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Anton Giulio Barrili
Il tesoro di Golconda

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Tra lui e Lionello Edgeworth non c'era stata fino allora che una relazione di cortesia, molto riguardosa e molto compassata, la quale poteva anche e facilmente diventare avversione bella e buona Ma il duca era accorto, quando gli metteva conto di esserlo; e, fatto appena il suo nuovo proposito, lavorò d'accortezza ad entrar nelle grazie di quel caro ragazzo. A tavola gli rivolse cinque o sei volte la parola; sorrise amabilmente a qualche sua frase, che poteva parere spiritosa; gli diede ragione, facendogli dire quel che non aveva mai detto, e scoprendo nelle sue osservazioni una profondità, che quel ragazzo non s'era neanche sognata. Lionello era ingenuo, con tutta la sua audacia giovanile, e cascò nella pania.

Sul finire del pranzo, secondo la moda inglese, le signore si erano alzate da tavola, non rimanendo a chiacchiera che gli uomini. Erano quattro, e potevano farne di molte, aiutando la cantinella dei liquori, piccolo armadio d'ebano, dalle pareti mobili, che conteneva i liquidi e spiritosi aiuti dello stomaco.

- Eccellente, questo gin, non è vero? - chiedeva don Fernando al vezzoso Lionello. - Un altro bicchierino, vi prego. -

E il vezzoso Lionello non si faceva pregare due volte. Qual è il figlio d'Albione che non ami il gin? Se ci fosse, si potrebbe chiamarlo un figlio degenere.

Aggiungete che il gin è un ottimo conduttore dell'amicizia, come l'acqua lo è dell'elettrico.

Ridotto a buon segno il suo uomo, don Fernando lo prese a braccetto e lo condusse bel bello a dare una giratina nel parco. Immaginate anche su quale argomento egli conducesse il discorso.

- Com'è bella! - gli disse.

- È un angelo; - rispose Lionello.

- Ah, se io fossi più giovane, non so davvero quel che farei, per una donna simile.

- Confessate, duca, che ne siete cotto.

- Io? che, vi pare? Finisco di dirvi che alla mia età non si fanno più certe pazzie.

- Infatti, non siete più giovane. Trentaquattro anni, non è vero?

- Pur troppo; - rispose il duca, traendo un sospiro.

E dentro di sé, soggiungeva:

- Caro ragazzo! Vedete come mi butta a mare! Ma già, anch'io, quando avevo vent'anni, credevo poco alla gioventù degli uomini di trenta. -

Intanto, il vezzoso Lionello proseguiva:

- Quantunque mia cugina pretenda che si sia giovane a quaranta, ed anche più in .

- Ah, pretende questo, miss Lawson? E a che proposito lo ha detto?

- Appunto per voi. Gli avevo detto, fin dalla prima volta che siamo venuti qua: il duca di Marana non è insensibile alle bellezze della signora.

- E lei?

- Rispose che non ci credeva affatto.

- Miss Lawson vede giusto; - sentenziò don Fernando.

- Già, non credeva possibile che voi foste innamorato; ma sapete perché? Perché la cosa le sembrava esorbitante. Capirete, mia cugina ha le idee d'una ragazza. E quando io le dissi che, dopo tutto, la vostra età… Non vi offendete, m'immagino?

- Niente affatto, continuate. Che cosa vi disse miss Lawson?

- Che siete giovane. E infatti, vecchio non lo siete di certo. Ma pretender poi che si sia giovani anche a quaranta e più in , via! mi pare un po' grossa.

- Pare anche a me; quantunque, se lo dice miss Lawson… Ma poiché parliamo d'età, quanti anni credete che abbia la signora Laurenti?

- Non saprei; - disse Lionello, che era colto alla sprovveduta. - Ventitrè?

- Aggiungete.

- Venti…cinque?

- Aggiungete ancora. La signora Luisa deve averne trenta, o giù di .

