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Il duca di Marana ascoltò con
molta riverenza le nobili parole del vecchio. Cionondimeno, sentiva dentro di
sé una voglia matta di ridere. E perché? dimanderete voi. Il perché, senza
mestieri delle mie spiegazioni, ve lo dirà una osservazione che egli fece
quando Lacmana ebbe finito.
- Noi ragioniamo come se
avessimo già poste le mani sul tesoro. Forse è di buon augurio; ma potrebbe
anche essere, da parte nostra, un vender la pelle della tigre, prima d'averla
accoppata. -
Così dicendo, si volse a Guido,
con una occhiata che pareva volesse dirgli:
- Vedete come so adattare i
proverbi europei alla storia naturale dell'Asia. -
Lacmana accolse l'osservazione
del duca con un sorriso benevolo.
- Intendo; - rispose; - voi
pensate che il tesoro possa essere sfumato. Ma la cosa non mi sembra
ammissibile. La fede degli uomini che possedevano il segreto, provata coi
tormenti e con la morte, esclude perfino il dubbio di un trafugamento. Può
darsi invece che il tesoro sia irreperibile, o per difetto d'indicazioni, o per
altra cagione qualsiasi. Ma di questo giudicherete voi altri. Venite con me, e
vi porrò sott'occhio i documenti. -
I due giovani seguirono Lacmana
nella libreria del collegio. Dico libreria, per non trovare un altro vocabolo più
adatto a significare la cosa. I libri del collegio braminico erano larghe
strisce di foglia di palma, tagliate tutte alla stessa misura e chiuse in certi
astucci di pelle, gelosamente custoditi entro alcune casse di teck,
legno durissimo e d'uso comune in tutti i templi braminici. È fatto per
l'appunto di questo legno il famoso parasole, emblema della onnipotenza di
Budda, in fondo alla gran navata del tempio di Karli. Quel parasole, sfuggito
per miracolo ai danni di tante rivoluzioni, è stato piantato là, sull'altare,
dai costruttori del tempio, la bellezza di ventidue secoli fa. Potete adunque
considerarlo come il nestore dei parasoli e degli ombrelli, che affliggono
l'umanità viatrice.
Aperta una di quelle casse, il
vecchio Lacmana ne cavò un astuccio di pelle, e dall'astuccio alcune foglie di
palma, le cui facce erano scritte per lungo con caratteri devanagarici e nel
dialetto indi. Il dialetto indi, comune a quasi tutte le provincie
settentrionali e centrali della penisola indostanica, dov'era assai coltivato
nei secoli scorsi, è una derivazione della lingua pracrita; la quale a sua
volta… Ma lasciamo queste filologiche quisquilie e torniamo al manoscritto di
Lacmana.
- Questa, - diss'egli, - è una
cronaca fedele del regno di Gundwana, e fu scritta da Haruti, un povero bramino
del tempio di Karma Vridi. Giovine ancora, quando Aureng Zeb s'impadronì di
Golconda, Haruti potè fuggire in tempo dalle persecuzioni che il gran Mogol
aveva ordinate contro i sacerdoti di quel tempio, e travestito da gussaino andò
a rifugio fin sulla costa di Bombay, donde non ritornò che dopo la morte di
Aureng Zeb. Era vecchio; il suo tempio era diventato un mucchio di rovine; e il
povero Haruti ebbe ospizio a Paravady, dove morì santamente, or fanno cento e
trent'anni. Leggerò i passi più importanti della sua cronaca. Voi forse, Sahib,
- soggiunse Lacmana, rivolgendosi al duca, - intenderete meglio l'indostano
che l'indi; ma le differenze non sono grandi, ed io, ove occorra, vi
tradurrò in lingua indostana le parole più difficili. -
Il duca di Marana ringraziò con
un cenno del capo, e si dispose ad ascoltar la lettura; una lettura che non
staremo a udire noi altri, poco pratici, come siamo, delle lingue orientali in
generale, e dei dialetti indiani in particolare. Faremo in quella vece di
restringere in breve alcuni passi della cronaca di Haruti, che possono dar lume
anche a noi nella faccenda del tesoro. Si parlerà anche di Gundwana, l'ultimo e
disgraziato principe di Golconda; ma il suo nome e la catastrofe del suo regno
sono così strettamente legati alla faccenda in discorso, che proprio non si può
farne di meno.
