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Anton Giulio Barrili
Il tesoro di Golconda

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Il duca di Marana ascoltò con molta riverenza le nobili parole del vecchio. Cionondimeno, sentiva dentro di sé una voglia matta di ridere. E perché? dimanderete voi. Il perché, senza mestieri delle mie spiegazioni, ve lo dirà una osservazione che egli fece quando Lacmana ebbe finito.

- Noi ragioniamo come se avessimo già poste le mani sul tesoro. Forse è di buon augurio; ma potrebbe anche essere, da parte nostra, un vender la pelle della tigre, prima d'averla accoppata. -

Così dicendo, si volse a Guido, con una occhiata che pareva volesse dirgli:

- Vedete come so adattare i proverbi europei alla storia naturale dell'Asia. -

Lacmana accolse l'osservazione del duca con un sorriso benevolo.

- Intendo; - rispose; - voi pensate che il tesoro possa essere sfumato. Ma la cosa non mi sembra ammissibile. La fede degli uomini che possedevano il segreto, provata coi tormenti e con la morte, esclude perfino il dubbio di un trafugamento. Può darsi invece che il tesoro sia irreperibile, o per difetto d'indicazioni, o per altra cagione qualsiasi. Ma di questo giudicherete voi altri. Venite con me, e vi porrò sott'occhio i documenti. -

I due giovani seguirono Lacmana nella libreria del collegio. Dico libreria, per non trovare un altro vocabolo più adatto a significare la cosa. I libri del collegio braminico erano larghe strisce di foglia di palma, tagliate tutte alla stessa misura e chiuse in certi astucci di pelle, gelosamente custoditi entro alcune casse di teck, legno durissimo e d'uso comune in tutti i templi braminici. È fatto per l'appunto di questo legno il famoso parasole, emblema della onnipotenza di Budda, in fondo alla gran navata del tempio di Karli. Quel parasole, sfuggito per miracolo ai danni di tante rivoluzioni, è stato piantato , sull'altare, dai costruttori del tempio, la bellezza di ventidue secoli fa. Potete adunque considerarlo come il nestore dei parasoli e degli ombrelli, che affliggono l'umanità viatrice.

Aperta una di quelle casse, il vecchio Lacmana ne cavò un astuccio di pelle, e dall'astuccio alcune foglie di palma, le cui facce erano scritte per lungo con caratteri devanagarici e nel dialetto indi. Il dialetto indi, comune a quasi tutte le provincie settentrionali e centrali della penisola indostanica, dov'era assai coltivato nei secoli scorsi, è una derivazione della lingua pracrita; la quale a sua volta… Ma lasciamo queste filologiche quisquilie e torniamo al manoscritto di Lacmana.

- Questa, - diss'egli, - è una cronaca fedele del regno di Gundwana, e fu scritta da Haruti, un povero bramino del tempio di Karma Vridi. Giovine ancora, quando Aureng Zeb s'impadronì di Golconda, Haruti potè fuggire in tempo dalle persecuzioni che il gran Mogol aveva ordinate contro i sacerdoti di quel tempio, e travestito da gussaino andò a rifugio fin sulla costa di Bombay, donde non ritornò che dopo la morte di Aureng Zeb. Era vecchio; il suo tempio era diventato un mucchio di rovine; e il povero Haruti ebbe ospizio a Paravady, dove morì santamente, or fanno cento e trent'anni. Leggerò i passi più importanti della sua cronaca. Voi forse, Sahib, - soggiunse Lacmana, rivolgendosi al duca, - intenderete meglio l'indostano che l'indi; ma le differenze non sono grandi, ed io, ove occorra, vi tradurrò in lingua indostana le parole più difficili. -

Il duca di Marana ringraziò con un cenno del capo, e si dispose ad ascoltar la lettura; una lettura che non staremo a udire noi altri, poco pratici, come siamo, delle lingue orientali in generale, e dei dialetti indiani in particolare. Faremo in quella vece di restringere in breve alcuni passi della cronaca di Haruti, che possono dar lume anche a noi nella faccenda del tesoro. Si parlerà anche di Gundwana, l'ultimo e disgraziato principe di Golconda; ma il suo nome e la catastrofe del suo regno sono così strettamente legati alla faccenda in discorso, che proprio non si può farne di meno.

