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Anton Giulio Barrili
Il tesoro di Golconda

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Vorrei potervi dire e dimostrare coi fatti che il mio eroe, don Fernando Solis, duca di Marana y Cueva, era un uomo superiore all'universale, per fortezza d’animo e per tante virtù di quella fatta; ma in coscienza non posso dirvelo, e in verità, non posso dimostrarvelo. Don Fernando era un uomo come tanti altri, e con tutti i difetti degli altri. C’era in lui una certa schiettezza cavalleresca che poteva passare per originalità; ma il garbo e l'amenità, di cui facea prova con le signore e con gli amici, erano qualità di parata, che non lo sostenevano più quando era solo. Si ridiventa brutti, quando ci si trova a tu per tu con la nostra coscienza, e non ci avviene mai di volerci bene e di dircelo. Facciamo volentieri ad ingannare il prossimo nostro; ma non riusciremmo, anche volendo, ad ingannare noi stessi.

Il duca di Marana era in collera, e non aveva altro scampo che di andarla a smaltire nelle rovine di Karma Vridi. Se fosse stato il dio Thor, o il semidio Ercole, o il cavaliere don Rodrigo di Bivar, sopranominato il Cid Campeador, come sarebbe andato volentieri col martello, con la clava, o con la spada miracolosa, a rompere, ad abbattere, a fracassare! Almeno, con quella forza e con quegli attrezzi fuor del comune, si sarebbe sfogato un pochino.

Si alzò per tempo, si vestì in fretta, e discese. Guido Laurenti udì il suo passo frettoloso sulla ghiaia del viale, e si affacciò alla finestra.

- Non andate con tanta furia; - gli disse; - vengo anch'io a Karma Vridi.-

Don Fernando mandò il genio dell'amicizia a tutti i diavoli; ma si trattenne ad aspettare il suo ospite, che finiva di vestirsi.

Anche la signora Luisa comparve alla finestra, mentre egli aspettava, facendo sulla ghiaia le volte del leone; anzi, dopo avergli dato il buon giorno, discese prontamente sotto l'atrio. Era vestita di bianco, e portava in testa una cuffiettina di tulle. Dei immortali! Era bella come l'Aurora, che appare sempre anche lei (scusate l'immagine ardita) con una cuffiettina di vapori sul capo.

Don Fernando le borbottò un saluto, che con un po' di buona volontà poteva anche interpretarsi per un complimento.

- Buona fortuna; - gli disse la signora Luisa. - Oggi, infatti, vuol essere il gran giorno.

- Se entro nel sotterraneo, sicuramente; - rispose egli asciutto.

- Non siete mica in collera? - domandò la signora.

- No; - mormorò egli con aria impacciata, e non osando guardarla in viso.

- Così lo dite? È male. Noi vi amiamo più di ieri. -

Chi avrebbe resistito a tanta cortesia, dirò meglio, a tanta dolcezza di parole? Io no, e voi nemmeno, o lettore. Il duca di Marana, che era fatto della medesima pasta di cui siamo fatti io e voi, prese la mano della signora Luisa e la baciò con molta divozione.

- Dunque, - rispose ella, - obbedirete?

- In che cosa?

- Ma… dovreste indovinarlo; interrogando meglio il vostro cuore, e trovandoci l'immagine di una bella fanciulla bionda, che proprio…

- Oh, signora, permettete! - interruppe il duca, rannuvolandosi. - Ho bisogno di raccogliermi. Vado a Karma Vridi. -

La signora Luisa non credette opportuno d'insistere.

- Buona fortuna a voi… e a lei; - diss'ella, accomiatandolo.

II duca di Marana fece le viste di non avere udito, e si avviò verso il ponte.

- Oggi, se Dio vuole, metterò la mano su quel maledetto tesoro; - borbottò egli tra i denti. - Lascio ogni cosa a Guido e al vecchio Lacmana, che ne facciano quel che vogliono; e poi… e poi, chi s'è visto s'è visto. Questa è la volta che vado al Giappone.