- Ah, ah! mi fate ridere! - esclamò Lionello, un po' confuso da quella enumerazione. - Ma infine che importa? Dicono i francesi: une femme n'a que l'age qu'elle parait

- Questo, poi, è verissimo; - osservò don Fernando. - La signora Luisa non dimostra neanche venticinque che voi le avete regalati. È così fresca! così bella!

- Dite divina. Io non ho mai veduta una donna così adorabile.

- Bravo, mi piace il vostro ardore. E lo avete detto anche a vostra cugina?

- S'intende.

- E lei?

- S'è messa a ridere. Del resto mia cugina non è invidiosa.

- Et pour cause! - aggiunse mentalmente il duca di Marana, che aveva sempre negli occhi le tenerezze di Guido per la signorina Lawson, e il buon viso con cui essa mostrava di accoglierle.

La conversazione, come vedete, era bene avviata. Lionello aveva trovato un cuore amico, in cui versare la piena de' suoi giovani affetti. Sono così confidenti, e così chiacchierini, i vent'anni!

- Miss Maud è molto bella anche lei; - disse il duca. - Avevo creduto da principio che voi foste il suo fidanzato.

- Ah sì, per celia, fin da quando avevamo dieci anni; - gridò Lionello, dando in uno scoppio di risa. - Ma come volete che io sposi una fanciulla, che ha quasi la mia età? Ci sono appena due mesi di differenza. Del resto, mia cugina ha un umore troppo diverso dal mio. È una cosa che abbiamo riconosciuta sinceramente ambedue.

Al duca di Marana non dispiacque la notizia. Anche senza averci un interesse particolare, certe cose si ascoltano sempre volentieri. Quel vezzoso biondino, messo così, senza complimenti, fuor dalle grazie di una bella ragazza, cominciava ad entrare in quelle di don Fernando. Per una parte, intendiamoci; ne restava sempre un'altra, per cui don Fernando non lo poteva soffrire.

- Ah! - esclamò egli, col tono sospensivo di chi vorrebbe sapere e non parer di volerlo. - Siete venuti già a questo punto? Ella sa dunque che il vostro cuore è impegnato fuori di casa?

- Non so; io certamente non gliel'ho detto. Siete voi il primo con cui ne faccio parola. Ma a voi, signor duca, non si potrebbe nasconder nulla; siete un uomo di mondo, e di queste avventure dovete averne avute parecchie.

- Eh! temporibus illis! Oramai sono da mettere fra i giubilati. Godo della fortuna degli altri, e a voi ne desidero un centinaio. Vi bastano?

- Ah, me ne basterebbe una, una sola, - disse Lionello tra due sospironi.

- Che c'è? Le faccende camminano male?

- Non dico questo; penso che vederla una volta sola per settimana è troppo poco.

- Lo credo, mio giovine amico, lo credo. Se potessi darvi il mio posto! Ma la distanza non è poi molta; le occasioni si possono far nascere, e l'amore, quando sia aiutato dal coraggio, vince ogni ostacolo.

- Se non si trattasse d'altro! - esclamava Lionello. - L'amo già tanto, che non si può dire di più. Mi ha inebriato, che volete? mi ha inebriato, come inebria il profumo d'un fiore. Ma il fiore perde il profumo, ella no, e lo comunica anche ai fiori avvizziti.

- Che cos'è questa sciarrada? - chiese don Fernando tra sé.

E guardando il suo giovine compagno gli parve scorgere che mettesse le palme contro il petto, all'altezza di quella tasca, in cui per solito si tiene il portafoglio, o l'astuccio dei sigari.

- Ai fiori avvizziti! - ripetè don Fernando. - Ah, capisco; abbiamo già un piccolo ricordo.

- Sì, amico mio; vedete qua! -

Così dicendo, il vezzoso Lionello apriva, sotto il naso del suo interlocutore un portafoglio di cuoio di Russia. Ci si vedeva poco, in mezzo agli alberi del parco, ma quanto bastava al duca di Marana per distinguere l'oggetto, e alcuni fiorami ricamati in seta sulle facce interne del maledetto portafoglio.

- Ah, le sue dita d'oro hanno fatto il ricamo? - chiese egli, stringendo i denti dalla stizza.

