Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Anton Giulio Barrili
Il tesoro di Golconda

IntraText CT - Lettura del testo

  • -7-
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

-7-

 

È stato sentenziato che ai turbamenti dell'animo sia efficace rimedio il lavoro. Disgraziatamente l'ospite del Sahibgar di Paravady non poteva guarire del suo male, neanche curandolo da bel principio, perché non sapeva come occupare il suo tempo.

Guido Laurenti studiava molte ore della giornata; un po' disponeva in ordine di battaglia le sue legioni d'insetti, o preparava gli scheletri de' suoi uccelli rari; un po' classificava le radici etimologiche del suo benedetto sànscrito. Un lavoro somigliava all'altro. La radice è l'ossatura, lo scheletro della parola.

Giacomo faceva con molta coscienza il giardiniere, e, per le necessità della casa, anche un po' l'ortolano. Qualche volta aiutava il signor Guido ne' suoi lavori; di storia naturale, s'intende, non già nella estrazione delle radici etimologiche, poiché il brav'uomo non masticava la lingua dei Veda, e neanche le sue derivazioni, salvo quel tanto di dialetto indostano, che i lettori rammentano. Del resto, con Giacomo si potevano barattare quattro parole; non già passare cinque o sei ore del giorno.

Don Fernando, in quelle quattro o cinque ore che correvano tra la colazione e il pranzo, non sapeva proprio dove dare del capo. Non gli restava dunque più altro (vedete disgrazia!) che tener compagnia alla signora Luisa. Fare accanto a lei così lunghe fermate, era veramente un po' troppo; ma egli era tanto disoccupato, e la signora tanto gentile, che a fare diverso ci sarebbe voluto un misantropo, anzi peggio, un misògino di tre cotte.

La signora, di solito, nelle ore più calde del mattino, stava seduta a ricamare, o a lavorare di maglia sotto l'atrio, dove il sole non penetrava ancora co' suoi raggi, e dove il fogliame delle bignonie, arrampicate sugli archi e ricadenti a festoni, manteneva un po' di frescura. Qualche volta capitava il giardiniere, per dare un ragguaglio, o ricevere un ordine; di tanto in tanto si vedeva Guido, che non voleva aver l'aria di lasciar troppo solo il suo ospite, ma che non sapeva rinunziare alle sue occupazioni, e dopo pochi minuti di sosta coglieva un pretesto per rientrare in casa e richiudersi nel suo sancta sanctorum. L'unico che stesse fermo al posto, vicino alla ricamatrice, era lui, il duca di Marana. Chiacchierava più allegramente che poteva; intanto, assorbiva il veleno. Dolce veleno che si assorbe dagli occhi! Quella figura elegante di donna, raccolta nel suo lavoro senza rigidezza soverchia, quel ricco volume di capegli neri, che avevano tutte le morbidezze della seta e si offrivano a tutti gli amorosi capricci della luce, quella soave fermezza di contorni, quei riflessi dorati della carnagione, donde trasparivano i bei colori di una vita rigogliosa, erano tante vedute, tante adorazioni per lui.

Ma le adorazioni volgono all'inedia; dànno il capogiro, se non si sfogano con la parola. E il duca di Marana non poteva dirne nulla, neanche per via di perifrasi! Contemplava e taceva, oppure parlava d'altro; ma, in certi casi, anche il parlar d'altro è tacere, e ne ha tutte le noie.

- Fate qualche cosa, don Fernando, - gli disse la signora, in un momento che la conversazione era più languida dell'usato. - Non siete pittore? Disegnate.

- Oh Dio! ci ho avuto per cinque anni il maestro; ma ne ho ricavato così poco profitto!

- Non importa; provate.

- Obbedisco; - disse il duca.

E andò nella sua camera a prendere un albo, in cui egli soleva, a ore perse, buttar giù qualche schizzo a matita.