Per intanto, andava a Karma Vridi. L'amico Laurenti, seguito dal giardiniere, lo raggiunse di dal ponte, e s'incamminò con lui, senza dirgli nulla, durante il tragitto, che accennasse anco lontanamente ai discorsi del giorno indietro. Quel silenzio si spiegava naturalmente con la presenza di Giacomo Vernazza, chiamato a far parte della spedizione, per quel lavoro geloso che sapete.

Guido Laurenti, andando attorno per la campagna, ridiventava bambino; anzi no, dico male, ridiventava giovane. Il bambino scorrazza volentieri, gode di trovarsi all'aria libera, di cogliere i fiori e d'inseguir le farfalle, ma senza formarsi un giusto concetto delle proprie sensazioni. Soltanto ad una certa età incomincia questo lavorìo della coscienza, questo ripiegarsi della mente in sé stessa; avviene allora che anche le gaie corse del bambino si rammentino, e la loro bellezza è tutta nel ricordo, nella immagine che se ne affaccia allo spirito. E l'aspetto della natura, il verde, l'azzurro, l'aria impregnata delle fragranze della selva, avevano la virtù di ringiovanire Guido Laurenti; ogni cosa in cui s'incontrasse, pianta, filo d'erba, insetto vagamente screziato, gli era argomento di gaia curiosità e di ameni discorsi. Il duca di Marana lo lasciava fare e dire, rispondendogli a sbalzi, quando gli pareva e piaceva.

Dentro di sé, il signor duca pensava qualche volta che quell'uomo così calmo e sereno valeva più di lui. Quanta forza in quella tranquillità! N'avrebbe avuta altrettanta lui, marito, se uno, anche il suo amico migliore, gli avesse detto senza tanti giri di parole: sono innamorato di vostra moglie? Sì e no; anzi più facilmente no. Almeno almeno per l'indole cavalleresca e per omaggio alla dama, un po' di chiasso l'avrebbe fatto. E se Guido non si era commosso, bisognava proprio che non ne sentisse il prepotente bisogno. Donde la conclusione che la freddezza del cuore c'entrasse per la sua parte. E donde la nostra conclusione, amico lettore, che il signor duca di Marana fosse un pochino ingiusto e stravagante parecchio. Compatiamolo, perché era ammalato.

Giunsero alle rovine e trovarono i loro uomini tutti intenti al lavoro. Per occuparli tutti, il duca di Marana aveva trovata la necessità di scoprire qualche altra parte di quel monte di ruderi. Così, non lavorando che otto o dieci all'ingresso del sotterraneo, si nascondeva meglio il vero intento degli scavi.

Don Fernando, appena giunto colà, volle entrare nella buca. La cosa non era punto difficile, poiché la minutaglia dei rottami era stata levata, e i gradini di pietra della scaletta, quantunque ridotti a pochi avanzi sporgenti, gli offrivano modo di calarsi fino al fondo. Ma laggiù, dove il pozzo finiva e il fondo metteva in un buio androne, principio del sotterraneo, proprio laggiù era l'impedimento maggiore, cioè quel rocchio di colonna, che stava attraversato, quasi incastrato a forza, tra il piano e l'orlo della vôlta. Ma, quell'ostacolo, come si trovava dentro? Evidentemente nel crollare del tetto piramidale di Karma Vridi la colonna si era spezzata come le altre sue compagne della navata di mezzo e col peso del suo tronco aveva sfondato il lastrone che chiudeva la bocca del sotterraneo. In questa guisa si spiegava che il tronco precipitando nel vuoto fosse andato a batter laggiù e che dietro ad esso fossero caduti i rottami della gran vôlta facendovi una colmata di macerie fino all'orlo del pozzo.

Piantato di traverso com'era e poco maneggevole come poco intaccabile ai colpi di piccone in quello spazio ristretto il tronco della colonna non poteva levarsi di per dar adito al sotterraneo. Guido consigliò di rompere un tratto della parete quanta bastasse pel passaggio di un uomo. Era il meglio che potesse farsi e don Fernando approvò pienamente l'idea. Un'ora di assiduo lavoro bastò per aprire la via.