Ugualmente necessario sarebbe qui un cenno delle vicende storiche della penisola indiana. Ma di queste ci sbrigheremo in poche parole, per non confonder la testa dei pazienti lettori.

Fin dai primi anni dopo il Mille, gl'Indiani avevano dovuto aggiungere ai mali delle loro discordie e guerre fraterne, il danno delle invasioni maomettane, perdendo a poco a poco mezze le loro provincie del settentrione. Dopo il 1200 ebbero sulle braccia i Mongoli con Gengis Kan; poscia gli Afgani che cacciarono i Mongoli; indi i Tartari, successori di Tamerlano, che cacciarono gli Afgani, e fondarono nel cuore dell'India una dinastia, impropropriamente, ma pure comunemente, chiamata mongolica. Celebre fra tutti i principi di questa dinastia fu il savio Akbar, che tenne in onore le arti, fondò città e non perseguitò, anzi protesse e favorì la religione dei vinti. Non così savio, né tollerante, né umano, doveva riuscire il suo pronipote Aureng Zeb, che vinse tutti i suoi antecessori in grandezza, ma oltrepassò in crudeltà i peggiori tra essi. Rinchiuso in un carcere il vecchio padre e fattolo morire dentro, regnò a suo talento, mirando altresì ad estendere i confini dell'impero, e conquistando a mano a mano i principati di Haiderabad, di Visapur e di Golconda, ancora rimasti illesi in quella grande rovina della famiglia indostanica.

Principe di Golconda, nel l660, era il povero Gundwana, della stirpe dei Ragiaputi, nobile d'aspetto, generoso e magnanimo, amante della religione e perciò caro agli Dei. - Ma sopra agli uomini e alle loro virtù, - commentava il vecchio Lacmana, - sta la necessità delle lontane espiazioni. Forse il gran popolo, uscito dalla bocca e dalle braccia di Brama, doveva scontare il fio delle sue divisioni religiose, del suo allontanamento dal culto della Trimurti, e il destino degli ultimi principi indipendenti era segnato nella mente del Mahadeva.

Un giorno, le guardie che vegliavano alle porte di Golconda annunziarono a Gundwana un messaggiero del gran Mogol.

- Golconda - mandava a dire Aureng Zeb - è un diamante che manca al pennacchio del mio turbante. Preparati a restituirlo. -

Gundwana convocò tosto il durbar di tutti i notabili della sua corte. Fu deliberato di resistere alle minacce di Aureng Zeb, chiedendo alleanza al sultano di Visapur, che neppur lui avrebbe potuto regger da solo contro la cupidigia del comune nemico. Ma Aureng Zeb inoltratosi con un forte esercito, piombò d'improvviso addosso al sultano di Visapur. Della sua capitale, forte e ricca città che novera forse trecento mila abitanti, fece un mucchio di rovine, e ne disperse la popolazione tra le varie provincie dell'impero.

Gundwana intese subito qual fine fosse riserbata a lui se il cielo non si degnava di assisterlo; e si dispose con animo forte agli eventi.

Chiamò presso di sé il vecchio Berar, ambastha di nascita. Si dicono ambastha o vaidia, i nati da un Bramano e da una Vaisìa, cioè a dire da un uomo della casta sacerdotale e da una donna della casta dei mercatanti. Come tutti i suoi pari, Berar esercitava la medicina. Il principe di Golconda riponeva una grande fiducia in quel suo ottimo servitore.

- Berar, - gli disse, - Aureng Zeb ha distrutta la città capitale di Visapur e presto si volgerà contro di noi. Egli non mira tanto ad impadronirsi di me, quanto del tesoro di Golconda, famoso nell'universo. Io morirò combattendo, come un degno rampollo della progenie di Rama; son già preparato alla mia sorte. Ma il discendente dei Tartari, il seguace di Maometto, non dee possedere il tesoro. Sarebbe troppa vergogna per noi.

- Perché ti affliggi così, mio signore? - disse di rimando il savio Berar. - Tu respingerai l'invasione; e ad ogni modo, ci sarà tempo per mettere in salvo il tesoro.