Seduto a pochi passi da lei, il nostro pittore si diede con molta gravità, ma con poca attenzione, a copiare un pezzo di quella scena campestre che aveva davanti agli occhi. Ma la frappa non era il suo forte; mutò dunque registro, e, sbirciando ad ogni tanto la signora, ne disegnò il soave profilo sulla carta. Era una ragazzata, ne convengo; ma gl'innamorati, come i cavalieri novellini, pèrdono qualche volta le staffe.

Tuttavia, ragazzata com'era, non gli andò male. La signora, ad un certo punto, si era alzata per avvicinarsi a lui e dare una guardata al disegno. Proprio in quel punto il pittore stava con la matita ombreggiando la bocca della sua figurina.

- Ben disegnato; - diss'ella, con una benevola serietà - ma somiglia poco.

Il pittore era colto in flagranti; ma non mancava di spirito; e si salvò con lo spirito.

- Aspettate; - rispose egli; - l'ultimo tocco.

E tirata una curva, i cui capi venivano a congiungersi tra le labbra della figura, ci scrisse dentro, a guisa di leggenda: «somiglio poco».

- Adesso, è proprio lei - conchiuse; - non ci mancava che questo.

La signora Luisa diede in una sonora risata. Le pareva di vedere una di quelle figure del trecento, alle quali i mal pratici autori facevano uscire le parole di bocca, dipinte su d'un nastro bianco, perché ne indicassero ad un tempo la persona e l'azione, non potuta esprimere convenientemente per virtù di pennello.

In questo modo, volgendola in celia, rimediava Don Fernando alla sua ragazzata. Quindi, voltata la pagina, si pose a fare dell'altro, e copiò, con tutta quella diligenza che seppe, una ciocca di bignonia.

- Ecco un fiore che non protesterà per la poca somiglianza; - diss'egli.

La donna gentile chiese di vedere il disegno; e il duca di Marana si mosse per accostarsi a lei e metterle sott'occhio la pagina del suo albo. Ne seguì quel che potete immaginarvi facilmente, cioè a dire che egli, dovendo chinarsi molto, si trovò col viso a due dita, o poco più, dalla bruna testa di lei. Una ciocca di quei morbidi capegli, che egli sbirciava con tanto desiderio, per effetto di un moto improvviso di quella testa, venne a sfiorargli la guancia. Era un caso; ma poteva non esserlo. Comunque fosse, il tocco di quei capegli lo aveva sentito, la scintilla elettrica era scoccata e gli percorreva tutte le fibre. Sentì che perdeva il cervello, e si rialzò prontamente, diede una scossa di capo e ritornò al suo posto. Ma non poteva far nulla, e richiuse il suo albo.

Cinque minuti dopo, usciva dal Sahibgar, col fucile ad armacollo, tanto per avere un pretesto di muoversi. Teucro, un bel cane levriero, che girandolava nel parco, lo vide, e in quattro salti lo raggiunse sul ponte. Il duca di Marana andava a caccia, e Teucro, a cui le occasioni capitavano di rado, volle approfittare di quella. Bisognava vederlo, come saltava, dimenando allegramente la coda, appena si avvide, dal tacito assenso del cacciatore, che la sua compagnia non tornava sgradita.

Il duca di Marana, per altro, si curava poco delle dimostrazioni di gratitudine di Teucro, e non pensava affatto a servirsi del suo fucile da caccia.

- È evidente che io sono matto; me ne andrò; - diceva egli tra sé, volgendo i passi verso la macchia dei baniani, ma senza occuparsi di seguitare la strada battuta. - Bisogna essere onesti, lasciare i sofismi da banda. Egli non ama più lei, è chiaro; almeno, si può giurare che non ci mette più la decima parte dell'ardore d'una volta. E lei? Lei è serena e tranquilla, come una donna per bene, che si è rassegnata da un pezzo, e trova le sue consolazioni nella pace domestica. Già, a queste calme non giungono che le donne. Sovrabbondanza di linfa, dicono i medici. Ma io, frattanto, io, che cosa voglio, di grazia? E che figura ci fo? Eccomi al quarto giorno, e già cotto, che non c'è più bisogno di rivoltarmi. Prevedo che ne farò qualcheduna delle mie, se pure non mi accadrà di peggio. Perché il peggio sarebbe proprio di vincermi, come Scipione Africano, e di passare, senza alcun merito, per un mezzo imbecille.