Il duca di Marana aveva assistito con ansia febbrile a quell'opera di distruzione. In attesa del risultato, aveva mandato a prendere nel suo fortilizio le fiaccole di legno resinoso, già preparate per quella esplorazione sotterranea. E a mala pena si avvide di poter passare, diede una fiaccola a Giacomo, ed entrò, tenendo nel pugno la sua.

Potete immaginarvi come fosse agitato, penetrando per la prima volta in quel sotterraneo, chiuso da forse due secoli. Era un viaggio in paese sconosciuto, il suo, e un tesoro lo aspettava laggiù nelle tenebre. Non avrebb'egli trovato un drago a custodirlo e a contrastargliene il possesso?

Si prova sempre un certo sgomento ad entrare nel buio. È avanzo dei terrori lasciati in noi dalle favole e dalle leggende dell'infanzia? È presentimento dell'ignoto, che ci aspetta sull'ultimo confine della vecchiaia? Forse, c'è un poco dell'uno e dell'altro.

Il duca di Marana, vinto quel primo senso di terrore involontario, entrò risoluto nella via tenebrosa, reggendo a braccio steso la sua fiaccola, per vedere almeno dove ponesse il piede.

E qui, avete già indovinato che cosa incominciasse a fare. Contava mentalmente i passi che lo avvicinavano al punto indicato dalla leggenda di Haruti. La via sotterranea correva diritta e lunga davanti a lui; e più don Fernando s'inoltrava più la leggenda si riscontrava giusta.

Egli doveva contare fino a cento cinquantadue passi, per giungere alla nicchia del tesoro. Perché cento cinquantadue e non cento sessanta, od altro numero tondo? Forse perché una nicchia, o stanza che fosse, si trovava ab antico in quel punto, e il gran sacerdote di Karma Vridi non aveva creduto opportuno di aprirne un'altra in luogo più vicino, o più lontano, del sotterraneo.

Del resto, quella indagine non meritava di fermare la sua attenzione. L'essenziale era di trovare la nicchia, qualunque fosse la ragione per cui era stata fatta in quel punto, anziché in un altro. Don Fernando noverò i cento cinquantadue passi, e come fu giunto a quel termine, diede una guardata alle mura. Da qual parte poteva essere il nascondiglio? Da ritta, o da mancina? Lacmana non lo aveva detto, e i due amici si erano scordati di domandargliene.

Mentre il duca stava guardando con aria perplessa da una parte e dall'altra, Guido Laurenti, che doveva aver fatto lo stesso computo mentale, gli disse:

- Dovrebb'esser qui. - E gli accennava frattanto la parte destra, a pie' della quale si vedevano alcune schegge di pietra, che potevano essere avanzi dei materiali adoperati a rinchiudere la nicchia.

- Certo, è un indizio; - rispose il duca di Marana. - Ma prima di fermarci a rompere il muro, vediamo se il sotterraneo prosegue ancora per molto. -

Arrivato alla meta, don Fernando aveva paura di un disinganno, e voleva procacciarsi qualche minuto d'indugio.

I tre esploratori andarono ancora oltre un centinaio di passi. Laggiù erano le colonne d'Ercole: il passaggio era chiuso da un monte di terriccio. Ci si doveva forse vedere l'effetto di uno scoscendimento del terreno soprastante, poiché la tradizione recava essere stato il passaggio murato fin dai tempi di Kafur, il maomettano vittorioso che aveva smantellata la fortezza di Pandia, senza conoscere il segreto di quella via sotterranea, che metteva i difensori in comunicazione col munder di Karma Vridi; e non si vedeva traccia di una chiusura fatta con materiali di fabbrica, né era da supporsi che quel terriccio vi fosse portato dalla parte del tempio.

Fatto quell'esame che non li conduceva a nulla, i tre esploratori tornarono indietro, fino al punto dove si erano fermati da principio.

- Vogliamo incominciare? - disse il duca.

- Come volete; - rispose Guido; - ma, se non volete dar sospetto agli indiani, sarà meglio dopo la colazione, quando li avrete mandati tutti a lavorare da un'altra parte.