- No, questo ricamo lo ha fatto mia cugina. È stato il suo dono pel mio giorno natalizio. -

Il duca di Marana respirò; ma per poco.

- Vedete piuttosto qua dentro; - continuava Lionello; - c'è un fiore naturale, un fior di gardenia. Non sentite la fragranza?

- Comunicata da lei; - notò il duca; - perché l'altra… deve già averla perduta.

- Infatti, - ripigliò Lionello, - è dell'altra settimana.

- Quando siete venuto la prima volta? Ma bene! Proprio al passo di carica! E ve lo ha dato per

- No, le è caduto. Lo aveva in seno, nello scollo della vita; ma capirete che non poteva cadere da sé.

- Giustissimo; non poteva cadere. Ma voi, da cavaliere accorto, avrete almeno messo i puntini sugli i.

- In che modo?

- Facendole capire che lo avevate raccolto da terra, e che avevate indovinata la sua gentile intenzione.

- Oh, questo si sa.

- Ed ha capito?

- Ma… credo; una donna non capisce sempre ogni cosa? -

Il duca di Marana era su tutte le furie. Avrebbe data l'anima al diavolo, se quel grazioso personaggio gli fosse per capitato tra' piedi. Ma anche il diavolo invecchia, e non è più così lesto come una volta ad acciuffar le occasioni.

- A che pensate? - gli chiese il giovine innamorato.

Don Fernando non volle tradirsi sul più bello, e, data una scossa di testa, come per rimetterla a segno, rispose:

- Penso, mio giovane amico, che si potrebbe fare un bel passo di contraddanza. Voi innamorato della signora Laurenti; Guido innamorato di vostra cugina

- Ah, credete davvero? Ma sì, ma sì, - gridò Lionello ridendo; - ella è sempre a passeggio con lui. Voglio canzonarla quel poco, la mia cara cugina!

- Non andrete già a dirle chi vi ha messo sull'orma!

- Non dubitate; sono un uomo, non già un ragazzo. -

La conversazione avea dato al duca di Marana tutto quel sugo che egli voleva; era dunque da farla finita, e don Fernando, preso a braccetto il suo giovane amico, lo ricondusse verso la casa.

Sentiva un po' di vergogna, il nostro duca. Non già dell'artifizio con cui aveva cavati i segreti di bocca allo sbarbatello; ma di aver dovuto fingere una specie di complicità in quella sua ragazzata. Per averne l'intiero, non aveva forse solleticato un po' troppo il vezzoso Lionello? E non era quello un piccolo tradimento verso il suo ospite?

Tradimento! Ci pensò tutta la notte, a quel caso di coscienza. Ma non tradiva, lui, per suo conto, e da un pezzo? ci voleva proprio lo aver tenuto bordone alle chiacchiere d'un adolescente, per fargli sentire un rimorso?

Povera natura umana! Vede soltanto quel che le comoda e quando le comoda, soprattutto!

Ma appunto allora, che egli vedeva meglio dall'esempio di un altro la sua condizione di tentatore, appunto allora, che leggeva nel cuore di quel piccolo rivale, la cui baldanza giovanile gli pungeva il cuore di sospetti nuovi, appunto allora il duca di Marana prese una grande risoluzione. Vorrei chiamarla eroica, se non sapessi che c'entrava un pochino di sfiducia per sé, e di malumore verso quel l'altro, che era venuto a vogargli sul remo.

Don Fernando passeggiò lungamente per la sua camera, meditando il pro e il contro dell'impresa che gli girava per la fantasia; finalmente la ruppe coi dubbi della sua logichetta, ma più ancora con le tortuosità di una strada falsa, che non gli prometteva niente di buono.

- Oramai sono al termine degli scavi; - diss'egli. - Non c'è più tempo da perdere. Se questi Lawson, che Iddio li benedica, son capitati al Sahibgar, la colpa è un po' mia; tocca a me di rimetter la pace qua dentro.

Troppo generosità! direte voi. Ma che ne posso io, se quel magnifico uomo era fatto così?

 

 




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