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Anton Giulio Barrili
Il tesoro di Golconda

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Il duca di Marana ha dunque un segreto, e i miei lettori vorranno saperlo. Stiano tranquilli, saranno i primi a cui lo dirò, ma un po' di pazienza, per ora. Lo stesso don Fernando ci vedeva ancora poco chiaro, in quello che contava di fare; e perché tra il pensiero e l'azione c'è sempre più distanza che non dalla coppa alle labbra, e perché nel frattempo il signor duca poteva anche cangiar d'opinione, non bisogna dare intorno ai suoi proponimenti un cenno prematuro, che potrebbe essere chiarito inutile dallo stesso andamento delle cose.

Per intanto, il nostro eroe sentiva il bisogno di esser solo. I grandi pensieri, lo sapete, vogliono la solitudine. Tutti gli eccelsi riformatori, sia che mirassero a riformare il proprio simile, o solamente sé stessi, hanno sempre incominciato con una fermata più o meno lunga al deserto.

Di grazia, come si possono meditare efficacemente le novità nell'ordine psicologico e morale, se non si rompono prima di tutto quei mille vincoli che ci legano al vecchio mondo delle nostre abitudini? Farsi la solitudine in un angolo di città, in una strada, in un quartierino modesto! Dio buono, ma come è possibile ciò? Anche quando centinaia di importuni non venissero per bussare al vostro uscio, le centomila voci della vita quotidiana salirebbero alle vostre finestre. E quando non ci fossero altre attaccature fra voi e il mondo, non ci sarebbero ancora la serva e la portinaia?

Senza dover cercare fin i suoi vincoli col mondo esteriore, don Fernando ci aveva intorno tutta quella piccola colonia del Sahibgar, che era per l'appunto la cagione de' suoi grattacapi. Ad ogni costo, se voleva vedere un po' chiaro ne' fatti suoi e prendere una risoluzione energica, ad ogni costo doveva piantar uomini e donne, coi loro idilii e i loro romanzetti, per andarsene a rifugio tra le rovine di Karma Vridi; che forse, dopo tutto, avevano bisogno di lui.

Ma l'uomo propone e la donna dispone. Il mattino seguente, mentre egli si preparava alla partenza, la signora Laurenti lo pregò di fare una piccola variante nelle sue abitudini. I Lawson rimanevano ancora per tutta la giornata; non era bene che egli se ne andasse così.

- Capisco, - diss'egli, guardandola perplesso, - capisco; potrei mandare a dire lassù che oggi non vado. Quantunque, i lavori sono già ad un certo punto

- Oh, non ci sono scuse che tengano; - interruppe la signora Luisa con piglio autorevole; - la vostra assenza dispiacerebbe troppo alle signore.

- Perché non dire «a me?» - chiese in cuor  suo il duca di Marana. - A lei, veramente, gliene importa poco. -

E in quel punto, mentre s'inchinava in atto d'obbedienza, da quel buon cavaliere ch'egli era, in quel punto vide con gli occhi dell'immaginazione un fior di gardenia, che cadeva dallo scollo della veste di quella graziosa signora, così serenamente lieta davanti a lui, un fior di gardenia che altri era pronto a raccogliere, per recarselo alle labbra.

- Non andrò; - rispose egli brevemente, in appoggio a quell'inchino che ho detto.

E dentro di sé soggiungeva:

- O quel ragazzo è matto, o questa donna… E perché, poi? Non fa nulla di nuovo, né di diverso dalle altre. Si tratta d'una galanteria, finalmente! Che cos'è una galanteria? Uno scherzo innocente e le signore li amano, gli scherzi innocenti. Si può benissimo passeggiare sull'orlo di un precipizio, quando non si ha paura delle vertigini. L'essenziale è di non cascarci dentro. Già!..-

L'ironico monosillabo vi dica con che animo si disponesse don Fernando a proseguire la conversazione. Essa del resto fu breve, perché Lionello non tardò molto a giungere, per fare il terzo; e don Fernando, per contentar la signora, doveva andar e di dal ponte, ad avvisare i suoi uomini, che non lo aspettassero più oltre.

La giornata fu mediocre, cioè a dire non bellabrutta. Don Fernando stava grosso, e, per dissimulare il suo pessimo umore, ragionava di cose serie. Indizio grave, come vedete. Quando un giovanotto (e il duca di Marana lo era, checché ne pensasse il biondo Edgeworth, che aveva il latte sulle labbra) quando un giovanotto si al serio, in una società dove ci sono signore, e tende a far crocchio in disparte, per ragionare verbigrazia di economia politica, dite pure liberamente che quel giovinotto è fuori dei gangheri e che le signore presenti ci hanno la parte loro nel suo umore bisbetico. È infatti naturale che le donne attraggano i giovani nel giro delle loro conversazioni, anche frivole, come il sole attrae nella sua orbita i pianeti, o un pianeta i proprii satelliti; chi si apparta, o altrimenti resiste all'attrazione delle dame, è sdegnato di sicuro. Non vuol parere, cerca i pretesti, mette mano ai discorsi più noiosi, da far dormire la gente in piedi; ma non c'è dubbio, l'amico ha le lune; e che lune!