Don Fernando si arrese al consiglio di Guido, sebbene a malincuore. Da principio voleva indugiare; poi, gli avean preso le furie.

- C'è un sotterraneo lungo trecento passi, o giù di ; - disse il duca al suo fidato Berar, come fu uscito all'aperto, - ma non c'è nulla che franchi la spesa di aprir meglio il passaggio. Perciò, leverai gli uomini di torno alla colonna, che può stare dov'è, e li manderai a lavorare di , insieme con gli altri. Le sculture, se riusciremo a trovarne, mi premono più del sotterraneo. -

Fatta colazione in fretta, ritornò coi due compagni in quel luogo che gli premeva così poco. Noverò da capo i passi, per timore di non aver contato giusto la prima volta. Ma il conto tornava a puntino; ai cento cinquantadue passi, trovò le schegge di pietra già osservate da Guido.

- A noi, dunque, lavoriamo! - diss'egli.

Giacomo Vernazza fu il primo a dare un poderoso colpo di piccone sul muro. Ma la parete non diede suono grave in quel punto, né in altri punti vicini.

L'indizio delle schegge di pietra non valeva nulla, o doveva essere inteso con discrezione.

- Non è naturale che le abbiano lasciate proprio sotto la parete rifatta; - osservò: Guido Laurenti. - Vediamo piuttosto di rimpetto. -

E andò a battere col suo piccone a sinistra.

- Sentite? - gridò egli, mentre il muro rimbombava cupamente sotto i suoi colpi. - È qui certamente. -

Il suono si era ripercosso dagli orecchi nei cuori. Per verità, non ci s'avvicina impunemente alla scoperta di un tesoro; specie, poi, quando il tesoro ascende ad un crore, ossia a cento laks di rupie, che è come a dire a venticinque milioni di franchi. Vi ho già detto, se ben rammento, che il lak equivale a centomila rupie, e la rupia vale due lire e mezzo; dondetirate la somma.

- Diamoci dentro! - gridò il Giacomo, avvicinandosi col suo piccone. - Se il nascondiglio è qui, il morto non è stato toccato.

- Da bravo, Giacomo! - disse il duca. - C'è qui la ricchezza futura del popolo di Paravady.

- Siete dunque risoluto? - chiese Guido Laurenti.

- Certo; voi e Lacmana studierete il modo migliore per far fruttare questa piccola somma.

- Un carico grave, per noi! - esclamò Guido. - Ma voi…

- Io non c'entro; lascio fare a voi altri. - E tutte quelle magnifiche idee, di fabbriche, di opifici

- Ubbie! Mi manca il tempo. Farete voi, e sarà meglio. -

Ambedue, giunti a quel punto, diedero in uno scoppio di risa. Pure, uno dei due non ne aveva gran voglia!

- Vendiamo la pelle dell'orso! - notò don Fernando.

- Meglio ancora; - replicò Guido; - facciamo i conti dell'Arabo, nelle Mille e una notte.

- Ma non per utile nostro.

- Questo è vero, dopo tutto, e ci salva dal ridicolo. -

Fatte queste parole, si erano rimessi al lavoro. La parete non era di molto spessore; ma, essendo fatta di pietre, su cui la calce aveva maggior presa, ella offriva una discreta resistenza ai colpi ond'era tempestata. Finalmente, trovato il modo di andar sotto ad una falda di pietra, si fece leva con la punta d'un piccone, e quella falda saltò fuori, permettendo di lavorare nel suo alveo di calce e si ingrandire la buca. Picchia e ripicchia, in capo a cinque minuti un piccolo pertugio fu fatto.

- Mi sa mill'anni, - disse il duca, - di vedere che diavol è, se una nicchia, o una camera. -

Due o tre colpi bene assestati di Giacomo Vernazza fecero staccare un pezzo di parete. Da quel momento l'impresa diventò facilissima, e poco stante si ottenne uno squarcio così largo, da passarci dentro la testa.