Mentre il duca di Marana faceva così i suoi dilemmi, andando a casaccio per la jungla, gli venne veduto il cane che si fermava di schianto. Le abitudini del cacciatore ruppero il filo al monologo.

- Che diavolo ha veduto, il cane? - diss'egli, togliendosi di spalla il fucile.

Teucro non si muoveva; cogli occhi fissi guardava una ventina di passi più in , nella direzione di un cespuglio di bambù.

Il duca di Marana guardò egli pure da quella parte e non tardò a scoprire l'argomento della speculazione di Teucro.

- Un serpente! - esclamò. - È un cobra, perdinci! non sembra un professore, con quel paio d'occhiali sul naso? Sta fermo, Teucro; - bisbigliò; - ora te lo aggiusto io.

Il cane volse la testa, per dargli un'occhiata d'intelligenza, e subito si rivolse a guardare il serpente, che rizzava il capo e gonfiava le membrane del collo, su cui erano disegnati i due cerchi neri, che al duca di Marana avevano suggerito il paragone degli occhiali.

Il serpente aveva veduto il cacciatore, e metteva il suo fischio di battaglia, molto somigliante al chiocciare delle galline. Ma il duca di Marana non gli diè tempo di avviare la sua musica sinistra; puntò l'animale e lasciò andare la botta. Il rettile si contorse, nello spasimo della ferita, indi si abbandonò sul terreno.

Avvicinatosi, il duca di Marana riconobbe un cobra, detto anche naga o cobra sanp dagli indiani, ma dei più lunghi che avesse veduto mai, perché misurava intorno a due metri.

Il naga, o cobra-capello, o, se vi piace meglio, il serpente dagli occhiali, è dei più velenosi che si conoscano. Il suo morso, contro il quale non s'è ancora trovato un antidoto che valga, la morte in meno d'un quarto d'ora. Ho detto dei più velenosi, ma non il più velenoso. Infatti, c'è in India un serpentello, «piccolo e nero come gran di pepe» non più lungo di venti centimetri, il cui morso vi spedisce ad patres in novantasei minuti secondi. Gli inglesi, perciò, lo chiamano minute snakee nessun nome e più meritato di questo.

Il duca esaminò a suo bell'agio la strana conformazione del rettile, a cui certe escrescenze della pelle, enfiandosi tutto intorno al collo, nei momenti di furore, parevano regalar l'amminicolo d'un cappuccio, niente affatto necessario in quel clima. Appunto in quella parte del corpo, e sotto uno di quei cerchi che somigliavano tanto agli occhiali, lo aveva colpito la palla del cacciatore.

Teucro si era avvicinato anche lui, ma senza andare un passo più oltre del duca. I serpenti non erano il fatto suo. Ammirava l'impresa cinegetica, ma non s'accostava a fiutare la vittima. Al duca di Marana tornò in mente un discorso, fatto qualche giorno prima con Guido. Sì, davvero, egli esordiva nell'ufficio eroico di purgar l'India dai mostri. Per allora, non si trattava che d'un cobra-capello; ma un altro giorno poteva essere una pantera, una tigre, un rinoceronte. Teseo e Piritoo, rammentati da lui, avevano trovato un successore.

Questo ricordo chiamò un sorriso di compiacenza sulle labbra del duca. E poiché bisognava che gli amici del Sahibgar giudicassero della sua valentia, cavato di tasca un coltello, tagliò un ramo di bambù, per servirsene come d'una pertica, a trascinare il serpente sul margine della strada.

Mentre egli attendeva a quella occupazione, udì una voce che lo chiamava da lungi. Si volse e riconobbe Guido Laurenti, che veniva alla corsa, seguito dal giardiniere e da due servi indiani, tutti armati di carabina.

- Che cos'è stato? - gridò Laurenti, avvicinandosi - Ero disceso per cercarvi, e mi hanno detto che eravate uscito con Teucro. Subito dopo ho udito il colpo. Ma perché arrischiarvi da solo nella jungla? Mi avete fatto tremare.