- No, il farlo tardi darebbe troppo nell'occhio alla gente; e il nemico, quando pure ci lasciasse il tempo di tentarlo, verrebbe facilmente a conoscer la traccia. Bisognerà nascondere il tesoro fin d'ora, in qualche tempio lontano di qui, e adoperando in modo che nessuno dei nostri se ne avveda. Pensaci tu, savio Berar; io non avrò pace fino a che tu non abbia trovato il luogo da ciò. -

Gundwana aveva il presentimento della sua morte, e voleva che almeno ella non recasse al nemico il profitto sperato.

Dopo esser rimasto alquanto sovra pensiero, Berar propose al suo signore di nascondere il tesoro nel munder di Karma Vridi. Non era lontano che poche ore di cammino dalla capitale di Gundwana, e ci si poteva andare più volte di seguito, con qualche pretesto ragionevole, senza destare i sospetti della gente. Il pretesto fu anche trovato, in quel medesimo giorno. Gundwana mandava al santuario di Karma Vridi tutti i libri sacri e i poemi dell'India, di cui la libreria reale di Golconda possedeva una copia. Era quello un prezioso donativo al collegio dei bramini di Karma Vridi, che dovevano rivolgere assidue preghiere al Mahadeva, implorando vittoria alle armi del suo servo Gundwana.

Per dar colore di maggiore verità alla cosa, insieme coi sacri testi dei Veda e dei Purana, coi ponderosi poemi di Viasa e di Valmichi, fu mandata in pubblica pompa al santuario una ricchissima collana di perle a dodici filze, che doveva rigirarsi intorno al simulacro del Dio.

Ogni cosa andò secondo i disegni del principe. Il tesoro fu trasportato a Karma Vridi, senza che alcuno sospettasse di nulla, e sepolto in una buca, di cui solamente Berar e il mahunt del tempio conoscevano il segreto.

Interamente tranquillo per ciò che riguardava il tesoro, Gundwana, il principe religioso e caro agli Dei, andò animoso incontro alle sorti della guerra. Aureng Zeb, con l'esercito vincitore, ebbro delle stragi di Visapur, muoveva speditamente alla volta di Golconda. Ragiaputi e Tartari si scontrarono a dieci coss, cioè a quindici miglia, dalle mura della capitale. Gundwana fece prodigi di valore; cercò Aureng Zeb nella mischia, ma senza trovarlo; vinto, accerchiato, invocò la morte, ma senza ottenerla, come aveva sperato, sul campo.

In una cosa non si era ingannato; nel prevedere i disegni di Aureng Zeb. Entrato vincitore a Golconda, il gran Mogol corse alla torre in cui sapeva dover esser custodito il tesoro.

A questo mirava, il fiero conquistatore. E certo, quelle favolose ricchezze avrebbero accresciuta la sua potenza assai più che non potesse fare l'usurpazione di un piccolo reame. Ora, immaginate il suo sdegno, quando si avvide che la miglior parte del tesoro di Golconda, i rubini a sacca, gli zaffiri a migliaia, i diamanti famosi, uno dei quali giustamente considerato il più vistoso tra i diamanti dell'India, tutto era sparito, restando solamente le pietre di minor pregio, e l'oro e l'argento, necessari ai bisogni della corte.

Fatto condurre alla sua presenza l'infelice Gundwana, gli chiese dove fosse nascosto il tesoro, ma senza averne risposta. Lo fece porre alla tortura, ma invano; lo strazio delle membra non valse più delle imperiose domande. Il discendente di Rama sopportò con mirabile costanza i feroci tormenti, pensando alla grandezza infinita del Dio, che aveva sofferto assai più di lui, per l'ira degli infami Racsàsi.

Inasprito, furente, il conquistatore di Golconda, fece mozzar la testa a Gundwana. A quella testa, piantata su d'una lancia, davanti all'ingresso del castello reale, era accompagnata una scritta, che diceva così: «ugual fine avranno tutti coloro che sanno dove sia il tesoro di Golconda, e ricuseranno di dirlo

La paura avrebbe fatto correr molti; ma nessuno sapeva nulla; e gli ufficiali della corte di Gundwana stavano sbigottiti ad attendere il supplizio. Il dotto Berar, il medico fidato del principe, era sparito da Golconda; né sulle prime si fece attenzione alla cosa. Ma la sua scomparsa doveva esser notata, come una traccia preziosa, quando uno dei servi di Gundwana ebbe detto all'imperatore che dal castello reale di Golconda egli non aveva veduto uscir nulla; salvo i libri sacri, mandati in dono al santuario di Karma Vridi, sotto la scorta del medico di corte.