Il duca di Marana vi passò prima di tutto il braccio, con la sua fiaccola accesa. Il nascondiglio era assai più d'una nicchia e molto meno d'una camera; poteva paragonarsi agli in pace del Sant'Uffizio. Don Fernando spinse gli occhi dentro, e subito balzò indietro atterrito.

- Che è stato? - chiese Guido Laurenti.

- Orribile! Orribile! Vedete voi; - rispose il duca.

Guido Laurenti introdusse la fiaccola, e guardò a sua volta nel vano e vide contro il muro uno scheletro, nella postura dell'uomo seduto e con le ginocchia verso la parete. Il costato si teneva ritto; il teschio era un miracolo d'equilibrio; ma le ossa delle braccia, erano cadute sul pavimento.

Di sicuro, l'uomo era stato sepolto vivo dentro. Chiunque egli fosse, innocente o colpevole, quale atroce supplizio! Veder chiudere davanti a se il muro che doveva segregarlo dai viventi, piombare nella oscurità eterna, sentirsi morto prima di morire, udir finalmente il crollo del tempio che diventava un mucchio di rovine sulla sua testa, togliendo a lui ogni più lieve e lontana speranza di essere cercato da alcuno quale tremenda agonia! Un pensiero si affacciò alla mente del duca di Marana. Chi aveva chiuso quell'uomo la dentro? Se si trattava di un compagno la cui fedeltà non fosse troppo sicura pei sacerdoti di Karma Vridi, perché non farlo morire altrimenti? Perché seppellirlo così crudelmente accanto al tesoro di Gundwana? Ma prima di tutto, era quello il nascondiglio del tesoro? I centocinquantadue passi contati dall'ingresso fin , conforme alla leggenda di Haruti, dicevano di sì. Ma la rottura della parete non era anche condotta a tal punto da permettere un esame decisivo.

Si lavorò, per conseguenza, ad allargare la buca. Il Giacomo tornò a menar colpi disperati, Guido lo aiutò dal canto suo, e don Fernando si collocò in mezzo, per tirar via i rottami. L'ingresso dello stambugio fu aperto; entrarono allora, e videro nel fondo un piccolo forziere. Sovr'esso era appunto seduto lo scheletro, che bisognava adunque rimuovere, per mettere le mani sul tesoro. Ma quell'avanzo d'uomo risparmiò ai suoi visitatori la profanazione e l'incomodo. Toccato appena, si sfasciò; il teschio andò a battere sul pavimento, prima che Guido avesse potuto osservare la sua dentatura, per arguirne approssimativamente l'età del personaggio.

Poste rispettosamente le ossa da un lato, i due amici, aiutati dal Giacomo, trassero il forziere dallo stambugio. Era una cassa di legna forte, guarnita di spranghe e lamine di ferro, e con qualche saggio d'intagli.

- Ci siamo, Fernando; che ve ne pare? - disse Guido Laurenti, sorridendo all'amico.

- Mi pare che non pesi troppo; - rispose il duca di Marana, che appunto allora aiutava Giacomo Vernazza a sollevare la cassa da terra.

- E come dovrebbe pesare? Sono diamanti, dopo tutto, e non ce ne vogliono mica molti, di quei grossi, per fare i vostri venticinque milioni di lire. Mi meraviglio invece che sia così grande. Ma forse è quella medesima in cui il principe Gundwana serbava tutto il suo tesoro, le collane, i diademi, i braccialetti e tutto il resto, che non ha creduto opportuno di nascondere a Karma Vridi. -

Mancavano le chiavi per aprire la cassa. Ma in quel momento non si badava a certe piccolezze, e in due colpi di piccone mandarono in aria il coperchio.

- Ci siamo davvero; - disse il duca di Marana a Guido Laurenti.

- Sicuro, ci siamo, e bisognerà chiudere gli occhi, per non restare abbagliati. -

Guido parlava per celia; ma in verità non c'era bisogno di quella precauzione. La cassa era vuota.