Ugualmente necessario sarebbe
qui un cenno delle vicende storiche della penisola indiana. Ma di queste ci
sbrigheremo in poche parole, per non confonder la testa dei pazienti lettori.
Fin dai primi anni dopo il
Mille, gl'Indiani avevano dovuto aggiungere ai mali delle loro discordie e
guerre fraterne, il danno delle invasioni maomettane, perdendo a poco a poco
mezze le loro provincie del settentrione. Dopo il 1200 ebbero sulle braccia i
Mongoli con Gengis Kan; poscia gli Afgani che cacciarono i Mongoli; indi i
Tartari, successori di Tamerlano, che cacciarono gli Afgani, e fondarono nel
cuore dell'India una dinastia, impropropriamente, ma pure comunemente, chiamata
mongolica. Celebre fra tutti i principi di questa dinastia fu il savio Akbar,
che tenne in onore le arti, fondò città e non perseguitò, anzi protesse e
favorì la religione dei vinti. Non così savio, né tollerante, né umano, doveva
riuscire il suo pronipote Aureng Zeb, che vinse tutti i suoi antecessori in
grandezza, ma oltrepassò in crudeltà i peggiori tra essi. Rinchiuso in un
carcere il vecchio padre e fattolo morire là dentro, regnò a suo talento,
mirando altresì ad estendere i confini dell'impero, e conquistando a mano a
mano i principati di Haiderabad, di Visapur e di Golconda, ancora rimasti
illesi in quella grande rovina della famiglia indostanica.
Principe di Golconda, nel l660,
era il povero Gundwana, della stirpe dei Ragiaputi, nobile d'aspetto, generoso
e magnanimo, amante della religione e perciò caro agli Dei. - Ma sopra agli
uomini e alle loro virtù, - commentava il vecchio Lacmana, - sta la necessità
delle lontane espiazioni. Forse il gran popolo, uscito dalla bocca e dalle
braccia di Brama, doveva scontare il fio delle sue divisioni religiose, del suo
allontanamento dal culto della Trimurti, e il destino degli ultimi principi
indipendenti era segnato nella mente del Mahadeva.
Un giorno, le guardie che
vegliavano alle porte di Golconda annunziarono a Gundwana un messaggiero del
gran Mogol.
- Golconda - mandava a dire
Aureng Zeb - è un diamante che manca al pennacchio del mio turbante. Preparati
a restituirlo. -
Gundwana convocò tosto il durbar
di tutti i notabili della sua corte. Fu deliberato di resistere alle minacce di
Aureng Zeb, chiedendo alleanza al sultano di Visapur, che neppur lui avrebbe
potuto regger da solo contro la cupidigia del comune nemico. Ma Aureng Zeb
inoltratosi con un forte esercito, piombò d'improvviso addosso al sultano di Visapur.
Della sua capitale, forte e ricca città che novera forse trecento mila
abitanti, fece un mucchio di rovine, e ne disperse la popolazione tra le varie
provincie dell'impero.
Gundwana intese subito qual fine
fosse riserbata a lui se il cielo non si degnava di assisterlo; e si dispose
con animo forte agli eventi.
Chiamò presso di sé il vecchio
Berar, ambastha di nascita. Si dicono ambastha o vaidia, i
nati da un Bramano e da una Vaisìa, cioè a dire da un uomo della casta sacerdotale
e da una donna della casta dei mercatanti. Come tutti i suoi pari, Berar
esercitava la medicina. Il principe di Golconda riponeva una grande fiducia in
quel suo ottimo servitore.
- Berar, - gli disse, - Aureng
Zeb ha distrutta la città capitale di Visapur e presto si volgerà contro di
noi. Egli non mira tanto ad impadronirsi di me, quanto del tesoro di Golconda,
famoso nell'universo. Io morirò combattendo, come un degno rampollo della
progenie di Rama; son già preparato alla mia sorte. Ma il discendente dei
Tartari, il seguace di Maometto, non dee possedere il tesoro. Sarebbe troppa
vergogna per noi.
- Perché ti affliggi così, mio
signore? - disse di rimando il savio Berar. - Tu respingerai l'invasione; e ad
ogni modo, ci sarà tempo per mettere in salvo il tesoro.