- Andiamo al santuario! - gridò Aureng Zeb, poiché ebbe perduta la speranza di metter le mani addosso a Berar.

Il gran sacerdote del tempio vide appressarsi la bufera, ma il suo cuore non tremò per paura. Era vecchio d'anni, oltre gli ottanta, e poco restandogli da vivere, poteva anche sacrificare quel poco alla memoria del suo signore. Negò anzi tutto di aver ricevuto il tesoro in deposito, o di aver nascosto cosa veruna sotto le arcate del tempio. L'invio dei sacri libri dava appiglio al sospetto, ma spiegava anche facilmente l'errore. Di doni preziosi al santuario non era venuto altro, fuorché la collana di perle a dodici filze. Certo, quel monile era per sé stesso un tesoro. Aureng Zeb lo prese con le sue mani sacrileghe e volle adornarsene il collo. Indi, mandato a morte il vecchio mahunt, fece appiccare il fuoco al santuario.

Karma Vridi fu ridotto in breve ad un mucchio di rovine. I suoi bramini, i suoi panditi, che ci avevano un collegio fiorente, dove attendevano alla interpretazione dei sacri testi e dei poemi antichissimi dell'India, andarono dispersi qua e , senza speranza per sé medesimi, né per la libertà della patria. Ma neanche Aureng Zeb, con tutto il suo smisurato potere, ebbe più speranza di rinvenire il tesoro. Gundwana era morto; di Berar non si aveva più traccia, e le rovine di Karma Vridi custodivano il loro segreto.

Erano questi i cenni della cronaca di Haruti. Il savio bramino soggiungeva che le ricchezze sottratte in tal guisa alle ingorde voglie di Aureng Zeb potevano ascendere, tra diamanti e pietre preziose d'ogni genere, a cento lakh di rupie. Ogni lakh equivalendo a centomila rupie e perciò a duecento cinquantamila lire, tutto il tesoro di Golconda, nascosto nei sotterranei di Karma Vridi, poteva essere valutato venticinque milioni di lire. Non era molto, per un tesoro indiano; ma bisogna rammentare che Gundwana aveva posto in salvo solamente il meglio delle sue gioie, lasciando la minutaglia a Golconda, insieme con l'oro e l'argento. E dopo tutto, anche venticinque milioni di lire potevano meritare le investigazioni di un europeo del secolo decimonono, come avevano meritate le cupidigie e i furori di un monarca orientale del decimosettimo.

Il racconto era interessante; ma come giovarsene? E in primo luogo, come mai lo scrittore della cronaca era giunto a possedere il segreto?

Haruti, adolescente novizio nel sacro collegio di Karma Vridi, era riuscito a fuggirsene, quando l'imperatore Aureng Zeb minacciava di mettere a morte tutti i sacerdoti e i guardiani del tempio. Non credeva certamente che il tesoro di Golconda fosse stato nascosto nel santuario; sapeva soltanto che v'erano stati portati i volumi della libreria reale e aveva veduto in quella occasione il medico di corte. Ma poiché il sospetto era nato nella mente del feroce Aureng Zeb, e il supplizio del mahunt lasciava temere che quel semplice sospetto potesse mandare a morte più d'uno, Haruti non aveva posto indugio a cercarsi uno scampo; era fuggito, senza fermarsi più, fino a tanto non ebbe messa tra sé e il conquistatore di Golconda la catena dei monti di Sattara. Per farvela breve era andato a rifugiarsi sulla costa occidentale, a Bombay; dove, acconciatosi al mestiere di acquaiuolo, campava miseramente la vita.

Colà, un bel giorno, due anni dopo la catastrofe di Karma Vridi, mentre egli passava davanti al munder di Paidoneh, gli venne veduto accoccolato presso la porta maggiore del tempio un religioso mendicante, il cui aspetto gli parve di persona conosciuta. Anche il mendicante lo aveva guardato; da prima con occhio sospettoso, vedendo l'aria curiosa del giovane, quindi più calmo, a guisa d'uomo che non vuol mostrare d'aver nulla a temere. Intanto l'acquaiuolo si era avvicinato, e, cavando di tasca un pugno di caori, piccole conchiglie usate come moneta nell'India (e ne occorrono almeno quaranta per fare il valsente d'un centesimo dei nostri), lo gettò nella coppa del gussaino, dicendogli a mezza voce:

- Il Mahadeva vi assista, buon vecchio, che somigliate tanto a qualcheduno del mio paese.

