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Anton Giulio Barrili
Il tesoro di Golconda

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A quella escita inattesa, Guido Laurenti diede un sobbalzo, e poco mancò non gli sfuggisse di mano la carabina, su cui si era appoggiato, aspettando le schiette parole del duca. Ma dopo quell'atto di stupore, e non sapendo spiegarsi per tanta tenerezza di don Fernando per la sua felicità coniugale, rivolse all'amico un'occhiata curiosa, quasi temendo che egli avesse dato il cervello a pigione.

Ma il duca di Marana pareva molto in sé, e la sua gravità, il piglio austero e lo sguardo inquisitorio, facevano pensare ad un moralista, nel pieno esercizio della sua autorità.

- Oh diamine! - esclamò allora Guido Laurenti.

E senza volerlo, increspò le labbra ad un mezzo sorriso, che poteva esprimere ugualmente la sua innocenza rispetto all'accusa, o la sua incertezza su ciò che doveva pensare del duca.

- Non c'è da ridere; - ripigliò don Fernando, che l'aveva presa su quel tono, e non poteva mutarla. - Trascurate vostra moglie, perché amatemiss Lawson.

Fu quello, per Guido Laurenti, il caso d'inarcare le ciglia.

- Miss Lawson! - ripetè egli trasognato.

- Sì, ho detto miss Lawson; - replicò il duca, misurando le sillabe. - E che cosa ne sperate?

Guido era evidentemente rimasto atterrato da quell'attacco del suo interlocutore, anzi meglio, del suo giudice. Ma si riebbe prontamente e componendo il viso a quella gravità che la circostanza richiedeva così gli rispose:

- Molto, specie adesso, dopo la vostra sfuriata.

- E perché, di grazia? - chiese il duca di Marana, rizzando fieramente la testa.

- Perché essa mi conforta nel mio disegno; ecco tutto.

- Guido! - esclamò il duca, con un accento che non prometteva niente di buono per la continuazione del colloquio.

- Fernando! - replicò Guido, sul medesimo tono.

Don Fernando si contorse un pochino sul sedile, battè delle labbra, rotò gli occhi, fece insomma tutti i versi caratteristici dell'uomo spazientito..

- Via, - diss'egli poscia, scuotendo il capo, - non facciano una commedia.

- Sia pure, non la facciamo. Ma avete torto; perché, in fede mia, dovrebbe riuscire gustosa.

- Vi avverto che non sono disposto alla celia.

- Infatti, mi pare; avete un'aria così torbida! Se le Signore vi vedessero

- M'importa delle signore… - gridò il duca di Marana.

Ma non gli diè l'animo di compiere la frase.

- Andrò via da Paravady, - soggiunse in quella voce, - dove mi pento di esser venuto.

Guido Laurenti si alzò, e con accento di rimprovero gli rispose:

- Ah, questo è più grave; e voi, Fernando, non sapete adesso quello che dite.

- Mi pento, sì, - replicò don Fernando, - e voi ne intenderete la ragione. Ma prima di andarmene, ho sentito l'obbligo di avvertirvi che così non va.

- Non va! che cosa?

- Quel che voi fate. Con una donna come quella, bellissima, intelligente, affettuosa, che vi ha seguitato fin qua…

- Proseguite, - disse Guido Laurenti, vedendo che il duca di Marana si fermava ad appoggiare la frase con certi suoi tentennamenti di testa.

- Sì, perché infine, - continuò don Fernando, - non è della donna di sacrificarsi in tal modo ai capricci di un uomo. La donna fa viaggiare, correre mezzo mondo, e magari impazzire, - e così dicendo il duca sospirava, - ma non impazzisce lei, non corre lei in capo al mondo, per la conquista di un uomo. Questa è la regola; ma a voi è toccata l'eccezione. E come vi mostrate degno della vostra fortuna? Vedete, vi parlo schiettamente, come vi ho promesso; perché certe cose mi pesavano sul cuore e mi faceva male di non darle fuori. State a sentirle; farete poi quel che vi tornerà meglio. Ripeto, come vi siete mostrato degno di lei? Son capitato qua e vi ho veduto; freddo, misurato, cortese anche negli atti, ma di quella cortesia che maschera la noncuranza e la noia. Già, so quello che potreste rispondermi; la consuetudine, il vedersi troppo, il viver soli, ed altre sciocchezze di questo genere. La sazietà trova molte scuse, anche filosofiche, se occorre, per coprire i suoi torti. La beatitudine eterna non è per questo mondo, né per la natura umana, che si compone di sorrisi e sbadigli; il bello è nel vario… Infatti, era il vario che mancava a voi. E proprio in buon punto è capitata una certa signorina bionda!.. Non ci avrei da veder nulla, se non l'avessi condotta io. Sono stato uno sciocco, in verità; non si poteva essere più sciocco di così. Ma vivaddio, amico Laurenti, abbiatevela a male, o no, vi sentirete dire la verità, e mi risponderete poi, senza ambagi, senza reticenze, che cosa contate di fare. Non sarebbe da gentiluomo, se… -