Dunque, il signor duca ai Marana si era dato ai discorsi serii. Per quella mattina egli non fece altro che ragionare di scienze sociali con sir Giorgio; il quale, come potete figurarvi, era invitato al suo giuoco. E le signore lasciarono che il duca si sfogasse a sua posta. Per un uomo trattenuto al Sahibgar dal desiderio delle signore, non c'era male; che ne dite?

Nelle prime ore del pomeriggio capitò un messo da Karma Vridi. Il duca lasciò la brigata per andarlo a sentire. Si era fatta una scoperta importante; almeno, così pareva a Berar, che aveva creduto di doverne mandare l'annunzio al Sahib Marana. Smuovendo i rottami, i manovali avevano trovata una buca nel pavimento. Sgomberata l'apertura per alcuni palmi di profondità, avevano veduto che non si trattava d'un avvallamento del terreno, perché v'erano tracce di pareti regolarmente condotte; e nemmeno di un pozzo, perché quelle stesse pareti, dopo un certo tratto a piombo, accennavano a piegare da un lato.

- Che c'è di nuovo? - chiese Guido Laurenti, avvicinandosi.

- C'è che laggiù hanno trovato il sotterraneo - disse il duca di Marana. - Se permettete, io vado. Una scusa con questi signori non sarà difficile trovarla.

- Inventeremo un quarto avatara; - ripigliò Guido, ridendo. - Vi accompagnerei, se non fossimo troppo vicini all'ora del pranzo, e se i nostri ospiti non partissero appunto stasera.

- Avete ragione; restate.

- Verrò domattina per tempo; - soggiunse - Guido.

- Venite. -

Così laconicamente il duca di Marana, felicissimo in cuor suo di sottrarsi alla compagnia, di avviarsi al deserto. Spacciata la sua frottola per iscusarsi con la brigata, indossò in fretta i suoi abiti da cacciatore, prese la sua carabina, e si avviò lestamente, in compagnia del messaggiero.

Lady Evelina era stata molto graziosa con lui, e sir Giorgio, quasi non occorrerebbe il dirlo, espansivo come al solito; miss Maud, per contro, molto impacciata, quasi fredda, e Lionello un pochettino confuso. Il biondo adolescente sentiva forse un certo rimorso, per tutte le confidenze che gli aveva fatte, o, se volete, per tutte le illustrazioni a cui aveva dato il carattere di confidenze.

La gita del duca fu tutta un monologo, brontolato tra i denti. Ve ne ho già fatto gustare uno, a pari condizioni di moto in luogo, e non mi l'animo di farvi sorbire quest'altro. Questo è certo, e può dirsi, delle sue meditazioni, che egli pensava al sotterraneo di Karma Vridi, meta del suo viaggio, e al tesoro di Golconda, argomento delle sue ricerche, come al Gran Turco e alle casse di risparmio, quei due temi così felicemente maritati nella «bellissima giornata del cavaliere» in un sonetto del Belli.

- Metterò ognuno a suo posto; - conchiudeva il duca, giungendo in vista delle sue rovine; - non son più io, se non metto ognuno a suo posto. -

Karma Vridi lo distrasse un pochino da quei disegni autoritarii. L'archeologia riacquistava i suoi diritti nell'animo di don Fernando.

- Dov'è questa buca? - chiese egli a Berar, come fu giunto dentro.

- Eccola; - rispose Berar.

E gli fece vedere un'apertura, abbastanza larga sui margini, proprio davanti a quello zoccolo di pietra, sulla cui superficie sfaldata il duca aveva creduto di riconoscer le tracce del terzo avatara di Visnù.

Fin qui la leggenda di Lacmana appariva conforme al fatto; o meglio, il fatto appariva conforme alla leggenda. Per altro, dov'era andato il lastrone che doveva coprire la buca? E perché tutto quel l'ammasso di rottami, che ingombrava il pozzo? Non poteva nascere il dubbio che quel sotterraneo fosse stato visitato?

Per far le cose in ordine, il duca di Marana chiese conto a Berar della pietra che avrebbe dovuto coprire l'apertura.