- E perché? - domandò lo spagnuolo, con aria di sublime spensieratezza. - Ne ho già fatte tante, di queste corse solitarie!

- Non dico di no; ma infine… L'ospite ha il debito d'invigilare, ne convenite? Ma vediamo un poco; a che cosa avete tirato?

- Ecco il trofeo; - disse il duca, stendendo la sua canna di bambù, e scuotendo il rettile in modo da farne ammirare la lunghezza.

- Un cobra, e veramente magnifico; - osservò Guido, chinandosi a terra, per aprire la bocca del serpente coll'uncino del suo coltello a più lame. Ha ancora intatto il serbatoio del veleno. Studieremo; - conchiuse il naturalista; - Un cobracapello col dente intatto non si trova mica ogni giorno. Peccato che ci abbia questo sdrucio nel collo! Si sarebbe potuto conservare tutto intiero.

- Era l'unico punto di mira un po' largo che avessi, a venti passi di distanza; - disse il duca di Marana, scusandosi.

- Infatti, non è la cosa più facile, di colpire giusto un serpente, tirandogli a palla; - notò Guido Laurenti. - Ricevete le mie congratulazioni, Fernando; siete un prezioso compagno di caccia. Ne faremo qualcheduna, non dubitate, sebbene a Luisa questi passatempi non piacciano troppo, e anch'io, salvo l'utile della scienza, non ci trovi un gusto matto. Ma il paese non offre null'altro di meglio, e voi, a stare così inoperoso, potreste annoiarvi. Anzi, per dirla schietta, - soggiunse Guido, ridendo, - mi pare

- Che cosa?

- Che non sia più il caso del condizionale. Voi vi annoiate, Fernando; è indicativo presente.

- No, vi giuro!

- Che non è presente, né indicativo?

- Che non è vero; - ribattè il duca di Marana.

- Grazie; - ripigliò Guido Laurenti. - Ma siccome la cosa è sempre possibile, anche in compagnia d'amici, bisognerà provvedere in tempo utile; non vi pare? Amico Fernando, alle corte, volete fare qualche cosa, per occupare le vostre giornate?

- Sì, perdio, datemi il còmpito; - gridò il duca di Marana con impeto. - Dovreste anzi rammentare che mi avevate promesso

- Sicuro, avevo promesso; ma poi ci ho pensato su, e mi è parso… due ragioni mi hanno trattenuto

- Mica una! due?

- Proprio due; la prima, che io forse vi avrei proposto una fatica inutile; la seconda… e questa è più grave, badate!.. la seconda, che non era da offrire a voi, ricco sfondato, di andare alla scoperta d'un tesoro.

- Lasciamo stare il ricco sfondato; - disse il duca di Marana; - ma come può essere fatica inutile la ricerca d'un tesoro?

- Certo, se il tesoro non esiste. Infatti, io non posso giurarvi che ci sia.

- Dove, questo tesoro?

- Qui vicino.

- Ah; ho capito, siamo nei pressi di Golconda, e si tratterà del tesoro di Golconda; - disse il duca, ridendo.

- Sicuramente, ma non lo confondete con quello del Nizam, che si conserva appunto nella fortezza, a poche miglia di qui. Vi parlo del vero e antico tesoro di Golconda, che Aureng Zeb, impadronitosi del paese, non ha potuto rinvenire, per quanti sforzi abbia fatti.

- Tesoro nascosto e certamente custodito dai soliti draghi; - osservò il duca di Marana.

- Questo non so; ma comunque sia, voi non avete paura dei draghi; - replicò Guido Laurenti, sul medesimo tono di celia amichevole.

- No, per san Giorgio! Ma ditemi, amico, parlate sul serio? C'è da tentare un'impresa di questa fatta?

- Sì, e non la credo neppure così fantastica, come a tutta prima potrebbe sembrare.

- E in che modo siete venuto a sapere di questo tesoro nascosto?

