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Il duca di Marana ha dunque un segreto, e i miei lettori
vorranno saperlo. Stiano tranquilli, saranno i primi a cui lo dirò, ma un po'
di pazienza, per ora. Lo stesso don Fernando ci vedeva ancora poco chiaro, in
quello che contava di fare; e perché tra il pensiero e l'azione c'è sempre più
distanza che non dalla coppa alle labbra, e perché nel frattempo il signor duca
poteva anche cangiar d'opinione, non bisogna dare intorno ai suoi proponimenti
un cenno prematuro, che potrebbe essere chiarito inutile dallo stesso andamento
delle cose.
Per intanto, il nostro eroe sentiva il bisogno di esser solo.
I grandi pensieri, lo sapete, vogliono la solitudine. Tutti gli eccelsi
riformatori, sia che mirassero a riformare il proprio simile, o solamente sé
stessi, hanno sempre incominciato con una fermata più o meno lunga al deserto.
Di grazia, come si possono meditare efficacemente le novità
nell'ordine psicologico e morale, se non si rompono prima di tutto quei mille
vincoli che ci legano al vecchio mondo delle nostre abitudini? Farsi la
solitudine in un angolo di città, in una strada, in un quartierino modesto! Dio
buono, ma come è possibile ciò? Anche quando centinaia di importuni non
venissero per bussare al vostro uscio, le centomila voci della vita quotidiana
salirebbero alle vostre finestre. E quando non ci fossero altre attaccature fra
voi e il mondo, non ci sarebbero ancora la serva e la portinaia?
Senza dover cercare fin là i suoi vincoli col mondo esteriore,
don Fernando ci aveva intorno tutta quella piccola colonia del Sahibgar, che
era per l'appunto la cagione de' suoi grattacapi. Ad ogni costo, se voleva
vedere un po' chiaro ne' fatti suoi e prendere una risoluzione energica, ad
ogni costo doveva piantar lì uomini e donne, coi loro idilii e i loro
romanzetti, per andarsene a rifugio tra le rovine di Karma Vridi; che forse,
dopo tutto, avevano bisogno di lui.
Ma l'uomo propone e la donna dispone. Il mattino seguente, mentre
egli si preparava alla partenza, la signora Laurenti lo pregò di fare una
piccola variante nelle sue abitudini. I Lawson rimanevano ancora per tutta la
giornata; non era bene che egli se ne andasse così.
- Capisco, - diss'egli, guardandola perplesso, - capisco;
potrei mandare a dire lassù che oggi non vado. Quantunque, i lavori sono già ad
un certo punto…
- Oh, non ci sono scuse che tengano; - interruppe la signora
Luisa con piglio autorevole; - la vostra assenza dispiacerebbe troppo alle
signore.
- Perché non dire «a
me?» - chiese in cuor suo il duca di Marana. - A lei, veramente, gliene
importa poco. -
E in quel punto, mentre
s'inchinava in atto d'obbedienza, da quel buon cavaliere ch'egli era, in quel punto
vide con gli occhi dell'immaginazione un fior di gardenia, che cadeva dallo
scollo della veste di quella graziosa signora, così serenamente lieta davanti a
lui, un fior di gardenia che altri era pronto a raccogliere, per recarselo alle
labbra.
- Non andrò; - rispose egli
brevemente, in appoggio a quell'inchino che ho detto.
E dentro di sé soggiungeva:
- O quel ragazzo è matto, o
questa donna… E perché, poi? Non fa nulla di nuovo, né di diverso dalle altre.
Si tratta d'una galanteria, finalmente! Che cos'è una galanteria? Uno scherzo
innocente e le signore li amano, gli scherzi innocenti. Si può benissimo
passeggiare sull'orlo di un precipizio, quando non si ha paura delle vertigini.
L'essenziale è di non cascarci dentro. Già!..-
L'ironico monosillabo vi dica
con che animo si disponesse don Fernando a proseguire la conversazione. Essa
del resto fu breve, perché Lionello non tardò molto a giungere, per fare il
terzo; e don Fernando, per contentar la signora, doveva andar e di là dal
ponte, ad avvisare i suoi uomini, che non lo aspettassero più oltre.
La giornata fu mediocre, cioè a
dire non bella né brutta. Don Fernando stava grosso, e, per dissimulare il suo
pessimo umore, ragionava di cose serie. Indizio grave, come vedete. Quando un
giovanotto (e il duca di Marana lo era, checché ne pensasse il biondo
Edgeworth, che aveva il latte sulle labbra) quando un giovanotto si dà al
serio, in una società dove ci sono signore, e tende a far crocchio in disparte,
per ragionare verbigrazia di economia politica, dite pure liberamente che quel
giovinotto è fuori dei gangheri e che le signore presenti ci hanno la parte
loro nel suo umore bisbetico. È infatti naturale che le donne attraggano i
giovani nel giro delle loro conversazioni, anche frivole, come il sole attrae nella
sua orbita i pianeti, o un pianeta i proprii satelliti; chi si apparta, o
altrimenti resiste all'attrazione delle dame, è sdegnato di sicuro. Non vuol
parere, cerca i pretesti, mette mano ai discorsi più noiosi, da far dormire la
gente in piedi; ma non c'è dubbio, l'amico ha le lune; e che lune!
