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Tornano in scena i Lawson.
Sapete, lettori umanissimi, che è venuta la loro volta, nella alternativa delle
visite tra il Sahibgar e la residenza britannica, come era stata felicemente
combinata tra Guido Laurenti e sir Giorgio.
Questa volta, insieme col
residente e con sua figlia, era venuta anche lady Evelina. Del vezzoso Lionello
non occorre neanche parlare; il giovinotto era in vacanze e si trovava a tutte
le feste, a tutti gli spassi della famiglia.
Lady Evelina non conosceva
ancora il Sahibgar che di fama. Se ne invaghì, a mala pena lo ebbe veduto.
Inglese nell'anima, la signora Lawson amava sopra ogni altra cosa al mondo una
bella casa, ben disposta, fornita di tutto il necessario e di tutto il
superfluo, che è davvero il nec plus ultra nell'ordine dei desiderii
ragionevoli. Fare la casa, come una coppia d'uccelli fa il nido, farla bene,
che non gli manchi nulla, che abbia del palazzo in piccole proporzioni, del
giardino e del parco anche in pochi metri quadrati, possibilmente dell'orto,
per gli usi della famiglia, è l'ideale della felicità; ideale che noi, figli
degeneri del ceppo latino, intendiamo così poco, mentre pure abbiamo tutto
l'occorrente per raggiungerlo più presto e meglio di chi si sia.
Ho detto figli degeneri e mi
spiego. I latini amavano la casa, come l'amano gli inglesi, e suppergiù tutti i
popoli nordici. Orazio e Virgilio ne fanno testimonianza più volte,
sbugiardando gli osservatori superficiali, a cui sembra di poter dire, per
certi edifizi di pubblico ritrovo costruiti dagli imperatori di Roma, che i
signori Quiriti vivessero molto fuori di casa. Ciò si capisce pei poveri, che
avevano case piccole e senz'aria respirabile; non già pei ricchi, o
semplicemente per gli agiati, che vivevano al largo, ed anche in piccolo spazio
sapevano foggiarsi un'abitazione rispondente a tutte le comodità desiderabili
nella vita domestica.
Vedete le loro case; hanno
l'atrio, aperto all'aria e alla luce, e sempre più vasto, sempre più aperto, a
mano a mano che l'architettura si allontana dal vecchio tipo toscanico; io
fondo all'atrio è il salotto, con la parete di legno, che si toglie col bel
tempo, mettendo in comunicazione di luce l'atrio col peristilio. Che cos'è il
peristilio? Un orto, un giardino, col suo porticato in giro, la sua fontana nel
mezzo, le aiuole fiorite, gli ortini verdeggianti di erbaggi. Utile dulci.
Poche finestre sulla strada, più per dar luce alle camere, che per uso di
vedere ciò che avviene di fuori, o di sbirciare nelle case dei vicini. Che
importa di ciò che fanno gli altri? La casa, come la famiglia, basta a sé stessa.
Ci ha perfino la sua cappella e l'ara pei sacrifizi agli dei Lari e ai Penati.
La matrona non ha bisogno di uscire, governa la casa e vi regna, in mezzo a
tutte le agiatezze, che mancheranno pur troppo a molte dame del secolo
decimonono, costrette davvero a viver fuori delle mura domestiche i due terzi
della giornata, e finalmente a cercar l'aria e la luce in campagna, per un
terzo dell'anno. La campagna…parliamone. È il luogo in cui si vive peggio, in
cui bisogna adattarsi, perché, si capisce, non ci possono essere i
comodi della casa di città; di quella casa stretta, buia, malinconica, che par
fatta solamente a benefizio d'una sala di ricevimento, per dare un buon
concetto dei padroni di casa ad una mezza dozzina di conoscenze. Alla larga, da
queste case; viva la domus dei nostri padri; e poiché la domus
non c'è più, viva almeno l'at home della savia Inghilterra.
La casa dei signori Laurenti,
fabbricata con una perfetta intelligenza di tutti gli agi della vita, piacque
immensamente a lady Evelina, che non rifiniva di lodarla. Miss Maud, che la
conosceva già, pregiava assai più i meriti del giardino e del parco, aliando
tutto il giorno qua e là, come le farfalle, o, se vi piace meglio, come una
bella ninfa antica, a cui la snellezza delle forme giovanili la faceva
rassomigliare abbastanza.
Guido Laurenti aveva abbandonato
il suo studio, il prediletto suo studio, per tener compagnia alle signore, ma
più particolarmente a quella girandolona di miss Maud, poiché lady Evelina si
muoveva poco, la signora Luisa non si staccava da lady Evelina, e sir Giorgio e
Lionello Edgeworth, ognuno per ragioni diverse, non si staccavano dalla signora
Laurenti.