- Nel modo più semplice, in quel modo che ho saputo di tanti altri tesorilinguistici, entrando in grazia del vecchio Lacmana. Il sant'uomo è un pozzo di cognizioni. Non è solamente l'unico, tra i sacerdoti del suo munder, che legga e capisca i Veda; è anche l'unico che abbia rovistato in tutti gli scartafacci del convento, e conosca un pochino la storia del suo paese. Suppongo, per altro, che il cenno di questo tesoro, egli non lo abbia desunto dai manoscritti, ma lo tenga per tradizione orale, dal suo antecessore.

- Capisco; si tratterà d'un segreto passato di priore in priore, e Dio sa come ridotto! Del resto, se vi siete persuaso voi, perché non avete anche incominciate le indagini?

- Prevedevo l'osservazione; - disse Guido Laurenti; - ma anch'io ci avevo due ragioni per non farlo.

- Sentiamo la prima.

- Eccovela subito: l'indole de' miei studi, che non mi permette di darmi ad un lavoro, il quale assorbirebbe tutto il mio tempo, e chi sa poi con qual frutto!

- Questa dovrebb'essere la seconda; - notò argutamente il Marana. - Avevate paura di non riuscire; confessatelo.

- Mio Dio, sì. Poiché mi sono stabilito in questo angolo di terra, non mi ci vorrei procacciare disillusioni. Voi non avete occupazioni più grate; siete qui di passaggio… almeno, se non cambiate proposito; che in tal caso, potete immaginarlo, sarebbe una fortuna per me. -

Qui fu pel duca di Marana il caso di dir grazie a sua volta.

- L'impresa mi piace; - osservò egli, dopo aver soddisfatto a quell'obbligo di cortesia. - Veniamo ai particolari.

- Son lunghi a dirsi; né io, qui su due piedi, saprei metterli insieme. Volete che facciamo meglio? Si va dal mahunt e se ne ragiona con lui.

- Andiamo pure; ma subito?

- Certamente; sono adesso le undici, - disse Guido Laurenti, dando un'occhiata al suo orologio. - In mezz'ora siamo al convento. -

Quindi, avvicinandosi al giardiniere, che stava coi due servi indiani avvolgendo il serpente in una cesta improvvisata di frasche, gli diede incarico di avvertire la signora.

- Diamo una corsa fino al munder di Paravady; - soggiunse; - saremo di ritorno per l'ora del pranzo. Il cobra lo porterete su nello studio, collocandolo con garbo sulla mia tavola di marmo, che non si sciupi la testa.

- La testa è questa volta il meglio del pesce; - notò il giardiniere, usando di quella confidenza che il suo padrone amava tanto di dargli. - Vossignoria vuol fare qualche esperienza sul veleno?

- Sicuro, poiché la vescichetta è rimasta sana; fate dunque attenzione. Provveduto in quel modo al trasporto della sua preda scientifica, Guido Laurenti si rivolse al duca.

- Vedete? È stata una vera fortuna, e mi darà l'occasione di una analisi chimica, che da qualche tempo avevo disegnato di fare. Ho certe idee sul veleno animale!…

- Beato voi che studiate sempre e ne sapete il modo; - esclamò il duca di Marana. - Io sono invece uno scioperato.

- Via, non lo sarete più; troverete i diamanti di Gundwana, l'ultimo e sventurato principe indigeno di Golconda. Frattanto udrete la storia, che è molto interessante, e basterà per innamorarvi dell'opera.

- Lo sono già; - rispose il duca; - e impaziente, come tutti gli innamorati. Andiamo dunque. -

Giacomo e i due servi indiani si erano avviati al Sahibgar. Guido Laurenti e il duca di Marana, riusciti sul sentiero, andarono verso Paravady, costeggiando la macchia dei baniani.

Don Fernando, in cuor suo, e senza sviscerar l'argomento, sentiva che quella proposta di Guido Laurenti era una di quelle vie del destino, le quali, appunto per esserci aperte in un momento di perplessità, debbono seguirsi animosamente. Aveva la scusa per trattenersi, magari per vivere un anno laggiù; e tutto ciò mentre egli stava meditando di andarsene! In verità, il destino la sapeva più lunga di lui; bisognava fidarsi al destino.