- No, il farlo tardi darebbe
troppo nell'occhio alla gente; e il nemico, quando pure ci lasciasse il tempo
di tentarlo, verrebbe facilmente a conoscer la traccia. Bisognerà nascondere il
tesoro fin d'ora, in qualche tempio lontano di qui, e adoperando in modo che
nessuno dei nostri se ne avveda. Pensaci tu, savio Berar; io non avrò pace fino
a che tu non abbia trovato il luogo da ciò. -
Gundwana aveva il presentimento
della sua morte, e voleva che almeno ella non recasse al nemico il profitto
sperato.
Dopo esser rimasto alquanto
sovra pensiero, Berar propose al suo signore di nascondere il tesoro nel munder
di Karma Vridi. Non era lontano che poche ore di cammino dalla capitale di
Gundwana, e ci si poteva andare più volte di seguito, con qualche pretesto
ragionevole, senza destare i sospetti della gente. Il pretesto fu anche
trovato, in quel medesimo giorno. Gundwana mandava al santuario di Karma Vridi
tutti i libri sacri e i poemi dell'India, di cui la libreria reale di Golconda
possedeva una copia. Era quello un prezioso donativo al collegio dei bramini di
Karma Vridi, che dovevano rivolgere assidue preghiere al Mahadeva, implorando
vittoria alle armi del suo servo Gundwana.
Per dar colore di maggiore
verità alla cosa, insieme coi sacri testi dei Veda e dei Purana, coi ponderosi
poemi di Viasa e di Valmichi, fu mandata in pubblica pompa al santuario una
ricchissima collana di perle a dodici filze, che doveva rigirarsi intorno al
simulacro del Dio.
Ogni cosa andò secondo i disegni
del principe. Il tesoro fu trasportato a Karma Vridi, senza che alcuno
sospettasse di nulla, e sepolto in una buca, di cui solamente Berar e il mahunt
del tempio conoscevano il segreto.
Interamente tranquillo per ciò
che riguardava il tesoro, Gundwana, il principe religioso e caro agli Dei, andò
animoso incontro alle sorti della guerra. Aureng Zeb, con l'esercito vincitore,
ebbro delle stragi di Visapur, muoveva speditamente alla volta di Golconda.
Ragiaputi e Tartari si scontrarono a dieci coss, cioè a quindici miglia,
dalle mura della capitale. Gundwana fece prodigi di valore; cercò Aureng Zeb
nella mischia, ma senza trovarlo; vinto, accerchiato, invocò la morte, ma senza
ottenerla, come aveva sperato, sul campo.
In una cosa non si era
ingannato; nel prevedere i disegni di Aureng Zeb. Entrato vincitore a Golconda,
il gran Mogol corse alla torre in cui sapeva dover esser custodito il tesoro.
A questo mirava, il fiero
conquistatore. E certo, quelle favolose ricchezze avrebbero accresciuta la sua
potenza assai più che non potesse fare l'usurpazione di un piccolo reame. Ora,
immaginate il suo sdegno, quando si avvide che la miglior parte del tesoro di
Golconda, i rubini a sacca, gli zaffiri a migliaia, i diamanti famosi, uno dei
quali giustamente considerato il più vistoso tra i diamanti dell'India, tutto
era sparito, restando solamente le pietre di minor pregio, e l'oro e l'argento,
necessari ai bisogni della corte.
Fatto condurre alla sua presenza
l'infelice Gundwana, gli chiese dove fosse nascosto il tesoro, ma senza averne
risposta. Lo fece porre alla tortura, ma invano; lo strazio delle membra non
valse più delle imperiose domande. Il discendente di Rama sopportò con mirabile
costanza i feroci tormenti, pensando alla grandezza infinita del Dio, che aveva
sofferto assai più di lui, per l'ira degli infami Racsàsi.
Inasprito, furente, il
conquistatore di Golconda, fece mozzar la testa a Gundwana. A quella testa,
piantata su d'una lancia, davanti all'ingresso del castello reale, era
accompagnata una scritta, che diceva così: «ugual fine avranno tutti coloro che
sanno dove sia il tesoro di Golconda, e ricuseranno di dirlo.»
La paura avrebbe fatto correr
molti; ma nessuno sapeva nulla; e gli ufficiali della corte di Gundwana stavano
sbigottiti ad attendere il supplizio. Il dotto Berar, il medico fidato del
principe, era sparito da Golconda; né sulle prime si fece attenzione alla cosa.
Ma la sua scomparsa doveva esser notata, come una traccia preziosa, quando uno
dei servi di Gundwana ebbe detto all'imperatore che dal castello reale di
Golconda egli non aveva veduto uscir nulla; salvo i libri sacri, mandati in
dono al santuario di Karma Vridi, sotto la scorta del medico di corte.