E il duca di Marana? Il duca di
Marana non si trovava al Sahibgar, quando ci giunsero i Lawson. Il nostro
archeologo malcontento lavorava a gran furia tra i suoi ruderi. Mezza navata di
destra era già tornata alla luce del sole; nella sua parte più umile,
s'intende, poiché la volta e il colonnato erano caduti in rovina. Restava un
cumulo di frantumi, che poteva essere spazzato prima di sera; ma don Fernando
voleva ancora abbreviare il termine, per recare al Sahibgar la notizia d'una
grande scoperta. Il bassorilievo del terzo avatara doveva trovarsi appunto là,
sotto a quel cumulo.
Ahimè! Era destinato che il British
Museum non possedesse il bassorilievo di don Fernando. Si trovò contro il
muro una pietra, un lastrone, che certamente era istoriato nei tempi trascorsi,
ma che per allora non recava più tracce di scalpello. La pietra appariva
sfaldata, e solamente un occhio esperto, aiutato da una buona volontà
singolare, poteva scorgere nelle irregolarità della sfaldatura le forme d'un
leone, con qualche cosa d'incerto sulla groppa; ma neanche un occhio esperto e
una buona volontà singolare avrebbero potuto vedere un avanzo d'uomo supino,
sotto le unghie del sacro animale.
- Che importa? - disse tra sé il
duca di Marana, poiché ebbe fatto ogni sforzo immaginabile per vedere sulla
pietra quel che non c'era. - Un bassorilievo ci doveva, essere, e non si può
supporre che quel lastrone fosse murato là, senza uno straccio di scultura. Del
resto, siamo proprio di rimpetto alla quarta colonna. Fin qui la leggenda di
Lacmana non mi ha ingannato. Bisogna scavare; l'ingresso del sotterraneo, se lo
trovo, confermerà il resto della leggenda. -
Indi, rivolto alle squadre dei
manovali, proseguì:
- Voi lavorate quest'oggi a
ripulirmi questo tratto di pavimento, mettendo da parte i rottami che
portassero tracce di scultura. Domattina ritornerò e vedremo quello che ci sarà
da fare. -
E mentalmente soggiungeva:
- Domattina verrò col Giacomo, e
con Guido Laurenti, se vorrà darmi una mano, come ha promesso di fare. Si
mandano gli indiani a lavorare in un'altra parte delle rovine, e noi si vede di
entrare in questo sotterraneo, se c'è.
Ma giungendo al Sahibgar, aveva
trovata la colonia inglese, arrivato colà dal mattino. Naturalmente, sarebbe
rimasta due giorni, e per quel tempo non si poteva più fare assegnamento sui
rinforzi sperati.
Sir Giorgio Lawson accolse con
grande allegrezza l'arrivo del suo archeologo, questo s'immagina. E
l'archeologo credette di dargli una brutta nuova, annunziandogli che il terzo
avatara di Visnù, destinato al British Museum, era andato in frantumi.
- Che importa? ne troverete un
altro; - rispose sir Giorgio.
- Ah sì, un altro; ma quello mi
premeva; il più raro e il più prezioso di tutti. -
Guido capì che il suo amico
Marana era giunto al termine delle sue ricerche. E trovato il momento buono per
parlargli da solo a solo, gli chiese:
- Il bassorilievo non si è
dunque trovato?
- S'è trovata la pietra su cui
doveva essere scolpito. Non c'è dunque da disperare. Piuttosto, ci sarà un
ritardo nell'ultima parte dell'opera, perché capisco che voi non potrete
muovervi di qui, e forse nemmeno il vostro giardiniere.
- Che farci? Del resto, un
giorno più, un giorno meno, non conta. Andremo, quando i nostri ospiti saranno
partiti. Neanche voi, m'immagino e spero, non vorrete piantarci a mezzo, per
ritornare alle vostre rovine.
- Mah… non saprei; - disse il
duca, che prevedeva di doversi seccare, coi soliti duettini, in cui egli non
aveva mai parte.
Don Fernando aveva salutata con
un certo sussiego miss Maud, che gli aveva reso il saluto con la sua rigidità
impacciata; quindi, non venendogli fatto d'intrattenere la signora Luisa neanche
un minuto a quattr'occhi, per saettarle una delle sue giaculatorie amorose in
forma di complimento, si rivolse a lady Evelina. Era un mezzo eccellente per
non essere lontano dalla signora Luisa, che doveva star molto con lei. Presa
quella risoluzione, il duca di Marana si diede a fare la sua corte alla signora
Lawson, una corte seria, piena di galanteria all'antica, come si fa per solito
alle mamme e generalmente alle vecchie dame, con tanto onore per chi riceve, e
con tanto merito per chi rende l'omaggio.
Miss Maud era sempre in moto; la
farfalla svolazzava, la ninfa folleggiava pei viali, e quasi sempre con Guido.
Si vedevano sparire da una parte e ricomparire dall'altra, lei franca e pronta alle
risa, lui grave nella sua gentilezza, come uno scienziato in vacanze. Parlava
adagio, il signor Guido, e con un tono di voce che non si udiva a cinque passi
di distanza; lei chinava la testa, coglieva un fiore, arrossiva e rideva. Una
confidenza, vi dico io, una confidenza che sapeva di sfacciataggine. Quella
ragazza! Chi l'avrebbe mai immaginato, che potesse perdere la testa a quel
modo?
