- Vi dirò tutto quello che io
so; - disse di rimando Lacmana; - e voi vedrete che valore possano avere le mie
notizie. Non mi son messo all'opera io stesso, perché un povero bramino, in
terra soggetta a musulmani, sarebbe stato molestato senza fallo. E a qual pro'
avrei lavorato io? Per far cadere nelle mani dei Nizam un tesoro che non può
più ritornare ai figli di Siva?
- È giusto; - osservò il duca di
Marana. Ma noi possiamo lavorare col pretesto dell'archeologia; non è vero,
Guido? E poi, se troviamo il tesoro, onore e gloria al Mahadeva; vogliamo
restaurargli il tempio e incastonargli un diamante per occhio. -
Il vecchio mahunt crollò
malinconicamente la testa.
- No, giovinotto mio; -
diss'egli. - Il Mahadeva troverebbe subito gli invidiosi sacrileghi. E il
tempio, d'altra parte, si sosterrà ancora per molte generazioni d'uomini, senza
i nostri piccoli aiuti. Imitate invece il Sahib Laurenti; soccorrete
questo povero popolo di Paravady, e sarà il miglior uso che possiate fare delle
ricchezze di Gundwana, l'ultimo dei principi di Golconda, dei prediletti di
Siva. -
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