- Andiamo al santuario! - gridò
Aureng Zeb, poiché ebbe perduta la speranza di metter le mani addosso a Berar.
Il gran sacerdote del tempio
vide appressarsi la bufera, ma il suo cuore non tremò per paura. Era vecchio
d'anni, oltre gli ottanta, e poco restandogli da vivere, poteva anche
sacrificare quel poco alla memoria del suo signore. Negò anzi tutto di aver
ricevuto il tesoro in deposito, o di aver nascosto cosa veruna sotto le arcate
del tempio. L'invio dei sacri libri dava appiglio al sospetto, ma spiegava
anche facilmente l'errore. Di doni preziosi al santuario non era venuto altro,
fuorché la collana di perle a dodici filze. Certo, quel monile era per sé
stesso un tesoro. Aureng Zeb lo prese con le sue mani sacrileghe e volle
adornarsene il collo. Indi, mandato a morte il vecchio mahunt, fece
appiccare il fuoco al santuario.
Karma Vridi fu ridotto in breve
ad un mucchio di rovine. I suoi bramini, i suoi panditi, che ci avevano
un collegio fiorente, dove attendevano alla interpretazione dei sacri testi e
dei poemi antichissimi dell'India, andarono dispersi qua e là, senza speranza
per sé medesimi, né per la libertà della patria. Ma neanche Aureng Zeb, con
tutto il suo smisurato potere, ebbe più speranza di rinvenire il tesoro.
Gundwana era morto; di Berar non si aveva più traccia, e le rovine di Karma
Vridi custodivano il loro segreto.
Erano questi i cenni della
cronaca di Haruti. Il savio bramino soggiungeva che le ricchezze sottratte in
tal guisa alle ingorde voglie di Aureng Zeb potevano ascendere, tra diamanti e
pietre preziose d'ogni genere, a cento lakh di rupie. Ogni lakh
equivalendo a centomila rupie e perciò a duecento cinquantamila lire, tutto il
tesoro di Golconda, nascosto nei sotterranei di Karma Vridi, poteva essere
valutato venticinque milioni di lire. Non era molto, per un tesoro indiano; ma
bisogna rammentare che Gundwana aveva posto in salvo solamente il meglio delle
sue gioie, lasciando la minutaglia a Golconda, insieme con l'oro e l'argento. E
dopo tutto, anche venticinque milioni di lire potevano meritare le
investigazioni di un europeo del secolo decimonono, come avevano meritate le
cupidigie e i furori di un monarca orientale del decimosettimo.
Il racconto era interessante; ma
come giovarsene? E in primo luogo, come mai lo scrittore della cronaca era
giunto a possedere il segreto?
Haruti, adolescente novizio nel
sacro collegio di Karma Vridi, era riuscito a fuggirsene, quando l'imperatore
Aureng Zeb minacciava di mettere a morte tutti i sacerdoti e i guardiani del
tempio. Non credeva certamente che il tesoro di Golconda fosse stato nascosto
nel santuario; sapeva soltanto che v'erano stati portati i volumi della
libreria reale e aveva veduto in quella occasione il medico di corte. Ma poiché
il sospetto era nato nella mente del feroce Aureng Zeb, e il supplizio del mahunt
lasciava temere che quel semplice sospetto potesse mandare a morte più d'uno,
Haruti non aveva posto indugio a cercarsi uno scampo; era fuggito, senza
fermarsi più, fino a tanto non ebbe messa tra sé e il conquistatore di Golconda
la catena dei monti di Sattara. Per farvela breve era andato a rifugiarsi sulla
costa occidentale, a Bombay; dove, acconciatosi al mestiere di acquaiuolo,
campava miseramente la vita.
Colà, un bel giorno, due anni
dopo la catastrofe di Karma Vridi, mentre egli passava davanti al munder
di Paidoneh, gli venne veduto accoccolato presso la porta maggiore del tempio
un religioso mendicante, il cui aspetto gli parve di persona conosciuta. Anche
il mendicante lo aveva guardato; da prima con occhio sospettoso, vedendo l'aria
curiosa del giovane, quindi più calmo, a guisa d'uomo che non vuol mostrare d'aver
nulla a temere. Intanto l'acquaiuolo si era avvicinato, e, cavando di tasca un
pugno di caori, piccole conchiglie usate come moneta nell'India (e ne
occorrono almeno quaranta per fare il valsente d'un centesimo dei nostri), lo
gettò nella coppa del gussaino, dicendogli a mezza voce:
- Il Mahadeva vi assista, buon
vecchio, che somigliate tanto a qualcheduno del mio paese.