E il duca di Marana si stizziva,
ci aveva un diavolo per occhio. Meglio così, dopo tutto, che averli nella nuca,
o foderati di nuvole, come la signora Luisa. Infatti, o come andava, che ella
non se ne dèsse per intesa, di tutti quei maneggi del suo consorte degnissimo?
Ma già, tra lei e lui si faceva a buon rendere. Vedeva egli forse, si dava egli
per inteso della corte spietata del vezzoso Lionello?
Col duca di Marana la signorina
Lawson ci parlava poco. Anche quando, per una ragione o per l'altra doveva
accostarsi al crocchio in cui si trovava lui, accanto a lady Evelina, la bionda
fanciulla cansava perfino di guardarlo; o, se pure doveva rispondergli qualche
cosa, lo faceva a monosillabi, i quali sembravano anche più asciutti di quello
che comportasse la lingua inglese, già tanto monosillabica di per sé.
Che cosa aveva egli fatto a
quella ragazza, da esser trattato con tanto riserbo? peggio ancora, con tanta
severità? Che la si fosse accorta delle sue tenerezze per la signora Laurenti?
Veramente, egli non aveva avute mai, presente la fanciulla, vere occasioni di
scoprirsi. Ma chi nol sa, che le fanciulle vedono lontano, e molto addentro,
nei segreti del prossimo? Sotto quelle ciglia abbassate dalla modestia, si fa
spesso un lavoro di osservazione, da disgradarne quello di dieci padri
inquisitori.
Del resto, anche quella
spiegazione, trovata lì per lì dal duca di Marana, poteva esser giusta; aveva
una specie di riprova nel fatto, che anche il vezzoso Lionello era molto
trascurato dalla sua bionda cugina. Anche lui, e più sfacciatamente di ogni
altro, non faceva il cascamorto presso la signora Laurenti?
Il bello, anzi lo strano della
commedia, era questo, che la signorina, accostandosi a Luisa, assumeva un'aria
di colombella amorosa, e sembrava voler cadere ad ogni tratto in ginocchio
davanti a lei, come per adorarla. Non le era occorso perfino di abbracciarla e
di baciarla, davanti a tutta la compagnia, come una figliuola, tornando dalle
sue scorribande sul prato, avrebbe abbracciata e baciata la mamma?
- Che bugiarda! - pensò il duca,
che notava ogni cosa. - Vedete come cerca di addormentarne la vigilanza! e
fors'anche di farsi perdonare certe libertà!.. Ma che cosa intende di fare,
dico io, che cosa spera di ottenere, da questa indegna flirtation? -
Disse indegna, sì, proprio
indegna; tanto era fuori dei gangheri, quel povero duca!
Anche Lionello seguitava a flirtare,
se mi passate la novità del vocabolo. La flirtation (pronunziate flirtèscion)
è un amoreggiamento sui generis, tra la passione e la civetteria; ma non
è veramente né una cosa né l'altra, e tiene in sé qualche cosa di riguardoso,
direi quasi di metodico, forse derivato dalle pratiche religiose della nazione.
- Ed anche costui, che cosa
spera? - domandava fra sé il duca di Marana. - E a che punto si crede di
essere? Questo, bisognerebbe sapere. Io fo l'osservatore a distanza, col
telescopio, come se si trattasse d'una nebulosa, e mi vado alienando a mano a
mano da questo piccolo mondo in cui vivo.-
L'osservazione era giusta, ma il
fatto non era particolare al duca di Marana. Tutti, qual più, qual meno, ci
siamo trovati nel caso suo. Ci si apparta a grado a grado, insensibilmente,
seguendo un dirizzone dello spirito, e ci si trova alla fine, in mezzo ai
nostri amici e conoscenti, come il forestiero in una città nuova, di cui vede
ed ammira gli abitanti, ma non ne intende e quasi non ne sospetta gli umori, le
guerricciole, i pettegolezzi e via discorrendo. Beato chi gode i benefizi di
questa solitudine, dirò così, psicologica; ma allora non bisogna cercare di
saper nulla, proprio nulla «di ciò che quivi si bisbiglia», perché il metodo
seguito non è adatto alla soddisfazione di certe curiosità. Chi vuol sapere,
chi vuol capire, essere al fatto, non deve appartarsi in nessun modo, dee farsi
avanti, ficcarsi nella baraonda, vivere insieme con gli altri e per gli altri,
anche a risico di non vivere più affatto per sé.
Il duca di Marana si armò di
coraggio, volle di schianto mutar vita e costumi. - Appunto a quello
sbarbatello mi attaccherò: - diss'egli in cuor suo;- egli ha da rimettermi
sull'orma, che avevo scioccamente smarrita. -
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