Guido Laurenti gli mozzò le parole con un gesto. Era stato ad udirlo con aria abbastanza rassegnata; aveva lasciata andare, senza interruzioni, quella filippica, molto confusa e discretamente comica, del suo nobile amico. Ma poiché lo vide uscir fuori dal seminato, si fece con gran sollecitudine a dargli sulla voce, temendo che nel calore della improvvisazione gli scappasse detta qualche grossa corbelleria, per esempio una di quelle frasi che duole poi d'aver profferite, ma che rincresce anche più di dover ritirare.

- Bravo! - gli gridò, per non dargli il tempo a ripigliare - Dopo avermi investito- con tanta furia, offendetemi anche un pochino. E perché, poi? Per miss Lawson che amate, e che io consolo, parlandole di voi!

- Che cosa dite voi ora? - esclamò il duca di Marana.

- Che da parecchi giorni io non fo altro che lavorare per voi. Diventate così malinconico! Abbiamo indovinato il vostro segreto, e vi abbiamo data una mano. Così ci ricompensate! -

Il duca di Marana era rimasto come Tenete, il personaggio proverbiale della bocca aperta.

- Perché parlate in plurale? - gli chiese, dopo un istante di pausa.

- Perché… oh bella! Perché eravamo in due ad aiutarvi. Avevo accennato il mio disegno a Luisa, ed essa lo ha approvato.

- Lei!

- Sì, lei.

- Scusate, - osservo il duca di Marana, - ma non lo credo.

- Dovrei andare in collera; - notò Guido, con aria perplessa.

Ho detto aria, badate; nel fatto non ci pensava neanche, e l'intonazione della voce era quasi di celia.

Il principio di quel dialogo lo aveva un po' sconcertato; ma poi, vedendo di che si trattasse e intendendo lo stato d'animo del duca, si era prontamente rimesso. Quelle furie del suo nobile amico non lo turbavano punto; quasi quasi si sarebbe detto che gli facessero piacere.

Don Fernando tentennò un poco la testa, come aveva già fatto una volta, e si morse le labbra, quasi volesse punirle di aver lasciata passare quella parola scortese, che dopo tutto non aveva avuto neanche il merito di far perdere la pazienza al suo interlocutore

- Cioè… volevo dire… - soggiunse annaspando.- Insomma, voi m'intendete; questo non è uno di quei discorsi che si fanno tutti giorni.

- Vero, - disse Guido.

- Né tra ogni specie d'amici.

- Verissimo.

- E infine, l'amicizia pure il diritto di fare un'osservazione.

- Chi ve lo nega, Fernando? -

Al duca di Marana tutte quelle frasi di assentimento piacevano poco.

- Mi fate rabbia, col darmi sempre ragione; - gli disse.

Guido Laurenti allargò le braccia e chinò la testa, con aria di rispondergli: starò zitto!

- Perché, infine, - soggiunse il duca, - mi date ragione, e non mi dite nulla di nulla, intorno all'argomento della nostra conversazione.

- Vi darò torto per la prima volta, e sarete contento; - rispose Guido Laurenti. - Questa non è una conversazione, e da parte vostra somiglia piuttosto ad un alterco. Ma veniamo all'argomento che dite. In che cosa vi ho risposto fuori di tono? Vi ho confessata candidamente la ragione dei miei colloquii con miss Lawson, di quei colloquii che vi sono tanto spiaciuti. Capisco benissimo che, giudicando così a occhio, senza approfondir nulla, potessero destare qualche sospetto. Ma ora che vi ho spiegata ogni cosa, mi pare che potreste farmi la grazia di smettere. Quanto al trascurare mia moglie, poiché l'accusa era appoggiata alle mie pretese tenerezze per miss Lawson, che cosa ne rimane, ditelo voi, che cosa ne rimane ora, che queste tenerezze svaniscono? Rimangono le vostre supposizioni, se pure volete mantenerle; ma le supposizioni non hanno valore in nessun caso, quando non sono confortate da un briciolo di prova.-

Un risolino ironico increspò le labbra del duca.

- Già, mancano le prove! - diss'egli. - E quella vostra freddezza… quell'aria d'idolo indiano annoiato?..