Il gussaino aveva chinata la testa, mormorando alcune parole, tra il ringraziamento e la preghiera; ma non aveva fatto cenno di raccogliere la frase di Haruti.

Questi proseguì la sua via. Ma come ebbe fatto un centinaio di passi, vide il gussaino, che lo aveva raggiunto e accelerava il passo per andare innanzi a lui.

- Sì, certo, - disse Haruti fra sé, - quello è il vaidìa Berar, il medico del nostro povero principe. Riconosco la sua andatura.

Il mendicante, a un certo punto della sua corsa, si voltò indietro per dare un'occhiata d'intelligenza all'acquaiuolo; indi svoltò l'angolo della strada, per andare verso il quartiere di Girgaum.

Evidentemente, il vecchio voleva esser seguito. Haruti obbedì e gli tenne dietro fino ad un boschetto di alberi di cocco. Come fu giunto all'uscio di una piccola capanna, il vecchio si fermò, si volse a guardare intorno, e veduto che nessun altri li aveva seguiti, invitò il giovane ad entrare con lui.

- Chi sei tu, che credi d'avermi riconosciuto? gli disse.

- Sono Haruti, e vivevo due anni fa, nel santuario di Karma Vridi, - rispose il giovane. Se tu sei Berar, l'ambhasta, il medico di…

- Lo sono; - interruppe Berar. - Anche a me era sembrato di riconoscere un volto amico. Da due anni vivo qui, limosinando, piangendo il mio signore e sospirando la patria. E tu, come sei giunto? Anche tu, figlio della casta più nobile, sei costretto ad esercitare un vile ufficio, per vivere? -

I due compagni di sventura, dopo essersi narrate scambievolmente le loro miserie, deliberarono, com'era naturale, di metterle insieme. L'uno sarebbe stato il sostegno all'altro; ambedue potevano piangere liberamente sull'eccidio della patria e sulle rovine di Karma Vridi.

- E poi, ci sarà stato davvero il tesoro? - aveva chiesto Haruti, che non poteva mandar giù il feroce comando di Aureng Zeb.

Il vecchio Berar non rispose parola. Ma in capo ad un anno (che non ci vuole di meno a pesare un amico) gli disse:

- Lo so io, dov'è nascosto il tesoro di Gundwana. Ma il saperlo che giova? Fino a tanto rimane in vita Aureng Zeb, non è prudente consiglio di ritornare a Golconda. -

Indi, crollando malinconicamente la testa, soggiunse:

- Il tiranno è giovane ancora, ed io morirò troppi anni prima di lui; se il Mahadeva non si degna di mutare per noi l'ordine naturale delle cose. -

Il miracolo non avvenne, e il vecchio Berar, dopo qualche anno, sentì che la sua ora stava oramai per suonare. Chiamato il giovine Haruti accanto al suo letto, gli parlò in questa guisa:

- A te, bramino e servo fedele degli Dei, confiderò il segreto del tesoro di Golconda. Esso è stato nascosto per l'appunto nel santuario di Karma Vridi. Aureng Zeb non si era apposto male; e se la perspicacia sua non lo ha condotto più oltre, bisogna darne merito ai sassi del tempio, che hanno custodito gelosamente il segreto.

- Ma pur troppo il tempio è stato incendiato; - osservò il giovine bramino.

- Non già distrutto il nascondiglio del tesoro; - rispose Berar; - il fuoco non intacca la pietra. Ora, bada attentamente a ciò ch'io ti dico. Il tempio di Karma Vridi era spartito in tre navate. Sotto quella di destra lungo il muro, e proprio in quel punto che fa riscontro alla quarta colonna, è scolpito uno dei simboli della nostra religione.

- Il terzo avatara di Visnù; lo rammento benissimo; - disse il giovine Haruti. - Il leone che salva il mondo, facendo a brani il titano Acscia.