Il gussaino aveva chinata la
testa, mormorando alcune parole, tra il ringraziamento e la preghiera; ma non
aveva fatto cenno di raccogliere la frase di Haruti.
Questi proseguì la sua via. Ma
come ebbe fatto un centinaio di passi, vide il gussaino, che lo aveva raggiunto
e accelerava il passo per andare innanzi a lui.
- Sì, certo, - disse Haruti fra
sé, - quello è il vaidìa Berar, il medico del nostro povero principe.
Riconosco la sua andatura.
Il mendicante, a un certo punto
della sua corsa, si voltò indietro per dare un'occhiata d'intelligenza
all'acquaiuolo; indi svoltò l'angolo della strada, per andare verso il
quartiere di Girgaum.
Evidentemente, il vecchio voleva
esser seguito. Haruti obbedì e gli tenne dietro fino ad un boschetto di alberi
di cocco. Come fu giunto all'uscio di una piccola capanna, il vecchio si fermò,
si volse a guardare intorno, e veduto che nessun altri li aveva seguiti, invitò
il giovane ad entrare con lui.
- Chi sei tu, che credi d'avermi
riconosciuto? gli disse.
- Sono Haruti, e vivevo due anni
fa, nel santuario di Karma Vridi, - rispose il giovane. Se tu sei Berar, l'ambhasta,
il medico di…
- Lo sono; - interruppe Berar. -
Anche a me era sembrato di riconoscere un volto amico. Da due anni vivo qui,
limosinando, piangendo il mio signore e sospirando la patria. E tu, come sei
giunto? Anche tu, figlio della casta più nobile, sei costretto ad esercitare un
vile ufficio, per vivere? -
I due compagni di sventura, dopo
essersi narrate scambievolmente le loro miserie, deliberarono, com'era
naturale, di metterle insieme. L'uno sarebbe stato il sostegno all'altro;
ambedue potevano piangere liberamente sull'eccidio della patria e sulle rovine
di Karma Vridi.
- E poi, ci sarà stato davvero
il tesoro? - aveva chiesto Haruti, che non poteva mandar giù il feroce comando
di Aureng Zeb.
Il vecchio Berar non rispose
parola. Ma in capo ad un anno (che non ci vuole di meno a pesare un amico) gli
disse:
- Lo so io, dov'è nascosto il
tesoro di Gundwana. Ma il saperlo che giova? Fino a tanto rimane in vita Aureng
Zeb, non è prudente consiglio di ritornare a Golconda. -
Indi, crollando malinconicamente
la testa, soggiunse:
- Il tiranno è giovane ancora,
ed io morirò troppi anni prima di lui; se il Mahadeva non si degna di mutare
per noi l'ordine naturale delle cose. -
Il miracolo non avvenne, e il
vecchio Berar, dopo qualche anno, sentì che la sua ora stava oramai per
suonare. Chiamato il giovine Haruti accanto al suo letto, gli parlò in questa
guisa:
- A te, bramino e servo fedele
degli Dei, confiderò il segreto del tesoro di Golconda. Esso è stato nascosto
per l'appunto nel santuario di Karma Vridi. Aureng Zeb non si era apposto male;
e se la perspicacia sua non lo ha condotto più oltre, bisogna darne merito ai
sassi del tempio, che hanno custodito gelosamente il segreto.
- Ma pur troppo il tempio è
stato incendiato; - osservò il giovine bramino.
- Non già distrutto il
nascondiglio del tesoro; - rispose Berar; - il fuoco non intacca la pietra.
Ora, bada attentamente a ciò ch'io ti dico. Il tempio di Karma Vridi era
spartito in tre navate. Sotto quella di destra lungo il muro, e proprio in quel
punto che fa riscontro alla quarta colonna, è scolpito uno dei simboli della
nostra religione.
- Il terzo avatara di Visnù; lo
rammento benissimo; - disse il giovine Haruti. - Il leone che salva il mondo,
facendo a brani il titano Acscia.