I due amici si guardarono in viso; ricacciarono gli occhi scrutatori nel forziere, indi tornarono a guardarsi. Frattanto il Giacomo rovesciava quel legno inutile e lo tasteggiava col piccone, per vedere se a caso non ci fosse un doppio fondo. Ma ohimè, non c'era niente di simile; solo, nel rovesciare la cassa, ne era balzato fuori un piccolo arnese, non avvertito da prima, cioè un astuccio di pelle, lungo e piatto, di cui Guido Laurenti riconobbe subito l'importanza molto paleografica, forse, ed anche filologica, ma punto adamantina. Infatti, era in quell'astuccio una foglia di palma, su cui si leggevano alcune linee di scritto.

- Ah! - esclamo Guido: - non sarà stata tutta fatica inutile, la nostra. Chi sa? forse in questo manoscritto ci si dirà dove sia nascosto il tesoro.

E recato lo scritto sotto la luce della fiaccola, si provò a decifrarlo.

- Ecco, - proseguì, - sono caratteri devanagarici. La lingua è indi, secondo l'uso di queste provincie. Ahi! diavolo, diavolo! - mormorò, mentre andava innanzi nella lettura. - Che cosa dirà, Lacmana?

- Che cosa dite voi, piuttosto, che leggete e non partecipate le vostre scoperte a nessuno? - gridò il duca di Marana.

- Ecco qua, - disse Guido, - ecco qua. Leggo a senso, badate, quando saremo alla luce del giorno, ci si potrà tornar su e tradurre con maggior precisione.

- Andiamo alla sostanza, spicciatevi. Questo è un far morire di curiosità il povero prossimo.

- Orsù, contentiamo l'impaziente; - ripigliò Guido Laurenti. - Ma, se permettete, non qui, praesente cadavere, e con questa luce fumosa. -

I nostri esploratori andarono verso l'ingresso del sotterraneo, a prendere la luce del giorno da quel pozzo benedetto, il cui sgombero era costato tante inutili fatiche. E laggiù, il filologo Laurenti, aiutandosi con le sue cognizioni di paleografia indiana, decifrò i caratteri devanagarici della sua foglia di palma.

Ed ecco ciò che egli lesse, con gran dispiacere del duca di Marana, che avrebbe preferiti i diamanti:

«Mohi Eddin, Aureng Zeb, ornamento del trono e vincitore dei mondi; sia lode a Dio che la esalta; sovra tutti i suoi nemici.

«A te, Berar, malvagio consigliere del ribelle Gundwana, a voi, perfidi sacerdoti idolatri di Karma Vridi, a chiunque, oggi ascoso e tremante della mia collera, ardisse tornare in cerca del tesoro nascosto;

«Io, Aureng Zeb, figlio di Scià Gehan, nepote di Salim Gebanghir, il glorioso conquistatore dell'universo, ho disseppellito il tesoro che la vostra perfidia mi nascondeva, e chiudo, a custodia di questo foglio, il vostro alunno Nader, che ha osato chiedermi un premio per iscoprire il nascondiglio. Abbia egli in premio la vita eterna, e vi faccia fede di ciò che toccherà a voi, quando cadrete nelle mie mani.

«Le speranze dell'empio e i suoi tristi consigli si dileguano. Dio solo è grande, e Aureng Zeb, Alan Ghir, ornamento del trono e conquistatore dei mondi, è il prediletto di Dio

Il duca, di Marana rabbrividì per Berar, quantunque il povero ambhasta del principe di Golconda, così fieramente minacciato dal possente monarca, fosse morto da quasi due secoli.

Con questo colpo di scena andava in fumo ogni cosa; non solamente le speranze dell'empio, ma anche: quelle di un galantuomo, che intendeva di volgere a profitto dei poveri indiani di Paravady un tesoro che certamente era il frutto dei sudori di tanti loro antenati. E che cosa avrebbe detto Lacmana? Il tesoro, con gelosa cura sottratto all'ingordigia del gran Mogol, era caduto in balia del nemico di Visnù. Il Titano aveva vinto il leone, il Mahadeva.