Dunque, il signor duca ai Marana
si era dato ai discorsi serii. Per quella mattina egli non fece altro che
ragionare di scienze sociali con sir Giorgio; il quale, come potete figurarvi,
era invitato al suo giuoco. E le signore lasciarono che il duca si sfogasse a
sua posta. Per un uomo trattenuto al Sahibgar dal desiderio delle signore, non
c'era male; che ne dite?
Nelle prime ore del pomeriggio
capitò un messo da Karma Vridi. Il duca lasciò la brigata per andarlo a
sentire. Si era fatta una scoperta importante; almeno, così pareva a Berar, che
aveva creduto di doverne mandare l'annunzio al Sahib Marana. Smuovendo i
rottami, i manovali avevano trovata una buca nel pavimento. Sgomberata
l'apertura per alcuni palmi di profondità, avevano veduto che non si trattava
d'un avvallamento del terreno, perché v'erano tracce di pareti regolarmente condotte; e nemmeno di un pozzo, perché quelle stesse pareti,
dopo un certo tratto a piombo, accennavano a piegare da un lato.
- Che c'è di nuovo? - chiese Guido Laurenti, avvicinandosi.
- C'è che laggiù hanno trovato il sotterraneo - disse il duca
di Marana. - Se permettete, io vado. Una scusa con questi signori non sarà
difficile trovarla.
- Inventeremo un quarto avatara; - ripigliò Guido, ridendo. -
Vi accompagnerei, se non fossimo troppo vicini all'ora del pranzo, e se i
nostri ospiti non partissero appunto stasera.
- Avete ragione; restate.
- Verrò domattina per tempo; - soggiunse - Guido.
- Venite. -
Così laconicamente il duca di Marana, felicissimo in cuor suo
di sottrarsi alla compagnia, di avviarsi al deserto. Spacciata la sua frottola
per iscusarsi con la brigata, indossò in fretta i suoi abiti da cacciatore,
prese la sua carabina, e si avviò lestamente, in compagnia del messaggiero.
Lady Evelina era stata molto graziosa con lui, e sir Giorgio,
quasi non occorrerebbe il dirlo, espansivo come al solito; miss Maud, per
contro, molto impacciata, quasi fredda, e Lionello un pochettino confuso. Il
biondo adolescente sentiva forse un certo rimorso, per tutte le confidenze che
gli aveva fatte, o, se volete, per tutte le illustrazioni a cui aveva dato il
carattere di confidenze.
La gita del duca fu tutta un monologo, brontolato tra i denti.
Ve ne ho già fatto gustare uno, a pari condizioni di moto in luogo, e non mi dà
l'animo di farvi sorbire quest'altro. Questo è certo, e può dirsi, delle sue
meditazioni, che egli pensava al sotterraneo di Karma Vridi, meta del suo
viaggio, e al tesoro di Golconda, argomento delle sue ricerche, come al Gran
Turco e alle casse di risparmio, quei due temi così felicemente maritati nella «bellissima giornata del cavaliere» in un sonetto del Belli.
- Metterò ognuno a suo posto; - conchiudeva il duca, giungendo
in vista delle sue rovine; - non son più io, se non metto ognuno a suo posto. -
Karma Vridi lo distrasse un pochino da quei disegni
autoritarii. L'archeologia riacquistava i suoi diritti nell'animo di don
Fernando.
- Dov'è questa buca? - chiese egli a Berar, come fu giunto là
dentro.
- Eccola; - rispose Berar.
E gli fece vedere un'apertura, abbastanza larga sui margini,
proprio davanti a quello zoccolo di pietra, sulla cui superficie sfaldata il
duca aveva creduto di riconoscer le tracce del terzo avatara di Visnù.
Fin qui la leggenda di Lacmana appariva conforme al fatto; o
meglio, il fatto appariva conforme alla leggenda. Per altro, dov'era andato il
lastrone che doveva coprire la buca? E perché tutto quel l'ammasso di rottami,
che ingombrava il pozzo? Non poteva nascere il dubbio che quel sotterraneo
fosse stato visitato?
Per far le cose in ordine, il duca di Marana chiese conto a
Berar della pietra che avrebbe dovuto coprire l'apertura.
- Non abbiamo trovato che dei frantumi; - disse Berar.