Attraversato il villaggio di Paravady, in mezzo alle riverenze di quei poveri Sudra, che veneravano il Sahib Laurenti come la provvidenza del luogo, i due amici andarono costeggiando il ruscello, fino alla imboccatura del ponte, davanti a cui torreggiava il munder, con l'attiguo convento braminico.

Il tempio offriva agli occhi dei riguardanti una massa conica smisurata, stretta all'intorno da grossi pilastri, che, a mano a mano innalzandosi e accompagnando le linee generali del monumento, si trasformavano in torri, sormontate da cupole, e lavorate a traforo, come altrettanti merletti. L'edifizio sorgeva su d'una piattaforma bastionata, che lo faceva crescere di maestà, e si prolungava sulla fronte in un atrio magnifico, a cui si ascendeva per una grande scalinata di pietra. Lo spettacolo di quella architettura farraginosa era ammirabile, specie ad una certa distanza, donde non si potevano scorgere i guasti del tempo; ma anche avvicinandosi, e vedendo quei bianchi scaglioni rotti e sgretolati in più luoghi, quelle colonne istoriate i cui simboli non si lasciavano più indovinare attraverso le sfaldature della pietra, il munder di Paravady, dedicato a Mahadeva, il gran dio, il dio ottimo massimo degli Indiani, appariva pur sempre una meraviglia dell'arte.

Il duca di Marana, come sapete, aveva già corsa l'India da un capo all'altro, e non era più il caso per lui di sgranar gli occhi davanti a quelle grandezze architettoniche, o a quei bassirilievi in cui le tre persone della trinità indiana, espresse in cento forme, secondo le varie incarnazioni, davano saggio delle loro intestine discordie, rispondenti a quelle delle varie sètte in cui si era spezzata da quindici secoli la grande unità religiosa e politica dell'India braminica.

Salita la gradinata e fatta la elemosina ad un gussaìno, religioso mendicante, che stava accoccolato sotto l'atrio, facendo pompa dei suoi cenci e delle coroncine attorcigliate in più giri intorno al suo cappello aguzzo, i due amici entrarono nel tempio. Un ragazzo, addetto al servizio dell'altare, li condusse attraverso le arcate, involte in una religiosa penombra, fino all'uscio dell'appartamento di Lacmana.

Il vecchio mahunt stava assorto nella preghiera del mezzogiorno e non parve neanche accorgersi della loro presenza. Ma, poiché ebbe finito le sue invocazioni al Mahadeva, cangiò subito d'aspetto e di modi, e si affrettò a spargere l'acqua di rose sulle mani e sulla barba dei suoi visitatori.

Dico barba, genericamente, ma vi prego di credere che i due visitatori del vecchio Lacmana portavano soltanto i mustacchi.

Dopo le cerimonie accennate, il mahunt di Paravady volle far vedere ai due giovani il tempio, nobile testimonianza delle glorie celesti di Mahadeva. La cortesia di Lacmana era tutta per don Fernando. Guido, infatti, conosceva in ogni sua parte quell'antico edifizio, e aveva in pratica tutti i simboli, mostruosi e gentili, della teogonia indiana, da quello gigantesco di Siva, che aveva i primi onori dentro, fino all'ultimo e più sfaldato gruppo di scoltura, che adornasse le colonne del tempio.

- Il sahib Laurenti ne sa quanto noi; - notava con una certa compiacenza il vecchio Lacmana.

Erano giunti, nella loro passeggiata, davanti ad un bassorilievo, in cui si vedeva un leone smisurato, che recava sulla groppa un fanciullo sorridente e teneva sotto le unghie un uomo, una specie di gigante, il quale annaspava con le braccia, come in atto di chieder misericordia.