- Ecco le vostre esagerazioni - rispose Guido con calma. - Mi volete ardente, chiassoso nelle mie dimostrazioni d'affetto. Vorrei contentarvi anche in questo; ma vi avverto che la mia signora sarebbe la prima a dolersi di questa pubblica espansione. -

Don Fernando non voleva darsi per vinto.

- Frattanto, - gli scappò detto, - la gente, che non sa nulla, e giudica da quel che vede, si fa animo e spera.

- Ah sì, la gente si fa animo? Ma di chi intendete parlare? Al Sahibgar, ch'io sappia, non ci praticano molte persone, ci siete voi… che amate miss Lawson, e ve ne faccio i miei complimenti, perché ella merita davvero l'affetto di un gentiluomo. Ci viene sir Giorgio.- … a cui non vorrete attribuire idee di conquista, salvo nel campo diplomatico, e per conto della sua nazione. Da ultimo, Lionello Edgeworth… -

Don Fernando si pentì di aver gittato quel cenno pericoloso; non già per sé che in quel punto non ci pensava neanche ma per quel ragazzo che egli metteva, senza volerlo, in mala vista presso un marito.

- È forse di lui che volevate parlare? - proseguiva Guido Laurenti. - Infatti, ci sta molto ai fianchi, e, se debbo dirvi tutto quello che ne penso, più noioso che piacevole. Ma già, son ragazzi, e non badano a quel che fanno, né al sentimento che destano.

- Lo farò correre io, - disse il duca; - quel ragazzo ha da tornare a Calcutta.

- Non ne farete nulla; - osservò Guido Laurenti. - E qui proprio vi parlo sul serio, amico Fernando; perché in tutto il resto io vi ho lasciato dire e non mi sono spazientito, come avreste fatto voi ne' miei panni. Credo infatti che l'amicizia abbia molti diritti, anche a danno, anzi, specialmente a danno del nostro amor proprio, della nostra vanità. Ma non credo (ed e questo il gran punto) non credo che essa abbia il diritto di usurpare la nostra autorità per ciò che risguarda la casa nostra, le nostre relazioni con altra gente, né di usurpare il nostro posto in faccia alla gente sullodata, né di chiedere o di far giustizia per noi. Se il signor Edgeworth mi dèsse noia davvero, ci penserei io, provvederei io, come so, e come debbo sapere meglio d'ogni altro, finche si tratta di me. Dunque, vi prego, amico Fernando, occupatevi d'altro; per esempio, del modo in cui vi adoprerete a cacciar gl'importuni dal salotto di vostra moglie, quando avrete moglie, e quando, per conseguenza necessaria, capiteranno gli importuni anche a voi. Una bella donna è come una bella giornata di sole, che non viene mai senza moscerini. S'intende, che la presenza dei moscerini non esclude quella dei mosconi, dei tafàni, dei calabroni, delle zanzare, e via via di tutte le generazioni d'insetti. Comunque siano, bisogna sopportarli, finché si può, e cacciarli quando vi diventano troppo seccanti, senza maledire per questo alle belle giornate di sole, né rinunziare alle belle donne. Parlo sui generali e perciò mi servo del plurale; - soggiunse Guido ridendo; - ma non vorrei esser creduto amante della pluralità, salvo in materia di belle giornate. Quanto alle donne, ne amo una, io, una sola e l'amo oggi ancora come il primo giorno che ella ha posta la sua mano nella mia, e mi ha dato liberamente, ma per sempre, il suo cuore. -

Parlando così, ed infervorandosi a grado a grado con le sue stesse parole, Guido Laurenti appariva trasfigurato. Non era più il freddo naturalista, il cavaliere gentile ma compassato, l'uomo che pareva compiacersi nel perfetto equilibrio delle sue facoltà; era un vulcano, un Mongibello; dal grembo di quelle nevi sprizzavano le fiamme.

Il duca di Marana, che due o tre volte, colpito da qualche immagine arguta, o da qualche accenno a lui, aveva alzato gli occhi a guardarlo, capì che diceva la verità. Ma vedete contraddizione! Non era quella la verità che egli avrebbe voluta. Con quella verità, don Fernando perdeva il merito della sua ramanzina, e si sentiva dire molto garbatamente, che egli, per due settimane alla fila, aveva battuta una strada falsa. Poi, in quell'accenno ai moscerini, ai mosconi, e a tante altre generazioni d'insetti, non c'era anche qualche cosa per lui? Forse l'amico non aveva avuta intenzione di toccare più questo che quell'altro; ma la distribuzione era stata fatta, e in quella distribuzione anch'egli poteva servirsi, pigliar la sua parte, senza aver l'aria di rubar niente a nessuno.

- Bene, bene, - borbottò egli, come Guido ebbe finito, - voi siete felice e non vi occorre più altro. Ma torniamo un po' indietro, se non vi spiace. Nelle vostre parole di poco fa, c'è un punto che non capisco. La signora sapeva… la signora ha approvato… Che cosa aveva da sapere e da approvare la signora?