- Per l'appunto. A' piedi del bassorilievo, smuovendo una lastra di pietra, si trova la bocca d'un sotterraneo. Era anticamente una via segreta, che metteva il tempio in comunicazione con la fortezza di Pandia. Il passaggio era stato murato nel mezzo, fino ai tempi di Kafur il maomettano vittorioso, che aveva smantellata la fortezza, senza conoscere il segreto di quella via sotterranea. I mahunt di Karma Vridi ne serbarono soli la tradizione. dentro, adunque, fatti cento cinquantadue passi nel sotterraneo, bisogna tastare il muro, e rompere dove si sente il vuoto. Il tesoro è chiuso in quella nicchia, che occhio umano non riuscirebbe a scoprire, essendo il muro tutto ragguagliato con lo stesso intonaco e sotto una medesima tinta. Morto il povero mahunt per non aver voluto svelare il segreto, morto me in questo esilio, tu solo al mondo conoscerai dove si nasconda quella ricchezza. Giurami che non andrai a cercarla che dopo la morte di Aureng Zeb, o dopo la sua cacciata dal nostro paese, e, ad ogni modo, quando tu sia ben certo che il tesoro di Gundwana non cadrà in balia di Musulmani. Il regno dell'usurpatore potrà durare anche molto; uno del suo sangue, o almeno della sua religione, succedergli. In questo caso, se il cielo non ti concederà di compiere l'impresa, innanzi di morire potrai confidare il segreto ad un altro bramino. Chi sa che un altro non abbia miglior sorte di noi! -

Haruti giurò il segreto e promise di fare in tutto come gli consigliava Berar. E questi morì in pace, pensando che il conquistatore della sua patria, l'uccisore del suo principe, non avrebbe posseduto il tesoro.

L'ordine naturale delle cose a cui aveva accennato Berar, fece vivere Aureng Zeb ancora una quarantina d'anni. Quando il potentissimo tra i monarchi dell'India venne a morte, anche Haruti era invecchiato. Ritornò a Golconda, dove nessuno lo conosceva, e andò in pellegrinaggio a Karma Vridi, ma non trovò più altro, del famoso santuario, che qualche avanzo delle mura maestre e un ammasso informe di rovine, su cui crescevano sterpi ed erbe selvatiche.

Quella vista era fatta per disanimarlo. D'altronde, che cosa avrebbe potuto far egli, vecchio com'era, senza mettere qualcheduno a parte del segreto? E a chi ne avrebbe fatto parola? Con qual pretesto si sarebbe impreso il lavoro, per non destare i sospetti del nuovo signore di Golconda?

Haruti si rassegnò. Né gli era difficile il farlo, poiché il buon vecchio aveva imparato da lunga mano a disprezzarle ricchezze, e bene intendeva per giunta che quelle sepolte sotto i ruderi di Karma Vridi, anche scoperte, non sarebbero servite alla gloria del Mahadeva.

Compiuto il suo pellegrinaggio, si ridusse a breve distanza di , nel tempio di Paravady. La fama delle sue virtù era giunta in quel collegio di bramini, ed egli v'ebbe ospizio onorato pel resto de' suoi giorni, che egli spese nello studio dei Veda e nella composizione di quella sua cronaca, in cui erano raccontati gli ultimi anni della prosperità di Golconda.

Questa era la narrazione del vecchio Lacmana, a rincalzo dei cenni che aveva letti qua e nella preziosa sua cronaca. La tradizione orale dava il suo compimento allo scritto, ed era per tal guisa spiegato come il segreto fosse giunto fino a Lacmana, terzo dei priori di Paravady, dopo la morte di quello che aveva ricevuta la confidenza dal labbro stesso di Haruti.

- Ma come mai? - esclamò il duca di Marana, poiché il vecchio mahunt ebbe finito il racconto. Nessuno dei vostri antecessori ha sentito il desiderio di metter sossopra i ruderi di Karma Vridi?