- Ecco, infatti, - soggiungeva Lacmana, - il nostro Sahib non è stato molto a riconoscere in questo gruppo il terzo avatara di Visnù. Il dio, sotto la forma di un cinghiale, aveva salvato il mondo, scacciando il titano Hirania Haciapa. Acscia, fratello del titano, era tuttavia riuscito a riconquistare, con l'aiuto di Siva, un vasto impero nel mezzogiorno, e si era dato a perseguitare gli adoratori di Visnù. Un giorno, trovando suo figlio in atto di preghiera, gli chiese qual dio adorasse con tanto fervore. - «Adoro, - gli rispose il fanciullo, - adoro il dio che è Naraiana, cioè a dire il cui spirito è portato sulle acque; che è Vacondeva, il creatore, Visnù, l'azzurro infinito, lo spirito dell'universo.» - Sdegnato di quella risposta, il titano scagliò la sua scure contro il figliuolo; ma la scure andò invece a colpire una colonna, da cui balzò fuori Visnù, sotto la forma di un leone, il quale divorò il feroce titano, e innalzò in sua vece il religioso fanciullo. Rammentate, Sahib - proseguì Lacmana volgendosi a Guido, - rammentate il savio discorso che mi avete fatto davanti a questo bassorilievo?

- Non era veramente una grande scoperta, la mia; disse Laurenti. - Questo onore a Visnù in un tempio dedicato a Siva, mi è parso un omaggio accortamente fatto dal suo fondatore alla religione dei vinti. E la fondazione del tempio di Paravady si può, per conseguenza, far risalire al mille della nostra era cristiana, perché appunto allora il culto di Siva, portato da' suoi seguaci, incominciò a trionfare su quello di Visnù. Siva fu generoso col suo rivale, e ne accolse la immagine in questa sua nuova dimora.

- Onore e gloria al Mahadeva! - esclamò il vecchio Lacmana, inchinandosi.

- Io rammenterò invece, - ripigliò Guido Laurenti, - che appunto per questo bassorilievo e per la leggenda che vi è rappresentata, voi mi avete raccontata una certa storia, che piacerebbe molto al mio amico Fernando di udire da voi.

- Ah! la storia del tesoro? Vorrebbe il vostro amico mettersi all'impresa che avete rifiutata voi, dispregiatore delle ricchezze?

- Non di quelle che voi conservate su foglie di palma, mio degnissimo amico; - rispose Guido prontamente. - Voi sapete che quelle mi attirano, occupando una parte de' miei pensieri e del mio tempo. Ma il signor di Marana non è affaccendato al pari di me; vuol farci la grazia di rimanere qualche mese con noi e può dedicare le sue giornate agli scavi di Karma Vridi. Troverà, non troverà, questo importa poco; il mio amico avrà sempre passato meno male il suo tempo.

- È questa la vostra risoluzione, Sahib? - disse Lacmana, fissando i suoi occhietti scrutatori in quelli del duca.

- È la mia risoluzione; - rispose questi; - purché io sappia un visibilio di cose, che non so ancora. L'amico Laurenti mi ha accennata l'impresa, senza entrare nei particolari.

- Vi dirò tutto quello che io so; - disse di rimando Lacmana; - e voi vedrete che valore possano avere le mie notizie. Non mi son messo all'opera io stesso, perché un povero bramino, in terra soggetta a musulmani, sarebbe stato molestato senza fallo. E a qual pro' avrei lavorato io? Per far cadere nelle mani dei Nizam un tesoro che non può più ritornare ai figli di Siva?

- È giusto; - osservò il duca di Marana. Ma noi possiamo lavorare col pretesto dell'archeologia; non è vero, Guido? E poi, se troviamo il tesoro, onore e gloria al Mahadeva; vogliamo restaurargli il tempio e incastonargli un diamante per occhio. -

Il vecchio mahunt crollò malinconicamente la testa.

- No, giovinotto mio; - diss'egli. - Il Mahadeva troverebbe subito gli invidiosi sacrileghi. E il tempio, d'altra parte, si sosterrà ancora per molte generazioni d'uomini, senza i nostri piccoli aiuti. Imitate invece il Sahib Laurenti; soccorrete questo povero popolo di Paravady, e sarà il miglior uso che possiate fare delle ricchezze di Gundwana, l'ultimo dei principi di Golconda, dei prediletti di Siva. -

 

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License