Com'era andata la faccenda? Il manoscritto di Aureng Zeb, giustamente interpretato, lo lasciava capire. Berar era fuggito di dai monti di Sattara, prima che il vincitore giungesse davanti al munder di Karma Vridi. Haruti, il giovine bramino, del pari. Né l'uno, né l'altro potevano sapere di quell'episodio, per cui il gran Mogol era venuto a conoscere il nascondiglio. Neanche potevano sospettare che un traditore ci fosse stato, poiché questo era stato sepolto vivo nel sotterraneo, e il murder di Karma Vridi era stato distrutto. S'intendeva facilmente, dopo quella lettura, che ad Aureng Zeb non mettesse contro di propalare la scoperta, poiché sperava di cogliere al laccio i primi colpevoli, se, come era naturale di credere, fossero tornati più tardi sul luogo, per rapire il tesoro nascosto da essi, e certo nell'intento di andarlo a riprendere.

Dalla cronaca di Haruti, i nostri esploratori sapevano come e perché i padroni del segreto non avessero potuto approfittarne; dal foglio di Aureng Zeb dovevano sapere come e perché, ingannati dalla distruzione del tempio, quei fuggiaschi morissero nell'ignoranza della verità, dopo aver fidato ad una cronaca scritta e ad una tradizione orale un inutile segreto.

Il duca di Marana rimase assai male, dopo quella scoperta, che guastava tutti i suoi generosi disegni. Pensava al tempo perduto, alle ansie sprecate nella ricerca; pensava altresì che quello non era il solo de' suoi disinganni e che veramente l'India rispondeva assai male alla cortesia che egli le aveva usata, andando a visitarla una seconda volta. Ma già, tornare in un paese che si è veduto e corso per lungo e per largo, è, per gli uomini come il duca di Marana, un vero error di grammatica. Che cosa era andato a fare laggiù, quel benedetto uomo? A mantenere una promessa. Ottimamente, quando le promesse hanno ad argomento qualche cosa di serio. Ma certe promesse si fanno per chiacchiera e senza obbligo di mantenerle, in quello stesso modo che si dicono certe bugie, senza mestieri di arrossire o di pentirsene, perché esse non fanno male a nessuno.

Vedendolo così malinconico, Guido Laurenti si provò a consolarlo.

- Non siate ingiusto; - gli disse; - anche questa scoperta paleografica, anzi, dirò meglio, diplomatica, francava la spesa del lavoro che si è fatto. Abbiamo chiarito un punto di storia; siamo in possesso d'un curioso episodio della terra di conquista e d'esterminio, di quel caro matto che è stato l'imperatore Aureng Zeb. Sapete che uomo balzano egli fosse? Vegliava scrupolosamente all'amministrazione della giustizia, onorava la religione di Allà e voleva l'osservanza dei buoni costumi; era semplice nel vestire e parco nel vivere; non dormiva che due ore su ventiquattro e passava gran parte della notte a leggere il Corano; tutte cose che non faremmo né io né voi, e che non faceva sicuramente il suo medico, il francese Bernier, che ne ha levate a cielo la liberalità e la temperanza. Ma era un fanatico, un feroce, e lo seppero i poveri principi indigeni, che cacciò di seggio e mandò a morte senza misericordia; lo seppe la religione di Brama, che egli perseguitò accanitamente. Melik Saleh, il suo precettore, il Seneca di questo Nerone indiano, nella storia che ha scritta della gioventù del suo caro discepolo, non può nascondere che l'ornamento del trono macchiò di delitti atroci i primi anni del suo regno. Con queste contraddizioni, tirò innanzi la bellezza di ottantotto anni; il che prova che una coscienza tranquilla è già un bel rincalzo per vivere lungamente.

- Voi ridete; - disse il duca di Marana. - Intanto, che cosa ci resta? Un pezzo di carta.

- Un pezzo di carta, sì, ma qual carta! - replicò Guido Laurenti. - Caro mio, un autografo di Aureng Zeb non si trova mica tutti i giorni in Europa, né da tutti gli appalti di sale e tabacchi! -

Quelle di Guido Laurenti non erano ragioni da consolare il duca di Marana; ma bisognava poter contentarsene, in mancanza di meglio.

 

 




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