- Lo avrà sentito certamente, ma senza poterlo appagare; - rispose Lacmana. - Aureng Zeb morì nel 1707; gli succedette il figlio Scià Alum, e a questi Moez-eddin, deposto in capo a pochi mesi dal nepote Farrukhsir. Solamente dopo di questo principe, che morì nel 1720, e durante il regno di Mohammed Scià, i Mongoli perdettero ogni vero dominio sull'India; ma alla loro autorità succedeva quella di Nizam-al-Mulk, visir di Mohammed. Fu questo il capostipite degli attuali Nizam, maomettani e nemici nostri, come gli antichi padroni, e sotto i suoi occhi niente si sarebbe potuto tentare utilmente. Del resto, - soggiunse sospirando Lacmana, - l'allontanarsi delle nuove generazioni dai fatti che il bramino Haruti aveva registrati nella sua cronaca, non meno avrà avuto piccola parte nello intiepidimento di quel desiderio. È anche probabile che non tutti i miei predecessori credessero ugualmente alla veridicità del racconto.

- Volevo ben dire! - esclamò don Fernando, che ritornava volentieri ai suoi dubbi.

E dentro di sé tirò avanti in questa forma:

- Sono così bugiardi, questi Indiani, a furia di esagerazioni! Vedete la loro storia, come si confonde con la mitologia! E questa, come diventa mostruosa, facendo delle sue divinità altrettanti animali! Ogni grand'uomo ha la sua apoteosi, che si trasforma bel bello in un avatàra, in una incarnazione di Dio; testimone quel Ràma, che scomoda tanta gente per nascere, e, per riconquistare il suo trono e sua moglie, ha bisogno di farsi aiutareindovinate da chi? dal re delle scimmie!

- Per altro, - diceva Guido in quel mentre, quasi volesse temperare nell'animo di Lacmana l'effetto di quella frase del duca, - voi ci credete, amico mio!

- Per non crederci, dovrei mettere in dubbio la gravità di Haruti, un sant'uomo, che certamente non ha voluto ingannare un suo fratello con una invenzione di tal fatta, né presentassi al trono di Brama con una menzogna sulla coscienza.

- Potrebbe darsi che non fosse stato veritiero il medico; - entrò a dire Fernando.

- Prevedevo l'osservazione; - rispose Lacmana. - Ma ditemi, Sahib, per qual ragione il vecchio Berar avrebbe tessuta una favola? Niente di più naturale di ciò ch'egli ha fatto, svelando il segreto del tesoro al suo giovine compagno di sventura, che lo aveva conosciuto per l'appunto a Karma Vridi nella occasione del trasporto dei libri sacri, di quei libri che dovevano nascondere un altro deposito, assai più prezioso agli occhi di Aureng Zeb. Ammettiamo per un istante che il tesoro non ci sia. Chi lo avrebbe trafugato? Lo stesso Berar, direte voi. Ma come si spiega allora che il medico di corte, il confidente di Gundwana, vivesse tanto miseramente a Bombay, chiedendo l'elemosina all'ingresso d'un tempio?

- È giusto; - notò il duca di Marana, arrendendosi all'evidenza di quelle ragioni.

- Accettate dunque? - domandò Guido Laurenti.

- Oh, per questo non mi bisognavano tante prove; - gridò lo spagnuolo. - Anche nell'incertezza dell'esito, l'impresa può essere tentata da uno scioperato par mio. Del resto, - soggiunse, rivolgendosi al mahunt, - noi altri, uomini dell'occidente, siamo scavatori feroci al cospetto di Dio. Per un frammento di statua, per una pentola di monete d'argento o di rame, qualche volta soltanto per un mucchio di cocci, lavoriamo allegramente un anno, e diamo materia di chiacchiere ai nostri antiquarii, per dieci.

- Beati voi, che sentite così profondamente la religione del passato - disse di rimando il bramino. - Ed ecco anche un pretesto ragionevole per tutti coloro che potessero insospettirsi di questi lavori. Il ministro del Nizam non ci avrà nulla a vedere.

- E poi, - replicò il duca di Marana, - non abbiamo il residente inglese a due passi? Chiederemo protezione all'Inghilterra. In fondo in fondo, è lei che comanda.

- Difatti, - osservò Lacmana, - stiamo per cangiar padroni da capo. -

E sospirò, così dicendo, il savio interprete dei Veda.

- Ecco, dunque, i diritti dell'archeologia sono salvi, - esclamò don Fernando, che si era messo al coperto da tutte le possibili canzonature e andava più franco all'idea di una occupazione piacevole.- Daremo da lavorare agli uomini di Paravady, e sarà questo il primo benefizio che quei poveri diavoli ritrarranno dal tesoro, abbia esso a trovarsi, o no, nella sua nicchia sotterranea. Ma ora che ci penso, bisognerà fare prima di tutto una gita d'esplorazione; andare a studiare il problema sulla faccia del luogo; misurare il campo, farci su le nostre brave induzioni.