Era il caso di mettere a raffronto quei rottami con gli altri
pezzi di cui si vedeva lastricato quell'angolo del pavimento. Ma tutte le
schegge erano state spazzate via, ammonticchiate a rinfusa sui lati, e riusciva
impossibile di riconoscerne l'identità. Il dubbio che la buca fosse stata
aperta in altri tempi non poteva chiarirsi, neanche ammettendo la mancanza di
una lastra sola, perché, come si è detto, l'affondamento aveva i margini più
larghi che non bisognasse, per corrispondere all'ampiezza della buca. Molto
probabilmente, la lastra si era sfondata sotto l'urto della parte superiore del
tempio; il quale urto aveva sfracellati anche i margini delle lastre
circostanti, ma senza poter fare di più, stante la resistenza del terreno. Che
c'era egli di strano, se, dove il terreno mancava, la lastra era sparita e le
macerie si erano precipitate nel vuoto, chiudendo l'imboccatura del
sotterraneo?
Queste osservazioni, che avevano pure la loro gravità,
chetarono un poco lo spirito del duca, così pronto ai sospetti.
Berar, che non poteva immaginarsi il vero scopo delle ricerche
del Sahib Marana, credette di aiutarlo, mettendo fuori l'idea che si trattasse
di un'uscita del munder a qualche punto non lontano della campagna, od
anche di una via di comunicazione sotterranea con una vecchia fortezza, di cui
si vedevano gli avanzi, a due miglia più oltre, sulla collina di Pandia.
- Potrebbe darsi; - rispose don Fernando, che sapeva benissimo
la cosa, per le notizie avute dal mahunt di Paravady. - Ma a che ci
servirebbe la congettura? Qui c'è il principio del sotterraneo; di qui bisogna
cominciare lo sgombero, per vedere di esplorarne almeno una parte. Continua
dunque a far togliere queste macerie, e ci lavorino quanti uomini possono,
senza impacciarsi l'un l'altro.
Dentro la buca, fin dove era già state sgomberata, non ce ne
capivano più di due; ma tutto intorno ai margini ce n'erano otto o dieci,
attenti a levare le ceste piene e a restituire le vuote a quei due.
Il pozzo, come sapete, dopo essere andato un tratto a piombo,
piegava da un lato e al di fuori, dando ragione alla congettura di Berar. Tale
essendo l'andamento della buca, non si doveva faticar molto a trovare il passo
libero, parendo naturale che la rovina delle macerie non fosse andata troppo
oltre, anche in linea orizzontale. Ma poteva darsi, altresì, che il cammino
andasse per un tratto in discesa, e che quella gola a piano inclinato si fosse
colmata anch'essa; donde la prospettiva di un lavoro più lungo.
Ad ogni modo, per quella sera bisognava rinunziare alla
speranza di penetrare nel sotterraneo. E la notte sopraggiunse, con la sua
rapidità tutta indiana, senza che don Fernando potesse argomentar nulla di
certo, intorno alla durata di quel nuovo lavoro. Fortunatamente, doveva esser
l'ultimo.
Raccolto in un angolo della sua piccola fortezza, e non
potendo prender sonno, il duca di Marana si figurava l'opera compiuta, entrava
nella via sotterranea, contava i cento cinquantadue passi necessari a trovare
il punto giusto per la ricerca del tesoro,
tastava il muro col suo mazzuolo, sentiva il vuoto, rompeva… e lì, diamanti a
bizzeffe. Non per lui, lo sapete, ma per gl’indiani di Paravady. A lui la
gloria della scoperta, e il diamante più grosso, per metterlo ai piedi della
signora. Ah, quella benedetta signora! Quante volte ritornava, nel soliloquio
del duca! Quanti pensieri dolorosi gli destava nel cuore la sua bellissima
immagine! Ma già aveva fatto il proponimento… quel tale proponimento che
sapete, o meglio che non sapete ancora! E il proponimento e il tesoro si
avvicendavano, si confondevano nella sua testa, per fargli perdere quell’oncia
di cervello, che ancora gli rimaneva.
Vi è mai occorso di stare con l’animo sospeso tra due cure
diverse, quasi d’indole opposta, o di voler spedire due faccende ad un tempo?