- Non abbiamo trovato che dei frantumi; - disse Berar.

Era il caso di mettere a raffronto quei rottami con gli altri pezzi di cui si vedeva lastricato quell'angolo del pavimento. Ma tutte le schegge erano state spazzate via, ammonticchiate a rinfusa sui lati, e riusciva impossibile di riconoscerne l'identità. Il dubbio che la buca fosse stata aperta in altri tempi non poteva chiarirsi, neanche ammettendo la mancanza di una lastra sola, perché, come si è detto, l'affondamento aveva i margini più larghi che non bisognasse, per corrispondere all'ampiezza della buca. Molto probabilmente, la lastra si era sfondata sotto l'urto della parte superiore del tempio; il quale urto aveva sfracellati anche i margini delle lastre circostanti, ma senza poter fare di più, stante la resistenza del terreno. Che c'era egli di strano, se, dove il terreno mancava, la lastra era sparita e le macerie si erano precipitate nel vuoto, chiudendo l'imboccatura del sotterraneo?

Queste osservazioni, che avevano pure la loro gravità, chetarono un poco lo spirito del duca, così pronto ai sospetti.

Berar, che non poteva immaginarsi il vero scopo delle ricerche del Sahib Marana, credette di aiutarlo, mettendo fuori l'idea che si trattasse di un'uscita del munder a qualche punto non lontano della campagna, od anche di una via di comunicazione sotterranea con una vecchia fortezza, di cui si vedevano gli avanzi, a due miglia più oltre, sulla collina di Pandia.

- Potrebbe darsi; - rispose don Fernando, che sapeva benissimo la cosa, per le notizie avute dal mahunt di Paravady. - Ma a che ci servirebbe la congettura? Qui c'è il principio del sotterraneo; di qui bisogna cominciare lo sgombero, per vedere di esplorarne almeno una parte. Continua dunque a far togliere queste macerie, e ci lavorino quanti uomini possono, senza impacciarsi l'un l'altro.

Dentro la buca, fin dove era già state sgomberata, non ce ne capivano più di due; ma tutto intorno ai margini ce n'erano otto o dieci, attenti a levare le ceste piene e a restituire le vuote a quei due.

Il pozzo, come sapete, dopo essere andato un tratto a piombo, piegava da un lato e al di fuori, dando ragione alla congettura di Berar. Tale essendo l'andamento della buca, non si doveva faticar molto a trovare il passo libero, parendo naturale che la rovina delle macerie non fosse andata troppo oltre, anche in linea orizzontale. Ma poteva darsi, altresì, che il cammino andasse per un tratto in discesa, e che quella gola a piano inclinato si fosse colmata anch'essa; donde la prospettiva di un lavoro più lungo.

Ad ogni modo, per quella sera bisognava rinunziare alla speranza di penetrare nel sotterraneo. E la notte sopraggiunse, con la sua rapidità tutta indiana, senza che don Fernando potesse argomentar nulla di certo, intorno alla durata di quel nuovo lavoro. Fortunatamente, doveva esser l'ultimo.

Raccolto in un angolo della sua piccola fortezza, e non potendo prender sonno, il duca di Marana si figurava l'opera compiuta, entrava nella via sotterranea, contava i cento cinquantadue passi necessari a trovare il punto giusto per la ricerca del  tesoro, tastava il muro col suo mazzuolo, sentiva il vuoto, rompeva… e , diamanti a bizzeffe. Non per lui, lo sapete, ma per gl’indiani di Paravady. A lui la gloria della scoperta, e il diamante più grosso, per metterlo ai piedi della signora. Ah, quella benedetta signora! Quante volte ritornava, nel soliloquio del duca! Quanti pensieri dolorosi gli destava nel cuore la sua bellissima immagine! Ma già aveva fatto il proponimento… quel tale proponimento che sapete, o meglio che non sapete ancora! E il proponimento e il tesoro si avvicendavano, si confondevano nella sua testa, per fargli perdere quell’oncia di cervello, che ancora gli rimaneva.