- Uomo di poca fede, - gridò Guido Laurenti - anche di questo dubitate? E sia. Andate da lei per notizie.

- Sicuramente, ci andrò, e senza perder tempo.

- Ah bravo! Temete che io la prepari ad una piccola bugia? Di bene in meglio. Andate pure; io non mi muovo di qui. -

Era quella una prova di molta tranquillità di coscienza, e il duca di Marana non poteva sofisticarci su, come avrebbe voluto, per dissimulare in qualche modo la sua confusione.

- No, venite anche voi, - gli rispose; - tanto, per oggi, non torno più a Karma Vridi. Lo sgombero della buca vuole andar per le lunghe.

- Vi porterò le ultime notizie per l'ora del pranzo; - replicò Guido Laurenti. - Andate, Fernando, e non peccate più. -

Don Fernando rizzò la fronte, come per domandargli che cosa intendesse di dire.

- Ma sì, - ripigliò Guido Laurenti, che aveva notato l'atto del duca, - non siete cascato oggi in errore? Non avete peccato di falso giudizio, e di ostinazione, di compiacenza nel falso giudizio? -

Il duca di Marana non reputò conveniente di rispondergli altro, e si avviò con lui verso la squadra dei manovali

Lo sgombero della buca, com'egli aveva preveduto, non lasciava sperare un risultato finale in quel giorno. Più si scendeva, e più si restringeva lo spazio; né sotto l'arco della piccola vôlta, che si addentrava sotto il muro maestro del tempio, ci poteva stare più d'uno.

- Qui ci ha da essere una scaletta; - osservò Guido, che non pareva più rammentarsi del colloquio avuto poco prima col duca, e si occupava degli scavi con una calma ammirabile; - or ora si troverà, il primo scalino.

- Lo credo anch'io; - disse il duca, tanto per dire qualche cosa.

E non trovava il verso di andarsene. Ma, poco stante, Guido gli aperse la strada.

- Mi fate il piacere, poiché andate a Sahibgar, di dire a Giacomo che chiuda le mie raccolte entomologiche nel cassetto? Per venire da voi, le ho dimenticate sulla tavola, e non vorrei che mi s'impolverassero. Mi scusate, non è vero?

- Figuratevi! - rispose il duca.

E fatto un cenno del capo, che arieggiava il saluto, diede una giravolta sui tacchi. Cinque minuti dopo, era sparito dall'orizzonte di Karma Vridi insieme col suo drappello di scorta.

Non era una bella cosa che faceva, il novello san Tommaso, a voler vedere e toccare con mano. Ma in qualche modo bisognava pure che egli uscisse dal ronco. Ed era anche necessario che avesse un colloquio con lei. Di Guido non poteva più dubitare. Guido amava sua moglie, pur troppo. Capite? pur troppo. Ma che ci posso far io, se il pensiero del duca si presentò in quella forma? E che ci posso far io, se, non dubitando più di Guido, continuava a dubitare di lei? Tant'è, quel Lionello!.. Che non ci fosse nulla di vero, neanche da quella parte ? E le confidenze di quel ragazzo, come spiegarle? La storia della gardenia poteva essere un'illusione del suo amor proprio, ma era da credersi che tutte quelle vampe amorose si fossero accese per nulla?

Ma che Lionello, dopo tutto? Era il caso di pensare a lui, e a qualche atto di civetteria femminile che lo avesse indotto in errore, quando egli, il duca di Marana, rammentava le parole di Guido: «eravamo in due ad aiutarvi; avevo accennato il mio disegno a Luisa ed essa lo ha approvatoVedete un po' come quella graziosa signora disponeva di lui! Lo ammogliava con miss Lawson. E come le era nato quel pensiero in testa? Se non si era accorta dell'amore di Fernando per lei, tanto meglio; il fatto poteva considerarsi allora come una vergogna risparmiata. Ma che? forse una donna non si accorge di questo cose? Altri poteva crederlo, non già don Fernando, che ci aveva la sua esperienza in aiuto. Se n'era accorta, sicuro; e quel consiglio, quel disegno, quella complicità con Guido, quel diavolo che vorrete, insomma, era una ferita per l'amor proprio del duca, era, per chiamare le cose col loro nome, una vergogna di più.

A questa vergogna egli andava incontro, e con un passo così veloce, che i suoi uomini duravano fatica a seguirlo.

Che cosa voleva dir egli alla signora Luisa? A che pensava di riuscire? In verità, non lo sapeva neppur lui. Con tutta la sua esperienza! Povero duca!

 

 




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