- Per l'appunto. A' piedi del
bassorilievo, smuovendo una lastra di pietra, si trova la bocca d'un
sotterraneo. Era anticamente una via segreta, che metteva il tempio in
comunicazione con la fortezza di Pandia. Il passaggio era stato murato nel
mezzo, fino ai tempi di Kafur il maomettano vittorioso, che aveva smantellata
la fortezza, senza conoscere il segreto di quella via sotterranea. I mahunt
di Karma Vridi ne serbarono soli la tradizione. Là dentro, adunque, fatti cento
cinquantadue passi nel sotterraneo, bisogna tastare il muro, e rompere dove si
sente il vuoto. Il tesoro è chiuso in quella nicchia, che occhio umano non
riuscirebbe a scoprire, essendo il muro tutto ragguagliato con lo stesso
intonaco e sotto una medesima tinta. Morto il povero mahunt per non aver
voluto svelare il segreto, morto me in questo esilio, tu solo al mondo
conoscerai dove si nasconda quella ricchezza. Giurami che non andrai a cercarla
che dopo la morte di Aureng Zeb, o dopo la sua cacciata dal nostro paese, e, ad
ogni modo, quando tu sia ben certo che il tesoro di Gundwana non cadrà in balia
di Musulmani. Il regno dell'usurpatore potrà durare anche molto; uno del suo
sangue, o almeno della sua religione, succedergli. In questo caso, se il cielo
non ti concederà di compiere l'impresa, innanzi di morire potrai confidare il
segreto ad un altro bramino. Chi sa che un altro non abbia miglior sorte di
noi! -
Haruti giurò il segreto e
promise di fare in tutto come gli consigliava Berar. E questi morì in pace,
pensando che il conquistatore della sua patria, l'uccisore del suo principe,
non avrebbe posseduto il tesoro.
L'ordine naturale delle cose a
cui aveva accennato Berar, fece vivere Aureng Zeb ancora una quarantina d'anni.
Quando il potentissimo tra i monarchi dell'India venne a morte, anche Haruti
era invecchiato. Ritornò a Golconda, dove nessuno lo conosceva, e andò in
pellegrinaggio a Karma Vridi, ma non trovò più altro, del famoso santuario, che
qualche avanzo delle mura maestre e un ammasso informe di rovine, su cui
crescevano sterpi ed erbe selvatiche.
Quella vista era fatta per
disanimarlo. D'altronde, che cosa avrebbe potuto far egli, vecchio com'era,
senza mettere qualcheduno a parte del segreto? E a chi ne avrebbe fatto parola?
Con qual pretesto si sarebbe impreso il lavoro, per non destare i sospetti del
nuovo signore di Golconda?
Haruti si rassegnò. Né gli era
difficile il farlo, poiché il buon vecchio aveva imparato da lunga mano a
disprezzarle ricchezze, e bene intendeva per giunta che quelle sepolte sotto i
ruderi di Karma Vridi, anche scoperte, non sarebbero servite alla gloria del
Mahadeva.
Compiuto il suo pellegrinaggio,
si ridusse a breve distanza di là, nel tempio di Paravady. La fama delle sue
virtù era giunta in quel collegio di bramini, ed egli v'ebbe ospizio onorato
pel resto de' suoi giorni, che egli spese nello studio dei Veda e nella
composizione di quella sua cronaca, in cui erano raccontati gli ultimi anni
della prosperità di Golconda.
Questa era la narrazione del
vecchio Lacmana, a rincalzo dei cenni che aveva letti qua e là nella preziosa
sua cronaca. La tradizione orale dava il suo compimento allo scritto, ed era
per tal guisa spiegato come il segreto fosse giunto fino a Lacmana, terzo dei
priori di Paravady, dopo la morte di quello che aveva ricevuta la confidenza
dal labbro stesso di Haruti.
- Ma come mai? - esclamò il duca
di Marana, poiché il vecchio mahunt ebbe finito il racconto. Nessuno dei
vostri antecessori ha sentito il desiderio di metter sossopra i ruderi di Karma
Vridi?