Vi è mai occorso di stare con l’animo sospeso tra due cure diverse, quasi d’indole opposta, o di voler spedire due faccende ad un tempo? Se vi siete trovati in questo caso, rammenterete come quel doppio lavoro della mente vi rendesse torbidi, intolleranti, scontrosi, e con gli altri e con voi. Così il duca con sé medesimo, poiché aveva fuggita la compagnia del Sahibgar, divenutagli, sto per dire, antipatica. Né la solitudine di Karma Vridi, né il silenzio della notte, valevano a ridargli la quiete. La vinse la stanchezza, più che le stelle, secondo l’espressione virgiliana, non lo persuadessero al sonno. Si addormentò, ma per sognare un mondo di stramberie; che il dio Visnù, presolo per mano, lo conduceva nel sotterraneo a prendere il tesoro; che egli s’impadroniva di un diamante di quattrocento carati, e così sfavillante da abbarbagliare Lionello Edgeworth; che Guido Laurenti fuggiva con miss Lawson attraverso le gole dell’Imalaia, lasciando a lui di consolare la signora Luisa; che era felice, o meglio, lo sarebbe stato, se non capitava Giacomo Vernazza, il giardiniere, a rinfacciargli il suo tradimento, accusandolo di aver favoriti gli amori e la fuga di Guido; che la signora Luisa gli rivolgeva un’occhiata di sommo disprezzo e lo piantava , per ritornarsene in Europa; che egli voleva seguirla, ma si trovava sbarrato il cammino da un enorme cobra capello; che la via si ristringeva, fino alle proporzioni di una stanzetta umida e buia, nel cui fondo vedeva fiammeggiargli occhi e dardeggiare la lingua del rettile immondo; che non aveva un’arma per difendersi e il rettile gli si avventava contro, lo stringeva nelle sue spire, gli piantava i denti nel petto. Si svegliò, con quella sensazione di dolore; si tastò con sollecitudine mista a ribrezzo il costato, e si avvide che, voltandosi inconsciamente dal suo giaciglio di strame, aveva urtato contro uno stecco.

La luce del mattino trapelava dalle fessure del tetto. Non era più il caso di dormire, e il signor duca si alzò. I suoi uomini, già usciti all’aperto, si disponevano a ritornare al lavoro. Né la luce del mattino, né l’idea del lavoro, valsero a schiarirgli la mente; era sempre rannuvolato e di un umore pessimo, che rasentava il feroce. Lacerò cinque foglietti di carta, prima che gli venisse fatto di azzeccare una spagnoletta, e mandò a male tre fiammiferi per venire a capo di accenderla. Così pieno di mal talento, se ne andò ad osservare gli scavi.

Era a dir l’orazione della bertuccia su quella congerie di sassi, quando capitò Guido Laurenti, fresco come una rosa, bello a vedersi con quella sua faccia leggermente abbronzata, la sguardo aperto, i capegli biondi svolazzanti sugli orecchi, che pareva il dio Febo, quando faceva il pastore nella reggia di Admeto. Per altro, il nuovo Febo, invece del vincastro, portava la carabina.

- Buon giorno! - gridò allegramente Guido, apparendo improvvisamente sul colmo del ciglione.

- Buon giorno! - rispose il duca di Marana, con voce sepolcrale.

E senza perdersi in dimostrazioni d’amicizia, condusse il discorso sulla buca, che si apriva ai loro piedi, e in cui lavoravano gl’indiani. Guido Laurenti osservò minutamente ogni cosa, fece le sue riflessioni, le sue congetture, indi passò ad un altro argomento.

- Bravo! Non mi chiedete nemmeno se i nostri ospiti sono partiti.

- Me lo immaginavo, vedendovi capitare; - rispose il duca. - A proposito, volevo parlarvi. -

Don Fernando non aveva trovato altro appiglio per entrare in materia. Intanto, il dado era tratto, ed egli si sentì sollevato. Certi discorsi vogliono essere attaccati ex abrupto.

- Anch’io; - gli disse Guido. - Vedete come ci s'incontra!

- Voi ridete; ma si tratta di cose gravi; - rispose il duca.

- Che? - esclamo Guido, con accento mutato. - Vi sarebbe forse intervenuto qualche dispiacere? Parlate, Fernando, parlate.

- No, non mi è intervenuto nulla; sebbene, per colpa vostra, il dispiacere ci sia.

- Quand’è così, - replicò Guido, un po’ sconcertato da quella botta improvvisa, - son pronto a farvene ammenda. Mi è troppo cara la vostra amicizia.

- Grazie; - borbottò il duca.

Intanto si muoveva, per condurre in disparte il suo ospite.

Giunti all’ultimo ciglio del poggio, sedettero gravemente su due massi che sporgevano dalle macerie e sembravano piantati a bella posta per una conversazione. I manovali, alzando gli occhi dal lavoro, potevano vederli, ma non udirne i discorsi.

- Son qua e vi ascolto; - disse Guido Laurenti.

Il duca rimase per parecchi istanti in silenzio. Finalmente scappò fuori con questo esordio:

- Parliamoci schietto.

- Col cuor sulle labbra: - ribatte Guido, acconsentendo del capo.

- Ottimamente; - replicò il duca di Marana, - entro dunque in argomento. Voi… trascurate vostra moglie.-

 




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