Se vi siete trovati in questo caso, rammenterete come quel doppio lavoro
della mente vi rendesse torbidi, intolleranti, scontrosi, e con gli altri e con
voi. Così il duca con sé medesimo, poiché aveva fuggita la compagnia del
Sahibgar, divenutagli, sto per dire, antipatica. Né la solitudine di Karma
Vridi, né il silenzio della notte, valevano a ridargli la quiete. La vinse la
stanchezza, più che le stelle, secondo l’espressione virgiliana, non lo
persuadessero al sonno. Si addormentò, ma per sognare un mondo di stramberie;
che il dio Visnù, presolo per mano, lo conduceva nel sotterraneo a prendere il
tesoro; che egli s’impadroniva di un diamante di quattrocento carati, e così
sfavillante da abbarbagliare Lionello Edgeworth; che Guido Laurenti fuggiva con
miss Lawson attraverso le gole dell’Imalaia, lasciando a lui di consolare la
signora Luisa; che era felice, o meglio, lo sarebbe stato, se non capitava
Giacomo Vernazza, il giardiniere, a rinfacciargli il suo tradimento,
accusandolo di aver favoriti gli amori e la fuga di Guido; che la signora Luisa
gli rivolgeva un’occhiata di sommo disprezzo e lo piantava lì, per ritornarsene
in Europa; che egli voleva seguirla, ma si trovava sbarrato il cammino da un
enorme cobra capello; che la via si ristringeva, fino alle proporzioni di una
stanzetta umida e buia, nel cui fondo vedeva fiammeggiargli occhi e dardeggiare
la lingua del rettile immondo; che non aveva un’arma per difendersi e il
rettile gli si avventava contro, lo stringeva nelle sue spire, gli piantava i
denti nel petto. Si svegliò, con quella sensazione di dolore; si tastò con
sollecitudine mista a ribrezzo il costato, e si avvide che, voltandosi
inconsciamente dal suo giaciglio di strame, aveva urtato contro uno stecco.
La luce del mattino trapelava dalle fessure del tetto. Non era
più il caso di dormire, e il signor duca si alzò. I suoi uomini, già usciti
all’aperto, si disponevano a ritornare al lavoro. Né la luce del mattino, né
l’idea del lavoro, valsero a schiarirgli la mente; era sempre rannuvolato e di
un umore pessimo, che rasentava il feroce. Lacerò cinque foglietti di carta,
prima che gli venisse fatto di azzeccare una spagnoletta, e mandò a male tre
fiammiferi per venire a capo di accenderla. Così pieno di mal talento, se ne
andò ad osservare gli scavi.
Era là a dir l’orazione della bertuccia su quella congerie di
sassi, quando capitò Guido Laurenti, fresco come una rosa, bello a vedersi con
quella sua faccia leggermente abbronzata, la sguardo aperto, i capegli biondi
svolazzanti sugli orecchi, che pareva il dio Febo, quando faceva il pastore
nella reggia di Admeto. Per altro, il nuovo Febo, invece del vincastro, portava
la carabina.
- Buon giorno! - gridò allegramente Guido, apparendo
improvvisamente sul colmo del ciglione.
- Buon giorno! - rispose il duca di Marana, con voce
sepolcrale.
E senza perdersi in dimostrazioni d’amicizia, condusse il
discorso sulla buca, che si apriva ai loro piedi, e in cui lavoravano
gl’indiani. Guido Laurenti osservò minutamente ogni cosa, fece le sue
riflessioni, le sue congetture, indi passò ad un altro argomento.
- Bravo! Non mi chiedete nemmeno se i nostri ospiti sono
partiti.
- Me lo immaginavo, vedendovi capitare; - rispose il duca. - A
proposito, volevo parlarvi. -
Don Fernando non aveva trovato altro appiglio per entrare in
materia. Intanto, il dado era tratto, ed egli si sentì sollevato. Certi
discorsi vogliono essere attaccati ex abrupto.
- Anch’io; - gli disse Guido. - Vedete come ci s'incontra!
- Voi ridete; ma si tratta di cose gravi; - rispose il duca.
- Che? - esclamo Guido, con accento mutato. - Vi sarebbe forse
intervenuto qualche dispiacere? Parlate, Fernando, parlate.
- No, non mi è intervenuto nulla; sebbene, per colpa vostra,
il dispiacere ci sia.
- Quand’è così, - replicò Guido, un po’ sconcertato da quella
botta improvvisa, - son pronto a farvene ammenda. Mi è troppo cara la vostra
amicizia.
- Grazie; - borbottò il duca.
Intanto si muoveva, per condurre in disparte il suo ospite.
Giunti all’ultimo ciglio del poggio, sedettero gravemente su
due massi che sporgevano dalle macerie e sembravano piantati là a bella posta
per una conversazione. I manovali, alzando gli occhi dal lavoro, potevano
vederli, ma non udirne i discorsi.
- Son qua e vi ascolto; - disse Guido Laurenti.
Il duca rimase per parecchi istanti in silenzio. Finalmente
scappò fuori con questo esordio:
- Parliamoci schietto.
- Col cuor sulle labbra: - ribatte Guido, acconsentendo del
capo.
- Ottimamente; - replicò il duca di Marana, - entro dunque in
argomento. Voi… trascurate vostra moglie.-
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