- Lo avrà sentito certamente, ma
senza poterlo appagare; - rispose Lacmana. - Aureng Zeb morì nel 1707; gli
succedette il figlio Scià Alum, e a questi Moez-eddin,
deposto in capo a pochi mesi dal nepote Farrukhsir. Solamente dopo di questo
principe, che morì nel 1720, e durante il regno di Mohammed Scià, i Mongoli
perdettero ogni vero dominio sull'India; ma alla loro autorità succedeva quella
di Nizam-al-Mulk, visir di Mohammed. Fu questo il
capostipite degli attuali Nizam, maomettani e nemici nostri, come gli antichi
padroni, e sotto i suoi occhi niente si sarebbe potuto tentare utilmente. Del
resto, - soggiunse sospirando Lacmana, - l'allontanarsi delle nuove generazioni
dai fatti che il bramino Haruti aveva registrati nella sua cronaca, non meno
avrà avuto piccola parte nello intiepidimento di quel desiderio. È anche
probabile che non tutti i miei predecessori credessero ugualmente alla
veridicità del racconto.
- Volevo ben dire! - esclamò don
Fernando, che ritornava volentieri ai suoi dubbi.
E dentro di sé tirò avanti in
questa forma:
- Sono così bugiardi, questi
Indiani, a furia di esagerazioni! Vedete la loro storia, come si confonde con
la mitologia! E questa, come diventa mostruosa, facendo delle sue divinità
altrettanti animali! Ogni grand'uomo ha la sua apoteosi, che si trasforma bel
bello in un avatàra, in una incarnazione di Dio; testimone quel Ràma, che
scomoda tanta gente per nascere, e, per riconquistare il suo trono e sua
moglie, ha bisogno di farsi aiutare… indovinate da chi? dal re delle scimmie!
- Per altro, - diceva Guido in
quel mentre, quasi volesse temperare nell'animo di Lacmana l'effetto di quella
frase del duca, - voi ci credete, amico mio!
- Per non crederci, dovrei
mettere in dubbio la gravità di Haruti, un sant'uomo, che certamente non ha
voluto ingannare un suo fratello con una invenzione di tal fatta, né
presentassi al trono di Brama con una menzogna sulla coscienza.
- Potrebbe darsi che non fosse
stato veritiero il medico; - entrò a dire Fernando.
- Prevedevo l'osservazione; -
rispose Lacmana. - Ma ditemi, Sahib, per qual ragione il vecchio Berar
avrebbe tessuta una favola? Niente di più naturale di ciò ch'egli ha fatto,
svelando il segreto del tesoro al suo giovine compagno di sventura, che lo
aveva conosciuto per l'appunto a Karma Vridi nella occasione del trasporto dei
libri sacri, di quei libri che dovevano nascondere un altro deposito, assai più
prezioso agli occhi di Aureng Zeb. Ammettiamo per un istante che il tesoro non
ci sia. Chi lo avrebbe trafugato? Lo stesso Berar, direte voi. Ma come si
spiega allora che il medico di corte, il confidente di Gundwana, vivesse tanto
miseramente a Bombay, chiedendo l'elemosina all'ingresso d'un tempio?
- È giusto; - notò il duca di
Marana, arrendendosi all'evidenza di quelle ragioni.
- Accettate dunque? - domandò Guido
Laurenti.
- Oh, per questo non mi
bisognavano tante prove; - gridò lo spagnuolo. - Anche nell'incertezza
dell'esito, l'impresa può essere tentata da uno scioperato par mio. Del resto,
- soggiunse, rivolgendosi al mahunt, - noi altri, uomini dell'occidente,
siamo scavatori feroci al cospetto di Dio. Per un frammento di statua, per una
pentola di monete d'argento o di rame, qualche volta soltanto per un mucchio di
cocci, lavoriamo allegramente un anno, e diamo materia di chiacchiere ai nostri
antiquarii, per dieci.
- Beati voi, che sentite così
profondamente la religione del passato - disse di rimando il bramino. - Ed ecco
anche un pretesto ragionevole per tutti coloro che potessero insospettirsi di
questi lavori. Il ministro del Nizam non ci avrà nulla a vedere.
- E poi, - replicò il duca di
Marana, - non abbiamo il residente inglese a due passi? Chiederemo protezione
all'Inghilterra. In fondo in fondo, è lei che comanda.
- Difatti, - osservò Lacmana, -
stiamo per cangiar padroni da capo. -
E sospirò, così dicendo, il
savio interprete dei Veda.
- Ecco, dunque, i diritti
dell'archeologia sono salvi, - esclamò don Fernando, che si era messo al
coperto da tutte le possibili canzonature e andava più franco all'idea di una
occupazione piacevole.- Daremo da lavorare agli uomini di Paravady, e sarà
questo il primo benefizio che quei poveri diavoli ritrarranno dal tesoro, abbia
esso a trovarsi, o no, nella sua nicchia sotterranea. Ma ora che ci penso,
bisognerà fare prima di tutto una gita d'esplorazione; andare a studiare il
problema sulla faccia del luogo; misurare il campo, farci su le nostre brave
induzioni.