- Karma Vridi non è più che un monte di rovine, già ve l'ho detto, - osservò il vecchio bramino. - Ma si distingue ancora abbastanza il giro delle mura maestre, e non sarà tanto difficile di cogliere il punto giusto da cui incominciare lo sterro.

- Ottimamente; possiamo andarci domattina. È lontano di qui?

- Forse due ore di strada, seguitando la macchia dei baniani.

- Per conseguenza, si potrà anche tornare a casa ogni giorno per l'ora del pranzo; - disse il duca di Marana. - Io pensavo già alla necessità di una specie d'accampamento. Amico Laurenti, non perderete neanche per un giorno il vostro commensale. E il vostro meraviglioso Sahibgar potrà dirsi veramente un nido di lavoratori. -

Guido Laurenti sorrise, notando quella febbre di operosità che s'impadroniva del suo ospite.

- Sicuro, - diss'egli, - non bisogna stare in ozio. L'ozio è il padre di tutti vizi.

- Ahimè! ed anche delle molte fantasie; - aggiunse entro di sé il duca di Marana, a cui tornava in mente la soave immagine della signora Luisa. Ma infine, che male c'è? Non si può trovar bella una donna, senza che tutte le campane della coscienza suonino a stormo? -

Quando i due amici furono di ritorno al Sahibgar, non mancavano più che pochi minuti all'ora del pranzo. La signora Luisa, sempre gaia e gentile, fece molti complimenti al duca di Marana per la caccia del cobra, che ella aveva veduto giungere a casa nel suo letto di frasche; ma raccomandò all'ospite di non andare più in giro per la jungla, senza gli stivaloni di cuoio.

- È giusto. - diss'egli; - metterò le gambiere fin da domani, per l'impresa di Karma Vridi.

- Che impresa? - domandò la signora.

- Un'impresa stranissima; - rispose il duca con enfasi burlesca. - Scoprirò un tesoro, e sarò lieto di mettere ai piedi di Vostra Mercede il più grosso e il più sfavillante tra tutti i diamanti del mondo. Degnatevi d'accettarlo fin d'ora. -

Si può promettere di accettare un presente, che sia lontano ancora da ogni probabilità. E la signora Luisa Laurenti accettò sorridendo quell'altra pelle dell'orso, che il duca di Marana le offriva. Anzi, per quella sera non si ciarlò che di tesori e di pietre preziose, scherzando sulla impresa di don Fernando e sull'uso che egli avrebbe potuto fare di quelle nuove ricchezze

.- Bisogna prenderla per mo' di celia; - disse ad un certo punto della conversazione il duca di Marana; - se no, ci prepariamo qualche disinganno troppo amaro. Non è così?

Neanche Guido si provò a contraddirlo. E infatti, lontani dal mahunt di Paravady, non si era più scaldati dagli ardori della sua fede, e quella storia di dugent'anni addietro ricominciava a sapere di favola.

- Confessatelo; - soggiunse il duca; - voi non avete voluto pigliarvi l'incarico di cercare il tesoro, perché non ci credevate affatto.

- Affatto, veramente, è un dir troppo; - rispose Guido Laurenti. - Ci credevo poco, e l'indole delle mie occupazioni non era tale da far pendere la bilancia da quella parte . Cionondimeno, oggi credo un po' più di ieri; almeno almeno, - soggiunse, a guisa di correttivo, - credo alla buona fede di Haruti. Che poi il tesoro debba trovarsi nella sua nicchia

- È un altro paio di maniche, - conchiuse don Fernando. - Ma non importa. Anche questa curiosità vogliamo levarci. E se non troveremo i diamanti, avremo sempre trovato materia da ridere. -

In queste chiacchiere passò la serata. E il signor duca di Marana, stando vicino a madonna, udendone le parole, cogliendone in aria i sorrisi, mandava a quel paese i propositi di fuga, che gli erano passati per la mente in quella mattina.

Dopo tutto, siamo giusti. Come avrebbe potuto andarsene, con un tesoro di Golconda in prospettiva?

 




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