- Karma Vridi non è più che un
monte di rovine, già ve l'ho detto, - osservò il vecchio bramino. - Ma si
distingue ancora abbastanza il giro delle mura maestre, e non sarà tanto
difficile di cogliere il punto giusto da cui incominciare lo sterro.
- Ottimamente; possiamo andarci
domattina. È lontano di qui?
- Forse due ore di strada,
seguitando la macchia dei baniani.
- Per conseguenza, si potrà
anche tornare a casa ogni giorno per l'ora del pranzo; - disse il duca di
Marana. - Io pensavo già alla necessità di una specie d'accampamento. Amico
Laurenti, non perderete neanche per un giorno il vostro commensale. E il vostro
meraviglioso Sahibgar potrà dirsi veramente un nido di lavoratori. -
Guido Laurenti sorrise, notando
quella febbre di operosità che s'impadroniva del suo ospite.
- Sicuro, - diss'egli, - non
bisogna stare in ozio. L'ozio è il padre di tutti vizi.
- Ahimè! ed anche delle molte
fantasie; - aggiunse entro di sé il duca di Marana, a cui tornava in mente la
soave immagine della signora Luisa. Ma infine, che male c'è? Non si può trovar
bella una donna, senza che tutte le campane della coscienza suonino a stormo? -
Quando i due amici furono di
ritorno al Sahibgar, non mancavano più che pochi minuti all'ora del
pranzo. La signora Luisa, sempre gaia e gentile, fece molti complimenti al duca
di Marana per la caccia del cobra, che ella aveva veduto giungere a casa nel
suo letto di frasche; ma raccomandò all'ospite di non andare più in giro per la
jungla, senza gli stivaloni di cuoio.
- È giusto. - diss'egli; -
metterò le gambiere fin da domani, per l'impresa di Karma Vridi.
- Che impresa? - domandò la
signora.
- Un'impresa stranissima; - rispose
il duca con enfasi burlesca. - Scoprirò un tesoro, e sarò lieto di mettere ai
piedi di Vostra Mercede il più grosso e il più sfavillante tra tutti i diamanti
del mondo. Degnatevi d'accettarlo fin d'ora. -
Si può promettere di accettare
un presente, che sia lontano ancora da ogni probabilità. E la signora Luisa
Laurenti accettò sorridendo quell'altra pelle dell'orso, che il duca di Marana
le offriva. Anzi, per quella sera non si ciarlò che di tesori e di pietre
preziose, scherzando sulla impresa di don Fernando e sull'uso che egli avrebbe
potuto fare di quelle nuove ricchezze
.- Bisogna prenderla per mo' di
celia; - disse ad un certo punto della conversazione il duca di Marana; - se
no, ci prepariamo qualche disinganno troppo amaro. Non è così?
Neanche Guido si provò a
contraddirlo. E infatti, lontani dal mahunt di Paravady, non si era più
scaldati dagli ardori della sua fede, e quella storia di dugent'anni addietro
ricominciava a sapere di favola.
- Confessatelo; - soggiunse il
duca; - voi non avete voluto pigliarvi l'incarico di cercare il tesoro, perché
non ci credevate affatto.
- Affatto, veramente, è un dir
troppo; - rispose Guido Laurenti. - Ci credevo poco, e l'indole delle mie
occupazioni non era tale da far pendere la bilancia da quella parte là.
Cionondimeno, oggi credo un po' più di ieri; almeno almeno, - soggiunse, a
guisa di correttivo, - credo alla buona fede di Haruti. Che poi il tesoro debba
trovarsi nella sua nicchia…
- È un altro paio di maniche, -
conchiuse don Fernando. - Ma non importa. Anche questa curiosità vogliamo
levarci. E se non troveremo i diamanti, avremo sempre trovato materia da
ridere. -
In queste chiacchiere passò la
serata. E il signor duca di Marana, stando vicino a madonna, udendone le
parole, cogliendone in aria i sorrisi, mandava a quel paese i propositi di
fuga, che gli erano passati per la mente in quella mattina.
Dopo tutto, siamo giusti. Come
avrebbe potuto andarsene, con un tesoro di Golconda in prospettiva?
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